mercoledì 11 febbraio 2026

Un critico liberale del potere

Carlo Marsonet
Bertrand de Jouvenel

Il Foglio, 11 febbraio 2026

Bertrand de Jouvenel (1903-1987) non è del tutto ignoto al pubblico italiano. All’importante lavoro di Francesco Raschi (Autorità e potere. Il pensiero politico di Bertrand de Jouvenel) e alcune traduzioni dei suoi libri, si aggiunge ora lo studio di Gabriele Ciampini, nella collana sui “classici contemporanei” promossa dall’istituto Bruno Leoni. Come ha scritto uno studioso americano, Daniel J. Mahoney, il pensatore francese può essere considerato un esponente di un liberalismo di matrice conservatrice: i suoi interessi lo hanno portato a occuparsi del progressivo accrescimento delle prerogative statali durante l’epoca moderna e a formulare “una scienza politica che possa riconciliare tradizione e cambiamento preservando al tempo stesso la libertà e la dignità dell’individuo”.
Nella parte biografica, Ciampini evidenzia come de Jouvenel fosse in gioventù favorevole a un tipo di economia mista, caratterizzata da una forte ingerenza statale. Vicino al Partito radicale, prima, e successivamente al Partito popolare francese, il pensatore si sarebbe poi convinto, soprattutto dopo l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia (1939), del pericolo di una sovraestensione dei pubblici poteri nella vita delle persone. Eppure, il suo liberalismo non sfocerà mai in una critica radicale, di taglio anarco-capitalista, al Leviatano: piuttosto, il suo liberalismo pare imparentato con quello degli ordoliberali tedeschi, i quali, pur nella diversità delle prospettive adottate dai suoi esponenti, vedevano nello Stato il «guardiano dell’ordine concorrenziale», ovvero lo strumento per far sì che il mercato non degeneri in un sistema monopolistico. Ciampini ricorda doverosamente la partecipazione – conclusasi burrascosamente – dello studioso alla vita intellettuale della Mont Pelerin Society, la più importante organizzazione internazionale nella promozione della libertà individuale fondata nel 1947 da Friedrich von Hayek. E’ però soprattutto la sua critica al potere a rimanere intatta nella sua essenzialità. Se esso fa parte delle società umane, e con ciò bisogna pertanto fare i conti, non va però idolatrato magari coprendo la sua azione di propositi alti e nobili. Prima dell’affermazione della modernità politico-statuale e della sovranità, il Medioevo poteva contare su micropoteri in concorrenza reciproca, che in tal modo frenavano la rispettiva espansione. Affermandosi invece il monismo statual-nazionale, il Potere ha trovato terreno fertile per il proprio radicamento, facendo così strame dell’ordine policentrico e pre-politico precedente: “dal momento in cui si ripromette di impadronirsi dei mezzi esistenti nella comunità, è naturalmente indotto a distruggere tutti gli edifici sociali allo stesso modo in cui l’orso in cerca di miele è portato a rompere le celle dell’alveare”.

Il giorno del ricordo. Testimonianze

 





Fabrizio Caccia
«Anni con la paura di sparire Ancora tanti i negazionisti che vanno contro l’evidenza»
Corriere della Sera, 11 febbraio 2026


ROMA Abdon Pamich, la Camera le ha appena tributato una standing ovation.

«Mi ha fatto un immenso piacere, così come le parole del capo dello Stato».

Che ha detto, Mattarella? «Si ricordava della mia medaglia d’oro a Tokyo 1964 nella 50 km di marcia, mi ha detto che aveva 20 anni all’epoca. Lui è più piccolino di me».

Lei ne ha compiuti da poco 92. Ne aveva 13, nel 1947, quando fu costretto a lasciare la sua casa di Fiume.

«Non c’era altra scelta, gli ultimi due anni in famiglia li passammo con la paura addosso, rischiavamo la pelle solo in quanto italiani, i titini volevano “ripulire” quei luoghi, si poteva sparire da un momento all’altro...».

Nelle Foibe.

«Già. Perciò non capisco perché ci siano ancora oggi tanti negazionisti che vanno contro la storia, contro l’evidenza dei documenti. Questo succede quando l’ideologia sovrasta la ragione. La nostra storia, purtroppo, è stata negata, ignorata, per troppo tempo. A Reggio Calabria anche quest’anno è stata rotta la targa per Norma Cossetto vittima delle Foibe. La mamma dei cretini è sempre incinta».

Anche lei in quegli anni perse degli amici nelle Foibe?

«Li persi ad Auschwitz, nel campo di sterminio nazista. Per questo non bisogna mai dimenticare l’orrore, ovunque si sia manifestato. E dice bene Liliana Segre: quando noi moriremo, se non resterà la memoria, morirà tutto».

