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giovedì 16 aprile 2026

L' intellettuale latitante


Gabriele Pedullà
L'intellettuale inafferrabile: ma quanto servirebbe oggi

Domani, 15 aprile 2026

 L’intellettuale: soggetto inafferrabile. Fino all’inizio del Novecento, come sostantivo, nemmeno esisteva il termine. Il neologismo si diffuse infatti in Italia dalla Francia (dove pure era entrato in uso di recente) negli anni della battaglia scatenata sulla stampa da Émile Zola in difesa di Alfred Dreyfus, capitano dello Stato maggiore francese accusato ingiustamente di aver venduto i segreti del paese alla Germania solo perché ebreo. L’intellettuale – la parola e la cosa – è nato insomma nel fuoco della lotta. Prestissimo si è preso a lamentarne la scomparsa o – come scrisse Julien Benda nel 1927 – “il tradimento”: cosa che succede ogni volta che le passioni partigiane hanno la meglio sull’imperativo superiore a servire anzitutto la verità.

Perché la fondamentale contraddizione dell’intellettuale è che, per ragioni ovvie, si manifesta soltanto nello scontro, ma nel momento in cui aderisce completamente alla logica della disputa (al servizio della Ragion di Stato o della Ragione di Partito) perde il suo statuto speciale e diventa un politico come tutti gli altri, al massimo un politico che ha letto qualche libro in più.

Quando la pubblicistica odierna lamenta il declino degli intellettuali, denuncia in genere un fenomeno assai diverso da quello deprecato da Benda. Ciò che la turba è il sostanziale disinteresse della politica per le opinioni di categorie professionali un tempo assai apprezzate nelle stanze dei decisori. Non è detto che le cose stiano davvero così; è più probabile, infatti, che siano soltanto cambiati gli interlocutori dei potenti, con la sostituzione degli storici e degli scrittori da parte degli economisti e dei comunicatori (e con i giuristi perennemente al loro posto, in quanto tecnici del diritto indispensabili a scrivere le leggi e a interpretarle).

Una figura sfuggente


Le geremiadi contemporanee non colgono però soprattutto la specificità della dinamica innescata dalla lotta per Dreyfus e rimasta in eredità al secolo XX. Nelle corti e nei ministeri, segretari del principe di ogni foggia e inclinazione non sono mai mancati (né mancheranno mai), con i loro saperi indispensabili al governo degli uomini e degli Stati. Il J’accuse di Zola ha fatto emergere invece una figura diversa, da tempo in incubazione sui giornali e per statuto stesso anfibia. L’intellettuale è infatti unapparte uomo di scienza o di lettere che abbandona momentaneamente i territori a lui più familiari per far valere nella sfera pubblica le sue conoscenze e il suo prestigio in nome di qualche alta idealità. Un grillo parlante. Forse il più prezioso dei saccaromiceti che permettono all’opinione pubblica di lievitare a beneficio delle democrazie.

L’intellettuale è una figura sfuggente proprio per questo. Irrompe dalla sua torre d’avorio nella mischia e, così facendo, prende posizione e polarizza il campo, che in un istante si popola per lui di amici e di nemici. Al tempo stesso, tuttavia, deve evitare di farsi imprigionare dalle linee di ostilità e di solidarietà, dato che la sua forza morale deriva in gran parte dalla sua non completa appartenenza al mondo nel quale ha deciso di far sentire la propria voce. Alla lunga, il consenso può essergli altrettanto fatale degli attacchi degli avversari. Mentre infatti lo studioso e il letterato puro si tengono a distanza dalla mischia, e i funzionari e i militanti puntano tutte le loro fiches su una delle parti in lotta, i legami che l’intellettuale, disorganico per natura, stringe nell’arena pubblica devono essere solidissimi (per la natura senza esclusioni di colpi dello scontro) ma anche istantaneamente revocabili.

