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domenica 7 dicembre 2025

L'indignato permanente

Alessandro Di Battista

Claudio Vercelli
L'indignato permanente
, re delle cause “nobili” ma malato di integralismo morale

Bet Magazine Mosaico, Sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano
5 dicembre 2025

[Storia e controstorie]  Esiste una figura pubblica, molto diffusa nell’età – a tratti asociale – dei “social”, che è quella dell’indignato permanente. Chi ha pratica di comunicazioni online, non può non averlo incontrato. Più di una volta in vita sua, in tutta probabilità.

L’indignato permanente è colui che è perennemente scandalizzato da ciò che sente, da quanto vede, soprattutto dall’opinione altrui. In genere cerca una o più cause (umane e “umanitarie”) nelle quali identificarsi, per poi pronunciare, con voce grave e tonalità insindacabile, il suo anatema, del pari ad un fendente inferto per taglio di sciabola.

Non intende l’altrui ragione, sedendo durevolmente dalla parte della stessa ragione in quanto tale: infatti, se così è, per quale motivo dovrebbe ascoltare, con spirito di comprensione, ciò che non collima con la sua stessa idea di “ragione”, intesa come qualcosa di totalizzante se non di totalitario? In sé essa già contempla tutto.

Non gli occorre, quindi, nulla d’altro che non sia il pronunciare insindacabili condanne nei confronti di coloro – e sono tanti – che non aderiscono preventivamente alla sua visione del mondo. L’indignato permanente è, al medesimo tempo, giudizio di Primo grado, Appello e Cassazione: quando emette una sentenza, essa è inappellabile. Nel fare ciò, sposta le affermazioni dall’obbligo di un riscontro razionale (e ragionevole) di quello che va dicendo all’invettiva gratuita: d’altro canto, si è indignati se ci si definisce come scandalizzati dall’altrui dire. A prescindere da quanto venga effettivamente detto. Punto e basta.

Si tratta di una slavina che precipita inesorabilmente sui malcapitati. Non occorrono ulteriori elementi di corredo poiché l’indignazione, nell’età del web, è divenuta una forma di integralismo morale. Quindi, una pandemia senza antidoti. Qualsiasi pregiudizio, d’altronde, così come qualsivoglia ostentazione di una incontrovertibile “verità”, si basa su un oliato meccanismo di delegittimazione etica: ci si oppone non tanto o non solo a ciò che viene detto ma anche e soprattutto a chi lo dice. In quanto quest’ultimo sarebbe, a seconda dei casi, un mostro in malafede oppure un utile idiota di cause infami. L’aggressione verbale, peraltro, usa come strumento di auto-legittimazione il richiamarsi nei “contenuti” ad una qualche “causa” inconfutabile, nel nome della giustizia universale, in virtù della quale occorre adottare solo e sempre un unico metodo, quello del giacobino che taglia le teste.

L’indignato permanente è il prodotto del populismo mediatico: non intende capire le concatenazioni logiche (e cronologiche); ritiene le complesse sfumature dei processi storici e delle relazioni sociali una perdita di tempo; divide il mondo secondo una visione dicotomica, dove il male sta da una sola parte (quella altrui), mentre il bene abita la propria, sempre e comunque; travolge qualsiasi argomentazione che non sia in accordo con la sua aspirazione, non solo manipolando ma deturpando e frantumando le parole altrui; soprattutto, ha sempre e comunque un incontrovertibile giudizio di valore da contrapporre a tutto ciò che lo circonda. Così facendo, ossia esprimendo il vagito dell’iracondo, il conato del rabbioso, il singulto dell’irato, pensa di avere messo in ordine l’etica del mondo quando, invece, semmai sta vomitando qualche ingiuria sui suoi contraddittori.

Non se ne avvede – ci mancherebbe altro – poiché è troppo impegnato a furoreggiare contro l’empietà che lo circonda. Non a caso è un fondamentalista etico: il suo modello, in fondo, è quello dei talebani di ogni latitudine. L’indignato permanente non è solo e sempre dalla parte delle “vittime” ma si considera egli stesso, quando qualcuno gli risponda appropriatamente nel merito delle sue incongruenze, una vittima. Un tempo avrebbe detto “del sistema”; oggi – invece – preferisce definirsi tale rispetto a singoli dossier della vita associata: se si è avuto modo di tentare di disquisire sui conflitti mediorientali, almeno una volta, si sarà inteso quale sia lo stato di prostrazione che l’altrui ferocia è capace di ingenerare anche nel più robusto e determinato degli argomentatori. Poiché, come argomenta un aforisma attribuito a Oscar Wilde, «mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza».


