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lunedì 9 settembre 2024

Il sesso negato di Clorinde



Paolo Landi, Emile Zola, il romanzo del trasformismo, Doppiozero, 9 settembre 2024 


Se un libro resiste nel tempo, parafrasando Calvino, è perché continua a dirci qualcosa: Sua eccellenza Eugène Rougon di Emile Zola, pubblicato nel 1876, e riproposto ora nella traduzione di Sarah Fusi, con l'introduzione di Mario Porro, meritoriamente pubblicato da Medusa, è stato nuovamente tradotto anche nel Regno Unito, da Brian Nelson, cinque anni fa, mentre Roberto Saviano, nello stesso periodo, inseriva Zola in Gridalo! (2020), tra i ritratti di uomini e donne che si sono battuti contro le ingiustizie, riportando lo scrittore francese, nato nel 1840, a un'attenzione di massa. I giovani frequentatori di YouTube possono trovare un video appassionato di Saviano che ripercorre la storia di Zola, morto ufficialmente in modo accidentale in casa, ma probabilmente assassinato da frange di destra antisemite, in seguito alla sua presa di posizione sul caso Dreyfus, l'ufficiale ebreo accusato di spionaggio a favore della Germania che divise la Francia dal 1864 al 1906, quando il militare venne reintegrato nelle sue funzioni e fu riconosciuto vittima di un errore giudiziario. Zola morì nel 1902, non riuscì quindi a vedere l'assoluzione di Dreyfus, che il suo J'accuse, pubblicato sul quotidiano L'aurore il 13 gennaio 1898, aveva contribuito a provocare. Questa rinnovata fortuna di un classico illumina il gigantesco progetto narrativo del ciclo dei Rougon-Macquart, a cui Zola mise mano nel 1871 con La fortuna dei Rougon e che terminerà, dopo venti romanzi, nel 1893 con Il dottor Pascal.

...

Roland Barthes dedica alcune riflessioni a Zola nella raccolta Il brusio della lingua (1988): secondo Barthes Zola si legge ancora oggi con interesse non certo per le sue idee deterministiche e meccanicistiche sull'ereditarietà come pretesa "scientifica" di spiegare il comportamento degli esseri umani (quindi l'alcolismo come tara ereditaria dei Rougon-Macquart che si ripercuote sui componenti delle due famiglie) ma per la capacità che ha avuto di descrivere un'intera società nelle sue stratificazioni sociali, nei suoi vizi, nel suo processo di decadenza. Non la realtà analizzata criticamente, come per esempio in Balzac, ma "l'effetto di realtà" si ritrova qui, come nelle descrizioni dal vero di altri romanzi francesi dell'Ottocento. Barthes scrive: "il reale concreto diventa la giustificazione sufficiente del dire". L'essenza del romanzo di Zola sta nella storia che racconta, che è come se fosse vera, in tutti i suoi dettagli. Scrive Mario Porro: "Il quadro che nel 18 brumaio Marx traccia di Napoleone III appare ancor più feroce di quello che emerge dalle pagine di Zola: vecchio e astuto debosciato, egli concepisce la vita storica dei popoli, le loro azioni capitali e di stato come una commedia, nel senso più volgare della parola, come una mascherata in cui i grandi costumi, le grandi parole e i grandi gesti non servono ad altro che a coprire le furfanterie più meschine".

Il gioco del potere invade il romanzo, che si svolge su diversi palcoscenici: in parlamento, nella mansarda di Clorinde, una donna scaltra "lanciata nella cerchia degli uomini politici", nello studio di Rougon ministro dell'interno – con più di venti persone in anticamera: magistrale la descrizione dell'attesa che Rougon infligge ai postulanti – a un'asta benefica, a un ballo del prefetto in provincia, ai "giovedì e alle domeniche" in casa di Rougon, dove lui riceve gli amici, che lo ricattano e lusingano nel suo desiderio di mostrarsi potente ma che non esitano a chiamarlo "il ciccione" quando si trova – temporaneamente – in disgrazia. Nella prefazione a La fortuna dei Rougon, pubblicato nel 1871 in volume subito dopo la crisi politica della Comune, Zola aveva specificato cosa si prefiggeva scrivendo il ciclo dei Rougon-Macquart, di cui Sua eccellenza è il sesto volume (ma il secondo per l'importanza che Zola stesso gli attribuiva): "Io voglio spiegare come una famiglia, un piccolo gruppo di persone, si comporta in una società, sviluppandosi per dar vita a dieci, a venti individui che, a prima vista, sembrano profondamente diversi, ma che, analizzati, si rivelano intimamente connessi gli uni agli altri.

