martedì 23 agosto 2022

Dugin

 

                                                    Diego Fusaro a cena con Dugin e Savoini

 

 Anna Zafesova, Dugin, sacerdote del putinismo che vuole cancellare l'Ucraina, La Stampa, 22 agosto 2022

Qualcuno dice che non ha mai incontrato Vladimir Putin in vita sua, altri lo definiscono il "cervello di Putin". Sicuramente, nel variopinto e popoloso mondo della propaganda ideologica russa, Aleksandr Dugin è il personaggio che più si presta a interpretare il ruolo di guru del regime. La lunga barba ispirata a Dostojevskij e ai suoi monaci veggenti, l'eloquio forbito e la padronanza di sei lingue, il conservatorismo religioso e una ricca bibliografia di titoli dedicati alla "geopolitica", alla "etnosociologia" e all'"eurosianesimo" ne fanno non un semplice propagandista dei tanti che popolano le televisioni russe. Pur non avendo un percorso di studi ufficiale, vanta dottorati in filosofia, sociologia e politologia, e si presenta come un intellettuale, un filosofo, un pensatore visionario. E sicuramente la stella polare della sua filosofia è Putin, "l'uomo del destino", "il Putin-Sole", a essere precisi, quello che si stacca dal razionale pragmatismo "lunare" di un leader integrato nel sistema internazionale per sfidare il resto del mondo ricostruendo un impero russo che dominerà «dall'Atlantico al Pacifico».
Lo stesso Dugin nelle interviste non risponde mai alla domanda se e quanto spesso frequenta il presidente russo, e spiega le assonanze nelle loro idee con il fatto che «leggiamo le stesse scritture, incise in lettere dorate nel cielo della storia russa». Il putinismo è stato l'approdo finale di un percorso lungo quanto coerente: il filosofo era un nazionalista e un reazionario già negli anni Ottanta, quando frequentava circoli che idolatravano le SS e si era iscritto alla prima formazione neonazista e antisemita nata con la perestroika, Pamyat. Negli anni Novanta, quando la Russia sognava di diventare in pochi anni parte dell'Europa e dell'Occidente, aveva fondato con Eduard Limonov il partito nazionalbolscevico. Tempi in cui i neonazisti russi erano un movimento emarginato, ai limiti dell'underground, quando Dugin si poteva incontrare negli scantinati dove suonavano metallari ricoperti di rune celtiche, e leggere in riviste ciclostilate dai nomi altisonanti come "Iperborea" e "Cospirologia", dove si parla di complotti globali, di templari dello spirito, e si scrive la parola "tradizione" rigorosamente con la maiuscola. Un sottobosco ideologico al quale è rimasto fedele rigorosamente con la maiuscola: "Tradizione" era anche il nome del festival dove era andato con sua figlia Daria la sera dell'attentato che le è costato la vita. Ma è stato il mondo a cambiare: quello che il trentenne Dugin predicava come una ideologia per pochi ribelli, oggi è il mainstream del Cremlino e viene raccontato da decine di politici e propagandisti nelle tv federali.
Non è stato il 60enne "ideologo del mondo russo", come si autodefinisce con orgoglio, a inventare la miscela esplosiva di nostalgia sovietica, imperialismo militarista, eccezionalismo ortodosso e suprematismo russo, che è diventata l'ideologia del fascismo putinista. Dugin però può rivendicare il merito di averlo nobilitato dandogli una forma "colta", e inserendolo nel contesto del pensiero di estrema destra europea che ha importato nella Russia postsovietica, da Julius Evola alla Nouvelle Droite di Alain Benoist, insieme alla passione per la "geopolitica" condita dal complottismo. Del resto chi meglio del figlio di un generale del Gru, lo spionaggio militare sovietico/russo, avrebbe potuto sintetizzare il revanscismo sovietico con il messianesimo della Santa Rus' che si opponeva a un Occidente ritenuto «il Male dell'atlantismo liberale globale». Un mix che aveva giustificato nelle menti non troppo oberate dalla cultura degli ex membri del Pcus e del Kgb il fallimento del comunismo. Il sincretismo ideologico duginiano, condito di termini altisonanti come "paradigma millenario", "rivoluzione conservatrice" e "passionarietà dell'etnos", dal misticismo ortodosso e dal romanticismo della "razza nordica dei guerrieri-sacerdoti ariani", ha fatto presa sui personaggi più diversi: negli anni, Dugin è stato consigliere prima del presidente comunista della Duma Gennady Seleznyov, ex direttore della Pravda, e poi del capo dello spionaggio estero Sergey Naryshkin. È stato il guru del gruppo degli ultranazionalisti che per conto del Cremlino hanno ispirato e realizzato l'invasione del Donbass nel 2014: il comandante militare Igor Strelkov e il "premier" dei filorussi di Donetsk Aleksandr Boroday sono stati suoi seguaci, così come il famigerato "oligarca ortodosso" Konstantin Malofeev.
Un clan che all'epoca si era rivelato troppo estremista perfino per i gusti di Putin, e il presidente aveva allontanato il filosofo dalla cattedra di sociologia delle relazioni internazionali dell'Università di Mosca, dopo che aveva proclamato pubblicamente che gli ucraini andavano «uccisi, uccisi, uccisi, ve lo dico come professore». All'epoca, al Cremlino c'era ancora un equilibrio tra i seguaci del "Sole" e i pragmatici "lunari", ma oggi Dugin – che non occupa più cariche di qualche rilievo o prestigio, e gira senza scorta per festival all'aperto di neonazisti - festeggia il suo trionfo. Non è stato lui a lanciare l'invasione dell'Ucraina, ma ha fatto di tutto per ispirarla e presentarsi come suo ideologo, e quindi un bersaglio visibile per tutti: per l'opposizione interna alla Russia come simbolo del "rascismo", per i pragmatici putiniani come icona dei falchi nazionalisti, e per questi ultimi come martire perfetto della loro causa. —

