martedì 24 marzo 2026

Alla ricerca dello sfidante

Stefano Montefiori
Francia, via alla corsa per il 2027: lepenisti in testa, cresce Glucksmann
Corriere della Sera, 24 marzo 2026

PARIGI Il giorno dopo le municipali, la politica francese valuta i risultati nell’ottica delle prossime elezioni, quelli più importanti: le Presidenziali della primavera 2027, quando Emmanuel Macron non potrà più presentarsi e la lunga fase di instabilità potrebbe concludersi.

Qual è la situazione degli attuali pretendenti all’Eliseo, dopo il voto di domenica? I favoriti dei sondaggi, Marine Le Pen e Jordan Bardella, vedono la loro posizione rafforzarsi perché lo sbarramento antirassemblement national è sempre più debole. Ed è sempre più forte la tentazione dei Républicains, la destra gollista, di andare verso un’unione con l’estrema destra. Due anni fa Éric Ciotti venne cacciato dalla guida dei Républicains per essersi alleato con Marine Le Pen. Ma adesso che Ciotti ha conquistato Nizza proprio grazie a una lista comune con i lepenisti, la sua «Unione delle destre» può servire da avanguardia per un’intesa su scala nazionale. Secondo il primo sondaggio (Harris Interactive) condotto all’indomani delle municipali, Bardella è dato largamente in testa, al 35% al primo turno. Sempre che sia lui a presentarsi e non Marine Le Pen, che spera ancora di vedere la sua pena di ineleggibilità ridotta in appello. Sentenza il 7 luglio.

Se la prima posizione sembra garantita per il candidato del Rassemblement national, che sia Bardella o Le Pen, i giochi restano aperti per la seconda posizione, quella che comunque offre l’accesso al ballottaggio e buone possibilità di vittoria finale.

Molto staccato al 18%, ma tornato in partita, l’ex premier Edouard Philippe. Il centrista Philippe sembrava potesse cadere a Le Havre e invece è stato ampiamente riconfermato sindaco della città portuale della Normandia; questo gli dà nuova spinta per continuare a puntare all’eliseo. Philippe è stato il primo a candidarsi, già nell’estate del 2024, quando ha consumato lo strappo con Macron che pure anni prima lo aveva nominato primo ministro. Dopo la dissoluzione, Philippe chiese le dimissioni di Macron e presidenziali anticipate. Alla fine Macron ha resistito, si andrà al voto per l’Eliseo solo l’anno prossimo, e bisognerà vedere se Philippe ci arriverà indebolito da una rincorsa forse troppo lunga.

Raphaël Glucksmann, esponente della sinistra moderata, esce rafforzato dalle municipali, perché ha enunciato con chiarezza una linea — «bisogna rompere con l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon» — che si è rivelata tutto sommato vincente. Divisa, la sinistra ha vinto, per esempio a Parigi e Marsiglia. Unita ha perso, per esempio a Tolosa. Lo stesso sondaggio dà Glucksmann al 14%, ben davanti al grande rivale Jean-Luc Mélenchon della France insoumise, fermo all’11%. Stasera peraltro è prevista una resa dei conti movimentata alla direzione nazionale del Partito socialista, perché le ambiguità pro-Mélenchon del segretario Olivier Faure potrebbero costargli il posto.

A destra il gollista Bruno Retailleau con il 7% è poco avanti al 5% di Eric Zemmour, il che potrebbe incoraggiare entrambi a mettersi sotto l’ala del Rn. Manca ancora un anno, altri nomi (Gabriel Attal, Gérald Darmanin) potrebbero scendere in campo. Ma la partita per scegliere lo sfidante di Bardella/Marine Le Pen è già cominciata.