Come in fisica la gravità, così l’ereditarietà ha le sue leggi. Cercherò di scoprire e di seguire, tenendo conto della duplice azione dei temperamenti individuali e degli ambienti sociali, il filo che conduce con certezza matematica da un uomo a un altro uomo. E quando terrò in mano tutti i fili, quando avrò studiato a fondo tutto un gruppo sociale, farò vedere questo gruppo in azione come forza motrice di un’epoca storica, lo raffigurerò in tutta la complessità dei suoi sforzi, analizzerò, nello stesso tempo, la somma delle volontà di ciascuno dei suoi membri e l’impulso generale dell’insieme. I Rougon-Macquart – il gruppo, la famiglia che mi propongo di studiare – ha, come tratto caratteristico, l’eccesso degli appetiti, l’ampia tendenza ascensionale della nostra epoca che tende freneticamente al piacere (...). Dal punto di vista storico, questi individui partono dal popolo, s’irradiano in tutta la società contemporanea, raggiungono tutte le posizioni, in seguito all’impulso essenzialmente moderno che spinge le classi inferiori a salire entro la società, e costituiscono così la storia del Secondo Impero come sintesi dei loro drammi individuali, dal tranello del colpo di stato fino al tradimento di Sedan".

Eugène Rougon l'eminenza grigia dell'Imperatore, paragonato a un toro, dalla forza bruta e dalla pesantezza nei movimenti, dissimula la finezza della mente che il suo fisico da contadino nasconde. Fanatico del potere fine a se stesso, bonapartista convinto, appare come un boia disciplinato. Sembra che stia giocando, accettando le temporanee sconfitte per riprendersi meglio, sopportando brevi umiliazioni per poi tornare potente in modo più schiacciante, sapendo che l'Imperatore lo ha ormai inserito nel suo "cerchio magico", consapevole che la sua fortuna tornerà sempre. Felice di abbandonare una posizione per un'altra, sarà qualunque cosa o chiunque l'Imperatore abbia bisogno che sia: il temuto capo autoritario, il capro espiatorio o il nuovo campione delle libertà liberali. L'unica posizione che gli interessa è quella del comando. I due principali discorsi in Parlamento sono una lezione spudorata di manipolazione e di imbroglio. Resta impassibile in ogni circostanza, nulla sembra toccarlo, al di sopra dei suoi sostenitori e dei comuni mortali, Eugène Rougon sembra trovare solo un avversario degno di lui, in un milieu che considera popolato da imbecilli, Clorinde (ispirata alla Contessa di Castiglione: inviata nel 1855 da Cavour a Parigi per sedurre l'imperatore, affinché intercedesse per assicurare all'Italia l'aiuto della Francia nella imminente guerra contro l'Austria).

Nel corso della storia, la loro intelligenza si sostiene e si scontra, a seconda che i rispettivi obiettivi si completino o si oppongano. Clorinde combatte con le armi allora consentite al fascino femminile: interpretando la parte della donna un po' stupida, seduce, si impone, si distingue con comportamenti imprevedibili e, così facendo, acquisisce potere sugli uomini e coglie l'occasione per muovere le sue pedine. Provoca oggi, nella società dei diritti e delle rivendicazioni di genere, che Clorinde, "cagna" fiera di esserlo, indossi in una scena – e lo mostri a tutti – un collare, regalatogli dall'Imperatore, con sopra scritto "Appartengo al mio padrone". Nell'ultima presa di potere di Rougon, alla fine, sono il rispetto e l'ammirazione di Clorinde a sancirne il trionfo. Probabilmente innamorata di lui, usando il sesso negato per tenerlo nelle spire del suo potere, Clorinde era l'unica nella cerchia di Rougon ad apprezzare ciò che faceva e come lo faceva. Tolstoj, quando il personaggio di una storia gli sembrava troppo positivo si imponeva di trovargli dei difetti e, al contrario, si sentiva in dovere di evidenziarne dei pregi quando gli sembrava troppo negativo. Sua eccellenza Eugène Rougon è il meraviglioso romanzo delle ambiguità (ora si fa il tifo per Rougon, dopo lo si detesta e si desidera la sua caduta, poi si torna ad augurarsi che vinca), tenuto da Zola sul filo di contraddizioni che sembrano non sciogliersi mai e che incatenano il lettore a una ricostruzione fatta di verità e menzogne, in una straordinaria comédie che ha al centro l'ambizione umana.