domenica 21 agosto 2022

Sanna Marin e la festa

 


Massimo Recalcati, Sanna Marin, la sua gioia di vivere è una lezione politica, la Repubblica, 21 agosto 2022

Sanna Marin - coraggiosa premier finlandese - è entrata nell'occhio del ciclone social e mediatico perché un video divenuto pubblico la riproduce mentre in una festa tra amici balla e si diverte. L'accusa non è solo sfacciatamente moralistica - perché una figura con responsabilità politiche non avrebbe il diritto di divertirsi? - ma merita di essere considerata con attenzione.

Al centro c'è innanzitutto, ancora una volta, la passione accanita dell'invidia. Tommaso d'Aquino la definiva come la tristezza causata per il bene altrui che impedisce l'affermazione della propria eccellenza. Più sinteticamente, Lacan affermava che l'invidia è sempre invidia della vita. Nello sguardo risentito dell'invidioso ciò che, infatti, risulta intollerabile, è proprio la manifestazione della gioia della vita.

Non a caso i soggetti sui quali solitamente si scarica la pioggia acida dell'invidia sono soggetti che sanno, in modo differenti, incarnare la potenza di quella gioia. È una lezione della psicoanalisi: non si invidia mai l'estraneo, ma si invidia sempre la vita che si vorrebbe essere e non si riesce ad essere. L'invidiato è, cioè, sempre l'ideale inconscio dell'invidioso.

Lo stile consuetudinariamente anemico della politica viene giustamente sconvolto dalla forza vitale delle immagini che ci restituiscono una giovane donna - con grandi responsabilità politiche nazionali e internazionali - che sa vivere una festa. La divisa d'ordinanza del politico borghese non rivela affatto - come in altri noti casi nostrani è purtroppo avvenuto - l'immoralità e l'irresponsabilità di comportamenti segreti che possono avere ricadute pubbliche gravi. Sanna Marin non propone agli amici coi quali si diverte di diventare rappresentanti della cosa pubblica, non li nomina sottosegretari, non li porta al governo o in Parlamento. Nessuno dei suoi comportamenti di giovane donna libera può renderla ricattabile.

L'odio invidioso per la giovinezza è un tratto che ricorre in ogni atteggiamento moralistico o paternalistico. Allo stesso modo quello che si accanisce verso le donne. In particolare verso quelle che si impegnano in politica magari ottenendo risultati significativi e che possono pure giustamente vantarsi di avere una bella immagine. Ricordo come l'allora presidente della camera Boldrini o l'allora ministra Boschi - per fare solo due esempi tra i tanti possibili - furono prese di mira da commenti squallidamente maschilisti da parte dei loro avversari politici.

La femminilità e la giovinezza hanno infatti qualcosa in comune che l'ideologia patriarcale e maschilista non può tollerare. Sono entrambe espressioni della vitalità della vita, della vita che è più viva, della vita che sa essere viva. Gettare fango su questa forza significa volerla sottomettere. È un tipico modus operandi del moralismo di ogni genere: macchiare la bella immagine mostrandola corrotta e pervertita. Si sarà drogata? Avrà fatto sesso? Avrà abusato dell'alcool? Si sarà dimenticata delle sue enormi responsabilità?

Una premier giovane, bella e intelligente è un insieme di qualità insopportabile per l'ideologo machista che vive nell'invidia di voler essere al suo posto. Nell'ideologia patriarcale e nel suo moralismo di fondo c'è, infatti, qualcosa di insopportabile nell'immagine stessa della festa perché ogni festa infrange un ordine, rompe degli schemi, esalta la potenza gioiosa del gioco. È quello che sanno bene i bambini, i quali possono trasformare ogni cosa in una festa ed è proprio per questa ragione che a loro e non ad altri viene promesso il Regno: essi sanno fare della vita una festa infinita.