Il rapporto degli intellettuali con la politica fa pensare alla storia di Dedalo e Icaro in fuga dal labirinto. Se ci si accosta troppo al sole, le penne si staccano per il calore e si precipita nell’acqua. Se si vola troppo bassi, succede lo stesso a causa della temperatura del mare. Tocca seguire allora una via media, insidiosissima proprio perché, mentre da un lato è così facile ricadere nello specialismo dei professori e nell’estetismo degli scrittori, all’estremo opposto il passo da intellettuali a funzionari e da funzionari a cortigiani è sempre più breve di quanto non si creda. È la condanna della falena.

Essere o fare

Non è un caso che nell’Italia del XX secolo la stagione più vivace sia stata inaugurata dalla rottura della fedeltà al Pci degli intellettuali comunisti dopo i fatti di Ungheria del 1956 e dall’entrata del Psi nell’area di governo. Tra i marxisti ci fu chi allora scelse di rimanere dentro, ma, paradossalmente, schierandosi sempre più spesso contro il proprio stesso partito (Pier Paolo Pasolini), e chi preferì invece collocarsi fuori ma rimanendo vicinissimo, nel ruolo del suggeritore (Italo Calvino), o ancora chi si mise alla ricerca di nuovi soggetti politici più accoglienti verso gli spiriti inquieti (Sebastiano Timpanaro), spesso guardando con particolare favore ai movimenti giovanili (Franco Fortini). E ciò avvenne tanto a vantaggio degli uni (gli intellettuali) quanto degli altri (i politici).

La scomparsa dei partiti di massa ha scombussolato le regole del gioco: oggi non c’è più nessuna via media da cercare. Questo però ha fatto emergere persino con più chiarezza la condizione paradossale dell’intellettuale, il suo rimanere, per così dire, sempre sulla soglia. Qui ci aiuta la lingua italiana.

Prendiamo due frasi semplici e apparentemente simili come “Valerio è un poeta” e “Matteo fa il poeta” ma che in realtà, messe a confronto, contengono un preciso giudizio sull’uno e sull’altro. Per Valerio la verità della poesia come esperienza totalizzante, capace di occupare una vita intera. Per Matteo la teatralità di chi si mette in posa o trasforma un modo di sentire in una (pseudo)professione. La stessa distinzione non vale invece nel nostro caso.

Gli intellettuali non sono – mai. Gli intellettuali fanno – una grande quantità di cose diverse. E, quando smettono di farle, tornano a essere ciò che erano prima: dei professori, dei filosofi, dei cineasti, degli storici, dei narratori – persino dei poeti. Perché “intellettuale” non designa né una professione né un modo di stare al mondo, ma una curiosa identità a corrente alternata, che in alcuni individui si accende e si spegne come una lampadina (mentre altri, che per il resto condividono con loro stato civile e condizione lavorativa, quella stessa lampadina non la elettrificano mai). In altre parole: intellettuale è chi da intellettuale fa.

Artigianato 

Come in casi simili, si può apprendere a “fare da intellettuali” o a farlo meglio (non a “fare gli intellettuali”: che è tutt’al più un soggetto da commedia all’italiana). Oggi se ne sente un gran bisogno. Servono fantasia e gusto del bricolage, perché, quando si entra nel dibattito pubblico, tutto quello che si è imparato fino a quel momento è solo un esercizio propedeutico. Né il sapere né il talento garantiscono infatti che la luce si illuminerà a dovere. Qui si naviga a vista, a rischio continuo di naufragio. Eppure, a chi prende per il mare aperto si dischiudono anche possibilità impreviste.