giovedì 28 dicembre 2023

Souvarine l'anarchico in Zola

Stefano Cassetti interpreta il ruolo di Souvarine nella versione cinematografica di Germinal con la regia di Claude Berri (1993)


É. ZOLA, Germinale, Einaudi, Torino 1994, pp. 219-220, trad. it. C. Sbarbaro

A tutto suo agio Souvarine emise un filo di fumo; poi: – […] La loro Internazionale sta per
diventare davvero efficiente. Se ne occupa Lui.
– Lui chi?
– Lui!
– Pronunciò il monosillabo, smorzando la voce, con tono di religioso rispetto. Del mae-
stro, parlava: di Bakunin, lo sterminatore.
– Lui solo può dare il colpo di grazia, – proseguì, – mentre con la loro teoria dell’evolu-
zione, i tuoi scienziati non sono che dei codardi… Sotto la sua direzione, l’Internazionale,
prima di tre anni annienterà il vecchio mondo.
Smanioso di istruirsi, di comprendere quel culto della distruzione sul quale il russo non
lasciava cadere che qualche vaga frase quasi volesse tener per sé il segreto, Stefano pen-
deva ora dalle sue labbra.
– Ma insomma spiegami… Quale scopo vi proponete?
– La distruzione di tutto… Non più nazioni, non più governi, non più proprietà, non più
Dio, non più culto.
– Sì, capisco… Soltanto a che vi porterà questo?
– Alla comunità primitiva, informe; a un mondo nuovo, al ricominciamento di tutto.
– E i mezzi? Come contate di arrivare a questa distruzione integrale?
– Col fuoco, col veleno, col pugnale. Il brigante è il vero eroe, il vendicatore del popolo,
il rivoluzionario in atto, che non sa di frasi attinte nei libri. Occorre che una serie di spaven-
tosi attentati atterrisca i potenti e svegli il popolo.
Parlando, il viso di Souvarine diventava spaventoso; gli occhi chiari s’accendevano d’un
ardore mistico, le mani femminee si contraevano sull’orlo del tavolo quasi volessero spez-
zarlo; una specie di estasi pareva sollevarlo dalla sedia. Sconcertato, l’altro lo guardava; e
il pensiero gli andava alle rade confidenze che il russo gli aveva fatto: di mine caricate sotto
il palazzo dello zar, di capi di polizia scannati come cinghiali; d’una compagna di fede, la sola
donna che Souvarine avesse amato, impiccata a Mosca un mattino di pioggia, mentre, per-
duto nella folla, lui le inviava l’ultimo saluto.
Scartando da sé tutte quelle visioni atroci: – No, no! – Stefano protestò. – Non s’era an-
cora arrivati a questo, da noi! L’assassinio, l’incendio, no, no! È iniquo, è mostruoso. Da noi
tutti insorgerebbero e farebbero giustizia sommaria del colpevole!
E poi lui seguitava a non capire; contro l’abominevole proposito di sterminare l’umanità
alla radice, come si falcia raso terra un campo di segale, tutto in lui si ribellava. E dopo? Che
si farebbe, dopo? Da un simile salasso come risorgerebbe l’umanità?
– Spiegami meglio! Qual è il vostro programma? Per metterci in cammino noi francesi
abbiamo bisogno di conoscere la meta.
L’altro, senza uscire dalla sua trasognata impassibilità: – Tutti i ragionamenti sono cri-
minali, perché impediscono la distruzione pura e semplice e ostacolano la marcia della ri-
voluzione.

