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venerdì 15 novembre 2024

Lo spogliarello domestico e la sberla


Gno. Il greco che greco non è. Secondo qualcuno il monosillabo gnò scritto con la o accentata verrebbe dal latino cognosco, che riecheggia la parola greca γιγνώσκω: conosco, so, capisco (https://cilentoreporter.it/2019/11/06/un-vocabolo-tutto-cilentano/). Se invece si parte da gno senza accento nel dialetto napoletano si scopre che la traduzione italiana proposta è semplicemente "signore". Di fatto questa parolina non viene mai pronunciata in prima battuta. Si usa come risposta a una chiamata. L'esempio tipico è dato da una persona che invoca ad alta voce il nome di un amico e si sente rispondere gno da un interlocutore che non era ben visibile. La derivazione da "signore" diventa trasparente quando il monosillabo si allunga e arriva a includere un sì o un no: gnorsì, gnornò. Il risultato corrisponde a una affermazione o a una negazione accompagnata da un atto di ossequio formale nei confronti del destinatario. Il dizionario tedesco Sansoni prima propone la trascrizione "gnor sì" per poi segnalare il termine come scherzoso e tradurre: jawohl, mein Herr. Molte volte la parola esprime un ossequio puramente formale. In due famose canzoni, dà luogo a una sorta di conferma stizzita. 'A  Cammesella racconta di un marito che durante la prima notte di nozze chiede alla moglie di spogliarsi:

- E levate 'o mantesino!
- 'O mantesino, gnornò, gnornò!

- Si nun te lo vuò levà,
Mme soso e mme ne vaco da ccà!

- E levate 'a vesticciolla!
- 'A vesticciolla, gnornò, gnornò!

- E levati il grembiule!
- Il grembiule, signornò, signornò!

- Se non te lo vuoi levare,
Mi alzo e me ne vado da qua!

- E levati il vestito!
- Il vestito,
signornò, signornò!

Reginella invece ha per protagonista un innamorato deluso:

Te sì fatta 'na vesta scullata
'Nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose
Stive 'mmiez'a tre o quatto sciantose
E parlave francese
È accussì?
Fuje ll'autriere ca t'aggio 'ncuntrata
Fuje ll'autriere a Tuleto, 'gnorsì.

Ti sei fatta un vestito scollato
Un cappello coi nastri e con le rose
Eri tu tra tre o quattro sciantose
E parlavi francese
È così?
Ti ho incontrata l'altro ieri
In via Toledo, sissignore.

Paccaro, o anche pàcchero. Parola napoletana di origine greca, pàccaro non figura nel repertorio di Rohlfs perché la derivazione diretta dall’antichità classica non è dimostrabile. Viene dall’unione di due termini, pas, che sta per tutto, e keir, mano. L’equivalente italiano è sberla. A Napoli come nel Cilento è uno schiaffo a mano aperta diretto al volto. Nel vocabolario della camorra come in una particolare occasione di scontro il ceffone può essere uno solo, sferrato con l’intenzione di offendere o umiliare il destinatario. Diversamente si usa il nerbo paccariare per schiaffeggiare e si dice piglià a paccari per prendere a schiaffi. Picchiare semplicemente dà mazziare, le botte sono le mazzate. Da qui il proverbio Mazze e panell fanno i figli bell, botte e buon cibo (forme tonde di pane) fanno i figli belli. L’altra faccia della medaglia è: Panelle senza mazze, fanno i figli pazz, inutile tradurre. Piglià a mmazzate (prendere a botte) in senso figurato designa un atteggiamento aggressivo. Pàcchero serve poi a designare un tipo di pasta. Con questa accezione la parola esiste in italiano. Viene registrata da qualche dizionario (Devoto Oli, Treccani). I pàccheri, o schiaffoni, sono un tipo di pasta, dalla taglia molto superiore alla norma, in genere accompagnato da condimenti saporiti. I paccheri possono essere anche farciti, con ricotta e altri ingredienti, e serviti con il ragù.


