lunedì 30 marzo 2026

I quadri rubati


Agence France-Presse

Dei ladri rubano dipinti di Renoir, Cézanne e Matisse del valore di milioni da un museo italiano.
The Guardian, 30 marzo 2026

Una settimana fa, dei ladri hanno rubato dipinti di Renoir, Cézanne e Matisse da un museo in Italia, secondo quanto riferito dalla polizia.

Quattro uomini mascherati sono entrati nella villa della Fondazione Magnani Rocca, vicino a Parma, nel nord Italia, e hanno rubato le opere d'arte nella notte del 22 marzo, ha dichiarato un portavoce della polizia, confermando una notizia diffusa dalla Rai.

Secondo quanto riportato dai media italiani, hanno rubato "Pesci" di Pierre-Auguste Renoir , "Natura morta con ciliegie" di Paul Cézanne e "Odalisca sulla terrazza" di Henri Matisse.

Natura morta con pesci, 1913, di Pierre-Auguste Renoir. Fotografia: Alamy

Secondo quanto riportato dalla BBC, il valore complessivo dei dipinti rubati era stimato in 9 milioni di euro (7,8 milioni di sterline).

I ladri hanno forzato la porta d'ingresso per entrare in una stanza al primo piano, per poi fuggire attraverso i giardini del museo. L'operazione è durata meno di tre minuti ed è stata pianificata e organizzata, ha dichiarato il museo all'emittente SkyTG24.

Grazie al sistema di sorveglianza e al rapido intervento della polizia e degli addetti alla sicurezza, non sono riusciti ad andare oltre, ha aggiunto il museo. La polizia sta esaminando i filmati delle telecamere di sorveglianza del museo e delle attività commerciali limitrofe, ha dichiarato un portavoce della polizia.

Odalisca sulla terrazza di Henri Matisse. Fotografia: Alamy

La Fondazione Magnani Rocca, situata a 20 km da Parma, ospita la collezione dello storico dell'arte Luigi Magnani, che comprende anche opere di Dürer, Rubens, Van Dyck, Goya e Monet. È stata fondata nel 1977.

Questo furto è l'ultimo di una serie di rapine ai danni di importanti musei europei.

Nell'ottobre dello scorso anno, dei ladri si sono introdotti nel Louvre di Parigi in pieno giorno, fuggendo in meno di otto minuti con gioielli per un valore di 102 milioni di dollari.

domenica 29 marzo 2026

La sorte di Antonella Bundu

Vincenzo Brunelli
Elezioni Toscana. il Tar respinge il ricorso di Antonella Bundu: resta fuori dal Consiglio regionale

Corriere fiorentino, 19 febbraio 2026

 Il Tar ha respinto il ricorso di Antonella Bundu che quindi, al momento, resta fuori dal consiglio regionale della Toscana. La Bundu candidata governatrice alle elezioni regionali dello scorso autunno aveva superato la soglia di sbarramento a livello personale ma non come lista. Cioè aveva preso più voti più voti come candidata presidente che come lista "Toscana Rossa" che era invece rimasta sotto la soglia, anche se di di poco.

La lista "Toscana Rossa" aveva raccolto infatti 57.250 voti, pari al 4,51% dei consensi espressi. Erano stati invece 72.321 i voti raccolti da Antonella Bundu come candidata presidente. Di questi 72.321, sono oltre 11.200 i voti espressi esclusivamente per Antonella Bundu (non rientra in questo caso chi si è avvalso della possibilità di voto disgiunto). 


Il ricorso verteva proprio sulla possibilità di attribuire i voti assoluti espressi alla sola candidata presidente anche alla lista, in modo da consentirle di oltrepassare il tetto del 5% fissato dalla legge elettorale per poter entrare in Consiglio regionale. Tesi non accolta dai giudici del tribunale amministrativo che nei prossimi giorni pubblicherà le motivazioni al momento assenti nel dispositivo. Molta l'amarezza nella lista unitaria di sinistra, nella quale erano confluite anche Rifondazione comunista, Possibile e Potere al Popolo. 

Con questa sentenza la "sinistra sinistra" resta ancora fuori dal Consiglio regionale. «Ricorreremo in Appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar regionale», ha affermato Antonella Bundu. Quando saranno pubblicate le motivazioni si comprenderà meglio il ragionamento dei giudici del Tar della Toscana. 

Un altro ricorso, riguardante Fratelli d'Italia e la circoscrizione elettorale di Pisa, sempre per le elezioni regionali dello scorso autunno, invece, è stato rinviato all'udienza del 6 maggio, dopo che la Prefettura pisana avrà consegnato tutte le schede elettorali ai giudici amministrativi. Il ricorso in questo caso è stato presentato da Serena Bulleri, candidata di Fratelli d'Italia.




La nuova Francia

Il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko (a sinistra), viene applaudito dai suoi sostenitori, così come il vicesindaco di Pierrefitte, Farid Aid (a destra), dopo la prima seduta del nuovo consiglio comunale di Saint-Denis-Pierrefitte (Seine-Saint-Denis), il 21 marzo 2026. LUDOVIC MARIN/AFP

Philippe Bernard
"Appena eletto, Bally Bagayoko incarna sia la cruda realtà del razzismo sia la possibilità di una risposta dignitosa e determinata"

Le Monde, 28 marzo 2026

Una volta risolta, la questione è fondamentale per la società francese, e in particolare per la sinistra. Come possiamo favorire la convivenza di popolazioni sempre più eterogenee, legate all'affermazione della propria storia e sempre meno tolleranti nei confronti delle persistenti discriminazioni? Il percorso da intraprendere deve evitare due insidie: da un lato, l'invocazione rituale, senza progressi concreti, di ideali repubblicani egualitari; dall'altro, la divisione sociale, terreno fertile per i conflitti.