Il testo originale (1885)

 Souvarine, après avoir soufflé lentement un jet
de fumée, répondit par son mot favori :
– Oui, des bêtises ! mais, en attendant, c’est
toujours ça... D’ailleurs, leur Internationale va
marcher bientôt. Il s’en occupe.
– Qui donc ?
– Lui !
Il avait prononcé ce mot à demi-voix, d’un air
de ferveur religieuse, en jetant un regard vers
l’Orient. C’était du maître qu’il parlait, de
Bakounine l’exterminateur.
– Lui seul peut donner le coup de massue,
continua-t-il, tandis que tes savants sont des
lâches, avec leur évolution... Avant trois ans,
l’Internationale, sous ses ordres, doit écraser le
vieux monde.
Étienne tendait les oreilles, très attentif. Il
brûlait de s’instruire, de comprendre ce culte de
la destruction, sur lequel le machineur ne lâchait
que de rares paroles obscures, comme s’il eût
gardé pour lui les mystères.
– Mais enfin explique-moi... Quel est votre
but ?
– Tout détruire... Plus de nations, plus de
gouvernements, plus de propriété, plus de Dieu ni
de culte.
– J’entends bien. Seulement, à quoi ça vous
mène-t-il ?
– À la commune primitive et sans forme, à un
monde nouveau, au recommencement de tout.
– Et les moyens d’exécution ? comment
comptez-vous vous y prendre ?
– Par le feu, par le poison, par le poignard. Le
brigand est le vrai héros, le vengeur populaire, le
révolutionnaire en action, sans phrases puisées
dans les livres. Il faut qu’une série d’effroyables
attentats épouvantent les puissants et réveillent le
peuple.
En parlant, Souvarine devenait terrible. Une
extase le soulevait sur sa chaise, une flamme
mystique sortait de ses yeux pâles, et ses mains
délicates étreignaient le bord de la table, à la
briser. Saisi de peur, l’autre le regardait, songeait
aux histoires dont il avait reçu la vague
confidence, des mines chargées sous les palais du
tzar, des chefs de la police abattus à coups de
couteau ainsi que des sangliers, une maîtresse à
lui, la seule femme qu’il eût aimée, pendue à
Moscou, un matin de pluie, pendant que, dans la
foule, il la baisait des yeux une dernière fois.
– Non ! non ! murmura Étienne, avec un grand
geste qui écartait ces abominables visions, nous
n’en sommes pas encore là, chez nous.
L’assassinat, l’incendie, jamais ! C’est
monstrueux, c’est injuste, tous les camarades se
lèveraient pour étrangler le coupable !
Et puis, il ne comprenait toujours pas, sa race
se refusait au rêve sombre de cette extermination
du monde, fauché comme un champ de seigle, à
ras de terre. Ensuite, que ferait-on, comment
repousseraient les peuples ? Il exigeait une
réponse.
– Dis-moi ton programme. Nous voulons
savoir où nous allons, nous autres.
Alors, Souvarine conclut paisiblement, avec
son regard noyé et perdu :
– Tous les raisonnements sur l’avenir sont
criminels, parce qu’ils empêchent la destruction
pure et entravent la marche de la révolution.

 

 

venerdì 22 agosto 2014

Cézanne e Zola: un'amicizia finita male

Amis depuis l’enfance, Cézanne et Zola vont être liés pendant près de quarante ans. L’écrivain n’oublie jamais son vieil ami et lui envoie chacun de ses romans dès leur parution. Chaque fois, Cézanne lui répond. A chacune de ses visites à Paris, Cézanne se rend à Médan. En mai 1883, il demande conseil à Zola au moment de la rédaction de son testament.
Il a toujours été communément admis que les deux amis se sont brouillés à la suite de la publication de L’Oeuvre, Cézanne s’étant reconnu sous les traits peu flatteurs de Claude Lantier, peintre maudit et aigri, au génie avorté. A la fin de sa lecture, il écrira une lettre (datée du 25 août 1885 par la fille de l’écrivain ; du 4 avril 1886 par Henri Mitterand), considérée par beaucoup et à tort comme la dernière du peintre au romancier, lettre qui se termine ainsi : « Tout à toi sous l’impulsion des temps écoulés ». « Pourquoi Zola n’est-il pas allé fraternellement le trouver, pourquoi ne se sont-ils jamais expliqués? À ces questions, Mme Zola m’a toujours répondu: « Tu n’as pas connu Cézanne, rien ne pouvait l’obliger à changer d’avis ». » (Zola et Cézanne, par Denise Leblond-Zola, Encyclopédie de l’Agora: agora.qc.ca).