Giovanni Carpinelli
La vertigine dell'assoluto 


Perché Israele e Palestina appassionano tanto gli spiriti? La cosa ha a che vedere con la nostalgia dell'assoluto, secondo me. Cadute le ideologie, alcuni sentono il bisogno di identificarsi con una causa assolutamente giusta, inconfutabilmente giusta, una causa che per questa sua virtù ti permette di interpretare il ruolo del cavaliere bianco: "sto dalla parte delle vittime e sono chiamato a ristabilire la giustizia; agisco (parlo) in nome di una causa che rappresenta la più pura evidenza della giustizia negata; che cosa non sono autorizzato a fare (dire)?" 
Quelli che a prima vista possono sembrare comportamenti aberranti o perversi, diventano sensati e ragionevoli se trovano la loro giustificazione nel contributo che dovrebbero dare al trionfo della giustizia (assoluta): "Tu non ti rendi conto del fatto che sei oggettivamente complice dei malvagi. Ora ti faccio soffrire, così impari". 
Poi succede, come è successo nel caso di Mohamed Shanin, che i musulmani frequentatori della moschea non si sentano rappresentati dai loro violenti difensori. Nelle persone prigioniere di una fede fanatica il pregiudizio trionfa contro ogni richiamo alla verità. Certo, la verità assoluta non esiste, ma esistono verità molteplici e verità parziali, mentre il pregiudizio produce distorsioni, forzature e balle, a volte e non di rado. 
Naturalmente c'è sempre chi non demorde, c'è sempre il soldato giapponese che si è smarrito nella giungla e non sa di aver perso la guerra. Però, però, i fatti sono testardi e, nel corso del tempo, sono sempre più numerosi quelli che si sottraggono al ricatto morale dei falsi profeti. E questi, prima o poi, perdono l'aura dell'infallibilità e del fascino sacrale. Il meccanismo della venerazione automatica e diffusa si inceppa. Il fantasma della sconfitta incombente rende tanto più rabbiosi i sostenitori tetragoni della protesta infinita e vagamente megalomane. 

giovedì 5 ottobre 2017

Il mare, acqua e meditazione




Valentina Pigmei, La parola sospesa tra il dire e il mare, Minima & Moralia, 3 ottobre 2017. Questo pezzo è apparso su Pagina 99.