Scampato pericolo

Pieter Bruegel il Vecchio, Paesaggio con la caduta di Icaro, 1560, Bruxelles, Musées royaux 

Andrea Fabozzi
Una sconfitta, non ancora una vittoria
il manifesto, 24 marzo 2026

Una sconfitta netta della destra al governo che è soprattutto un enorme pericolo scampato ma che non è ancora un segnale di vittoria per chi sta all’opposizione. Meloni ha costruito la sua disgrazia da sé, confermando di essere una leader politica sopravvalutata: se brilla è perché sono opachi alleati e avversari. Nulla le imponeva di portar avanti questa strampalata riforma della magistratura né di andare al referendum adesso, a campagna per le politiche sostanzialmente già aperta. Non è la prima che si fa prendere dall’ebrezza di potere e avrebbe dovuto imparare dal passato.

Innanzitutto dal referendum costituzionale del 2016, quello voluto da Renzi: il risultato di ieri molto gli assomiglia. Anche allora si diceva che un’affluenza alta avrebbe avvantaggiato i favorevoli alla riforma: fu alta in effetti ma perché a gonfiarla fu allora come oggi la voglia di dire no all’eccesso di potere. C’era, c’è ancora e resiste, radicata nelle convinzioni di una maggioranza di elettori italiani, una sorta di prudenza, di diffidenza verso chi si propone di strafare ed è una forma di reazione sana, interprete del principio costituzionale della separazione dei poteri. Tutti hanno capito che il referendum verteva in fondo su queste pulsioni autoritarie e sono gli anticorpi democratici a essersi attivati. È per questo che la vittoria del no è soprattutto un grande pericolo scampato.

Avremmo avuto un assetto della magistratura peggiore, con meno spazio per le garanzie, i magistrati dell’accusa sarebbero finiti nell’orbita del potere esecutivo. Eppure quello che ci ritroviamo intatto non è certo un sistema giudiziario del quale essere soddisfatti. La giustizia italiana è una casa assai malridotta (le carceri un’ignobile cantina degli orrori), l’abbiamo salvata dall’incendio ma va sistemata immediatamente senza darla vinta a chi, soddisfatto dell’esito referendario, torna a sostenere che nelle procure e nei tribunali italiani c’è tutto il bene mentre tutto il male sta altrove.

Non è così e lo prova il fatto che la vittoria del no si accompagna a un giudizio dei cittadini che resta severo nei confronti della magistratura. Il che dimostra quanto è grande la sconfitta di Meloni: bisognava proprio impegnarsi molto per perdere un referendum del genere. Per fortuna Nordio, Delmastro e la premier stessa si sono impegnati assai.

Il risultato non lascia dubbi: per il governo non è una sconfitta risicata, un testa a testa come una prima linea difensiva della destra ha provato a sostenere ieri nelle trasmissioni tv. Due milioni di elettori in più per il no sono un voto di opinione generale che ha riguardato nord e sud e ha bocciato tanto la riforma quanto la campagna elettorale del governo, forse la seconda più della prima. Il sì non è risultato vincente in nessuna delle prime dieci città italiane e solo in due delle prime 30 per popolazione; addirittura in tutte le città italiane grandi e medie (che hanno cioè più di 50mila abitanti, sono 138), il no ha perso appena in 14 casi e vinto in 124.

Tutto questo, ad alzare un po’ lo sguardo, è anche una conferma: la destra di Meloni non ha la maggioranza nel Paese. Non l’aveva quattro anni fa, quando furono solo le divisioni di chi le si opponeva a consentirle la vittoria, non ce l’ha adesso dopo la prova di governo e malgrado diversi partiti che allora le erano contrari (Renzi, Calenda, +Europa) stavolta sostenessero il sì.

Gli elettori e soprattutto gli elettori giovani (malgrado l’imbroglio contro i fuorisede) hanno capito benissimo che si trattava di un passaggio che non poteva essere disertato proprio perché metteva in discussione le loro libertà costituzionali e la questione del potere non (solo) l’amministrazione della giustizia. Il che consegna una grande responsabilità all’opposizione: la sconfitta degli avversari non è un alloro di cui possono spensieratamente fregiarsi.