Paul Cézanne, La lecture de Paul Alexis chez Zola, 1869-70 (museo di San Paolo del Brasile)



Alessandro Piperno
Cézanne: spietato Zola, mise a nudo le sue paure
Corriere della Sera, 1 marzo 2007 

Odore di sesso e morte. E un’opera non finita per incapacità 


Chi risarcirà i grandi diffamati della letteratura? Parlo dei disgraziati la cui immagine postuma è stata rovinata da qualche nevrotico genio letterario. Pensate solo all’esercito di mamme: alla madre di Baudelaire, di Proust, di Gadda: brave donne che dall’aldilà hanno dovuto assistere alla propria capziosa demonizzazione. Il problema è che uno scrittore non ha alternative. La calunnia e l’auto-denigrazione fanno parte della sua deontologia. Perfino un genio epico come Tolstoj - per inventare coppie del calibro di Pierre-Natacha o di Levin-Kitti - dovette attingere alle proprie traumatizzanti esperienze coniugali. Tutto questo per dire che uno scrittore deve arrendersi all’idea che porterà scompiglio nella vita delle persone amate, che, nel caso migliore, condannerà a essere mistificate da una posterità pettegola. Chissà se Emile Zola, mentre scriveva il romanzo «L’opera», nel 1885, poteva sapere che quel libro avrebbe guastato i rapporti con il suo migliore amico: quel Paul Cézanne, alla cui vita di artista fallito Zola si era ispirato per creare il personaggio di Claude Lantier. Zola non faceva che lamentarsi della sua assenza di fantasia. Per lui la vita era importante proprio perché forniva gli spunti che la sua immaginazione non era in grado d’inventare. Scrivere un libro sul mondo degli artisti era una sua vecchia ambizione. Per molti anni li aveva frequentati, li aveva visti vivere, discutere, litigare, dipingere, sospesi, com’erano, in quel limbo lattiginoso che divide l’euforia dallo sconforto. Così scrisse «L’opera», la storia di Claude Lantier, pittore di formidabile insuccesso che si suicida per il sospetto di non avere talento. L’uscita del libro scatenò una vera bagarre. Monet, Renoir e soprattutto Cézanne si sentirono traditi dal quel vecchio amico, il quale, piuttosto che illustrare il successo dei loro esperimenti pittorici, aveva enfatizzato la deriva fallimentare delle loro esistenze. Lo accusarono di sciacallaggio: aveva dato in pasto ai filistei parigini i suoi amici di una vita. Cézanne non si riprese. Lui era Claude Lantier, il pittore pazzo e suicida de «L’opera». Conosceva tutto di quel libro. Aveva assistito alla sua gestazione. Sapeva quanto Zola si fosse ispirato a lui e una sua controversa storia d’amore. Ma ciò che lo insultava non era che la sua vita fosse stata usata per un romanzo, né che il personaggio di Claude fosse descritto come un perdente. Ciò che Cézanne non poteva perdonare a Zola era di averlo descritto come un artista incompleto che aveva inseguito tutta la vita una perfezione pittorica che gli era preclusa. Cézanne sentì nelle pagine di quel romanzo la pietà e il disprezzo dell’autore - le stesse che lui provava per sé - e si sentì smascherato. Era come se Zola avesse affondato l’unghia nella piaga purulenta della sua anima. È come se, con quel suicidio finale, avesse spettacolarizzato il senso d’inadeguatezza che aveva deciso della vita di Cézanne. Inadeguatezza, appunto. Perché, per quanto a noi possa sembrare ridicolo, Cézanne non sapeva di essere Cézanne. Perché se nessuno ti dice che sei Cézanne è difficile per te capirlo da solo. Anche se sei un genio, anche se stai rivoluzionando la pittura, anche se stai preparando l’avvento di una nuova era. E allora si capisce l’ultimo biglietto che Cézanne scrisse al suo ex amico: «Caro Emile, ho ricevuto ora "L’opera". Ringrazio l’autore dei Rougon-Macquart del buon ricordo e gli chiedo di permettermi di stringergli la mano, ripensando agli antichi anni». Il risentimento è perfettamente descritto dal passaggio dall’affettuoso «Caro Emile» al sarcastico «autore dei Rougon-Macquart». Era la fine dell’amicizia di una vita. E oggi? Cosa resta del compendio di tante sottese meschinerie? I quadri di Cézanne certo, ma anche quelle ultime pagine de «L’opera»: un atelier di pittore disgraziato, una notte fredda, un quadro che non viene completato per incapacità, che l’accanimento del pittore rende a ogni pennellata più grottesco, una ragazza gelosa che vuole strappare il suo uomo alla schiavitù di quella tela assassina, e lo alletta mostrando le sue grazie, il letto in cui il pittore e la sua donna si amano col vigore della disperazione. E lei che, dopo questo amplesso terribile, lo fa giurare che brucerà il quadro e la farà finita con la pittura. Per poi addormentarsi sicura di averlo convinto e svegliarsi che lui si è già impiccato nello studio di fronte alla sua opera incompiuta. La scena odora di sesso e di morte. Con essa non solo Zola ha catturato il segreto di una stagione, ma anche l’ossessione di chi è stato fregato dall’arte, per sempre. Di chi darebbe tutto per compiacerla. Di chi s’ammazza perché non è stato attrezzato dalla natura a convivere con l’idea della propria mediocrità e della propria irrilevanza.