Quando lessi per la prima volta il celebre primo capitolo di “Moby Dick”, quello sulla potenza del mare e dell’acqua, pensai che fosse intrigante ma un po’ esagerato. Troppo americano. Troppo retorico. “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto”, si chiedeva Melville, “prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare? Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra?”. Innegabile che Melville sia un grande scrittore, eppure la sua mistica del mare mi suonò pomposa. “Acqua e meditazione sono sposate per sempre”, declamava Melville sempre in quel celebre primo capitolo.
Anni dopo, durante una traversata oceanica – per la quale non avevo alcuna preparazione né psicologica né nautica né avevo mai praticato la meditazione – la faccenda mi fu chiara: era quell’assenza di tempo, o meglio quel tempo svuotato da pensieri ossessivi, quella incredibile, benefica, riposante pulizia mentale. Quello stato di benessere, a cui in fondo noi tutti aspiriamo quotidianamente, chi facendo yoga, chi lavando i piatti, chi leggendo self help. Non era poi così misticheggiante Melville; e in ogni caso molto meglio della lirica disperazione di John Masefield, il poeta inglese e ex capitano di Marina che scrisse “Sea fever”: “Devo tornare sul mare, alla vita / di zingaro vagabondo; alla via/ delle balene e degli uccelli marini,/ dove il vento è una lama tagliente”.
Di ritorno dalla mia traversata, per spiegare ai “normali terrestri” la qualità della concentrazione che si ha in mezzo al mare, dicevo che se avessi voluto in quei giorni avrei potuto imparare il giapponese. Non è facile da far comprendere a chi non ha vissuto il mare aperto, anche soltanto un “primo viaggio come passeggero“. Fiumi di inchiostro sono stati scritti nel frattempo sugli effetti benefici dal mare. Conferenze, studi universitari, ricerche scientifiche. Il mare fa bene. “Il mare può ripulire da ogni male”, diceva Ifigenia, riferendosi al fratello Oreste dopo dall’assassinio di sua madre, lei davvero un po’ iperbolica.
Ne “La traversata” (Bompiani) di Andrew Miller, una donna silenziosa e anaffettiva, dopo il peggiore dei lutti, si mette in mare, da sola e attraversa l’oceano Atlantico, in un “viaggio nella ferita” a dir poco estremo. Se la navigazione in solitario è “uno stato d’animo”, come scrive Miller, e di certo non è per tutti, lo stato mentale “blue mind” è raccontato da in egual misura surfisti, velisti, pescatori, nuotatori in mare aperto: il mare è una medicina potente, è pura adrenalina, una droga, perfino.
Lo sostengono medici, neuro-scienziati, biologi, psicologi, cartoni animati. Nel lungometraggio d’animazione “Oceania” il mare è un autentico personaggio, muto ma determinato. Un po’ come il tappeto volante di Aladdin è compagno fidato della protagonista, è trasparente e dispettoso o salvifico. I creatori del film (gli stessi de “La Sirenetta”, che tra l’altro nella versione di Andersen è una delle storie di mare più seminali e struggenti di sempre) sono andati nel Pacifico e hanno studiato costumi e leggende locali, forse semplificandole un po’, ma il risultato è eccellente. Nella versione originale il cartone s’intitola “Moana”, come il nome della protagonista (in quella italiana si chiama meno rischiosamente Vaiana), che significa “nel blu più profondo”: secondo la cosmologia polinesiana infatti “moana” è l’ottavo e ultimo strato dell’oceano. In buona sostanza, per costruire una storia moderna sul mito dell’Oceano, gli americani sono andati proprio alla ricerca di quelle culture antichissime – polinesiana e maori – dove il culto del mare è un fatto assodato. E dai quali, sembrano dirci, quelli della Disney un po’ disneyamente, dovremmo imparare anche noi occidentali.
A La Paz in Bolivia si festeggia ogni anno il Día del Mar, il 23 marzo. Ma il mare non c’è. O meglio non c’è più, da quando nel 1979 durante la Guerra del Pacifico i boliviani persero la loro costa in guerra contro il Cile. La ferita nella Nazione è talmente grossa che di recente è stata fatto un appello alla Corte Costituzionale dell’Aia per riavere l’accesso al mare, che nondimeno portava enormi vantaggi economici. La Bolivia ha ancora una marina militare che si tira i pollici sul Lago Titicaca. Ogni anni “bambini e soldati vanno in parata per le strade della capitale, perché solo ciò che è perduto ci appartiene in eterno, e forse neanche quello”, scrive Morten A. Stroksnes ne “Il libro del mare” (Iperborea). “Il mare se la cava bene senza di noi, siamo noi che senza di lui non ce la caviamo”, continua.
Nel libro di Ströksnes, che tiene in sé il simbolismo tipico della letteratura di mare, non c’è la balena bianca o il pescespada di Hemingway, ma lo squalo della Groenlandia, un essere ancestrale, l’animale più longevo del pianeta. Storia vera: due amici – uno dei quali è l’autore stesso – che vanno a pescare il pesce impossibile, ma si capisce che sono tutte scuse per raccontare gli abissi ancora inesplorati dall’uomo, l’ossessione per la preda, l’ansia dei marinai di tornare in mare (“I marinai a terra fanno pensare a ospiti irrequieti”) e ancora una volta il desiderio lacerante di tornare in mare.
Ströksnes ci spiega il mare in modo moderno, sottolineando anche l’emergenza ambientale che lo circonda, ma “senza piagnucolare su quanto è cattivo l’essere umano”, come ha scritto Fredrik Sjöberg. Per lo scrittore norvegese rimane il fatto che il mare è sostanzialmente crudele e indifferente (quella “sua insondabile crudeltà”, per dirla con Conrad): “Il mare nero, profondo e salato ci rotola incontro, freddo e indifferente, privo di qualsiasi empatia. Non di proposito, è solo se stesso. È ciò che fa ogni giorno, anche senza di noi, non si preoccupa delle nostre speranze, né delle nostre paure – e non gli importa niente delle nostre descrizioni. L’oscura pesantezza dell’oceano è una forza superiore. Molti si sono ritrovati in questa situazione, da quando alcuni nostri temerari antenati misero in acqua un tronco scavato, partirono pagaiando sulle onde sonnecchianti e arrivarono lontano, troppo lontano, dove le correnti erano più forti delle braccia e della pagaia. O forse, come noi, furono sorpresi da una burrasca. Dovettero provare tutti la stessa sensazione, lo stesso brivido freddo, quando capirono che il mare non ha sentimenti né memoria”.
Anche per Andrew Miller il mare è solo “la curva del mondo”. O forse addirittura, azzarda lo scrittore britannico, il mare ci fa così bene, ci riposa la mente e cura il cuore, proprio per la sua mancanza di senso: “Quando chiude gli occhi vede solo il mare, il suo moto incessante, né duro né calmo, né contrario né propizio, una visione libera da qualsiasi cosa che somigli a un senso”.
C’è anche chi come David Foster Wallace ne ha terrore e lo considera “come un nada primordiale, senza fondo – abissi popolati da esseri con denti affilati che risalgono verso di te alla velocità di una piuma che cade”. Per Wallace l’oceano è “salato come l’inferno e non è altro che “una gigantesca macchina di decomposizione”. Allora forse stiamo bene al mare, lo cerchiamo, ne facciamo un luogo del desiderio, cerchiamo il suo abbraccio nuotandoci dentro, proprio perché lui non ci chiede nulla in cambio, come un amante senza richieste. “Chi o cosa l’ha mai abbracciata come fa il mare?”, scrive ancora Miller.
Nuotare nel mare, come fa la protagonista de “La traversata”, ti connette con la tua mortalità. “Ti ricorda che potresti morire”, come mi ha raccontato una volta Philip Hoare, il più grande cantore contemporaneo del mare, a proposito delle sue folli nuotate al buio. Del resto “il mare è l’origine”, come scrive oggi Ströksnes, senza suonare niente affatto pomposo.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/03/umberto-saba-ulisse/