Non dimentichiamo la timidezza con cui hanno voluto affrontare la campagna elettorale e ricordiamo invece come l’iniziativa di raccogliere le firme senza le quali avremmo votato già un mese fa (prima degli sguaiati appelli di Meloni, prima di Delmastro e Bartolozzi) sia stata di un gruppo di cittadini e non dei partiti del centrosinistra né del sindacato.

Va bene festeggiare un giorno – forse non proprio quello giusto per mettersi a discutere di primarie – ma non è affatto detto che questa mobilitazione contro la destra sia scontata e ripetibile. I cittadini hanno avvertito la minaccia e sono andati a votare sapendo di poterla allontanare con il voto. Ci saranno ancora quando si tratterà di manifestare in piazza lo stesso no alla deriva antidemocratica, a partire ne siamo certi da sabato prossimo a Roma. Ma hanno bisogno ancora di molte prove per fidarsi di chi dovrebbe rappresentare in parlamento e magari al governo questa radicalità costituzionale. Non è scontato che le avranno. Però adesso sì, ci sì può provare.


Grazie Trump

Flavia Perina
Referendum, effetto Trump sulla destra italiana
La Stampa, 24 marzo 2026

Altro che quesito “troppo tecnico”, altro che allarme astensionismo. Il referendum sulla Giustizia segna un punto e a capo. Ieri raccontavamo l’Italia del disimpegno e degli interessi tiepidi, oggi guardiamo stupiti un Paese che davanti alla prospettiva di una modifica sostanziale della Costituzione è uscita di casa in massa e ha e risposto: no grazie. Il voto conferma un dato storico: ottenere il consenso popolare su una riforma della Carta è difficilissimo, quasi impossibile. Ci hanno sbattuto contro premier che si credevano onnipotenti, Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi dieci anni dopo e adesso tocca a Giorgia Meloni, pure lei certa di vincere grazie a dati di consenso personale altissimi, pure lei sconfessata dal pronunciamento degli elettori.

La Costituzione si conferma una sorta di “bene rifugio” del Paese, e anche l’estintore che il popolo imbraccia per spegnere l’incendio di leader percepiti come troppo sicuri di sé, strabordanti, che chissà cosa si sono messi in testa. Ma stavolta il Centrodestra è scivolato soprattutto su un fenomeno più recente e travolgente, contro il quale nulla ha potuto: il fantasma del sovranismo realizzato, della “primazia degli eletti” rispetto a ogni potere concorrente, che ha preso forma nella vicenda americana in una catena di bullismo verbale, abusi interni, guerre.

La storia della campagna elettorale è, anche, la storia di una crescente preoccupazione per le possibili derive di un potere politico liberato dai contrappesi che lo contengono. I grandi testimonial-gaffeur della riforma – il ministro Carlo Nordio, la sua fedelissima Giusi Bartolozzi – ma anche tante figure minori dei dibattiti televisivi, hanno raccontato il loro progetto come mezzo per “tagliare le unghie” a settori della magistratura politicizzati e ostili al governo. I media vicini all’esecutivo e la stessa premier hanno tambureggiato quotidianamente sui casi di cronaca gestiti contro il presunto interesse nazionale, i delinquenti liberati, i clandestini riportati in patria, le famiglie divise, eccetera. Ma mentre elaboravano questa narrazione, ogni giorno i cittadini scoprivano cosa significa vivere in un Paese dove la politica può perseguire i suoi scopi in assoluta libertà e interpretare l’interesse nazionale oltre ogni limite di legge. Gennaio, i fatti di Minneapolis, due omicidi di cittadini innocenti da parte della polizia anti-immigrazione, con l’impunità degli assassini rivendicata apertamente dal governo Usa. Subito dopo, la minaccia di una invasione militare della Groenlandia, così concreta – lo si scopre adesso – che la Danimarca invia nell’isola esplosivi per minare strade e aeroporti. Febbraio, il caos sui dazi, con la Corte Suprema americana che li boccia e Donald Trump che ne annuncia di aggiuntivi. Marzo, l’attacco della Casa Bianca all’Iran deciso mentre gli inviati dei due Paesi sono al tavolo delle trattative, la rappresaglia su Hormuz, petrolio ed energia alle stelle, il rischio di un conflitto globale.