Ebbene, questa donna che ha preso decisioni difficili in un tempo di grande crisi (pandemia, guerra in Ucraina), che ha portato il suo Paese verso la Nato, che ha rivendicato l'autonomia del suo popolo di fronte alla prepotenza bellica della Russia, sa anche godere della vita, sa vivere una festa. È forse questo il peccato che deve espiare?

Ma cosa sarebbe la politica stessa senza che vi fosse il sentimento profondo della festa? Non è forse quello che ci vorrebbe veramente? Non l'invidia accecata per ottenere una poltrona, ma la riforma innanzitutto dei cuori. Non si tratterebbe di rialzare il grigiore stantio della piccola politica alla dignità della festa e del suo coraggio? Sapere prendere decisioni che sanno rompere le dighe, introdurre il vento della giovinezza, cambiare gli orizzonti ai quali eravamo abituati. Non dovrebbe essere al cuore della politica un'idea di festa intesa in questo modo?

Lo sappiamo per esperienza, difficilmente chi non sa fare festa sa vivere la vita. Piuttosto la può solo osservare da distanza sempre pronto al giudizio severo. Per questo Dante, nel girone popolato dagli invidiosi li rappresenta con gli occhi cuciti da fili di ferro.

 

venerdì 19 agosto 2022

L'alibi della superiorità morale

E questa sarebbe l'eredità comunista sfruttata dal Pd. Una foglia di fico atta a coprire l'aridità o l'incapacità politica. Oh, per carità, i comunisti sopravvissuti non fanno meglio. 

 


Francesco Piccolo

Sono in vacanza con un gruppo di amici, e in più, attraverso chat con altri amici, l’argomento più presente, sia nelle cene estive sia nei messaggi, è la politica. La campagna elettorale. Tutte queste persone che conosco, che sento parlare, con cui mi confronto, voteranno Pd, o più a sinistra, o più al centro (Calenda). Nessuno (non è un sondaggio, è solo un censimento tra i miei amici) vota Cinquestelle, men che meno la coalizione di centrodestra.
Bene. L’argomento principale di tutti, davvero di ognuno di questi amici, anche di quelli che voteranno il Pd, è una critica continua, serrata, costante, sarcastica, al Pd. Da questa piccola comunità di amici, che per la maggioranza voterà Pd, viene una costante critica al partito. Di ogni tipo: di politica, di metodo, di uomini, di storia. Penso che non esista un partito più odiato del Pd da molti decenni: lo detestano gli avversari perché è il nemico maggiore e più costante - mentre altri sono apparsi e scomparsi; e lo detestano quelli di centro sinistra: sia quelli di centro, sia quelli di sinistra, sia quelli che lo votano. L’accanimento nei confronti del Pd (e non sto qui giudicando se giusto o sbagliato, se eccessivo o legittimo, ma solo constatando) è alla base della storia di questo partito.
Anzi, è cominciata prima questa storia. Adesso, tra i vari argomenti di critica (ma è solo uno dei tanti), si dice per esempio che Enrico Letta non sia brillante. Vorrei far notare che nemmeno di Berlinguer era la prima parola che ti veniva in mente; e nemmeno di Natta, il suo successore; e nemmeno di Occhetto. I brillanti sono arrivati dopo, subito dopo, quando il Partito comunista si è trasformato in modo traumatico e improvviso, e ha cominciato a perdere la prima costola. Ecco, da quel momento in poi è cambiato tutto nel fare politica dei grandi dirigenti del partito: la lotta interna è diventata molto più importante della lotta esterna. Ci sono stati grandi dirigenti che hanno attraversato l’intera carriera politica osteggiando e criticando la sinistra o il partito principale. Dopodiché, quando è nato il Partito Democratico, unendo le due anime del centro e della sinistra riformista, questa battaglia interna è aumentata, si è stabilizzata, si è evoluta, ed è diventata la seguente: esco dal partito e ne fondo un altro perché il partito non mi piace, o non misoddisfa, o è andato in mano a gente estranea. Avendo unito tutte le anime progressiste, ha ottenuto per paradosso l’effetto contrario: ha cominciato a disunirsi, altri partiti hanno cominciato a proliferare, tutti piccoli, e che devono la propria sopravvivenza, sia politica sia di conquista di spazio elettorale, al danno che riescono a procurare al Pd.