sabato 7 febbraio 2015

Il fascino dell'integralismo islamico



Fuga dalla libertà, Recalcati sulle orme di Fromm


L'uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società preindividualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente. (Erich Fromm, Fuga dalla libertà, 1941)

Massimo Recalcati
Quei ragazzi terroristi in fuga dalla libertà
la Repubblica, 7 febbraio 2015

LA LIBERTÀ non è solo possibilità di espressione, alleggerimento della vita da vincoli oscurantisti, emancipazione dell’uomo dal suo stato di minorità, come Kant aveva classicamente definito l’illuminismo. La libertà è anche una esperienza di vertigine e di solitudine che comporta il rischio di vivere senza rifugi, senza garanzie ultime, senza certezze imperiture e fuori discussione. Lo stesso Nietzsche, che fu uno dei maggiori sostenitori della libertà del soggetto di fronte a ogni verità che pretende di porsi come assoluta, insisteva costantemente nel ricordare che la libertà suscita angoscia, spaesamento, che il navigare in mare aperto può generare una seduttiva nostalgia per la terra ferma. È in questa luce che la psicoanalisi ha interpretato la psicologia delle masse dei grandi sistemi totalitari del Novecento. Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) di Freud, Psicologia di massa del fascismo (1933) di Reich e Fuga dalla libertà (1941) di Fromm costituiscono una sorta di fondamentale trilogia sul fenomeno sociale del fanatismo di massa e dei suoi processi identificatori che hanno costituito il cemento psicologico di tutti i totalitarismi novecenteschi.
Una tesi generale ritorna in questi tre testi: non è vero che gli esseri umani amano senza ambivalenze la loro libertà; essi preferiscono anche rinunciarvi in cambio della tutela autoritaria della loro vita. Se la libertà comporta sempre la possibilità della crisi, dell’incertezza, del dubbio, del disorientamento, è meglio fuggire da essa per ricercare in un Altro assoluto una certezza granitica e inamovibile sul senso della nostra presenza al mondo e del nostro destino.
Questo ritratto della psicologia delle masse sembra aver fatto — almeno in Occidente — il suo tempo. [...] Al centro dell’Occidente non è più la dimensione tirannica della Causa ideale che mobilita alla guerra le masse, ma quella dell’individualismo esasperato, della rincorsa alla propria affermazione personale, dell’ipertrofia narcisistica dell’Io. Al cemento armato dei regimi totalitari si è via via sostituita una atomizzazione dei legami sociali causata dalla decadenza fatale della dimensione dell’Ideale rispetto a quella cinica del godimento. Il culto pragmatico del denaro ha sostituito il culto fanatico dell’Ideale. Il nichilismo occidentale non sorge più dalle adunate delle masse disposte a sacrificare la vita per il trionfo della Causa, ma dal capitalismo finanziario e dalla sua ricerca spasmodica di un profitto che vorrebbe prescindere totalmente dalla dimensione del lavoro. Il nichilismo contemporaneo non si manifesta più nella lotta senza quartiere contro un nemico ontologico, ma come effetto di una caduta radicale di ogni fede nei confronti dell’Ideale. E’ il passaggio epocale dalla paranoia alla perversione. Gli ultimi drammatici fatti che hanno investito la Francia e l’Europa comportano però un ulteriore cambio di scena. La critica che la cultura islamica più integralista muove all’Occidente è una critica che tocca un nostro nervo scoperto: il nichilismo occidentale non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte. Il dominio del discorso del capitalista ha infatti demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza lasciando orami evasa la domanda più essenziale: la nostra forma di vita collettiva è davvero l’unica forma di vita possibile? L’idolatria nichilistica per il denaro ha davvero reso impossibile ogni altra fede? La nostra libertà è riuscita veramente a rendere la vita più umana? Il fatto che l’Occidente non sia più in grado di ripensare consapevolmente le sue forme (alienate) di vita, ha spalancato la possibilità che la critica all’esistente abbia assunto le forme terribili di un ritorno regressivo all’ideologia totalitaria. È un insegnamento della psicoanalisi: quello che non viene elaborato simbolicamente ritorna nelle forme orribili e sanguinarie del reale. L’Islam radicale non è forse l’incarnazione feroce di questo ritorno? Il suo rifiuto dell’Occidente, fanatico e intollerante, non si iscrive proprio nello spazio lasciato aperto da una nostra profonda crisi dei valori condivisi? L’integralismo islamico costituisce il ritorno alla più feroce paranoia di fronte alla perversione montante che ha assunto il posto di comando in Occidente. Alla liquefazione dei valori si risponde con il loro irrigidimento manicheo. Mentre la perversione sfuma sino ad annullare i contrari, destituisce ogni senso della verità, confonde i buoni con i cattivi, mostra in modo disincantato che tutti gli esseri umani hanno un prezzo, la paranoia insiste nel mantenere rigidamente distinti il bene dal male, il buono dal cattivo, il giusto dall’ingiusto offrendo l’illusione di una protezione sicura dall’angoscia della libertà.
In due importanti libri dedicati all’Islam radicale (La psicoanalisi alla prova dell’Islam, Neri Pozza 2002, Dichiarazione di non sottomissione, Poiesis 2013) lo psicoanalista francotunisino Fethi Beslam, professore di psicopatologia all’Università di Parigi-Diderot, ci ricorda come la sottomissione all’Altro salvi e distrugga nello stesso tempo. Essa offre l’illusione di un mondo senza incertezze, chiedendo però in cambio la rinuncia totale alla libertà. La potenza seduttiva dell’integralismo islamico consiste infatti nel proporsi come la sola interpretazione possibile dell’Origine, della voce di Dio, dell’unico Dio che esiste, del Dio “furioso” e giustiziere implacabile. Si tratta di una ideologia identitaria che comporta la sottomissione come unica possibilità di rapporto alla verità fondandosi sulla cancellazione dell’alterità di cui la rimozione della femminilità è l’espressione più forte ed emblematica. L’amore per la Legge sfocia così fanaticamente nell’auto-attribuzione del “diritto di vita e di morte su ogni cosa”. E’ la forma più terribile di blasfemia: uccidere, sterminare, terrorizzare nel nome di Dio. L’Occidente che ha dato prova di aver saputo superare la stagione delirante dei totalitarismi, non ha ora solo il compito di difendersi dal rischio del dilagare della violenza paranoica dell’Islam radicale, ma deve soprattutto provare a rifondare laicamente le ragioni della nostra cultura per evitare che il culto perverso di una libertà senza Legge sia solo l’altra faccia di quello paranoico di una Legge che annichilisce la libertà.