La questione è tutt'altro che nuova. Negli anni Ottanta e Duemila, si è delineato un certo consenso politico attorno all'idea di "integrazione", una via di mezzo tra un'"assimilazione" che ignorava le origini e la reclusione in "comunità" ermetiche. Questa prospettiva si trova ora in un vicolo cieco. Da un lato, la destra e l'estrema destra, aggrappate al mito di un'identità nazionale immutabile, considerano l'"integrazione" fin troppo generosa, perché riconosce sia l'uguaglianza sia il legame con le proprie origini. In un contesto esacerbato dall'ascesa delle politiche identitarie e dal ricordo di numerosi attentati terroristici, figure come Bruno Retailleau e Marine Le Pen vogliono lasciare come unica scelta l'assimilazione e l'esclusione dalla comunità nazionale. Una dicotomia segregazionista, irrealistica e impoverente.

A sinistra, alcuni hanno respinto l'idea di "integrazione" come eredità del dominio coloniale, senza tuttavia sostituirlo realmente. Eppure, in un Paese che si è arricchito ininterrottamente grazie ai contributi stranieri per oltre un secolo e mezzo, e dove quasi un terzo dei cittadini adulti ha almeno un genitore o un nonno immigrato, un discorso politico lungimirante su questo tema è essenziale.

"Collegamento mancante"

Con l'idea di "creolizzazione", Jean-Luc Mélenchon ha avuto il merito di aver delineato una visione nel 2020. Questo modo di "trasformarsi continuamente senza perdere se stessi", ispirato al pensatore martinicano Édouard Glissant, non era "un programma, ma un fatto", affermò all'epoca con grande convinzione il leader de La France Insoumise (LFI). Spiegò di voler costruire "l'anello mancante tra l'universalismo e la realtà vissuta che lo contraddice" e presentò la creolizzazione come un mezzo per opporsi "alla divisione del nostro popolo lungo linee religiose o etniche".

Purtroppo, il "programma" e la strategia politica hanno ripreso il sopravvento. La "nuova Francia", lo slogan che Mélenchon ha recentemente sostituito a "creolizzazione", è pensata per alimentare la linea di confronto de La France Insoumise (LFI). Rispecchiando la visione dell'estrema destra, che si rifiuta di considerare le popolazioni di origine immigrata come pienamente francesi, il nuovo slogan le contrappone a una "vecchia Francia", mai esplicitamente nominata ma descritta come "arretrata e razzista" da Mélenchon a Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) il 20 marzo, nel suo discorso di omaggio al nuovo sindaco "indomabile", Bally Bagayoko, eletto al primo turno delle elezioni comunali.

Contrapponendo una "Francia razzializzata" a una "Francia razzista", Mélenchon abbandona il terreno sociale della sinistra e, ribaltandolo, alimenta la retorica identitaria dell'estrema destra che vuole far credere alla gente in una competizione tra popolazioni "vecchie" e "nuove".

A Saint-Denis, grande città e una delle più povere dell'Île-de-France, nonché luogo di accoglienza storico per tutte le ondate migratorie, sia dalle province che dall'estero, la vittoria del signor Bagayoko, 52 anni, dirigente della RATP (l'azienda di trasporto pubblico di Parigi), nato in Francia da genitori maliani, rappresenta un potente simbolo di "integrazione". Insieme a numerose altre vittorie di candidati con un background simile nei quartieri operai, da Vénissieux (area metropolitana di Lione) a Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis), e da Vaulx-en-Velin (area metropolitana di Lione) a Mantes-la-Jolie (Yvelines), l'elezione di Bagayoko segna una rottura con un lungo periodo in cui i "vecchi" partiti di sinistra (il Partito Socialista e il Partito Comunista Francese) si sono mostrati restii a promuovere questi profili, rappresentativi della popolazione.

La tempesta mediatica ostile che si è abbattuta sul nuovo sindaco di Saint-Denis, quando l'estrema destra ha insistito per sentire la parola "neri" invece di "re" quando ha dichiarato che la sua città, sede della necropoli dei re di Francia, è "la città dei re e dei vivi ", dimostra in modo drammatico quanto sia lontana l'accettazione del diritto delle persone di origine immigrata a ricoprire posizioni di potere. Questo episodio non fa che alimentare il mito di una guerra razziale in corso in un paese segnato dai suoi quartieri ghettizzati, ma anche paladino dei matrimoni interrazziali.

Il signor Bagayoko, che ha reagito con notevole compostezza a questa provocazione, sembra in grado di resistere alla "razzializzazione" promossa dal suo stesso partito. Nel dicembre 2025, Sébastien Delogu, a sua volta candidato di La France Insoumise (LFI) alle elezioni comunali di Marsiglia, si recò a Saint-Denis per offrire il suo sostegno, invitando i residenti di Saint-Denis a eleggere una persona "razzializzata" affinché "il vero popolo di Francia potesse riprendere il potere ". E, poco dopo la sua elezione, il signor Mélenchon si recò a Saint-Denis per proclamare la "vittoria della 'nuova Francia '" . Ciò non impedì al neoeletto di prendere le distanze dal termine "razzializzato", che a suo avviso riabilita la finzione della razza, allarga le divisioni e tende ad assegnare alle persone un'identità che non hanno necessariamente scelto.