sabato 13 luglio 2013

Messidoro, il calendario della Rivoluzione

Uno degli aspetti piu' curiosi e intriganti della Rivoluzione fu l'invenzione di un nuovo calendario. L'esigenza di voltare pagina con le superstizioni e le false credenze del passato e di instaurare un altro ordine sociale, basato soprattutto su elementi naturali piu' che metafisici, arrivò per questa via a colpire la sfera del tempo e con esso lo strumento che lo rappresenta: il calendario. Istituito anche per accelerare l'opera di scristianizzazione, il calendario rivoluzionario rimase in vigore, complessivamente, tredici anni: dal 22 settembre 1792 al 31 dicembre 1805.
Essendo la data del 22 settembre, il giorno della proclamazione della Repubblica e quindi lo spartiacque tra Vecchio e Nuovo, questo diventa anche il Primo giorno della Nuova Era e dunque il Capodanno del Nuovo Calendario.
I mesi rimasero 12 ma tutti di 30 giorni. I restanti cinque (o sei, se si trattava di anno bisestile) furono chiamati, a partire dal 7 Fruttidoro anno III (24 agosto 1795) , Sanculottidi in onore dei sanculotti parigini. Questi cinque giorni erano quelli destinati al festeggiamento rispettivamente della Virtu', del Genio, del Lavoro, dell'Opinione, delle Ricompense. Il sesto giorno, che si aggiungeva negli anni bisestili, era il giorno Sans - Culottide per eccellenza. I sanculottidi erano inseriti fra la fine del mese di Fruttidoro e l'inizio di Vendemmiaio.
Si operava allo stesso modo se ci si trovava di fronte ad un anno bisestile. Infatti il giorno "in piu'" non veniva aggiunto nel corso dell'anno (in quanto tutti i mesi erano formati di 30 giorni) ma alla fine. In altre parole, anziche' avere un giorno corrispondente al 29 febbraio del calendario gregoriano, si praticava un'operazione che, di fatto, instaurava nel calendario un 32 dicembre. Cio' significa che il Capodanno Rivoluzionario non cadeva sempre il 22 settembre, ma negli anni 1795, 1799, 1800 - 1802, 1804 - 1805 il Primo dell'anno fu festeggiato il 23 settembre, mentre nell'anno 1803 il giorno di Capodanno, addirittura, cadde il 24 settembre.