C’è più tornato a Fiume, che oggi è croata e si chiama Rijeka?

«Eccome, tante volte. Non è cambiata mica, il golfo del Quarnero è sempre bellissimo! Però preferisco girarla di notte, in una dimensione più intima. Arrivo fino ad Abbazia (in croato Opatija, ndr) a godermi in silenzio le luci».

Il suo libro, «Memorie di un marciatore», è diventato ora un film, trasmesso ieri sera da Rai 1. Anche lei è tra gli attori.

«Ma no, nel film ho recitato solo delle particine, comunque m’è piaciuto, mi sono emozionato. Il regista, Alessandro Casale, è stato bravo a raccontare la storia degli esuli con sensibilità: un giorno ha detto che marciare per lui è non fermarsi mai, anche quando ti viene portata via la terra sotto i piedi».

Lei marcia ancora?

«Cammino ogni giorno, mi faccio 4-5 chilometri, amo la vita e lo sport».

Lucia Bellaspiga
Nel Giorno del ricordo la storia di Giuseppe che vide casa sua diventare Jugoslavia

Avvenire, 10 febbraio 2026
“Era l’alba del 24 giugno 1952, ore 4 e 30, quando a 19 anni con il treno partii dall’Istria verso una destinazione sconosciuta. Gli altri erano già partiti nel 1947, l’Istria si era svuotata, li avevamo visti andare via tutti e nelle loro case erano entrati macedoni, bosniaci, croati, montenegrini, con usi strani e lingue così diverse dal nostro secolare dialetto. Noi invece facemmo in tempo a vivere 7 anni sotto il regime di Tito, ma non si poteva resistere oltre. E così perdemmo tutto ciò che amavamo”. Giuseppe Sorgarello, nato a Dignano nel 1933, ci accoglie con la moglie Maria Rosa nella casa di Novara, dove alla fine lo ha condotto il lungo esodo. I 93 anni che porta sulle spalle non lo hanno incurvato né gli hanno spento il lampo ironico dello sguardo. Nella sua Dignano non ha più cuore di tornare, “l’ultima volta che l’ho fatto qualche anno fa ho camminato nella strada centrale, la Ca’ Nova, e dietro a quei portoni sbarrati e ai muri ancora sbrecciati dalla guerra, coperti anche oggi dalle scritte in vernice rossa dei tempi dei partigiani titini, immaginavo gli amici che ci abitavano quando ero piccolo, risentivo le loro voci, mi dicevo ecco la casa di uno, ecco la casa dell’altro… troppa nostalgia”. Ma a tornare in Istria ogni giorno è il suo cuore, che conserva persino ogni data, rimasta incancellabile.
Ricordi del prima e del dopo, con il 1945 come spartiacque. Un 1945 che lui chiama “il patatrac”, la fine improvvisa dell’infanzia e l’inizio di una nuova vita “molto difficile per noi italiani rimasti in quella che da secoli era casa nostra e diventò Jugoslavia, sotto una nuova dittatura ancora più esigente di quella appena finita”. Già, perché come racconta Sorgarello, in Istria il 25 Aprile segnò sì il tramonto del nazifascismo, ma a differenza di ciò che accadde nel resto d’Italia qui subentrò un regime comunista e i “liberatori” furono i titini occupatori.
Così i ricordi del bambino di Dignano oscillano tra gli orrori visti durante l’occupazione nazista dopo l’8 settembre del 1943 e quelli poi perpetrati dagli jugoslavi, anche in tempo ormai di pace. “Immaginate a 11 anni essere costretto a guardare ventuno impiccati”, comincia. Era il 1944 e Giuseppe con il padre sul carro trainato dai muli si recava al mercato di Pola a vendere i prodotti della loro fertile campagna. “La sera prima a Stignano, alle porte di Pola, un gerarca fascista era stato ucciso in un’imboscata e i tedeschi per rappresaglia presero ventun prigionieri dalla Strafhaus, le carceri di Pola costruite ancora dall’Austria-Ungheria, e li appesero agli alberi. Noi arrivavamo col carro e i tedeschi ci fermarono, costringendoci a guardare. Non dimenticherò mai quelle lingue nere, quegli occhi stravolti”. Suo zio Nicola, di idee socialiste, era rinchiuso alla Strafhaus con l’accusa di commercio illecito di stoffe, ma tra i detenuti messi in fila si trovò al 23esimo posto, salvo per un pelo.