Rincuorato dalla sua schiacciante vittoria, si è spinto fino a dichiarare su RMC di "non gradire molto il termine 'razzializzato'" e di preferire definire la "nuova Francia" come quella dei "figli della Repubblica ed eredi dell'immigrazione ". Eletto a fatica, Bagayoko incarna sia la cruda realtà del razzismo sia la possibilità di una risposta dignitosa e determinata. Forse, se osiamo sognare un po', rappresenta anche una sintesi tra l'orgoglio per le proprie origini e la rivendicazione del "diritto all'indifferenza", da cui la sinistra potrebbe trarre ispirazione.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/29/jean-luc-melenchon-nourrit-la-rhetorique-identitaire-de-l-extreme-droite-en-opposant-une-france-racisee-a-une-france-raciste_6675167_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=2


L' onda anomala

Diego Motta
Messaggio per i partiti: il referendum ha segnato il passaggio alla politica "on demand"

Avvenire, 28 marzo 2026

L'ultima consultazione referendaria ha forse segnato la fine della politica post-ideologica e ha inaugurato una nuova stagione. È quella che analisti ed esperti di consenso hanno non a caso chiamato politica "on demand".  È un fenomeno che si comprende se si guarda in particolare alle due grandi novità che hanno caratterizzato sia l'affluenza che l'esito finale a favore del "no": la partecipazione inattesa dei giovani e il malessere del Mezzogiorno, a partire dalle grandi città.
Se almeno quattro milioni di voti raccolti dai contrari alla riforma del governo non sono infatti ascrivibili agli elettori del centrosinistra (che dovrà conquistarseli tutti, uno ad uno, alle prossime Politiche, se vorrà avere speranze di vittoria) è perché nelle urne si è manifestata un'onda anomala, solo in parte inattesa. È quella che si mobilita, come accade già ad esempio nella vicina Svizzera, per singoli grandi temi come l’immigrazione e le tasse.
Secondo questo modo di intendere l'impegno civico e la vita pubblica, ci si muove per andare ai seggi solo se ne vale la pena, se l'argomento in questione è meritevole, se in discussione ci sono diritti da garantire o da difendere, se ci si accorge che i partiti e il Palazzo non devono avere l'ultima parola in capitolo.
Si tratta di condizioni che l'ultimo quesito referendario rispettava in pieno, consentendo ad esempio ai più giovani di sentirsi parte a pieno titolo della partita, una volta chiamati in causa, perché il dibattito ai loro occhi presentava caratteristiche semplici e immediate.
Era una scelta sulla tutela della Costituzione più che sulla separazione delle carriere, sulla difesa della magistratura più che sulle mire della politica, sull'operato di un esecutivo percepito lontano e ostile più che sulle prospettive dell'opposizione. Quando si percepisce che «il mio voto conta», è automatico incuriosirsi e impegnarsi, coinvolgendo altre persone.
Era stato così, in tono assolutamente minore, già per il quesito sulla cittadinanza ai figli dei migranti, che aveva coinvolto la “generazione Z” senza però dare risultati visibili. Dietro a tutto questo, c'è poi un "metodo" sperimentato negli anni, soprattutto a sinistra, di collaborazione tra realtà sociali capaci di lavorare in rete. Il "no" è così diventato "cool", quasi alla moda, ed è stato veicolato in modo rapido ed efficace dalle nuove piattaforme, su cui adolescenti e giovani si muovono con una padronanza sconosciuta agli adulti. Il resto l'ha fatto, come detto, un governo sin qui incapace di parlare ai giovanissimi e ai giovani.
Lo stesso discorso, sia pur a partire da un contesto differente, riguarda il Sud. Abbandonato a se stesso, orfano di una classe dirigente in grado di pesare a livello centrale, privato di strumenti simbolici come fu il reddito di cittadinanza, il Mezzogiorno è tornato a lanciare messaggi: la battaglia per tutelare i ceti popolari delle periferie intrappolati sempre più nelle maglie di una povertà endemica e la necessità di dare segnali efficaci sul versante del lavoro e della dispersione scolastica sono state le ragioni alla base del voto di protesta veicolato con il “no” al referendum.

Anche in questo caso ci si è attivati “on demand”, su richiesta. È stato un voto di “sofferenza sociale” verso lo stato delle cose, a partire dall’incerta situazione socioeconomica. Non si trattava di scegliere un partito piuttosto che un altro, un fattore che avrebbe messo in difficoltà verosimilmente milioni di elettori. Era sufficiente alzare le antenne per rendersi conto che stava per aprirsi un altro tipo di partita elettorale. Di sicuro, quando la prossima volta si andrà a votare per le Politiche, intercettare il vento nuovo della società civile e riportare alle urne tanti elettori “a sorpresa” di questa tornata referendaria sarà un compito più difficile per tutti.

No Kings, la politica ritrova il suo posto


No Kings, no party, verrebbe da dire. Party come partito, in questo caso. Un corteo imponente, anche se la cifra di 300mila è esagerata. Forse 50mila si avvicina di più alla consistenza reale. E il Manifesto sceglie come titolo del giorno Realpolitik. Come dire che è questa la politica vera. Per carità, è vera pure la politica dei palazzi romani, anche se non sembra avere lo stesso respiro e soprattutto è malata di senescenza acuta, lontana da ogni freschezza. Ezio Mauro oggi nel suo editoriale sulla Repubblica chiama in causa "lo spirito repubblicano residuo del paese, quel patriottismo costituzionale che ci tiene insieme, in una storia comune". Gli fa eco, sullo stesso giornale, Giuliano Amato quando scrive: "L'ingresso dei più giovani nell'arena politica è un cambiamento davvero importante per la nostra asfittica e fragile democrazia. Contro il populismo della destra ma anche contro il populismo di sinistra. Schiacciata sui sondaggi, la nostra politica ha perso il futuro. E possono restituirglielo solo i giovani che il futuro ce l'hanno dentro, sensibili più di tutti gli altri ai temi della sostenibilità del pianeta e alla difesa della pace". Messaggio ricevuto (e trasmesso), in fin dei conti. La verità, come la menzogna, è contagiosa. Una volta emersa, si diffonde, si espande, guadagna proseliti cammin facendo. Prima o poi è destinata a raggiungere anche i piani alti del potere costituito. La persistente popolarità del presidente Mattarella era già un segnale premonitore del cambiamento in atto. Altri seguiranno per via di una svolta che ormai si impone alla luce del sole. Altro che primarie, altro che campo largo. Campo aperto agli istinti vitali della democrazia. 