E così, da parecchi anni, tutta la questione politica dei partiti di centro sinistra riguarda il centro sinistra. Quello che è successo in queste settimane è esemplare: a sinistra del Pd si rimproverava il Pd di andare verso il centro; a destra del Pd si rimproverava il Pd di andare verso sinistra. Una questione vecchissima. Il problema politico del Pd, quindi, di conseguenza, e da molti anni, non è l’avversario politico opposto, ma sono i suoi satelliti intorno.
E così, anno dopo anno, e forse contemporaneamente ai dirigenti politici, anche gli elettori si sono abituati e concentrati sulla battaglia interna. E così alle cene di questo agosto elettorale, gli elettori di centro sinistra, e per la maggior parte del Pd, si concentrano su dei litigi tra quelli che dicono che Calenda ha ragione o che Calenda ha torto, che non si può andare troppo a sinistra e che non si può andare troppo al centro.
Cosa ha fatto il Pd per evitare tutto questo? Poco, non c’è dubbio. Si è fatto sempre trovare pronto alla bisogna davanti ai momenti di crisi del Paese, non conquista da molto tempo (insieme ad alleati) una vittoria elettorale nazionale stabile e significativa. Sembra anch’esso impreparato, come tutti gli altri partiti, a questa campagna elettorale improvvisa. Mentre un grande partito riformista dovrebbe costruire un programma politico di lunga gittata, che punti a vincere nel momento in cui gli elettori si convinceranno della serietà e della bontà. Invece il Pd dà l’impressione difficilmente confutabile di aver improvvisato un programma elettorale (che tra l’altro ha alcuni punti interessanti).
E qui si arriva alla seconda questione che viene fuori questa estate dal mio piccolo censimento di amici di sinistra. Sia i partiti, sia gli elettori di sinistra ritengono di non dover badare ai programmi politici, ma di essere detentori di una questione etica. E anche questo pensiero si è formato negli anni, e sarà duro da estirpare. Non avendo programmi convincenti per gli italiani, non essendo riusciti a formare alleanze stabili e costruttive ma anzi continuando a litigare e a perdere pezzi, la formula antica, cominciata nell’era berlusconiana e poi proseguita per Salvini e adesso per la Meloni, è la questione etica. Mentre il centrodestra mette insieme un programma politico discutibile (e proprio sulla sua discutibilità c’è uno spazio politico enorme per contrastarlo), i partiti e gli elettori di sinistra non si caricano di una battaglia politica (contrapponendo una sensatezza programmatica e seriamente riformista) ma di una supremazia etica contro la paura del fascismo, contro la fiamma tricolore. Tutti timori sacrosanti, che valgono in generale, per la storia di questo Paese; ma che sono argomenti messi in campo troppo tardi e che sembrano denunciare più che la supremazia etica, l’aridità politica.
Ecco, probabilmente si ricorre ad argomenti etici contro la Meloni, così come si ricorreva ad argomenti etici contro Berlusconi, per incapacità politica. Invece la questione etica è da dipanare negli anni, deve portare a vigilare con serietà; ma non può essere argomento unico nelle ultime settimane di campagna elettorale. Altrimenti si finisce per fare agli elettori la solita richiesta, che sembra l’unica vera richiesta elettorale che viene fatta da molti anni: vota per noi per principio, perché noi siamo i giusti. È questa richiesta che sento venire dai partiti, che sento nelle cene con i miei amici, sento e ho sentito da molti e molti anni in questo Paese. E a questa richiesta, tra l’altro, gli italiani hanno risposto quasi sempre con un’alzata di spalle.
Ecco cosa vogliono fare i partiti di centro sinistra: combattere battaglie interne al proprio possibile schieramento, e imporre una superiorità etica sugli avversari; ecco cosa vogliono fare gli elettori di centro sinistra: criticare senza pietà la propria parte, in special modo il partito maggiore, e imporre una superiorità etica sugli avversari. Succede da così tanto tempo, che ci siamo abituati, e non ci accorgiamo più che è, fin dall’origine, la strada sbagliata.