venerdì 8 novembre 2024

La memoria delle parole




Nel dialetto che parlavo quand'ero ragazzo e che ancora capisco, c'erano delle parole di origine greca. Tanto tempo fa, nel 1937, un filologo tedesco, Gerhard Rohlfs, scrisse un articolo nel quale tentò di dimostrare che una parte almeno di quelle parole veniva dal greco classico. Il Cilento, dove abitavo, ha sul suo territorio i ruderi di Poseidonia (Paestum) e di Elea (Velia). Il culto diffuso in Germania per il patrimonio culturale della Grecia classica aiuta a intravedere le ragioni di una tale pensata. Rohlfs con ogni probabilità aveva torto. I grecismi del Cilento corrispondono spesso a parole latine di origine greca e, se proprio hanno a che fare con una presenza greca nella zona, è più sensato pensare all'insediamento di numerosi monaci bizantini in un'epoca successiva che non alle colonie cancellate in quanto tali dalla dominazione romana già nel terzo secolo avanti Cristo. 

Come che sia, alcune tra le parole di origine greca nei dialetti cilentani conservano per me un fascino che con l'età è andato addirittura crescendo. Ho lasciato quei luoghi da giovane e non sono più tornato. Allora la parola greca che ritorna nella memoria si carica di tutto il peso di un passato che, pur appartenendomi, si colloca ormai fuori della mia portata. Quella parola porta con sé una ventata di esotismo, mi conduce a riflettere su quanto possa essere incerta la nozione di identità. Sono stato il ragazzo che usava senza pensarci troppo certe espressioni, sono sempre la stessa persona ma non sono più in grado di tenere una conversazione decente in quel dialetto. Mi rimangono alcune parole e mi danzano nella testa. Volendo, agiscono come la madeleine in Proust. Sono l'occasione che scatena il ricordo. Si tirano dietro tutto un mondo di sensazioni, sapori, odori, immagini.  
Vediamo alcuni esempi.

Artéteca è una parola che si usa tanto a Napoli quanto nel Cilento. Arthron in greco sta per giuntura, articolazione. La radice greca è passata attraverso il latino e, nel nuovo contesto ha prodotto al tempo del tardo impero e dei regni romano-barbarici il termine arthritis. Una febbre reumatica accompagnata da forti spasmi involontari alle articolazioni veniva allora detta arthritica. Da arthritica a artéteca il passo è breve. Il termine dialettale artéteca non designa più una malattia in senso clinico, serve a designare la mobilità estrema che spesso e volentieri caratterizza i bambini: un piccolino che non sta mai fermo ha [“tiene”]  l’arteteca, in quanto appare dotato di un temperamento vivace e irrequieto. Un equivalente francese è bougeotte, che però indica la tendenza a spostarsi, a viaggiare.

Cárcara: Rohlfs definisce la cárcara come “parte del mulino dove gira la ruota e dove esce l’acqua”. Esiste tuttavia un altro significato della parola: “piccola fabbrica di calce” (vocabolario di Sicilì). Questa poteva anche ridursi a una buca o una fossa scavata nel terreno. Ormai la calce si fabbrica in modo industriale. La fossa scavata nel terreno permetteva invece una produzione domestica. Era l’equivalente in campo edilizio del forno domestico per il pane. La pratica che risaliva al tempo dei greci e dei romani cessa solo negli anni Ottanta del Novecento. Nel mio ricordo la cárcara nell’orto sotto casa corrisponde all’immagine di una impresa spettacolare. La calce che ribolle e che non si può toccare tanto è calda. Una grande macchia bianca. 