Fabrizio Caccia
"No Kings", in migliaia alla sfilata contro le guerre. Gli attacchi a Meloni
Corriere della Sera, 29 marzo 2026

Da piazza della Repubblica a San Giovanni, a Roma, è sfilato il corteo Nokings Italy, la manifestazione internazionale «contro i re e le loro guerre». E anche per dire «no all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione», e «no al governo». Bloccata la tangenziale. A poche ore dall’inizio della manifestazione l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis è stata «controllata» dalla polizia nella sua camera d’albergo. «L’Italia è ormai un regime» ha commentato Salis. «Un atto dovuto in base agli obblighi internazionali» per una richiesta arrivata dalla Germania, la replica della Questura.

ROMA «Questa è la piazza del No al referendum», dice il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla testa del corteo dei No Kings Italia, con lo striscione «Per un mondo libero dalle guerre» dietro cui sfilano 700 sigle tra partiti, sindacati, associazioni (Anpi, Arci), pacifisti, pro Pal. È la tappa nazionale della mobilitazione globale, da Londra a Minneapolis, intitolata «Together: contro i Re e le loro guerre». Così, la piazza intona slogan contro Trump, Netanyahu, Orbán, ma anche contro la nostra premier («Giorgia Meloni vattene») perché il sottotesto del grande corteo romano, il primo dopo il referendum, è proprio quello di «mandare a casa il governo» nel 2027. In piazza, oltre a Landini e alla Fiom, ci sono anche Angelo Bonelli («un’altra Italia è possibile») e Nicola Fratoianni di Avs.

Davvero, come dice Landini, sembra la piazza dei No: ci sono i giovanissimi della Genz, ma anche i nuovi e vecchi leader dei movimenti. C’è Andrea Alzetta, detto «Tarzan», dello spazio romano occupato Spin Time a rischio sgombero e a pochi metri sfila Luca Casarini dell’ong Mediterranea. Nel 2000 militavano insieme nei Disobbedienti. E poi ecco Piero Bernocchi dei Cobas («l’anno prossimo compirò 80 anni, abbiamo perso un sacco di volte, ora godiamoci il momento») e il veneziano no global Tommaso Cacciari, nipote di Massimo, che mette in guardia il centrosinistra: «La potenzialità per mandare a casa Meloni ci sarebbe, ma questi partiti non riescono a intercettare la grande voglia di cambiamento, hanno dietro vecchie logiche, invece dovrebbero mettersi in ascolto, al servizio dei movimenti».

Si temevano violenze, mille agenti mobilitati, per l’arrivo dei torinesi di Askatasuna, bloccati però in partenza dal debutto del «fermo preventivo». Lo striscione verde «Il consenso è sexy! Fermiamo il ddl Bongiorno» dell’associazione Non una di meno regala invece un sorriso. Restano però impresse brutte immagini: bruciati due cartelloni con le bandiere di Usa e Israele. E poi le foto di Meloni, del presidente del Senato La Russa e del ministro della Giustizia Nordio a testa in giù. Alla loro destra una lugubre ghigliottina di cartone. «Quanto odio», s’indigna Simonetta Matone, deputata della Lega. E Stefania Craxi, neo presidente dei senatori FI, parla di «segnali di regressione democratica».

È il 28 marzo, per gli anarchici l’anniversario del suicidio di «Baleno», Edoardo Massari, a Torino nel 1998. Ci sono anche loro a Roma (i milanesi del Ponte della Ghisolfa hanno portato pure una bandiera del Leonka) e all’esquilino viene srotolato uno striscione per Alfredo Cospito («contro il 41bis, lo Stato tortura, Alfredo libero») e un altro per Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti a Roma preparando un ordigno («se viviamo è per far saltare la testa dei re»).

Sventolano bandiere della Palestina, dell’iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della Pace. «Siamo 300 mila», annunciano gli organizzatori. Così tanti, anche se la Questura non conferma, che il percorso inizialmente previsto, da piazza Esedra a San Giovanni, si allunga fino al Verano passando per la tangenziale est: «Blocchiamo la tangenziale, blocchiamo il governo», si grida dal carro di testa.

sabato 28 marzo 2026

La sconfitta delle big tech

 

Brianna Ghey in piedi in un parco con la neve a terra
Brianna Ghey. Fotografia: Dispensa familiare/PA 

Dan Milmo e Robert Booth
È finito il tempo dell'invincibilità: la settimana in cui  le grandi aziende tecnologiche sono state messe a tacere

The Guardian, 28 marzo 2026

La giovane donna al centro di quello che è stato definito il momento del “grande tabacco”(*) del settore tecnologico è stato su YouTube alle sei e Instagram alle nove. Più di un decennio dopo, dice, non può ancora vivere senza i social di cui è diventata dipendente.

“Non posso, è troppo difficile stare senza di esso”, ha detto Kaley, oggi 20enne, a una giuria del tribunale superiore di Los Angeles. Questa settimana, cinque uomini e sette donne hanno pronunciato un verdetto sul design di due delle app più popolari al mondo che hanno confermato la posizione di Kaley.

La sentenza ha inviato onde d'urto attraverso la Silicon Valley e ha suscitato la speranza tra le famiglie e gli attivisti per la sicurezza dei bambini che il cambiamento potrebbe finalmente arrivare sui social media. Meta di Mark Zuckerberg e YouTube di Google sono stati ritenuti responsabili della progettazione di prodotti che creano dipendenza utilizzati da Kaley e milioni di altri giovani.