Nel “fare da intellettuale” c’è una buona dose di artigianato. Il modo migliore di apprendere è andare dunque a bottega da qualcuno che già si è confrontato con le medesime sfide e con gli stessi ostacoli. Per questo, la seconda edizione della Festa della Resistenza della Fondazione Feltrinelli parte quest’anno da sette verbi che descrivono – parzialmente e approssimativamente – le azioni con cui si irrompe sulla scena pubblica. Con una compagnia di ospiti dalle competenze e dai percorsi diversissimi cercheremo insomma di imparare tutti assieme – un poco come in un sillabario di base – che cosa vuol dire Immaginare, Raccontare, Contaminare, Fondare, Denunciare, Educare, Analizzare. La sfida comincia qui: soprattutto per i più giovani. Nel segno, ancora una volta, di Zola.

martedì 15 ottobre 2024

Angelica e il vero amore



Marco ErbaAngelica contesa da tanti uomini sceglie (e insegna) il vero amore, Avvenire, 14 ottobre 2024

Nell’Orlando furioso, capolavoro del poeta rinascimentale Ludovico Ariosto, la figura di Angelica si impone subito all’attenzione. Angelica, principessa del Catai (la Cina), giunge in Occidente insieme al paladino cristiano Orlando, uno dei guerrieri più valorosi dell’esercito di Carlo Magno. L’opera è infatti ambientata secoli prima, all’epoca degli scontri tra cristiani e saraceni spesso enfatizzati dalla letteratura. Ma si sa, la narrazione dello scontro di civiltà, sovente finalizzata a consolidare il potere politico, funziona in tutte le epoche.

Per Ariosto però questo scontro di civiltà è solo lo sfondo per narrare meravigliose avventure, con arguta ironia. Non c’è alcun realismo storico nel suo racconto: si parla, ad esempio, dei saraceni che assediano Parigi, un falso così clamoroso da [risultare] divertente.

Angelica, dunque, giunge al campo cristiano. I suoi modi, la sua bellezza orientale, il suo fascino soggiogano moltissimi cavalieri, che dimenticano il re e la guerra santa e desiderano solo conquistare il cuore della principessa. Per Angelica nasce una contesa tra Orlando e suo cugino Rinaldo, altro guerriero valorosissimo. Re Carlo ne approfitta: toglie Angelica a Orlando, la assegna al vecchio e saggio Namo, duca di Baviera, e promette la donna a quello dei due cugini che meglio si comporterà nell’imminente battaglia con i saraceni.

Finora Angelica è solo un simulacro, un oggetto di desiderio. È una donna vista come un trofeo da possedere, di cui si guarda solo l’attraente involucro. Angelica è il desiderio inconfessabile di ciascuno: una bellezza irraggiungibile, e che per questo accende ancor di più di passione. Un seducente corpo senz’anima. La descrizione di Ariosto potrebbe anche oggi interrogarci su come vengono presentati i corpi, sia femminili che maschili, sui social, nella pubblicità, a livello mediatico. Persone o oggetti? Storie o icone? Sostanza o apparenza?

Ariosto vive in una società maschilista. L’uomo agisce, decide, governa. La donna gli appartiene: di essa può disporre. Ma l’autore del Furioso è un genio e spariglia le carte. Angelica non si fa possedere, sfugge. Non solo, si fa beffe di ogni maschio alfa che pensa di poterla dominare.

I saraceni sconfiggono i cristiani. Angelica approfitta del caos, salta su un cavallo e si lancia al galoppo nel bosco. Parte così un infinito inseguimento, senza esito per i paladini.

Angelica a un certo punto si nasconde in un cespuglio, presso al quale giunge Sacripante, re di Circassia, saraceno. Anch’egli è innamorato di lei. Prorompe in un lamento d’amore, senza sapere che Angelica è proprio lì, al suo fianco, e lo ascolta. La principessa decide così di uscire allo scoperto per farsi aiutare. Sacripante, a questo punto, si rivela per ciò che è: uno smargiasso, che pensa di essere in grado di usare gli altri come vuole, grazie al suo potere e alla sua stazza. Sacripante paragona la verginità di Angelica a una rosa e si dice certo di poter cogliere questo fiore. Il guerriero usa parole che alla nostra sensibilità suonano brutali, violente, agghiaccianti:

Corrò la fresca e matutina rosa,

che, tardando, stagion perder potria.

So ben ch’a donna non si può far cosa

che piú soave e piú piacevol sia,

ancor che se ne mostri disdegnosa,

e talor mesta e flebil se ne stia:

non starò per repulsa o finto sdegno,

ch’io non adombri e incarni il mio disegno.