L’anno dopo però, il fatidico 1° maggio del 1945, giorno di libertà per il resto d’Italia, ma data funesta che vide l’ingresso dei titini in città come Pola, Fiume, Trieste, Gorizia e l’inizio della mattanza, Giuseppe e i suoi amichetti attendevano curiosi “che arrivassero loro, quelli che la propaganda chiamava la IV Armata. Avevo 12 anni, seduti sui muretti aspettavamo di vederli… e infatti giunsero sulla strada che da Fiume arrivava a Dignano, ma vedemmo decine di sbandati, né vestiti né nudi, coperti di stracci, con i fucili uno diverso dall’altro. Io, che a scuola ero stato indottrinato dal fascismo e quindi ammiravo il re e il Duce, mi sentii defraudato, era il primo di tanti rovesci che avrei subìto… In una sola notte la mia Dignano divenne Vodnjan. E io fui di nuovo indottrinato”. Sotto il fascismo era stato “Figlio della Lupa”, poi sua mamma gli aveva comprato la divisa da Balilla, “ma è arrivato il patatrac e non l’ho mai indossata: poco dopo sono diventato “Pioniere” e a scuola imparammo a marciare, a prendere in mano i fucili di legno, a recitare poesie dedicate al maresciallo Tito. Le medie furono un disastro, praticamente noi italiani fummo tagliati fuori, tant’è che per tutta la vita, anche in ufficio, ho tenuto il dizionario nel cassetto perché scrivere in italiano mi è difficile e il croato non l’ho mai imparato”.
Al regime jugoslavo deve però i quattro anni di “alternanza scuola-lavoro”, come la chiameremmo oggi, presso l’Arsenale di Pola, dove i ragazzini furono inviati a imparare in fretta il mestiere quando nel 1947 l’esodo in massa dei polesani svuotò la città e rese necessario rimpiazzare ovunque le maestranze. “A 14 anni quindi mi trovai a studiare di mattina e lavorare il pomeriggio all’Arsenale – racconta –. A me che ero di Dignano andava bene, perché da casa portavo pane e prosciutto, non ci mancava il cibo, ma i colleghi di Pola, soprattutto gli slavi venuti da tutta la Jugoslavia e gli operai di Monfalcone, giunti dall’Italia in quanto comunisti e convinti di trovare il paradiso, erano alla fame. Soprattutto dopo il 1948, quando Stalin ruppe i rapporti con Tito e la povertà divenne insostenibile, per loro c’erano ancora le tessere alimentari come in guerra, avevano diritto a 5 chili di farina al mese. I poveri monfalconesi si ribellarono, ma per questo molti finirono nel gulag di Goli Otok, la terribile Isola Calva. Ricordo un tornitore molto abile al lavoro, che al pomeriggio veniva costretto a spalare le macerie in cui la città era ridotta, un giorno si rifiutò ma per punizione dovette spalare con un cartello sulla schiena, messo alla gogna. Alle 10 avevamo 15 minuti di pausa per mangiare e andare dal Commissario politico, che ci controllava: anche se lavoravo bene, io ero messo in croce, costretto a dare a loro il mio pranzo…”. Delle foibe non si sapeva, ma la gente spariva nel nulla, “a Dignano ci terrorizzava la sede dell’Ozna, la polizia di Tito: se si entrava lì, chissà se si usciva. Ricordo una guardia comunale, si chiamava Filippetto, il suo corpo decomposto fu trovato nel campo dopo giorni… Una nostra vicina di casa ricercata dai titini si rifugiò nel nostro sottoscala e così si salvò, ma mio padre era furioso, aveva messo tutti noi in pericolo”.
Tra i suoi ricordi c’è anche l’aereo americano colpito dalla contraerea tedesca nel ’44, episodio visto con gli occhi del bambino: “Noi piccoli vedendolo perdere quota intuimmo dove sarebbe caduto e corremmo lì a rubare le ruote per costruire un monopattino. Arrivammo prima della polizia e a terra c’era il pilota morto, era un nero, ci fece tanta paura”. Sempre in monopattino o sull’asino la zia lo mandava nei boschi a portare cibo ai partigiani, perché lo zio Nicola era dei loro, e il piccolo Giuseppe con l’incoscienza dei bambini sapeva mentire ai tedeschi, “ma mi tremavano le gambe”.