giovedì 18 agosto 2022

La logica democristiana del Pd


 

Tommaso Nencioni, I tre cardini del Pd a trazione democristiana, il manifesto, 17 agosto 2022

  Anche a dispetto dell’evidenza, è oramai invalsa la tendenza a giudicare l’evoluzione (o involuzione) del Pd alla luce della storia del comunismo italiano. Senza prendere in considerazione l’altra componente che in quel partito è confluita, quella democristiana. Per cui, valutato nella prospettiva del comunismo, ci si appella all’unione attorno al Pd come “la sinistra" o, in maniera alternativa ma speculare, ci si scaglia contro per i suoi "tradimenti".
Questo potrebbe dipende
re dalla maggiore inclinazione intellettuale - se non grafomania - della sinistra: quelle che scrivono sul Pd e ne costruiscono la narrazione sono le componenti che ne sono entrate a far parte, o se ne sono allontanate, da sinistra. Perciò si stende una cortina fumogena che impedisce di cogliere con esattezza quanto si muove in quel partito. Gli ex comunisti scrivono; gli ex democristiani, nel frattempo, comandano.Se per una volta si provasse a valutare la parabola storica e l’attuale collocazione nel sistema politico del Pd non alla luce dell’esperienza comunista, ma di quella democristiana, probabilmente ne ricaveremmo bussole più esatte per l’agire politico. Una disamina del Pd come erede della Dc sarebbe possibille da diversi punti di vista, ma una valutazione complessiva richiederebbe l’analisi di una molteplicità di fattori impossibili da riassumere per intero. Pertanto è utile concentrarsi su tre aspetti sostanziali di cultura politica, tutti rintracciabili nella parabola del partito degasperiano e moroteo, e tutti largamente ereditati dal Pd. 1) La Dc è stata il garante del vincolo esterno in Italia, nella sua oppia versione atlantica ed europea; quando (raramente) i due vincoli sono entrati in contrasto tra di loro, la Dc ha sempre scelto la fedeltà a quello atlantico. 2) La Dc ha sempre identificato la salvezza della (debole) democrazia italiana con la propria centralità nel sistema politico del Paese. 3) La politica delle alleanze della Dc, pur a geometria variabile, è sempre stata subordinata alla tenuta dei due fattori precedenti. Per cui ogni alleanza, anche la più spregiudicata, è stata ritenuta possibile,
a pat
to che questa non mettesse in forse il vincolo esterno e non minacciasse la centralità democristiana.
O
ra sembra abbastanza agevole rintracciare queste caratteristiche ereditate dalla cultura politica democristiana nel comportamento del Pd degli ultimi anni, e in questa campagna elettorale. Il Partito democratico ha sempre favorito la nascita di governi solo parzialmente rispondenti al voto elettorale, identificando la propria presenza in maggioranza con la salvezza della democrazia, di volta in volta sottoposta ad oscure minacce esterne. Il discrimine ultimo è sempre stato quello della fedeltà al vincolo esterno, nella doppia variante europeista (nascita del governo Monti e commissariamento della politica economica del Paese) ed atlantista (governo Draghi e guerra in Ucraina). Finalmente, la scelta elettorale apparentemente suicida di abbandonare il dialogo con Conte da un lato nasconde una paura - che il rapporto con una forza di peso tendenzialmente equivalente ne mini la centralità, rischio corso col Conte II; dall’altro una conclamata esigenza - quella cioè che gli alleati siano “affidabili” in politica estera: questo è stato risposto esplicitamente a chi chiedeva il motivo per cui “Fratoianni sì e Conte no”.A complicare la situazione del Pd rispetto a quella che fu la Dc vi è un dettaglio di non poco conto: la centralità della Dc nel sistema politico era resa possibile dal proprio effettivo peso elettorale, oltre che dall’impossibilità che si verificasse un’alternanza data la natura particolare dell’opposizione comunista nel contesto della guerra fredda. Nella situazione attuale, al contrario, non c’è nessun elemento sistemico che impedisca la messa all’opposizione del Pd. Di qui alcune ricostruzioni che analizzano le mosse suicide del Pd in questa campagna elettorale in modo apparentemente arzigogolato, ma forse non lontano dal vero. Con la scelta di rompere con Conte, il Pd emargina il M5S, si rafforza come partito pur in presenza di una annunciata sconfitta della coalizione, e scommette tutto sull’implosione della destra ad urne chiuse, per riproporre surrettiziamente la propria funzione di garanzia nel prossimo parlamento. Se così fosse, si tratterebbe di un errore di prospettiva dal prezzo salato. La destra è molto più coesa di quanto possa sembrare, mentre le lamentazioni sulla sua inaffidabilità internazionale sono buone solo per la nostra provincia. Washington è in tutt’altre e ben più gravi faccende affaccendata. E storicamente la destra italiana, anche nelle sue versioni più estreme, non l’ha mai infastidita più di tanto, per usare un eufemismo.Il lavoro politico da fare per le forze di progresso è tutto interno alla società italiana, e ci sono sempre più dubbi sulla possibilità che sia il Pd lo strumento più adatto per portarlo avanti. 

lunedì 15 agosto 2022

Chi ha paura di Giorgia Meloni?

 


 

Paola Di Caro, Corriere della sera, 14 agosto 2022

Meloni ricorda come il sistema a cui pensa FdI sia quello semi-presidenziale alla francese , che «Letta dovrebbe apprezzare peraltro, da amico ed estimatore della Francia...», e che era quello per cui l’allora presidente della Bicamerale D’Alema si schierò. Ma «anche nel 2013, quando al governo c’era Letta, praticamente tutto il Pd convergeva sulla proposta: da Veltroni, a Zanda a Finocchiaro a Prodi, a Bersani, perfino a Speranza! E oggi Renzi, non un esponente della destra, è favorevole».

Però una cosa è un sistema che nasce da un confronto tra schieramenti in equilibrio, altra la bandiera di una corazzata - quella guidata appunto da lei, Salvini e Berlusconi - che anche grazie a questa legge elettorale potrebbe imporre tutto ciò che vuole. «Questa legge elettorale — la replica secca — siamo stati gli unici a non votarla. Per il resto, noi cerchiamo il dialogo, abbiamo tutte le intenzioni di fare riforme il più possibile condivise, cercando di bilanciare al meglio i pesi e i contrappesi per un sistema che funzioni». Anche con un organismo ad hoc, tipo una Bicamerale? «Se c’è volontà di collaborare, perché no?», apre Meloni. Ma è chiara su un punto: «Se il Pd ne fa oggi un referendum, da una parte i buoni che vogliono tenere il sistema com’è e dall’altra i cattivi che vogliono il presidenzialismo, allora vedremo cosa scelgono gli elettori. Perché è la volontà popolare che conta».