È questo il contesto allarmante in cui si è svolta la nostra campagna elettorale. E hai voglia a mobilitare i Comitati del Sì – erano ben undici, c’erano tutte le categorie dai penalisti agli sportivi – per spiegare la necessità di una magistratura che “non boicotti” il governo e remi nella sua stessa direzione, magari non sottomessa ma sicuramente allineata al potere politico. Ogni mattina gli italiani hanno visto quel modello agire oltreoceano. Non gli è piaciuto. Ne hanno avuto paura. Sono usciti di casa per dire la loro. E hanno trovato nella difesa della “vecchia” Costituzione lo strumento per chiudere un percorso giudicato ad alto rischio per gli equilibri italiani e forse per il loro stesso, personale, destino.

I numeri notevolissimi dell’affluenza, quel 59 per cento che ha stupito i sondaggisti, sono anche il frutto di questa percezione: la cornice di sicurezze e stabilità che la Carta ha offerto al Paese per ottant’anni non è sostituibile. Non adesso, mentre l’America ci mostra i pericoli della democrazia plebiscitaria. Non con un governo in carica che aspira al premierato, e se vince potrebbe correre in quella direzione.

Nell’ultima settimana prima del voto la maggioranza aveva puntato molto su un concetto: se vince il No sarà impossibile per un decennio rimettere mano alla questione giustizia. In realtà quel che ci dice il voto è un po’ diverso: l’idea di toccare la Costituzione con una prova di forza è infelice e destinata all’insuccesso, chiunque ci provi. Il testo fondativo della Repubblica nasce dal paziente lavoro di incontro e sintesi tra storie politiche diverse, addirittura contrapposte, e chi vuole cambiarlo deve sottoporsi alla stessa fatica.

In fondo la vera buona notizia è proprio questa: persino nell’era del bipolarismo muscolare, il sentimento profondo del Paese rifiuta l’idea di un cambiamento fondato sulla lacerazione della Repubblica. Persino con un governo solidamente maggioritario, gli italiani respingono la prospettiva di una svolta imposta da una parte contro l’altra.

Le ragioni e le regioni del no


Diego Motta
Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha vinto il “no”
Avvenire, 24 marzo 2026

Una nuova “questione meridionale” si aggira per l’Italia. Il “no” ha fatto il pieno nelle regioni del Mezzogiorno, tanto temute alla vigilia dalla maggioranza di governo. I numeri sono impressionanti e descrivono una valanga di voti contrari alla riforma, che è partita nelle grandi città e ha dilagato un po’ ovunque: a Napoli i contrari alla riforma sono stati addirittura il 75%, a Palermo il 69%, a Bari il 62%, a Roma il 60%. Il traino sulle Regioni è stato fortissimo e ha pesato, in percentuale, ancor di più di quello, in un certo modo scontato, delle cosiddette regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, peraltro decisive nella fase iniziale della campagna elettorale, quando questi territori hanno creato la base e il mood necessario per la rimonta, visto il vantaggio iniziale favorevole allo schieramento del "sì". Anche Genova e Torino (in entrambi i casi il “no" ha raggiunto il 64%) e la stessa Milano (58% per i “no”) hanno confermato che l’ostacolo più grosso alla riforma è arrivato dalle metropoli.