E poi non ha mai scordato la strage di Vergarolla, di cui ricorre l’80esimo anniversario, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola il 18 agosto 1946 (l’Italia era già Repubblica e Pola era ancora Italia) durante un’affollata manifestazione sportiva patriottica pro Italia: “Io avevo 13 anni, mia madre mi mandò a Pola a portare gli ortaggi alla signora Gina, in via Barbacani. All’improvviso sembrò la fine del mondo, tutta Pola sobbalzò, i vetri andarono in briciole. Non sapevamo cosa fosse, la guerra era finita da tempo, presi la corriera e scappai a casa. Il giorno dopo sapemmo dei cento e più morti, fu allora che la grande massa di italiani decise di andarsene”.
La festa per i 20 anni di Sogarello (il primo a destra) alla caserma Perrone
La festa per i 20 anni di Sogarello (il primo a destra) alla caserma Perrone
I Sorgarello rimasero. Suo padre era irremovibile, “come si fa a lasciare la terra e gli animali?”. La madre invece era più propensa, “mi no ghe dago le mie figlie in sposa ai s’ciavoni, agli jugoslavi”, ride Giuseppe. Che però, spirito ribelle quale era, un giorno decise, come avevano già fatto altri, di scappare dalla Jugoslavia legato sotto un carro. “La mia intenzione però arrivò alle orecchie di mio padre, che si arrabbiò, ‘Ti vol scampar solo? Qua va via tuti o no va via nissun’, gridò. Era giugno del 1952, l’epoca del raccolto, con giorni e notti di coda all’ufficio preposto ottenemmo l’opzione per partire su quel treno. Mia sorella più piccola aveva un anno… Mi sentii responsabile, perdevamo tutto a causa mia, un peso che mi sono sempre portato dentro”. Dal treno, l’addio al campanile di San Biagio, simbolo di Dignano, cantando mestamente “e la partenza xe dolorosa, la me morosa la piangerà”: “L’avevo davvero la morosa, a Gallesano. Perdevo proprio tutto. L’ho rivista 40 anni dopo, ormai era nonna”.
Poi l’arrivo a Udine e da lì anni nei campi profughi, dove c’era posto, “l’alta Italia era già tutta occupata, restavano Sicilia e Abruzzo. Finimmo vicino all’Aquila, in camerate suddivise con delle coperte appese a fare da parete tra le famiglie. Qui a Novara, però, c’era uno zio che, essendo partito già nel 1947, aveva un buon angolo nella camerata dentro la caserma Perrone, possedeva persino i letti a castello per tutta la sua famiglia. Lo raggiunsi e mi arrangiai con loro. È lì che ho festeggiato i miei 20 anni”. Poi via via, di campo profughi in campo profughi, il mestiere imparato in Arsenale sotto la Jugoslavia gli fece fare carriera come lavoratore provetto, “è l’unica cosa buona che devo a Tito”, ride, “anche se devo molto alla mia predisposizione naturale”. Lo dimostrano i capolavori intagliati in legno che conserva, come il veliero che gli ha richiesto mille ore di lavoro certosino, o la perfezione stupefacente con cui ha riprodotto la cupola novarese di San Gaudenzio dell’Antonelli (lo stesso della Mole torinese) e il Campanile dell’Alfieri. Ma i temi che intaglia più spesso sono i palazzi storici del suo paese, nel legno di un ulivo che gli hanno mandato dall’Istria: “Da molti anni con quel tronco scolpisco opere, ormai lo sto esaurendo… Ho inviato a San Biagio un crocifisso e un modellino della chiesa, li ho affidati a esuli in viaggio a Dignano, io non ce la faccio, troppo dolore”. Ogni anno a chi torna a Dignano chiede di andare al cimitero, sul muro di cinta una lapide per tutti gli istriani morti nella diaspora nel mondo, più in là la tomba dei suoi nonni, “i miei avi erano a Dignano dal 1500”. La sua casa, gli hanno riferito, ora è in vendita. Nel cortile c’è ancora l’antica cisterna, vera ricchezza nell’Istria riarsa di un tempo, “l’acqua più buona del mondo, i vicini venivano col secchio a chiederne, ce n’era sempre per tutti”. Sul muro esterno resistono le due iniziali, SG, che aveva tracciato da ragazzo. Ma anche le scritte rosse, “hocemo Tito”, vogliamo Tito, che in una sola notte nel 1945 imbrattarono tutta Dignano, alla vigilia della visita di una commissione internazionale incaricata di studiare la situazione per tracciare i nuovi confini: bisognava convincerla che la popolazione, in realtà al 90% italiana, stava con Tito…
Oggi, quando scolpisce quel legno, Sorgarello spera sempre che sia cresciuto nell’uliveto di suo padre.