Fabre d'Églantine... d eġlãtìn›, Philippe-François-Nazaire. - Attore e commediografo francese (Carcassonne 1750 - Parigi 1794). Al suo cognome volle aggiungere quello di "d'Églantine", per aver vinto l'églantine ("rosa selvatica") d'or ai giochi floreali di Tolosa. Dopo una vita errabonda di attore, si recò a Parigi e vi fece rappresentare alcune sue commedie (Les gens de lettres, 1787; Le présomptueux, 1789), senza successo. Con maggior favore furono accolte le sue pièces di poeta rivoluzionario e giacobino (Le convalescent, L'intrigue épistolaire, 1791), e fu un vero trionfo la rappresentazione del Philinte de Molière ou la suite du Misanthrope (22 febbraio 1790). Amico di Danton e di C. Desmoulins, si distinse nei club e nelle assemblee (fu deputato di Parigi alla Convenzione) per la sua oratoria. Implicato nella questione della Compagnia delle Indie, fu dichiarato nemico della patria e ghigliottinato. Di tutte le sue commedie, solo Le Philinte fu rappresentata ancora per molto tempo; oggi è ricordato soprattutto per avere inventato i nomi dei mesi del calendario repubblicano, e come autore della canzone Il pleut, il pleut, bergère, tuttora popolare.
  • Estate (Suffisso -idor in francese, -idoro in italiano)

     
    Date famose 

    Il nome termidoro è diventato celebre per via del 9 termidoro anno II, data in cui avvenne il colpo di stato che pose fine al periodo del Terrore di Robespierre (il 27 luglio1794 secondo il calendario gregoriano). Tale evento, che culminò con la morte di Robespierre, ghigliottinato il giorno seguente, è noto anche tout court come Termidoro. 
    Nella Francia postmonarchica, il colpo di Stato del 18 brumaio, anno VIII della Rivoluzione (9 novembre1799), compiuto da Napoleone Bonaparte, segnò la fine del Direttorio - già fautore di un colpo di Stato il 18 fruttidoro dell'anno V (4 settembre1797) - e della Rivoluzione stessa, dando inizio al Consolato guidato dalle personalità di Bonaparte, Sieyès e Ducos.
    Anche germinale è rimasto nella memoria. L'inizio della primavera è nell'immaginario un'epoca di rinascita, di fioritura, di germogli e di nuove foglie. Si può dunque leggere l'intenzione di Zola di raccontare nel romanzo Germinal la primavera dell'uguaglianza operaia, i germogli della rivoluzione. A supporto di questa idea, nell'epilogo del romanzo, Zola accosta i minatori ai vegetali che escono dalla terra e germogliano: la fioritura delle piante diventa allora la metafora della rivolta operaia. 
    Al 3 marzo 1794 (13 ventoso anno II) risaliva invece il secondo dei decreti detti appunto di Ventoso; il primo c'era stato il 26 febbraio dello stesso anno, 8 ventoso. Voluti da Saint Just in particolare questi decreti prevedevano il sequestro e la distribuzione ai più indigenti dei beni appartenenti agli emigrati e ai sospetti. Alla morte di Robespierre avevano solo cominciato a trovare una prima, timida applicazione.
    Degna di nota infine la rivolta del 13 vendemmiaio anno IV. Repressa da  Bonaparte, gli valse il soprannome di generale Vendemmiaio.