Sul presidenzialismo

 

 

Giovanni Carpinelli, facebook, 27 settembre 2021

Il nodo irrisolto dell’autorità responsabile esiste da lungo tempo nell’ordinamento costituzionale italiano. In pratica dall’origine. Finché ha governato la Democrazia cristiana non si è arrivati a una designazione individuale, al vertice dello Stato si è venuto a trovare un gruppo ristretto e omogeneo di decisori che hanno garantito una certa continuità nell’azione, al di là dei cambiamenti minuti nella composizione dei governi. Al tempo stesso il sistema ha assunto un andamento consociativo soprattutto all’interno delle commissioni parlamentari. Nelle decisioni veniva coinvolto un ampio arco di partiti, quello che poi si chiamerà l’arco costituzionale. In questo quadro i comunisti hanno governato, sia pure in posizione subalterna. Il Pd fino ad oggi, e con le sole, parziali, eccezioni di Veltroni e di Renzi, ha mantenuto questo ruolo. Con Berlusconi si è giunti a un bipolarismo conflittuale. Nessuno dei contendenti è riuscito a collocarsi in una posizione egemonica come quella prima detenuta dalla Democrazia cristiana. Per superare determinati ostacoli sono stati varati con successo una serie di governi tecnici, Ciampi, Monti e ora Draghi. Al tempo stesso e già con Scalfaro si è venuto rafforzando il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica. Ne è venuta fuori una sorta di presidenzialismo strisciante, o surrettizio come voi dite (e Cacciari con voi). A questo si contrappone la centralità attribuita al Parlamento dalla Costituzione medesima. Notate che un governo assembleare non è mai esistito e non è neppure pensabile. Si arriva sempre alla concentrazione del potere in qualche organismo ristretto. Nel parlamento attuale non esiste nulla di simile. Da qui la dittatura commissaria che con l'emergenza si impone nella forma del presidenzialismo surrettizio. Il fenomeno tende a ripetersi, ha qualcosa di fisiologico, è funzionale alla tenuta del sistema. Parallelamente la popolarità dei partiti è al suo minimo storico. Per un certo tempo anche la magistratura ha svolto un ruolo di supplenza. Al momento è chiaro che per questa via non si esce dalla crisi. Non c’è d’altra parte un partito che sia in grado di svolgere un ruolo egemonico, come fece a suo tempo la Destra storica. Draghi in una certa misura ha risolto a suo modo il problema. Sta svolgendo, di fatto, un ruolo egemonico. Ha un’ampia base di consenso. La sua è una legittimazione di tipo carismatico. Lascia aperto l’interrogativo sulla successione, sul dopo. La soluzione più equilibrata sta nel dare una veste costituzionale all’esercizio del potere carismatico. Il presidenzialismo dovrebbe servire a questo. Non bisogna avere il culto dei nomi che si danno alle cose. Il premier inglese esercita le funzioni di un presidente che governa, senza essere formalmente il capo dello Stato. In che modo si potrà passare, eventualmente, a un presidenzialismo sostanziale in Italia? Non è detto che Draghi debba per questo essere eletto Capo dello Stato. In tal modo, tra l’altro, perderebbe potere, se non ci fosse al tempo stesso una riforma della Costituzione. Si possono immaginare delle leggi ordinarie che attribuiscano nuovi e accresciuti poteri al presidente del Consiglio. Quanto ai contrappesi, il Presidente della Repubblica potrebbe mantenere il potere di sciogliere le Camere e acquisire inoltre quello di rappresentare a pieno titolo il Paese nel campo della politica estera. Ma qui si possono moltiplicare le ipotesi senza che si riesca a formulare una previsione plausibile. 

 -----------------------------------------------------------------------------------------------