È stato un caso incentrato sulla sofferenza di una giovane che è diventata  depressa a 10 anni e autolesionata, ma Kaley, indicata con il suo nome o le iniziali KGM al fine di proteggere la sua privacy, è stato il prestanome per una lotta molto più grande.

“Volevamo che lo sentissero”, ha spiegato uno dei giurati ai giornalisti. “Volevamo che si rendessero conto che questo era inaccettabile”.

Le mani tengono un grande striscione bianco con nomi e età che lo coprono
I genitori che dicono di aver perso i figli a causa dei social media tengono in piedi uno striscione con i loro nomi fuori dal tribunale di Los Angeles. Fotografia: Mike Blake/Reuters

“L’era dell’invincibilità delle big tech è finita”, ha detto il Tech Oversight Project, un cane da guardia di Washington DC che si definisce un David a Golia della Silicon Valley. Anche il principe Harry ha pesato: “La verità è stata ascoltata e sono stati stabiliti precedenti”. I prezzi delle azioni di Meta e Alphabet, la società madre di Google, sono affondati.

Il verdetto è stato il secondo colpo in una settimana per le grandi tecnologie dopo che Meta, che possiede Facebook e Instagram, è stato condannato a pagare $375m (£ 282m) da un tribunale del New Mexico. Una giuria ha scoperto che ha ingannato i consumatori sulla sicurezza delle sue piattaforme. Questi avevano caratteristiche che “ha permesso ai pedofili e ai predatori di impegnarsi nello sfruttamento sessuale dei bambini” e sono stati intenzionalmente progettati per ottenere giovani dipendenti da loro, ha detto il dipartimento di giustizia dello stato.

A $ 6m, i danni nella causa in California erano relativamente piccoli, ma le conseguenze dei doppi verdetti saranno molto maggiori. È stata una settimana in cui una campagna lunga anni per spostare l'equilibrio di potere tra la grande tecnologia e i bambini sembrava finalmente guadagnare slancio.

Meta, YouTube, Snapchat e TikTok stanno affrontando migliaia di cause legali simili nei tribunali statunitensi, verificando se le loro piattaforme fossero progettate per creare dipendenza. Se perdono, i danni potrebbero essere paralizzanti.

A livello internazionale, i governi stanno iniziando a frenare la presa delle grandi tecnologie sull’attenzione dei bambini. Da questo fine settimana, il governo indonesiano sta seguendo l’Australia nel imporre la disattivazione di account di social media “ad alto rischio” appartenenti a bambini sotto i 16 anni. Questo mese il Brasile ha promulgato una legge sulla sicurezza online per proteggere i bambini contro l’uso compulsivo, e nel Regno Unito il primo ministro, Keir Starmer, ha risposto al verdetto di Los Angeles dicendo: “Dobbiamo fare di più per proteggere i bambini”. Ha citato un potenziale divieto di social media del Regno Unito per gli under 16 e frena su caratteristiche di dipendenza, come lo scorrimento infinito – la fornitura apparentemente senza fondo di nuovo materiale quando un utente raggiunge la fine del proprio feed – e i video di riproduzione automatica.

La geopolitica della tecnologia

I verdetti dei processi hanno anche coinciso con uno spostamento della geopolitica della tecnologia. Il timore di sconvolgere Donald Trump, tenuto dai paesi altrimenti desiderosi di stringere il guinzaglio sui social media, sembra placarsi. Figure di spicco della destra conservatrice del partito repubblicano del presidente degli Stati Uniti sono ora tra le più accese nel chiedere protezioni per i bambini.

“Per molto tempo i governi hanno rinviato all’UE e agli Stati Uniti per impostare la politica di Internet”, ha dichiarato Matt Kaufman, responsabile della sicurezza di Roblox, una piattaforma di gioco e messaggistica colpita dal divieto dell’Indonesia. “Ora tutti gli altri stanno recuperando e dicendo: ‘Vogliamo fare cose che sono giuste per il nostro paese’”.

Bambini seduti a terra a guardare smartphone e tablet in un vicolo
Bambini che giocano giochi online l'uno contro l'altro in un vicolo a Giacarta. L’Indonesia inizierà a disattivare gli account minorenni su piattaforme “ad alto rischio”. Fotografia: Yasuyoshi Chiba/AFP/Getty Image

Tutto ciò significa che l'ottimismo sta iniziando a crescere tra gli attivisti per la sicurezza. Esther Ghey, la madre dell’adolescente britannica uccisa Brianna Ghey, che vede molte somiglianze tra la storia di Kaley e quella di Brianna, spera che il cambiamento stia arrivando.

“Finalmente, penso che questo creerà un cambiamento”, ha detto al Guardian dopo i verdetti di questa settimana.

La figlia di Ghey è stata uccisa nel 2023 e crede che la dipendenza dai social media abbia contribuito ai problemi di salute mentale di sua figlia, portando a correre rischi con la sua sicurezza personale. Brianna, che era transgender, è diventata isolata come Kaley attraverso l'uso pesante dei social media, e ha sofferto di ansia e dismorfia corporea.

 Tuttavia, una lunga lotta legale potrebbe ancora essere in vantaggio mentre le aziende tecnologiche reagiscono. Meta, una società da $ 1.4tn, ha detto che “non siamo rispettosamente in disaccordo” con la decisione della giuria e faremo ricorso in appello. “La salute mentale degli adolescenti è profondamente complessa e non può essere collegata a una singola app”, si legge. Google ha detto che avrebbe anche fatto appello, aggiungendo che il caso “fraintende YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, non un sito di social media”. La questione potrebbe alla fine dirigersi alla corte suprema.