Una opinione sul referendum

Enzo Cheli
Equivoci da rimuovere sul referendum

Corriere della Sera, 11 febbraio 2026

Sono molti gli equivoci che stanno nascendo e che più o meno maliziosamente vengono coltivati intorno alla riforma dell’ordinamento giudiziario su cui il popolo sarà chiamato a esprimere la propria opinione e il proprio voto con il referendum costituzionale del prossimo marzo. Equivoci che è bene chiarire per consentire agli elettori di fare una scelta veramente consapevole.

La legge di riforma su cui a marzo il corpo elettorale sarà chiamato a fare questa scelta è una legge di revisione costituzionale composta da otto articoli che cambiano una norma relativa ai poteri del capo dello Stato e sei norme relative alla composizione e ai poteri dell’attuale Consiglio superiore quale organo di governo unitario della magistratura (gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110). Nella vulgata corrente, avallata dalla maggioranza, questa riforma sarebbe destinata semplicemente a separare le attuali carriere tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti, separazione che verrà ad assumere una fisionomia precisa in una futura legge ordinaria. La riforma, dunque, rappresenterebbe soltanto il completamento della riforma varata nel 1989 dal ministro Vassalli perché diretta a trasformare, attraverso la parità tra accusa e difesa, il nostro processo penale da inquisitorio in accusatorio. Legge, dunque, destinata più che a modificare a integrare la lettera e lo spirito del nostro impianto costituzionale.

Ma solo di questo si tratta? La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era già stata avviata da una legge ordinaria con la recente riforma Cartabia e bastavano poche norme, sempre ordinarie, per completarla. Perché mettere in gioco oggi norme fondamentali dell’attuale impianto costituzionale del potere giudiziario? Il richiamo al nome di Vassalli, eroe della Resistenza, ha finito per rappresentare un forte appello alla sinistra che, in effetti, su questa riforma si è divisa. Ma Vassalli avrebbe condiviso una riforma di questo tipo? È lecito dubitarne e su questo vorrei offrire una testimonianza diretta per la lunga consuetudine di lavoro che con Vassalli, dopo la sua riforma, ho avuto l’onore di svolgere presso la Corte costituzionale in tante cause che mettevano in gioco l’esercizio della giurisdizione penale. Vassalli era indubbiamente molto convinto della necessità di rafforzare l’imparzialità del giudice attraverso la parità tra accusa e difesa con il conseguente distacco del pubblico ministero dall’organo giudicante, ma era altrettanto convinto della necessità di garantire l’assoluta indipendenza del potere giurisdizionale, in tutte le sue componenti, attraverso la presenza di un organo di governo di rilievo costituzionale quale il Consiglio superiore così come definito dalla Costituzione. Ritengo che nella visione di Vassalli la separazione delle carriere, considerata necessaria, non comportasse anche una divisione dell’organo di governo del potere giudiziario che dalla divisione sarebbe risultato indebolito nella sua funzione di difesa dell’indipendenza.

Il fatto è che la causa di queste divergenti opinioni nasce in realtà tutta dall’ambiguità di questa riforma che si presta a letture diverse. Secondo una prima lettura minimalista, avallata dai proponenti, la riforma si limiterebbe semplicemente ad aprire la strada per una separazione delle carriere. Ma si tratta di una lettura difficile da condividere se si osserva che per questo scopo, come si è detto, sarebbe bastato una semplice legge ordinaria di completamento della riforma Cartabia. Emerge di conseguenza una seconda lettura, sostanziale e finalistica, condivisa dagli opponenti, secondo cui la riforma viene a rappresentare un colpo mancino alla Costituzione perché attraverso la divisione del Consiglio superiore in due organi distinti intende in realtà non tanto completare la separazione delle carriere, quanto avviare un processo di indebolimento del potere giudiziario. Tesi questa a mio avviso più convincente, nonostante la conferma formale dell’indipendenza contenuta in un comma dell’articolo 104, se si pensa anche ad altre norme di contorno della riforma quali la sostituzione dell’elezione con il sorteggio dei componenti i due organi e l’istituzione vagamente intimidatoria di una Alta Corte disciplinare del tutto autoreferenziale e costruita in deroga all’attuale divieto costituzionale di giurisdizioni speciali. Da qui il timore, condiviso dall’associazione Nazionale dei Magistrati, del fatto che questa riforma sia solo il primo passo per attuare un disegno più vasto a danno dell’autonomia non solo della magistratura requirente, ma di tutta la magistratura.

La prospettiva forse non è irrealistica se si pensa agli indirizzi che questa maggioranza ha dichiarato e seguita a perseguire fin dal suo insediamento tanto sul terreno delle libertà e dei loro limiti ai fini della sicurezza quanto sul terreno di una divisione dei poteri messa a rischio dalla proposta del premierato. Opporsi a questa riforma in questo quadro, che le vicende internazionali stanno sempre più aggravando, per garantire l’indipendenza del potere giudiziario attraverso l’unità e la forza rappresentativa dell’attuale Consiglio superiore significa dunque, più che un «gridare al lupo», opporsi alla erosione di uno degli assi portanti della nostra democrazia. Certo è che il referendum costituzionale che stiamo per affrontare non pone, per i suoi possibili sviluppi, un problema soltanto tecnico.