Carocchia. Il termine napoletano e cilentano deriva dal greco “karà”, testa. Indica un tipo particolare di percossa, un colpo secco e doloroso assestato al capo e portato con movimento veloce dall’alto verso il basso usando le nocche maggiori delle dita della mano serrata a pugno. Una possibile traduzione italiana potrebbe essere “nocchino”, che è pure un termine regionale. Non è risolutiva in quanto corrisponde a un piccolo gesto ripetuto, mentre la carocchia è una sola botta decisa. Cambia l’intensità: il nocchino è un colpetto più o meno indolore, la parola napoletana invece si avvicina nel significato alla batosta. Nell’espressione ‘na brutta carocchia il senso è proprio quello di batosta: un duro colpo riguardo al lavoro, alla salute o all’autostima. Notevole anche il proverbio “A carocchie, a carocchie, Pulecenella accerette ‘a mugliera”. Pulcinella uccise la moglie con ripetute botte in testa, ossia continui piccoli danni possono provocare grave nocumento.

https://machiave.blogspot.com/2024/11/la-filastrocca-delle-lucciole.html






domenica 31 dicembre 2023

Addio monti



Alessandro Manzoni, I Promessi sposi, capitolo VIII

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. 
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell'Adda.

Franco Brevini, La letteratura degli italiani, Feltrinelli, Milano 2010, pag. 79

... basta leggere l' Addio monti di Lucia per misurare l'abisso che si spalanca tra la pagina e la realtà, tra il compassato congedo dal villaggio natio del personaggio dei Promessi sposi e le parole effettivamente pronunciate dal suo corrispettivo nella realtà, una popolana del contado lecchese del Seicento, annaspante nelle semiocclusive dentali del suo irto dialetto. Al punto che lo stesso scrittore sente il bisogno di chiosare: "Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia".

 

lunedì 2 novembre 2015

Moravia, Orazione funebre per Pasolini



Poi abbiamo perduto anche il simile. Cosa intendo per simile: intendo che lui ha fatto delle cose, si è allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi. In questo era simile, cioè era un elemento prezioso di qualsiasi società.

Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo (applausi).

Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro.

Poi abbiamo perduto anche un romanziere. Il romanziere delle borgate, il romanziere dei ragazzi di vita, della vita violenta. Un romanziere che aveva scritto due romanzi anch’essi esemplari, i quali accanto a un’osservazione molto realistica, c’erano delle soluzioni linguistiche, delle soluzioni, diciamo così, tra il dialetto e la lingua italiana che erano anch’esse stranamente nuove.

Poi abbiamo perso un regista che tutti conoscono no? Pasolini fu la lezione dei giapponesi, fu la lezione del cinema migliore europeo. Ha fatto poi una serie di film alcuni dei quali sono così ispirati a quel suo realismo che io chiamo romanico, cioè un realismo arcaico, un realismo gentile e al tempo stesso misterioso. Altri ispirati ai miti, il mito di Edipo per esempio. Poi ancora al grande suo mito, il mito del sottoproletariato, il quale era portatore, secondo Pasolini, e questo l’ha spiegato in tutti i suoi film e i suoi romanzi, era portatore di una umiltà che potrebbe riportare a una palingenesi del mondo.

Questo mito lui l’ha illustrato anche per esempio nell’ultimo film, che si chiama Il Fiore delle Mille e una notte. Lì si vede come questo schema del sottoproletariato, questo schema dell’umiltà dei poveri, Pasolini l’aveva esteso in fondo a tutto il Terzo mondo e alla cultura del Terzo mondo. Infine, abbiamo perduto un saggista. Vorrei dire due parole particolari su questo saggista. Ora il saggista era anche quello una nuova attività e a cosa corrispondeva questa nuova attività? Corrispondeva al suo interesse civico e qui si viene a un altro aspetto di Pasolini. Benché fosse uno scrittore con dei fermenti decadentistici, benché fosse estremamente raffinato e manieristico, tuttavia aveva un’attenzione per i problemi sociali del suo paese, per lo sviluppo di questo paese. Un’attenzione diciamolo pure patriottica che pochi hanno avuto. Tutto questo l’Italia l’ha perduto, ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo paese come Pasolini stesso avrebbe voluto (applausi).

mercoledì 5 novembre 1975
  
 
Pasolini e Moravia