giovedì 2 ottobre 2014

Mallarmé, due poesie


BREZZA MARINA

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi

5
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l’alberatura

10
l’àncora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli,
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi

15
sperduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, trad. di L. Frezza, Feltrinelli, Milano 1980)



BRISE MARINE

La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.
Fuir ! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce cœur qui dans la mer se trempe
Ô nuits ! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai ! Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!

Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots…
Mais, ô mon cœur, entends le chant des matelots!

1866 

Il componimento presenta suggestioni legate all’immagine del viaggio e del mare che rinviano alla ricerca dell’Assoluto. Dopo avere sperimentato tutto, il poeta è colto da un profondo senso di stanchezza: non lo interessano più né le passioni carnali («carne») né quelle intellettuali («libri»), è preda di un’insoddisfazione che lo scoraggia. A tutto questo, egli oppone il suo forte desiderio di viaggiare verso terre lontane e sconfinate, poste tra cielo e mare, dove la libera creatività possa finalmente esprimersi. Né gli affetti familiari né i rischi dell’avventura lo frenano.
Questo contenuto viene espresso da Mallarmé in un discorso poetico che rinnega i normali nessi logici per ricorrere all’uso di simboli e astrazioni. In questa sua invocazione il diretto interlocutore è il suo cuore (v. 5 e v. 16): è a lui che si rivolge, perché possa imparare a volare tra il mare e i cieli («l’ignota schiuma e i cieli») da quegli «uccelli ebbri» che assaporano ogni giorno il gusto della libertà e perché dia ascolto al «canto dei marinai», simbolo di speranza per ogni uomo che aspiri a dare una svolta alla monotonia della vita.

APPARITION

La lune s'attristait. Des séraphins en pleurs
Rêvant, l'archet aux doigts, dans le calme des fleurs
Vaporeuses, tiraient de mourantes violes
De blancs sanglots glissant sur l'azur des corolles.
- C'était le jour béni de ton premier baiser.
Ma songerie aimant à me martyriser
S'enivrait savamment du parfum de tristesse
Que même sans regret et sans déboire laisse
La cueillaison d'un Rêve au coeur qui l'a cueilli.
J'errais donc, l'oeil rivé sur le pavé vieilli
Quand avec du soleil aux cheveux, dans la rue
Et dans le soir, tu m'es en riant apparue
Et j'ai cru voir la fée au chapeau de clarté
Qui jadis sur mes beaux sommeils d'enfant gâté
Passait, laissant toujours de ses mains mal fermées
Neiger de blancs bouquets d'étoiles parfumées.