Questa settimana è stato anche chiaro che i baroni della tecnologia conservano un sacco di influenza politica. Lo stesso giorno del verdetto di Los Angeles, Trump ha nominato Zuckerberg e l'ex boss di Google Sergey Brin, che rimane nel consiglio di amministrazione della società, nel suo consiglio scientifico e tecnologico.

Tuttavia, il caso di LA viene considerato così importante perché avanza una nuova teoria giuridica: che un prodotto software come un'app di social media può essere difettoso e causare lesioni personali.

Fino ad ora, le piattaforme tecnologiche sono state protette dalla sezione 230 della US Communications Decency Act, che assolve le aziende dalla responsabilità per i contenuti pubblicati. Ma il verdetto di LA ha trovato responsabilità con la piattaforma stessa, non con il contenuto.

“Questa è essenzialmente una chiamata alle armi per gli avvocati querelanti, che hanno avuto successo almeno una volta nell’ottenere un verdetto multimilionario contro la tecnologia”, ha detto Jessica Nall, partner dello studio legale di San Francisco Withers, che rappresenta i dirigenti tecnologici.

Il messaggio è: “Andiamo per di più”.

Gli attivisti stanno parlando di un “grande momento di tabacco” – un parallelo all’ondata di cause legali che hanno costretto l’industria delle sigarette degli Stati Uniti a revisionare le pratiche di marketing e a trovare un accordo multimiliardario con gli stati degli Stati Uniti.

Arthur Béjar, un informatore di Meta e testimone alle prove del New Mexico e della California, ha detto di sperare che Meta ridisegni i suoi prodotti, guardando di nuovo a caratteristiche come a scorrimento infinito e pulsanti “mi piace”.

“Penso che uno degli aspetti più importanti di queste prove sia tutta la documentazione interna che sta vedendo la luce del giorno, su quanto Meta sapesse di questi danni e ha ingannato i genitori e le autorità di regolamentazione a riguardo”, ha detto l’ex ingegnere senior di Meta. “Spero che galvanizza le autorità di regolamentazione di tutto il mondo per fare ciò che è necessario per rendere questi prodotti dimostrabilmente sicuri”.

Nel Regno Unito, i verdetti hanno rafforzato una crescente aspettativa di divieto per gli under 16 di accedere ai social media. Un lobbista tecnologico ha detto che l’industria era “consapevole che ci stiamo muovendo verso un divieto” e potrebbe “inghiottirlo”, in parte perché non hanno fatto molti soldi dai conti dei bambini. All’interno di Whitehall, le persone paragonano il momento al divieto di fumare al chiuso quasi 20 anni fa, suggerendo alle persone di chiedersi perché non è arrivato prima.

Molly Russell in posa per una foto nella sua uniforme scolastica
Un medico legale di Londra ha concluso che Molly Russell è morta per “effetti negativi dei contenuti online”. Fotografia: Dispensa familiare/PA

Martedì, la logica per il cambiamento è stata messa a fuoco alla scuola elementare Cadbury Heath di Bristol. Il ministro della sicurezza online, Kanishka Narayan, ha incontrato una classe di ragazzi di 10 e 11 anni, tutti che hanno usato i social media.

“Quattro ore e poi è [come] dove è finito tutto quel tempo?” ha detto un ragazzo sulla sua abitudine su YouTube. “È solo che non c’è più, scorrendo tutto il tempo”.

“Si crea dipendenza”, ha detto un altro. “Quando sei sugli schermi per molto tempo non riesci a dormire e poi sei fino alle due o tre del mattino e poi hai la scuola il giorno dopo”.

Eppure resta il dubbio su quanto i social media siano in realtà “additivi”.

Definire la dipendenza dai social media

“Anche se abbiamo una vasta gamma di dati sul tempo sullo schermo dei bambini e sul comportamento online, sappiamo ancora troppo poco su come queste abitudini influenzano la salute, il benessere e le capacità cognitive dei bambini”, ha detto Chi Onwurah, presidente del comitato di selezione della scienza e della tecnologia dei Comuni, che ha avviato un’indagine questa settimana sulle neuroscienze e le infanzie digitali.

I processi limitati di un divieto sui social media stanno appena iniziando nel Regno Unito e Mark Griffiths, professore emerito di dipendenza comportamentale alla Nottingham Trent University, ha dichiarato: “Pochissimi individui sono sinceramente dipendenti dai social media.

“Le società di social media hanno incorporato caratteristiche strutturali che sono state progettate per mantenere le persone sulle piattaforme il più a lungo possibile”, ha detto. “Queste caratteristiche non riguardano le persone allo stesso modo, ma per coloro che sono vulnerabili o suscettibili, svolgono un ruolo nello sviluppo di un uso problematico”.

Durante il processo in California, l’amministratore delegato di Instagram, Adam Mosseri, ha dichiarato che i social media non sono “clinicamente coinvolgenti”.

Questo potrebbe sembrare spaccare i peli alle famiglie che hanno subito le peggiori conseguenze dei danni dei social media.

L’avvocato di Kaley, Mark Lanier, ha detto che caratteristiche come notifiche e “mi piace”, l’autoplay e la pergamena infinita equivalevano a “l’ingegneria della dipendenza”. “Questi sono cavalli di Troia: sembrano meravigliosi e grandiosi”, ha detto. “Ma tu li inviti dentro e loro prendono il sopravvento”.

Ian Russell ha fatto una campagna per la sicurezza online da quando sua figlia adolescente Molly Russell è morta per quello che un medico legale ha concluso essere un atto di autolesionismo mentre soffriva di depressione e “gli effetti negativi dei contenuti online”. Russell ha detto che “nulla è cambiato materialmente” al centro delle aziende tecnologiche negli ultimi nove anni. È scettico su un divieto sui social media, sostenendo che potrebbe ridurre la pressione sulle aziende tecnologiche per sistemare i loro prodotti.