«Mi prenderò Angelica» dice Sacripante. «A lei piacerà; piace a tutte le donne, anche se a volte fingono di no. Ma io non mi fermerò di certo, neanche se mi respinge, tanto è per finta».




Parole atroci e, purtroppo, ancora attualissime: la volontà di Angelica non conta, il consenso non esiste: c’è solo il brutale desiderio maschile. Ariosto si fa beffe di Sacripante. Il rozzo re di Circassia ha appena finito di parlare ed ecco che spunta un cavaliere vestito di bianco. Il nuovo venuto sfida Sacripante a duello, lo sconfigge in un lampo e lo lascia a terra umiliato. Pochi versi dopo si scopre chi è il misterioso cavaliere: è Bradamante, una fortissima guerriera cristiana. Una donna! Il maschilismo brutale di Sacripante viene dunque umiliato da una donna libera, controcorrente, che invece di restare nel ruolo sociale che la società dell’epoca le vorrebbe imporre, decide di combattere e di sfidare gli uomini alla pari, sconfiggendoli. Un’icona affascinante, che anticipa di secoli le lotte per l’emancipazione femminile. Sacripante, ferito nell’orgoglio, vedrà sfuggirsi anche Angelica poco dopo, quando a lui si contrapporrà in un nuovo scontro lo stesso Rinaldo, in precedenza citato. Tutti si battono per possedere Angelica e lei fugge sempre, ricordandoci che l’amore è dono reciproco, non è mai cattura e conquista.

Dopo mille peripezie, anche Angelica troverà l’amore. E accadrà non con un guerriero oberato di trofei, non con un tronfio cavaliere pieno di sé, non con qualcuno che indossa una impenetrabile armatura. L’amore non tollera corazze, non può riguardare gli egolatrici incapaci di sentire e vedere l’altro. L’amore è dono, appunto. L’amore è tenerezza, è compassione, è cura. Per questo i poeti spesso paragonano l’amore a una ferita: è un modo iperbolico per dire che amare significa sentire l’altro dentro, provare la sua gioia, ma anche essere disposti a condividere la sua sofferenza.

L’amore vero di Angelica nasce dalle ferite. Ferite che Medoro, un oscuro fante saraceno, ha subìto perché sorpreso dai cristiani mentre era impegnato nella nobile impresa di dare sepoltura al corpo del suo re Dardinello, caduto in battaglia e dimenticato. Medoro è una persona nobile d’animo e generosa: l’amore si radica nella parte più bella di noi e la risveglia. L’amore rifiuta le dinamiche di potere.

Angelica si imbatte in lui, quasi morto; lo cura, grazie alle tecniche mediche che ha imparato in Oriente. E lì accade un miracolo:

Quando Angelica vide il giovinetto

languir ferito, assai vicino a morte,

che del suo re che giacea senza tetto,

piú che del proprio mal si dolea forte;

insolita pietade in mezzo al petto

si sentí entrar per disusate porte,

che le fe’ il duro cor tenero e molle,

e piú, quando il suo caso egli narrolle.

Angelica, a poco a poco, si scopre innamorata di Medoro. Prendendosi cura di lui più che di sé stessa, donandogli ciò che ha, scopre un amore ben diverso da quello preteso dagli arroganti paladini. Un amore autentico:

Assai piú larga piaga e piú profonda

nel cor sentí da non veduto strale,

che da’ begli occhi e da la testa bionda

di Medoro aventò l’Arcier c’ha l’ale.

Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;

e piú cura l’altrui che ’l proprio male:

di sé non cura, e non è ad altro intenta,

ch’a risanar chi lei fere e tormenta.

Angelica «più cura l’altrui che il proprio male». Amare non è dimenticarsi di se stessi, non è umiliarsi: amare è però mettere il bene dell’altro al primo posto. Se ciò avviene reciprocamente, il cammino può iniziare.