1883

traduzione inglese

The moon was getting sad. Weeping cherubs
were dreaming, bow in hand in the quiet vaporous flowers
Played from their dying viols,
white tears rollied on the sky-blue petals

– That was the sacred day of our first kiss
And I became martyr to my own dreams
which fed on that perfume of sadness
which, even without regrets or mishaps, leaves
picking up a dream to the heart who picked it.

Here I was, wandering, with my eyes riveted on the ancient cobbles
When with sunshine in your hair, in the street,
and in the night, you appeared to me, laughing
And I thought I saw the fairy with a hat of light
That once visited my beautiful spoiled childhood’s slumbers
And from whose half closed hands
Kept snowing in white bunches of scented stars.

 

mercoledì 28 maggio 2014

Tolstoj, Platon Karataev



Di Tolstoj, Pierre incarna le idee, le speranze, le delusioni e, infine, anche la calma spirituale, la libertà interiore finalmente raggiunte; da questo punto di vista, i momenti rivelatori di apertura a un diverso e più immediato rapporto con la vita sono due nel romanzo e corrispondono alla lezione offerta da due personaggi che incarnano il rispetto per l'essere (Natascia) e la buona vita (Platon Karataev).  Nel caso della contessa Rostova lo scambio con Pierre accompagna tutta la narrazione. Per l'altro personaggio tutto si risolve in un incontro che dura un mese. Platon Karataev rappresenta la figura dell’uomo semplice, il soldato-contadino legato alla “terra” e a un’idea pura di Dio. Grazie all’amicizia con Karataev, il tormentato Pierre riuscirà a sciogliere il "complicato e terribile nodo della vita" e ad avvicinarsi all’assoluto.


http://www.sras.org/tolstoy_and_dostoevsky



Guerra e pace
Libro IV, parte prima

capitolo 12

... E Platon cambiò posizione sulla sua paglia.
Dopo esser rimasto per un po’ in silenzio, si alzò di nuovo in piedi. [...] Quand’ebbe così finito [la preghiera], si inchinò fino a terra, poi si alzò, diede un sospiro e si sistemò di nuovo sulla paglia. “Ecco fatto. Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare” disse, e si sdraiò tirandosi addosso il pastrano. [...] Fuori, in lontananza, si udivano pianti e grida e attraverso le fessure della baracca si intravvedevano fiamme; ma all’interno tutto era silenzio e buio. Per un pezzo Pierre non riuscì a prender sonno; sdraiato nel suo angolo, con gli occhi spalancati nel buio, ascoltava il russare ritmico di Platon che giaceva accanto a lui; e gli sembrava che il mondo, che poco prima gli era parso in rovina, risorgesse nel suo animo con nuova bellezza, su nuove, incrollabili fondamenta.

capitolo 13

    Nella baracca dove Pierre era stato portato, e dove avrebbe trascorso quattro settimane, c'erano ventitré soldati, tre ufficiali e due funzionari civili, tutti prigionieri. 
Ciascuno di costoro, in seguito sarebbe riafforato nella memoria di Pierre come attraverso una nebbia: mentre Platon Karataev gli si impresse per sempre nella mente e nell'anima come il ricordo più tenace e più caro, come la personificazione di tutto ciò che c'è di russo, buono e rotondo. Quando all'alba del giorno seguente, Pierre potè vedere il suo vicino, quella prima impressione di qualcosa di rotondo gli si confermò appieno: la figura di Platon, con il suo pastrano francese stretto in vita da una corda, il berretto a visiera e i lapti [le scarpe di scorza d'albero], era interamente rotonda; la sua testa era del tutto rotonda. La schiena, il petto, le spalle, persino le braccia, che teneva sempre in un certo modo come se fosse sul punto di abbracciare qualcuno, erano rotonde, il gradevole sorriso, i grandi, teneri occhi erano bruni e rotondi.
   Platon Karataev doveva avere più di cinquant'anni, almeno stando ai suoi racconti sulle campagne cui aveva partecipato da quando aveva iniziato il servizio militare. Lui stesso non sapeva né avrebbe mai potuto stabilire con precisione quanti anni avesse. Ma i denti forti e bianchi, che gli si scoprivano tutti in due perfetti semicerchi quando rideva (cosa che gli succedeva di frequente), erano belli e sani dal primo all'ultimo; nella sua barba e nei capelli non c'era un solo filo bianco, e tutto il suo corpo dimostrava agilità e, più ancora, resistenza e robustezza.
   Il suo volto, a dispetto delle piccole, rotonde rughe, aveva una espressione di innocenza e di giovinezza; la voce aveva un timbro gradevole, melodioso. Ma quel che distingueva il suo modo di parlare era l'immediatezza e la praticità. Evidentemente, egli non pensava mai a ciò che aveva appena detto o a ciò che stava per dire: da questo derivava la particolare, irresistibile forza di persuasione implicita nella rapidità e sicurezza delle sue intonazioni. 