Sabino Cassese intervistato da Carlo Bertini, La Stampa, 13 agosto 2022

«Non bisogna demonizzare il presidenzialismo, ma non si può neppure ignorare che il suo inserimento in un sistema costituzionale come quello italiano, richiede di non limitarsi a modificare i soli articoli della Costituzione relativi al presidente della Repubblica. Inoltre, più che ai progetti di riforma costituzionale, bisognerebbe prestare attenzione al personale politico e agli staff. Sono spesso i numeri due e in numeri tre che fanno la differenza, la loro cultura e la loro esperienza concreta».
Il fatto che la riforma indichi il presidente eletto come garante della Costituzione è una contraddizione? Come fa chi presiede il consiglio dei ministri, su mandato di una maggioranza, ad essere superpartes?
«Questa è una contraddizione nella quale si trova anche il semipresidenzialismo francese: se ne è avuta dimostrazione dopo la seconda elezione di Macron, durante la campagna elettorale per l'elezione dei membri dell'Assemblea nazionale».
Come mai questa riforma non ha mai visto la luce, anche se dal 1995 viene riproposta dalle forze di centrodestra che hanno governato in varie fasi? Forse perché il Paese non accetta il rischio di un ritorno all'autoritarismo?
«I due fatti nuovi dell'ultimo ventennio sono l'introduzione di un sistema presidenziale a livello regionale e locale, che ha prodotto una asimmetria di poteri, in particolare tra regioni e governo centrale. In secondo luogo, il crescente ruolo del Consiglio europeo, nel quale i presidenti del Consiglio italiani, sempre transeunti, finiscono per perdere peso. Non c'è dubbio, però, che il "timore del tiranno", cioè la paura che un presidente eletto possa sommare troppi poteri ed esercitarli in senso non liberale (alla Orban, per intenderci), limitando libertà di espressione e diritti fondamentali, sia ancora vivo, e prevalga sul bisogno di un "governo che governi". Nel valutare le istituzioni, bisogna tener conto della cultura amministrativa diffusa, della capacità di lavorare con gli altri, della padronanza delle nuove tecnologie, della scolarizzazione della società, del personale politico e di quello amministrativo».
A proposito, le sono parse commisurate le parole di abiura del ventennio fascista da parte della Meloni?
«Le risponde una persona che ha cominciato a studiare il fascismo nel 1953, otto anni dopo la morte di Mussolini e che ha scritto sei anni fa un libro intitolato "Lo stato fascista", oltre a molte altre analisi dei danni fatti all'Italia dalla dittatura. Ma anche delle importanti novità che vennero introdotte, specialmente subito dopo la grande crisi economica del 1929–1933 da persone come Beneduce, Menichella e Bottai, per fare soltanto tre nomi».
E dunque?
«Non dò tanto importanza alle distanze prese da Fratelli d'Italia rispetto al fascismo, quanto a quello che proporrà e poi realizzerà sui temi importanti del nostro Paese, e il nostro futuro, a partire dal tasso di scolarizzazione della nostra società (siamo tra gli ultimi in Europa, con le conseguenze che può immaginare per i nostri giovani) e dalla produttività totale dei fattori, l'indicatore del grado di efficienza complessiva dell'economia, diminuita negli ultimi tempi di più del 6 per cento». 

lunedì 1 agosto 2022

Voci fuori dal coro

 




 Franco Cardini intervistato da Antonello Caporale, Il Fatto quotidiano

“Spero che a Giorgia non venga in mente di andare a palazzo Chigi. Se devo dirla tutta, confiderei che Fratelli d'italia non si aggiudichi il primato di partito più votato. Sarebbe una sciagura, vedo ombre all'orizzonte”. Franco Cardini, il pensatore più prolifico e riconosciuto a destra, predice la sciagura della destra al comando.

La mia militanza nell'msi inizia nel 1956 e termina nel 1965. Siamo nel cuore profondo del secolo scorso. Nessuna altra affinità. E poi sono un uomo di destra indisciplinato.

Ma stima Giorgia Meloni, si dichiara suo amico.

La stimo e sono infatti suo amico.

E la voterà?

Mi sarà capitato in passato, non credo che metterò nel prossimo futuro la testa fuori dall'astensione. 

Se la stima perchè si augura che perda? 

Perchè le voglio bene. Riconosco la sua tenacia, la rispettabilità, anche la moralità alla quale ispira il suo impegno politico così appassionato. Ma ha un partito pessimo, con una classe dirigente di infimo livello, inguardabile. E se corre troppo, se pensa che sia giunto il momento di fare il gran passo verso il governo, corre un grave pericolo. 

Pensa che l'italia non accetterebbe la fiamma tricolore nella stanza dei bottoni? Avrebbe una crisi di rigetto?

Basta una svastica sul portone di una sinagoga, una cappellata qualunque e le fiamme alte dell'antifascismo di maniera si dispiegherebbero al punto da costringerla a cento altre abiure affidando il governo ai soliti noti.

Lei non vuole Meloni a palazzo Chigi perchè teme che le tendano una trappola o perchè la giudica inadeguata?

L'una e l'altra cosa. Sono certo che finirà in un tritacarne. E sono certo che la sua classe dirigente e quella del centrodestra siano notevolmente al di sotto delle aspettative. Quindi al governo sarebbe un bagno di sangue.

Cosa le augura allora?

Di fare la leader dell'opposizione conservatrice. La conservazione non mi piace, ma piace a lei. Tra vent'anni sarà una donna matura, quasi anziana e verrà il suo turno.

L'Italia non è un Paese per giovani?

L'Italia non è pronta a una leadership di destra perchè la destra non ha leadership affidabile. Però Giorgia è intelligente e mi sembra che in qualche modo l'abbia capito. Cerca per sé il titolo di designatrice del nome, un volto da proporre al presidente della Repubblica quando sarà.