L’effetto giovani sul voto

Emblematico è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia. «L’opposizione è riuscita a mobilitare il proprio elettorato, a differenza dell’esecutivo. C’è una motivazione storica legata ai comportamenti elettorali – spiega il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di Napoli - : il centrosinistra nei centri urbani del Meridione ha una rete consolidata che funziona, spesso legata alla società civile. È un’appartenenza prepolitica, che è servita molto in questi casi. Di converso, invece, il centrodestra non è riuscito a intercettare l’elettorato marginale, che nelle aree interne non ha trovato buoni motivi per recarsi ai seggi: non c’era una spinta sociale favorevole in queste zone del Paese, forse anche per via di una situazione economica che si è fatta via via più negativa nell’ultimo periodo». L’ultimo paradosso è stato proprio questo: nella consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud del Paese. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga verso il “no” del Centro-Sud. È accaduto come nel 2006, ai tempi del referendum sulla cosiddetta devolution di bossiana memoria: l’asse lombardo-veneto (cui si è aggiunto in questa tornata il Friuli-Venezia Giulia) è rimasto l’ultima roccaforte, la vera trincea da cui affrontare la battaglia elettorale. Eppure dall’analisi dei flussi elettorali emerge anche un altro dato rilevante dentro i partiti: secondo il consorzio Opinio Italia, la quota di dissenso dentro le forze della maggioranza è stata alta, più del previsto. In Forza Italia, il 17,9% ha votato “no”, in Fratelli d’Italia più dell’11%, nella Lega il 14%: è il segnale di una maggioranza tutt’altro che coesa sui temi della giustizia. Interessante anche la stima sull’età dei votanti: tra i 18 e i 34 anni si sono espressi al 61,1% per il “no” e al 38,9% per il "sì", tra i 35 e 54 anni il 53,3% ha votato "no" e il 46,7% "sì"; oltre i 55 anni la forbice si assottiglia (il 49,3% si è schierato per il “no”, il 50,7% per il “sì”).

Lo spirito girotondino

Poi ci sono le ragioni legate alla stagione politica che stiamo vivendo, che non vanno ovviamente sottovalutate. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll di YouTrend. «Un pezzo di società civile, con lo spirito che una volta avremmo definito girotondino, è riemerso per avvisare il Palazzo – continua Valbruzzi -: non si tocchi la Carta e, al limite, se proprio di revisione costituzionale dobbiamo parlare, si pensi a un percorso condiviso». C’è stato dunque un richiamo della foresta anche per tanti elettori incerti sul da farsi: nel dubbio, meglio andare e votare “no”. Per questo, l’impressionante impegno, televisivo e non solo, della premier Meloni alla fine «non ha spostato nulla»: ha risvegliato e galvanizzato i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava all’opposizione. «L’unico effetto che ha sortito è stato quello di portare più gente al voto, scaldando il clima della competizione». Partita per non politicizzare la contesa, la premier è così finita in trappola. Non è detto adesso che il voto del referendum sia sovrapponibile a quello delle prossime Politiche, anzi. «Dobbiamo entrare nella dimensione del voto d’opinione, che è diverso da quello d’appartenenza ideologica. Ad esempio - osserva Valbruzzi – la sovraesposizione degli esponenti della sinistra per il “sì” è stata evidente e alla fine ha spostato poco. Ora si tratterà di vedere se lo schieramento del “no” diventerà anche il Campo largo del “no”. Quel che è certo è che Meloni finirà la legislatura da “anatra zoppa”. In fondo, per lei, il referendum è stato come il voto di mid term e l’ha perso».



lunedì 23 marzo 2026

Chi compra La Stampa

Antonello Cabras
Gianni Dragoni

L’“aggregatore di capitali” Leonardis prende pure La Stampa Ma saranno altri a metterci i soldi
Il Fatto quotidiano, 23 marzo 2026