    Nei primi tempi della prigionia, la sua forza fisica e la sua destrezza erano tali da far pensare che neppure sapesse che cosa sono la stanchezza o la malattia. Ogni mattina e ogni sera, diceva la sua preghiera: «Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare»; ogni mattina, alzandosi, scuoteva le spalle sempre allo stesso modo e diceva: «Sdraiandomi ho fatto ciambella, alzandomi mi do una scosserella.» In effetti, gli bastava mettersi giù per addormentarsi come un sasso, e gli bastava scuotersi per mettersi subito, senza un istante d'indugio, a occuparsi di qualcosa, come fanno i bambini che afferrano i giocattoli prima ancora d'alzarsi. Sapeva fare di tutto, non proprio alla perfezione, ma nemmeno male. Cucinava, cuciva, sapeva usare la pialla e la lesina. Era sempre indaffarato, e solo di notte si concedeva un po' di conversazione (cosa che gli piaceva molto) e di canzoni. Non cantava come i cantanti, che sanno di essere ascoltati, ma come gli uccelli. Si vedeva che per lui emettere quei suoni era tanto necessario quanto stiracchiarsi o far quattro passi; erano suoni delicati, sempre teneri e quasi femminei, pieni di malinconia, e il suo volto, in quei momenti, aveva un'espressione molto seria.
   Caduto prigioniero, s'era lasciato crescere la barba, scrollandosi evidentemente di dosso quanto d'estraneo e soldatesco gli si era appiccicato e tornando, istintivamente, al suo modo d'essere di prima, contadino e popolare.
   «Soldato congedato, camicia fuori dei pantaloni,» diceva.
   Del periodo passato sotto le armi, non parlava volentieri, benché non si lamentasse e anzi ricordasse sovente che durante tutto il servizio non era mai stato punito. Quando si metteva a raccontare, quasi sempre raccontava dei suoi vecchi e, naturalmente, dei cari ricordi della sua vita «di cristiano», come diceva, cioè di contadino. I proverbi che costellavano il suo discorso non erano i proverbi, per la maggior parte indecenti e sfrontati, che dicono i soldati, ma quelle sentenze popolari che sembrano così insignificanti prese così, da sole, e che acquistano invece, all'improvviso, un senso di profonda saggezza quando vengono pronunciate a proposito.
   Sovente gli capitava di dire esattamente l'opposto di quanto aveva detto un attimo prima: ma sia l'una che l'altra cosa erano giuste. Gli piaceva parlare e parlava bene, abbellendo il suo parlare di vezzeggiativi e di proverbi che a Pierre sembravano inventati lì per lì; ma il fascino principale dei suoi racconti stava nel fatto che, nel suo modo di esporli, anche gli avvenimenti più semplici, a volte perfino gli stessi a cui Pierre aveva assistito senza farci caso, prendevano un aspetto di solenne bellezza. Gli piaceva ascoltare le favole, sempre le stesse, che un altro soldato raccontava ogni sera. Ma ancora di più gli piaceva ascoltare storie di vita reale. Nell'ascoltarle sorrideva di gioia, suggeriva le parole e faceva domande che tendevano a render più chiara la bellezza di ciò che gli stavano raccontando. Affetti, amicizie, amore nel senso in cui Pierre intendeva queste cose, Karataev non ne provava; ma voleva bene a tutti, e viveva in un rapporto amorevole con tutto ciò che la vita gli faceva incontrare, specialmente con l'uomo, ma non un uomo determinato, bensì tutti gli uomini che gli capitavano davanti agli occhi. Amava il suo cagnolino, amava i compagni, i francesi, amava Pierre, che era il suo vicino; ma Pierre sentiva che Karataev, nonostante tutta l'affettuosa tenerezza che aveva per lui (e con la quale rendeva istintivamente omaggio alla vita spirituale di Pierre), non si sarebbe addolorato nemmeno per un istante se li avessero separati. E Pierre cominciava a provare lo stesso
sentimento nei confronti di Karataev.
   Agli occhi di tutti gli altri prigionieri, Platon Karataev era il più normale dei soldati; lo chiamavano Falchetto o Plato
ša [Platoscia], lo prendevano bonariamente in giro, lo mandavano a fare commissioni. Ma per Pierre egli rimase sempre quel che gli era apparso la prima notte: ineffabile, rotonda, eterna personificazione della semplicità e della verità.
   Platon Karataev non sapeva nulla a memoria, fuorché le sue preghiere. Quando raccontava qualcosa, sembrava che cominciasse a parlare senza sapere come avrebbe finito.
   Le volte che Pierre, colpito dal senso del suo discorso, lo pregava di ripetere ciò che aveva detto, Platon non riusciva a ricordare quel che aveva appena finito di dire, così come non era assolutamente capace di ripetere a Pierre le parole della sua canzone preferita. C'era, in essa, «mia cara piccola betulla», e poi «mi sento languire», ma, così a parole, era impossibile cavarne qualcosa. Non capiva, non poteva nemmeno concepire il significato di parole prese isolatamente dal discorso. In ogni sua parola, così come in ogni sua azione, si esprimeva quell'attività a lui stesso ignota che era la sua esistenza. Ma anche la sua vita, per lui, non aveva senso di per se stessa, isolatamente, ma solo come particella di un tutto di cui egli aveva costantemente coscienza. Le sue parole e le sue azioni fluivano dalla sua persona con la stessa regolarità, necessità e immediatezza con cui un fiore esala il suo profumo. Era impossibile, per lui, capire il valore o il significato di un'azione o di una parola considerate come qualcosa a sé stante.     