“Ora abbiamo bisogno di volontà politica da parte dei governi per trasformare queste sentenze di riferimento in un cambiamento fondamentale nei modelli di business e nelle funzionalità che guidano contenuti dannosi e mantengono i nostri figli agganciati sui social media”, ha detto.

Testimoniando durante il processo di Los Angeles, Zuckerberg ha ammesso che “un’azienda ragionevole dovrebbe cercare di aiutare le persone che utilizzano i suoi servizi”.

Béjar ha detto che questa settimana è stato un momento per il mondo per far rispettare questo principio.

“Ora è la mossa del mondo”, ha detto. “Il mondo deve dimostrare che, sulla base di tutte queste conoscenze, può regolare efficacemente queste aziende”.

 

(*)  Lo scandalo di "Big Tobacco" si riferisce alla sistematica dissimulazione, per decenni, da parte delle principali compagnie tabagiste, dei rischi mortali per la salute legati al fumo e della natura dipendente della nicotina. . Le aziende hanno manipolato i livelli di nicotina, creato campagne pubblicitarie ingannevoli (specialmente verso giovani e minoranze) e ostacolato le normative.

L'ossessione del capo

Gad Lerner
Ora non mettetevi a cercare un capo anche a sinistra

il manifesto, 28 marzo 2026 

Tipico della sinistra è diffidare dei leader che chiedono pieni poteri per portare a termine i loro programmi. No Kings, appunto. Che si tratti dell’aspirante dittatore Trump o di una Giorgia Meloni che vorrebbe farsi eleggere capo di governo direttamente dal popolo.

Nell’epoca dei nazionalismi aggressivi, peraltro, i leader di destra, per quanto ideologicamente affini, presto o tardi sono per natura destinati a cozzare l’uno con l’altro; provocando in sequenza guerre commerciali, guerre militari e guerre civili. L’Internazionale dei capi nazionalisti di destra, insomma, oltre che un bisticcio di parole è solo una distopia contemporanea.

L’internazionalismo resta vocazione di una sinistra che non ha bisogno di simili condottieri.

Suggerisco dunque alcune precauzioni a chi, galvanizzato dalla netta vittoria dei no al referendum, avvicinandosi la fine della legislatura rischia d’incartarsi nelle procedure di designazione della leadership alternativa al malgoverno di destra.

Anzitutto ricordiamoci i sommovimenti che hanno anticipato negli ultimi anni l’imprevisto, massiccio «ritorno alle urne» di donne e giovani in prima fila per difendere la nostra costituzione. Mobilitazioni su tematiche di genere, sociali, contro il riarmo, di solidarietà a un popolo massacrato nell’indifferenza se non con la complicità dei nostri governanti, promosse più dall’esterno che dall’interno dei partiti progressisti.

La sinistra cresce quando si autogestiscono dal basso moti di cambiamento della società. La storia della sinistra ci ricorda che a interpretare e dare sbocco politico a questi moti sono stati leader per nulla carismatici, semmai piuttosto schivi. Da Gramsci a Berlinguer, il contrario di uomini forti. Più di recente, Prodi non ha certo battuto elettoralmente Berlusconi ricorrendo alla forza mediatica.

Dal 2022 fino a lunedì scorso i notisti politici più smaliziati non facevano che ripetere che il governo Meloni cammina sul velluto perché l’opposizione non esprime un’alternativa credibile. Non sarà vero il contrario? Le apparenze non sono state smentite dalla realtà?

Prendiamo il caso di Elly Schlein, quella del «non ci hanno visto arrivare». Se fin qui ha conseguito risultati migliori di chi l’ha preceduta alla guida del Pd dipende forse proprio dal suo essere una anti leader. Snobbata dall’establishment e dalla stampa che conta, è espressione di una militanza contemporanea più orizzontale che verticale, a loro poco comprensibile. Se volete, Schlein è la non leader di cui aveva bisogno un non partito giunto sul punto di esplodere ma che, in questa strana forma, si è rafforzato. Pure l’Alleanza verdi sinistra (Avs), sdoppiata e sfumata nella sua insolita leadership Fratoianni-Bonelli due volte maschile, registra una crescita di consensi da quando a guidare questa parte della sinistra erano Bertinotti o Vendola. In campo sindacale, ora che volge al termine il secondo mandato della segreteria Landini, resta controverso se abbia giovato alla Cgil la centralità mediatica assunta dalla sua figura.

Poi c’è Giuseppe Conte, l’uomo che l’anno scorso all’Assemblea costituente del M5s escludeva un’«alleanza organica e strutturata col Pd» mentre ora è stato il più lesto a formalizzare l’idea di primarie aperte del campo progressista. Pur forte dell’ottima reputazione che si è costruito da premier negli anni duri del Covid, Conte non scorderà certo che nel 2018 a presceglierlo furono Di Maio e Salvini, mica il popolo delle primarie. Altri tempi, certo. Ma che l’elettorato di sinistra si riconosca nella sua leadership fortemente personalizzata, è tutto da dimostrare. Mi permetto di dubitare dei sondaggi che circolano.

In definitiva: se primarie hanno da esservi, primarie siano. Ma la sinistra non deve sentirsi minorata perché non ha la sua Meloni: un’aspirante queen – o king – che la crisi mondiale ha già ridimensionato.