 

Ernesto Galli della Loggia, intervistato da Pietro Senaldi, Libero

... Pensa che se vince la Meloni sia a rischio la tenuta del Paese e che il consesso internazionale si scatenerà contro di noi?

«No. La scomunica internazionale se in Italia governasse la destra mi sembra solo uno spauracchio elettorale, che rischia peraltro di giovare alla Meloni e agli altri, stimolando un legittimo senso di sovranità nazionale».

Non è in vena di sconti, il professor Ernesto Galli della Loggia, con il centrodestra. Ma per la verità lo storico non risparmia critiche a nessuno. Ne ha per i grillini, «privi di capacità e qualità di governo», per Letta, che «ha una leadership di debole consistenza», per il Centro, «tranne Calenda incapace di darsi un’identità politica e quindi inutile», e naturalmente per Berlusconi e Salvini, il primo «per il vizio di promettere un Bengodi che non potrà mai esserci», il secondo «perché certi comportamenti da goliarda, che gira con le magliette di Putin che poi gli rimbalzano in faccia, danno un’immagine inaccettabile della Lega, la quale invece è un partito che, almeno a quanto si vede sul territorio dove vanta ottimi amministratori, non manca certo di capacità di governo».

Il professore tradisce un entusiasmo di recarsi al seggio pari a quello che avrebbe se gli offrissero da bere un bicchiere di cicuta ed è persuaso che «la grande crisi economica non giochi a favore né della destra né della sinistra, bensì dell’astensionismo, perché la situazione è grave e seria, ma se qui nessuno propone nulla di serio, come sembra accadrà, la gente se ne starà a casa». Come il Paese, Galli della Loggia è “in ascolto”, ma non sente nulla di quello che vorrebbe. Anche perché non esclude che poi finisca come al solito, «con i giochi che si fanno dopo il voto, scomponendo le alleanze».

Professore, qual è la differenza principale oggi tra centrodestra e centrosinistra?

«È una differenza di storie, di passati, di punti di riferimento, di idoli e quindi di obiettivi. Prenda la Costituzione…».

Bellissima, però qualche ritocchino a 75 anni non le guasterebbe…

«Per la sinistra la Costituzione è un feticcio intoccabile, per il centrodestra no. La Meloni parla di riforma presidenzialista, ma se si ricorda è un vecchio tema di Berlusconi che la leader di Fdi ha ripreso».

Il centrodestra se vince proverà a cambiare la Costituzione?

«Lo ha sempre paventato, ma poi non ha mai osato farlo. Adesso mi pare che non lo dica neppure più. I politici fanno un decimo delle cose che promettono in campagna elettorale, e non è detto che sia un male».

Servirebbe una bicamerale ricostituente?

«E forse tutti sarebbero anche d’accordo su cosa fare, ma per il momento mi pare impensabile».

Allora siamo destinati ad avere molti altri governi tecnici…

«Il governo tecnico è sempre un tappare un buco, non è mai la soluzione».

Draghi ha voluto o ha dovuto andarsene?

«Meloni doveva correre da sola. Dal punto di vista del consenso credo che le sarebbe convenuto. Ha le potenzialità per arrivare in alto. Nessuno aveva previsto cinque anni fa che M5S avrebbe superato il 32 per cento»

«Il guaio è che l’identità personale e caratteriale di Renzi è talmente forte da mettere assolutamente nell’ombra l’identità politica di Italia Viva»

«Non aveva più la fiducia della maggioranza, non in termini aritmetici, ma politici».

L’Agenda Draghi è un buon tema da cavalcare in campagna elettorale?

«Lo sarebbe, ma se lo cavalcano in dieci, come è ora, vale poco».

Chi pagherà il prezzo più alto per la caduta di Draghi?

«Lo sta già pagando Conte, che è uscito completamente stritolato dal braccio di ferro con il premier».

La cosa gli è sfuggita di mano, forse non voleva arrivare fino alla crisi?

«E le pare una piccola cosa per un leader di partito? In ogni caso, Conte ha ereditato un movimento già defunto, sfibrato dall’incapacità di dare concretezza politica alla piattaforma protestataria sulla quale aveva edificato le proprie fortune».

A me pare che anche Letta sia in grandi difficoltà: non ha ancora deciso neppure con chi presentarsi alle elezioni…

«Non è facile per lui. Deve rendere compatibili i suoi presunti alleati con tre-quattro correnti del Pd che hanno idee opposte in proposito. E quand’anche ci riuscisse, poi dovrebbe rendere compatibili tra loro tutti gli alleati. Una fatica da Sisifo».

Ha voluto lui la bicicletta e ha sbagliato lui a puntare su M5S. Alla fine cosa farà?

«Andrà con il Centro, ma ancora non saprei dire quale. Anzi, non saprei dire neppure cosa è il Centro, schieramento senza proposte precise di alcun genere, e senza ideologia che non sia quella di uno scialbo moderatismo e pertanto privo di identità. L'unico che mi pare faccia eccezione è Calenda».