domenica 3 febbraio 2013

Todorov e Gramsci sulla trascendenza

 


Franco Marcoaldi intervista Tzvetan Todorov,  autore del libro La bellezza salverà il mondo, la Repubblica 28 giugno 2006

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Nel suo saggio è centrale la figura dell'assoluto individuale.
«L'aspirazione all'assoluto fa parte della vicenda umana, da sempre, e per una lunghissima fase storica tale aspirazione è stata collettiva. Dapprima, con la religione, l'assoluto si è collocato in cielo. Poi è disceso sulla terra: chiamandosi via via Stato, nazione, partito, uomo nuovo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, e con la caduta del muro di Berlino, tutto è cambiato. E ora siamo alla ricerca di un assoluto individuale, che peraltro non va confuso con l'assoluto arbitrio. Perché è vero che questa ricerca non è più imposta dall'esterno. Nasce in una società pluralistica, in cui esistono nor- me tra loro concorrenti, e quindi ognuno la persegue come crede. Ma non si può cancellare l'interdipendenza umana. Siamo animali sociali ed è ben per questo che l'idea di bellezza è connessa a quella di morale. Il punto più alto di tale associazione si ha nell'Idiota di Dostoevskij, in cui il principe My'kin, una variante moderna del personaggio di Gesù, ci indica una bellezza che rimanda alla compassione. Eppure quella figura tanto perfetta va incontro al fallimento. Perché Dostoevskij ci offre un ideale dagli esiti tragici? Io credo che lo scrittore russo affronti questo paradosso per indicarci come l'aspirazione individuale all'idea di bellezza, non possa non fare i conti con l'egoismo, l'invidia, l'avidità che ci circondano. Per quanto santa e perfetta, una figura isolata non riesce a far fronte a tutto questo e incontra la disperazione».
Nel libro, il controcanto agli "avventurieri dell'assoluto" è rappresentato da George Sand.
«George Sand non è una grande romanziera, come il suo amico Flaubert, ma è più saggia di lui. Come uno scultore scolpisce il marmo per estrarne la sua opera, lei scolpisce la propria vita per renderla più bella. Mentre Flaubert, come un martire dell'invenzione artistica se ne sta chiuso nella sua stanza a tornire di continuo le sue frasi, lei coglie la bellezza nell'istante, accetta la finitezza umana e soprattutto riconosce, al contrario dei romantici, degli gnostici, dei manichei, la continuità che esiste tra l'assoluto e il relativo, il celeste e il terrestre ».
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Ricapitolando: la bellezza è una dimensione centrale dell'esistenza, ma non può trasformarsi in estetismo dell'assoluto. Tantomeno può essere vissuta in modo solitario.
«L'assoluto individuale, se diventa solipsistico, è sterile. E lo dimostra il fatto che il primo a voler condividere con gli altri l'oggetto della sua creazione è proprio l'artista. Del resto, la forma più comune di bellezza è legata alle relazioni umane. E allora, se non crediamo nell'immortalità del corpo e dell'anima, l'unica trascendenza che ci resta è la traccia che lasciamo nella memoria degli altri. Tanto vale che sia la più bella possibile».
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Antonio Gramsci
lettera alla madre
15 giugno 1931

...tu non puoi immaginare quante cose io ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi. Se ci pensi bene tutte le quistioni dell'anima e dell'immortalità dell'anima e del paradiso e dell'inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all'altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli. Vedi cosa ti ho scritto? Del resto non devi pensare che io voglia offendere le tue opinioni religiose e poi penso che tu sei d'accordo con me più di quanto non pare.


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