È Angelica a rivelare il suo amore a Medoro. Anche questo passaggio è contro ogni regola dell’epoca, che vuole che sia l’uomo a chiedere in sposa la donna. Angelica invece fa il primo passo, è contraccambiata: i due si sposano nell’umile casa del pastore che li ha accolti. Un matrimonio antitradizionale, senza riti né banchetti. Un matrimonio semplice, che punta all’essenza. L’amore rende liberi, non si fa rinchiudere in schemi. L’amore apre avventure nuove, non è una storia già scritta.

Angelica e Medoro partono insieme. Orlando, il grande paladino che in virtù del suo valore e della sua smisurata forza si credeva in diritto di possedere la principessa del Catai, giunge nei pressi della casa del pastore, nei luoghi in cui è sbocciato l’amore tra i due. Quando scopre cosa è accaduto, si dispera, si strappa la corazza, distrugge tutto ciò che incontra, ormai folle. Rivedrà Angelica tempo dopo, emergendo nudo dalla sabbia della spiaggia di Tarragona: la principessa sta per caso passando di lì con Medoro. Orlando la insegue, cerca di catturarla; lei gli sfugge per l’ennesima volta. Ma la cosa terribile è che Orlando, ormai pazzo, non la riconosce nemmeno:

Come di lei s’accorse Orlando stolto,

per ritenerla si levò di botto:

cosí gli piacque il delicato volto,

cosí ne venne immantinente giotto [desideroso].

D’averla amata e riverita molto

ogni ricordo era in lui guasto e rotto.

Gli corre dietro, e tien quella maniera

che terria il cane a seguitar la fera.

Il suo inseguimento è bestiale. Orlando vede un “delicato volto” e lo desidera. Non vede la persona, non la riconosce, perché la passione egoistica e il desiderio di possesso nulla hanno a che fare con l’amore. Lo stalker non vede l’altro, non lo riconosce. Vede solo il suo desiderio, vede solo sé stesso.

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Sembra una favola a lieto fine. Nelle intenzioni dell'autore vuole essere una parabola, come le parabole evangeliche. Se però si lascia cadere l'interesse prevalente per la narrazione e si guarda al modo in cui sono presentati e si muovono i personaggi, allora si scopre un diverso contenuto del testo. Quelle che appaiono in successione sono figure del desiderio. Prima compare il desiderio astratto che nasce dalla contemplazione del simulacro, dalla bellezza che riluce e attira. E c'è anche la rivalità tra gli spasimanti, due cugini per nulla impressionati dalla parentela che li unisce. Poi compare Sacripante, lo smargiasso che vorrebbe possedere la fanciulla, uno stalker, si direbbe oggi. Viene tolto di mezzo da un'altra donna, Bradamante. Le figure femminili avanzano in primo piano e diventano protagoniste. Le vie dell'amore sono a volte tortuose, Angelica si trova davanti a Medoro, che non è in quel momento un maschio aitante nel pieno possesso delle sue facoltà, è "quasi morto". Lo cura, lo restituisce alla vita e se ne innamora. Il desiderio ha cambiato sesso, è diventato un fatto femminile. È lei che si fa avanti. In pieno Cinquecento, e in un ambiente popolato di cavalieri in armi, non è male. Al povero Orlando non resta che impazzire. Prende il posto di Sacripante, ora è lui lo stalker, il persecutore, prigioniero di un desiderio che non va oltre la sua persona e gli impedisce di vedere l'altro.   


https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/i-cantieri-dellitalianistica-ricerca-didattica-e-organizzazione-agli-inizi-del-xxi-secolo-2016/CAROCCI.pdf

Angelica è il simbolo: incarna il perturbante femminile, l’oggetto del desiderio, sempre inseguito, sempre sfuggente. Un vero e proprio emblema della femminilità. Forse proprio a questo ruolo si deve il fatto che, nonostante la sua indubbia centralità narrativa e simbolica, gli studi imperniati sul personaggio di Angelica siano relativamente scarsi, soprattutto se confrontati con quelli che si occupano di altre figure femminili del Furioso (Bradamante, Olimpia, Isabella).