domenica 13 gennaio 2013

Ritorno sull'affare Dreyfus

Il ruolo della Chiesa. Cultura, politica e media

A suo tempo, durante l'affare Dreyfus, la Chiesa si venne a trovare nel campo dei colpevolisti. Come è stato scritto, "il caso Dreyfus fece da detonatore a un complesso di tensioni lungamente covate nella Francia di fine secolo, dove era ancora forte il senso di frustrazione conseguente alla sconfitta nella guerra contro la Prussia del 1870 (vedi Guerra franco-prussiana; Revanscismo). La prima sentenza di colpevolezza fu l’occasione per lo scatenarsi di una violenta campagna antiebraica a opera di potenti gruppi antisemiti con forti agganci nell’esercito. L’opinione pubblica liberale, dopo un iniziale silenzio, protestò, facendo del caso la principale questione pubblica nazionale. L’estrema destra, l’esercito e la Chiesa cattolica appoggiarono la sentenza della Corte marziale; numerosi intellettuali, guidati dallo scrittore Anatole France e dal poeta Charles Péguy, ne denunciarono invece la malafede" (Isabella, http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20090617021052AAIHwdW). Tra i socialisti si schierò a difesa di Dreyfus il grande Jaurès. Anche Sorel fu dreyfusardo, ma poi si pentì, o fu deluso dall'esito della battaglia.
Adesso invece l'Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani,  tornando sulla faccenda non accenna neppure alla posizione della Chiesa in quegli anni. E ci restituisce un interessante quadro della prova attraversata allora dalla società francese.
Giovanni Carpinelli

Di per sé il capitano Alfred Dreyfus sarebbe un perfetto ufficiale. Peccato che sia anche il colpevole perfetto. Siamo nel 1894, sulla Francia pesa l’onta della sconfitta inflitta dalla Prussia e le inquietudini di un nazionalismo sempre più aggressivo vanno di pari passo con un antisemitismo virato in chiave patriottica, se non addirittura “rivoluzionaria”. Il capitano Dreyfus è ebreo, per sua sfortuna, e tanto basta per incriminarlo in quanto autore del famigerato bordereau, l’appunto che rivela i traffici segreti tra una spia francese e la Germania. È una vicenda che crediamo di conoscere bene: Dreyfus è innocente, in suo soccorso si leva la voce del romanziere Émile Zola, l’opinione pubblica si mobilita, l’ufficiale viene riabilitato... Peccato che, a riassumerla così, la storia non renda conto delle contraddizioni che ancora oggi fanno dell’affaire uno dei momenti cruciali nel rapporto tra cultura, politica e mezzi di comunicazione.
A suggerire una prospettiva più articolata, oltre che ricca di spunti utili per la nostra attualità, provvede ora il bel saggio della francesista Agnese Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno (FrancoAngeli, pagine 416, euro 37). Si tratta di un’antologia molto ragionata e benissimo documentata, in cui scorre una varietà di posizioni rispetto alle quali il ruolo svolto dal celebre J’Accuse di Zola risulta non sminuito, ma inserito in un contesto più ampio e, di conseguenza, ancora più significativo.
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Prende forma in questo modo il paradosso di cui l’affaire resta portatore. Gli innocentisti invocano le ragioni del metodo e si appellano all’evidenza delle prove, mentre gli antidreyfusardi sfoggiano un repertorio in cui il pregiudizio si intreccia al dileggio e alla diffamazione. Per loro quello che si è costituito in difesa del capitano è, spregiativamente, «il Sindacato», la buona fede di Dreyfus non può neppure essere presa in considerazione perché il capitano, in quanto ebreo, non è veramente francese e le origini italiane di Zola gettano un’ombra di sospetto sulle vere motivazioni dei suoi interventi. Prima ancora che in tribunale, la battaglia si combatte a mezzo stampa. L’editore Stock sforna opuscoli a ripetizione nell’intento di smascherare la macchinazione di cui Dreyfus è vittima e intanto sul fronte opposto l’atteggiamento bellicoso di testate come «L’Intransigeant» e «La Libre Parole» è rinfocolato dalla prosa sopraffina di Maurice Barrès. Il risultato, nell’immediato, è sconfortante: Zola viene portato in giudizio e condannato, il suicidio del colonnello Henry, colpevole di aver allestito il falso dossier, scatena un’ulteriore campagna mistificatoria e perfino l’invocata revisione del processo a Dreyfus si conclude con la conferma della sentenza precedente. A chiudere i giochi provvede, finalmente, la grazia concessa dal presidente Loubet. È il 1899, per la riabilitazione formale dell’ufficiale occorre attendere il 1906. Ma il cambio di secolo non ha placato il pregiudizio antisemita, né ha messo l’opinione pubblica al riparo dalle lusinghe della propaganda. Rispetto alle quali, anche ai giorni nostri, la realtà dei fatti fatica sempre ad affermarsi.
Alessandro Zaccuri


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