Philip Roth introvabile


Nelle librerie non ci sono più i romanzi di Philip Roth

Il Post, 10 febbraio 2026

Negli ultimi giorni le pagine di cultura dei giornali hanno dato molto spazio, a volte con toni un po’ polemici, alla “scomparsa” dalle librerie dei romanzi di Philip Roth, uno dei più importanti scrittori americani del Novecento, morto nel 2018. È una conseguenza del passaggio dei diritti d’autore delle sue opere alla casa editrice Adelphi, avvenuto due anni fa. Le edizioni pubblicate da Einaudi, il precedente editore italiano di Roth, non sono più disponibili, e attualmente il suo unico romanzo reperibile in libreria è Portnoy, l’unico tradotto e distribuito finora da Adelphi.

Se ne sta parlando anche perché le vecchie edizioni sono state messe in vendita a prezzi piuttosto alti nel mercato dell’usato. Su eBay romanzi come La macchia umanaIl complotto contro l’America e La controvita vanno dai 40 ai 50 euro, ma c’è anche una copia di Pastorale americana, forse il romanzo più famoso di Roth, che ne costa 70: cinque volte il prezzo di copertina originario.

Adelphi ha fatto sapere che pubblicherà due o tre romanzi di Roth ogni anno (in tutto sono 27), ed è quindi probabile che per trovarli tutti in libreria bisognerà attendere una decina d’anni. Ciò non vuol dire che per leggere Roth sia obbligatorio spendere queste cifre: anzi, lo si può fare anche gratuitamente, dato che i suoi libri sono ampiamente disponibili nella maggior parte delle biblioteche italiane. Ma non trovare i romanzi di Roth nelle librerie è comunque un fatto piuttosto anomalo per il mercato editoriale italiano, dato che negli ultimi trent’anni non era mai successo. Roth era uno degli scrittori più importanti e identificativi di Einaudi, che aveva sempre reso disponibili i suoi libri pubblicandoli in più ristampe.

Einaudi è intervenuta nel dibattito con un comunicato piuttosto stringato inviato a Repubblica, in cui ha scritto di aver dovuto ritirare tutte le copie dal mercato in seguito all’acquisto dei diritti da parte di Adelphi. «Non posso pensare che non potrò più regalare i suoi libri chissà per quanto tempo. Roth è parte del nostro immaginario. Sarebbe come dire che non sono disponibili titoli di Flaubert, Balzac, Toni Morrison, Philip Dick. Roth è un caposaldo», aveva detto invece lo scrittore Nicola Lagioia.

Una vecchia edizione di Il complotto contro l’America (Ansa)

Il passaggio di Roth ad Adelphi era stato finalizzato nel 2024, con una delle operazioni editoriali più sorprendenti degli ultimi anni. La casa editrice raggiunse un accordo con Andrew Wylie, l’agente letterario che rappresenta gli eredi della proprietà intellettuale delle opere di Roth, da circa un milione di euro: una cifra considerevole per l’editoria, anche tenendo conto della notorietà di Roth e del valore letterario e commerciale dei suoi romanzi.

I lunghi tempi di pubblicazione sono dovuti al fatto che, dopo l’acquisizione, Adelphi ha avviato un’imponente operazione di rinnovamento editoriale attorno ai romanzi di Roth, sia nell’estetica che nei contenuti. Ha deciso di tradurne la stragrande maggioranza da capo e di dedicare molta attenzione alla grafica delle nuove edizioni, anche per segnare un netto distacco rispetto a quelle di Einaudi.

Il primo libro, Portnoy, era stato pubblicato lo scorso anno nella traduzione di Matteo Codignola. La sua uscita era stata ampiamente discussa e commentata da critici, addetti ai lavori e riviste di settore, sia per la decisione di accorciare il titolo (nella traduzione letterale di Einaudi era Lamento di Portnoy), sia per l’impatto visivo della nuova copertina. Ritrae una donna con una pipa in bocca che siede sul dorso di un maiale dall’espressione afflitta (la donna è Moonbeam McSwine, un personaggio della popolare striscia a fumetti americana Li’l Abner): una discontinuità evidente rispetto alle classiche copertine bianche di Einaudi.

La copertina di Portnoy, Adelphi, 2025

Il secondo libro di Roth pubblicato da Adelphi, Operazione Shylock, uscirà ad aprile e sarà tradotto da Ottavio Fatica. Roberto Colajanni, l’amministratore delegato della casa editrice, ha detto che tra quelli che saranno pubblicati nel prossimo triennio c’è anche Pastorale americana, la cui traduzione è stata affidata nuovamente a Codignola: dovrebbe uscire nel 2027.

Roth era nato il 19 marzo 1933 a Newark, nel New Jersey. Diventò famoso in tutto il mondo nel 1969 proprio grazie a Portnoy, il suo primo romanzo, incentrato sul tentativo di un uomo di sfuggire a un’oppressiva famiglia ebraica e alle proprie nevrosi sessuali. Ma ottenne un successo enorme anche la cosiddetta trilogia americana, scritta in pochi anni e composta da tre storie americane ordinarie e insieme tragiche ed esemplari: Pastorale americana del 1997, Ho sposato un comunista del 1998 e La macchia umana del 2000.

