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| Shukriya Bradost |
Alberto Simoni
"A Teheran faida tra militari e politici. La Guida Suprema non ha più autorità"
La Stampa, 21 aprile 2026
Il regime iraniano spaccato fra un’ala radicale e un fronte più politico. La partecipazione ai negoziati con gli Usa resta incerta e sembra tutta una questione interna. «La competizione e il conflitto all’interno del regime esistono da ben prima della guerra», spiega Shukriya Bradost, esperta di sicurezza in Medio Oriente alla Virginia Tech.
Perché?
«C’è sempre stata tensione fra i vari comandanti delle Guardia Rivoluzionarie (Irgc) su chi controlla il potere. Durante la guerra dei 12 giorni molti leader sono stati uccisi, si è creato un vuoto e le diverse fazioni hanno provato a colmarlo e affermare la loro influenza. È quello il momento in cui il conflitto si è intensificato».
«Le fazioni superstiti si stanno affrontando per esercitare il dominio interno al regime, ottenere il controllo dei sostenitori della Repubblica islamica e l’influenza. Per questo ci sono le accuse reciproche che oscillano dal tradimento dell’Iran all’indebolimento mentre l’altro campo dice che i rivali stanno distruggendo il Paese. È una lotta di potere».
Il ruolo della Guida Suprema?
“Dovrebbe mediare, esercitare la decisione ultima in una sorta di relazione in cui tutti beneficiano. La Guida Suprema non esercita più la stessa autorità. Le domande sulle condizioni di Mojtaba Khamenei – morto, ferito, in grado di decidere – complicano lo scenario: gli stessi falchi vogliono sentire la sua parola, prendere ordini da lui. C’è una grande incertezza, l’unica certezza è il ruolo di uno degli attori spesso dimenticato dai media».
Chi?
«La Russia».
Elabori…
«Molti Pasdaran hanno legami da tempo con la Russia. Queste relazioni sono quelle che contano di più. Più il conflitto si prolunga, più Mosca può influenzare l’Irgc».
Fino a quanto Washington è conscia del potere che Mosca esercita?
«Gli americani sanno del sostegno russo all’Iran. E sanno anche del ruolo cinese. Ma è Putin a trarre il vero vantaggio. Più si combatte più si toglie attenzione dall’Ucraina. Di recente il rappresentante russo a Vienna ha sostenuto addirittura la rimozione di tutte le sanzioni, non solo quelli sul nucleare, alla Repubblica islamica. È una posizione negoziale che non porta a nessuna partenza».
JD Vance guida la delegazione Usa a Islamabad. Gli americani andranno anche nell’incertezza di non trovare gli iraniani?
«Mandare una delegazione senza attendere la risposta di Teheran mette pressione agli iraniani e acuisce le divisioni interne. Se una fazione vuol negoziare, indebolita ne esce la fazione rivale».
Siamo oltre i 50 giorni di conflitto, cosa è cambiato, nella percezione del popolo iraniano?
«All’inizio era chiaro che la maggior parte delle persone voleva la rimozione della leadership. Ora è più complicato e qualcosa è cambiato».
Cosa ha provocato questo cambiamento?
«Dichiarazioni di Trump come quella sulla distruzione della civiltà iraniana rendono più facile il compito del regime di ricorrere alla carta dell’orgoglio nazionale. La leadership non enfatizza più nei suoi messaggi la Repubblica islamica – come in passato – ma si focalizza sull’Iran come nazione. Ora la popolazione è lacerata, certamente è ostile al regime, ma non vuole che la guerra danneggi e distrugga il Paese».
Sono obiettivi diversi da quelli Usa, Washington spinge per un Iran senza nucleare indipendentemente dalla forma del nuovo governo. Non sono inconciliabili?
«Sì, in parte. Ma attenzione l’Iran potrebbe anche non aver bisogno dell’atomica. Ha sviluppato altre forme di pressione».
Quali?
«Lo Stretto di Hormuz. Il nucleare è per la deterrenza, ma l’Iran è andato oltre. Usa la pressione economica per incidere a livello internazionale. Se gli Stati Uniti finiranno il conflitto lasciando a Teheran il controllo dello Stretto, in ogni caso sarebbe un fallimento per Washington».
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