 

Andrea Carugati
Il macigno delle primarie per un'alleanza ancora fragile

il manifesto, 26 marzo 2026

Nella storia del centrosinistra non ci sono mai state primarie vere tra due leader di partiti diversi: per Prodi nel 2005 ci fu un plebiscito, la sfida tra Renzi e Bersani del 2012, in fondo, era tra esponenti dello stesso Pd. Le primarie tra Schlein e Conte (più qualche candidato di bandiera) sarebbero un inedito, con tutti i rischi che questo comporta: i due partiti non si sono mai presentati alleati alle politiche, la prevalenza di uno dei due segretari, soprattutto in mancanza di un robusto cemento programmatico, rischia oggettivamente di produrre divisioni, di mettere a rischio l’esistenza stessa della coalizione, di ottenere il risultato che pezzi di Pd e di M5S potrebbero non riconoscersi nella leadership vincitrice.

Per questo, la corsa che sembra ormai partita inesorabilmente verso i gazebo (o un metodo misto col voto online) è prematura. E del resto, anche le candidature scelte per le regioni in cui l’asse giallorosso ha vinto non sono nate da primarie ma da accordi politici: Todde in Sardegna, Fico in Campania, Decaro in Puglia, in Umbria si è scelta addirittura una figura fuori dai partiti, Stefania Proietti. La nascente coalizione non appare ancora pronta a uno stress test di questo tipo. La soluzione migliore sarebbe votare con l’attuale Rosatellum, con l’accordo che, dopo il voto, sarebbe il o la leader del partito più votato il candidato/a premier da indicare al Colle.

Che Meloni abbia la forza, con l’aria che tira, di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza non è scontato. Se dovesse riuscirci, allora l’indicazione del leader sarebbe davvero necessaria. Schlein ha già chiarito che non è disponibile a tavoli in cui indicare un federatore che non abbia guidato in questi 4 anni l’opposizione in Parlamento. Conte sembra della stessa idea.

Entrambi hanno tutta la legittimità per sentirsi in corsa e non volere papi stranieri imposti dall’alto o da qualche gruppo editoriale. Nessuno dei due vuole cedere lo scettro all’altro senza passare da una consultazione popolare. Legittimo. Anche se i più esperti, come Rosy Bindi, suggeriscono a Schlein di non essere troppo «assertiva», di non escludere già oggi la possibilità di indicare un nome condiviso. E anche Goffredo Bettini, un altro padre nobile dell’alleanza, ha invitato a concentrarsi «sulle questioni di programma».

Un lavoro, quello sul programma, che viene sempre evocato, assai meno praticato. A domanda, Schlein risponde che «non partiamo da zero» e cita le battaglie comuni, dal salario minimo al congedo paritario e la sanità. Tutto vero, ma non è ancora un progetto condiviso per le elezioni. Così come non è una politica estera comune aver condiviso nell’ultimo anno le posizioni su Gaza e ora sulla guerra Usa-Iran. C’è il tema dell’Ucraina, e della sicurezza e difesa europea, che va affrontato di petto, non con botta e risposta episodici come quelli scatenati due giorni fa dal 5S Patuanelli che ha affermato che «con noi al governo fermeremo gli aiuti all’Ucraina» (la destra Pd lo ha fulminato). L’ipotesi è legittima, ma per evitare strappi serve un duro lavoro di mediazione, e un’alternativa plausibile. 

Stesso discorso sul welfare: per una politica espansiva dal punto di vista sociale vanno trovate  robuste coperture, facendo anche delle scelte forti sul piano fiscale: non basta citare, come ha fatto Schlein, il Ponte di Messina o i sussidi ambientalmente dannosi da cui drenare risorse. Serve dire dove si vorranno prendere i soldi, e quanti, e da quali tasche, tema che sta molto a cuore al segretario della Cgil Landini, che da tempo insiste sulla patrimoniale, sulla necessità di non far pagare sempre i soliti noti. Solo Avs finora si è detta disponibile, assai meno Pd e 5 stelle. Per non parlare dell’immigrazione, su cui i 5s hanno una linea assai più dura degli altri.

Temi complicati, su cui è facile scontentare pezzi di elettorato, ma su cui è possibile attrarre i milioni di giovani che hanno votato No al referendum e ora si aspettano proposte che mettano fine alla precarietà e ai bassi salari, così come ai costi fuori portata delle case. Il blocco sociale a cui rivolgere la proposta di governo, al dunque, conta assai più di chi sarà il leader. Il fatto che alcuni milioni di elettori si siano risvegliati dall’astensione indica una strada percorribile. Che passa anche dalla declinazione di una frase spesso ripetuta: «Non faremo gli errori dei precedenti governi di centrosinistra che si sono affidati troppo al mercato». Come si ridà centralità alla politica a scapito del mercato? Domanda che vale almeno un paio di mesi di riflessioni.

Per ora, i partiti stanno imboccando, nella costruzione del programma, strade separate, soprattutto Conte, che ha lanciato un percorso partecipativo in 100 piazze che si chiuderà con una grande kermesse a Milano. Lui, secondo i primi sondaggi (in testa quello di Antonio Noto) parte leggermente favorito nella corsa alle primarie perché pesca voti anche tra gli elettori di Pd e Avs, mentre Schlein rincorre. Lui è più autorevole anche grazie agli anni passati a palazzo Chigi, lei più nuova, anche dal punto di vista generazionale, e non ha sulle spalle le colpe di nessun governo precedente, nel bene (gestione Covid) e anche nel male (i decreti sicurezza con Salvini). Lei ha dalla sua l’aver resuscitato il Pd dopo la debacle del 2022, ma paga l’inesperienza nella gestione di dossier di governo. Lui paga il camaleontismo politico, l’idea di essere approdato a sinistra senza troppa convinzione. Sono due leader per certi versi complementari, e chi immagina un ticket forse non sbaglia. Chi sogna un nuovo Prodi, capace di cucire l’alleanza, non commette peccato. Ma in giro non se ne vedono. Dunque è meglio auspicare che resti il Rosatellum: così le primarie si farebbero nelle urne.