Prima di passare ad Adelphi Roth era stato pubblicato da Einaudi per più di vent’anni anni. Nel 2017 Mondadori (cioè l’azienda proprietaria di Einaudi) pubblicò i suoi libri nella collana Meridiani, che raccoglie più romanzi in un’unica edizione molto pregiata: su internet se ne trova ancora qualcuna, a prezzi molto proibitivi.



martedì 10 febbraio 2026

Boccia d'assalto

Enrica Riera
Stalking all'ex ministro Sangiuliano, Maria Rosaria Boccia va a processo

Domani, 10 febbraio 2026

Stalking, lesioni, diffamazione, interferenze illecite nella vita privata e false attestazioni nel curriculum. Con queste accuse l’imprenditrice di Pompei, Maria Rosaria Boccia, andrà a processo. Lo ha deciso questa mattina il giudice dell’udienza preliminare di Roma. 

Si chiude così un primo capitolo sul caso, che scoppiato la scorsa estate, ha portato l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano a dimettersi dal dicastero che oggi ha come capo Alessandro Giuli. Nel procedimento su Boccia, oltre a Sangiuliano risultano parti offese anche sua moglie, Federica Corsini, e l’ex capo di gabinetto Francesco Gilioli.

Le accuse


I pubblici ministeri – le indagini sono coordinate dall’aggiunto Giuseppe Cascini – contestano all’imprenditrice, che aveva intrapreso una relazione con l’ex ministro e che alla fine non aveva visto concretizzarsi la nomina a sua consigliera, una serie di condotte.

Tra queste quella di aver cagionato in Sangiuliano «un perdurante e grave stato di ansia e paura che si estrinsecava in un forte stress, un notevole dimagrimento, pensieri suicidi, in modo tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita – scrivono i pm – compromettendone la figura pubblica, inducendolo a rassegnare le dimissioni dalla carica istituzionale, ad evitare i luoghi abitualmente frequentati, limitare le uscite private e pubbliche o le partecipazioni a convegni o viaggi istituzionali e privati».

I magistrati capitolini delineano dunque un quadro che sembrerebbe basarsi su pressioni psicologiche e controllo. «Boccia – si legge ancora nelle carte – pubblicava foto di loro due al concerto dei Coldplay senza il consenso di Sangiuliano e imponeva a Sangiuliano di non portare addosso la fede nuziale e alla fine gliela sottraeva».

Poi la vicenda della chiave di Pompei «del valore di circa 14.823,00 euro, che doveva essere consegnata dal Sindaco quale premio al Ministro». Quella chiave che fine ha fatto? A luglio del 2024 Boccia «chiedeva la consegna della chiave». Asserendo che il ministro, concludono i pubblici ministeri, «gliela aveva promessa e le promesse vanno mantenute».

A marzo 2025 l’imprenditrice era stata interrogata dai magistrati capitolini, a luglio era arrivata invece la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini. Nelle scorsa settimana, inoltre, un altro guaio giudiziario: la notifica a Boccia del 415 bis, in questo caso i pm di piazzale Clodio le contestano di aver diffuso e rivelato informazioni relative alla vita privata dell'ex ministro della Cultura e la moglie tramite l’audio di una loro conversazione. In questo filone è indagato anche un giornalista di una testata campana, anche lui ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini

La difesa

A stretto giro è arrivato il commento degli avvocati che difendono Maria Rosaria Boccia: «Siamo convinti che non ci sia alcuna condotta illecita, alcun atto persecutorio»', hanno detto Francesco Di Deco e Saverio Sapia.

«Noi dimostreremo che dai principi del giugno del 2024 era l'allora ministro a proporle in primis la nomina e successivamente già dalla settimana dopo si dichiarava follemente innamorato e quindi a meno che non sono cambiati i canoni dello stalking, a me non risulta che una persona che è sottoposta a stalking e dichiara di avere paura manda ogni giorno in maniera quasi asfissiante, azzarderei adolescenziale - ha detto uno dei difensori - messaggi con cuoricini. Quindi c'è una discrasia in tal senso. Stesso discorso per quanto riguarda le lesioni».

Per quanto riguarda poi l'accusa di interferenze illecite «la condotta è stata totalmente diversa - sostiene la difesa di Boccia - è stata ammessa ad ascoltare una telefonata e quindi come presente, cioè il consenso non era rilevante: in quel caso era il querelante a permettere di ascoltare la telefonata in viva voce. Poteva benissimo in qualunque momento staccare e interrompere la comunicazione tenutamente privata. L'incriminazione è davvero fumosa e speriamo di poterlo dimostrare già in questa fase processuale senza dover andare in dibattimento».

Disastro Stellantis

Roberto Antonio Romano 
Stellantis, la crisi non è passeggera: o arriva la politica industriale o l'automotive muore

Domani, 10 febbraio 2026

Senza elencare per l’ennesima volta i numeri del settore automotive, basti dire che le informazioni diffuse da Stellantis nei primi giorni di febbraio sono tali da imporre una riflessione che va ben oltre il singolo gruppo industriale. Oneri straordinari per 22 miliardi di euro, 6,5 miliardi di dividendi mancati e, soprattutto, la dismissione delle attività legate all’elettrificazione della produzione non sono semplici scelte contabili: sono il segnale di una crisi strutturale ormai conclamata.

La strategia annunciata dal management è chiara. Recuperare terreno puntando sul mercato statunitense, riducendo l’esposizione europea, e chiedere all’Unione europea di rivedere la transizione ecologica, sostenendo che, alle condizioni attuali, il settore automotive europeo sarebbe destinato a morire. Il messaggio del ceo è esplicito: norme ambientali troppo rigide e un quadro regolatorio europeo farraginoso impedirebbero la crescita industriale.

Ma questa narrazione regge solo in parte. Se si osserva la EU Industrial R&D Scoreboard 2025, emerge un dato difficilmente contestabile: Stellantis esce progressivamente dal perimetro degli investimenti e dalla spesa in ricerca e sviluppo. Non perché l’utile operativo lordo sia crollato — oscillazioni di questo tipo sono fisiologiche — ma perché la struttura industriale del gruppo non è più in grado di sostenere la competizione tecnologica. La crisi non è congiunturale, è organizzativa e strategica.

In Italia, come prevedibile, molti si concentreranno sul calcolo delle perdite potenziali del settore automotive nazionale. Qualcuno — con fastidiosa e prevedibile solerzia — è già al lavoro. Ma occorre dirlo con chiarezza, anche se con amarezza: il settore automotive in Italia non esiste più da molti anni. Il declino non è iniziato oggi, né con Stellantis. Il treno è stato perso tra il 2005 e il 2008, quando, invece di costruire una vera alleanza industriale europea, in primo luogo con la Germania, tutti i governi italiani si sono limitati a incentivare l’acquisto di automobili. Una non politica industriale travestita da sostegno alla domanda. In un paese come l’Italia, la politica industriale è rimasta un miraggio. Questo non significa che non ci saranno impatti: significa che gli impatti arrivano su un settore già desertificato.

Il nodo politico ed economico più rilevante è però un altro: la rinuncia, esplicita o implicita, del settore automotive europeo all’elettrificazione della mobilità. Si tratta dell’unico vero mercato emergente del comparto, per di più sostenuto da una forte domanda di sostituzione. Abbandonarlo equivale a rinunciare al futuro del settore. Viene allora da chiedersi: qualcuno studia ancora la legge di Engel, o ci si limita a far girare numeri su Stata nella migliore delle ipotesi oppure su Excel senza una visione economica di fondo?

Il sospetto è che siamo nel pieno di un terremoto nella governance dell’automotive globale. Le dimensioni minime per restare sul mercato tenderanno a superare i 10 milioni di veicoli l’anno, con una quota “green” largamente maggioritaria. Si può anche immaginare un mercato statunitense relativamente stabile, ma è davvero pensabile una strategia industriale fondata su un orizzonte di due anni e un solo mercato di sbocco, dimenticando quello più dinamico e rilevante, dall’altra parte del mondo?

Forse il giudizio appare drastico, ma i segnali convergono: Stellantis ha perso la sfida della concorrenza e quella dell’innovazione. Da qui in avanti si apre una fase di medio-lungo periodo di dismissione. Non avverrà in un giorno, ma avverrà. La speranza è che, nel frattempo, l’Ue adotti finalmente una politica industriale degna di questo nome, accompagnata da alleanze strategiche, anche con la Cina e con i concorrenti di quell’area. In caso contrario, non morirà solo Stellantis: morirà l’intero ecosistema industriale legato all’automotive europeo.

Limitarsi a denunciare l’assenza di una politica industriale, però, è troppo poco e troppo comodo. Serve un salto di maturità politica. Forse Mario Draghi ha ragione; Letta, invece, lasciamolo da parte, impegnato com’è in progetti che puntano a “rapire” il risparmio dei cittadini europei senza una vera strategia produttiva.

O l’Europa decide di diventare adulta — industrialmente e politicamente — oppure l’unico scenario che resterà sul tavolo sarà un conflitto interno al continente, per stabilire chi potrà ancora salvarsi e chi no.