Lui ci mette la faccia e le relazioni, ma i soldi li mettono soprattutto gli altri. Alberto Leonardis, l’imprenditore nato all’Aquila nel 1965 divenuto proprietario di sei giornali locali con lo smantellamento del gruppo Gedi ad opera di John Elkann, possiede solo il 3% di Sae, la società che ha firmato il contratto preliminare per l’acquisto della Stampa. Resta però da definire un aspetto chiave: chi metterà i soldi? Perché la Sae, con i bilanci tinti di rosso e debiti in crescita, non ha le risorse per un investimento stimato intorno ai 20 milioni di euro per l’acquisto della testata torinese. Al prezzo bisogna aggiungere gli investimenti per garantire la continuità aziendale di un giornale in perdita con 178 giornalisti.

SECONDO LE VISURE camerali al 30 giugno 2025 Sae Spa ha 21 azionisti, con interessi che vanno dalle costruzioni alla finanza, dall’informatica al baratto pubblicitario con prodotti di consumo. Leonardis, che si definisce “un aggregatore di capitali”, detiene il 3% attraverso Almi, Srl con appena 10mila euro di capitale posseduta insieme alla moglie, Maria Mihaela Malinci. Alla partenza nel 2020, quando Leonardis ha comprato da Elkann Il Tirreno e le testate emiliane (Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena, La Nuova Ferrara), il 90% apparteneva a quattro soci guidati dal costruttore livornese Maurizio Berrighi e dal distributore di giornali di Grosseto M & S Srl. Ma con le successive ricapitalizzazioni la platea si è evoluta.

Il passaggio decisivo è nel 2022, quando Leonardis ha comprato da Elkann La Nuova Sardegna e ha trasferito la sede di Sae da Piombino a Sassari. Sae ha figliato una nuova Spa controllata al 51%, Sae Sardegna, nella quale Leonardis ha attirato due potenti locali, Antonello Cabras, ex Psi ed ex Pd, già presidente della Regione, e Maurizio De Pascale, imprenditore delle costruzioni e presidente della Camera di commercio di Cagliari, proprietaria dell’aeroporto. La Fondazione di Sardegna, della quale Cabras è il dominus anche senza più cariche, ha acquisito il 22% di Sae Sardegna per 1,037 milioni. Una quota analoga l’ha presa De Pascale. Cabras e De Pascale hanno forti interessi in Sardegna, in particolare nel controverso piano di concentrazione degli aeroporti in una holding regionale con soci privati come F2i e Blackrock.

Tra bilanci in rosso e piani di espansione in aziende di comunicazione, alla ricerca di margini più alti dell’editoria, nel 2024 Sae Spa ha lanciato cinque aumenti di capitale per 14,5 milioni, attirando nuovi soci. Fondazione Sardegna ha messo 5 milioni, la somma è nel bilancio 2024 dell’ente per un costo di 5,83 milioni, compresi gli “oneri accessori”. L’ente ha iniettato già 7 milioni nel gruppo Sae, ma questo non sembra un problema per quella che è la principale fondazione azionista di Cdp, cassaforte del Mef, con l’1,757% e il secondo azionista con il 10,2% di Bper, la banca modenese di cui Cabras è vicepresidente, finanziatrice del gruppo Sae insieme a Mps, Banco Bpm, Bcc di Castagneto Carducci.

La Fondazione Sardegna è così diventata il terzo azionista di Sae con il 14,36%, dietro a Berrighi e a M & S scesi al 17%, oltre al 22% di Sae Sardegna. Sono entrate in Sae anche altre fondazioni bancarie: la modenese Carimonte Holding ha versato 2 milioni, Fondazione Pescarabruzzo 500mila euro. In Sae Lombardia, che nel 2025 ha comprato da Gedi La Provincia Pavese, è entrata la Fondazione del Monte di Lombardia con 250.500 euro su un capitale di un milione. I conti di Sae sono in rosso dalla nascita: -73.818 euro nel 2020, le perdite sono aumentate fino a -362.359 euro nel 2024, su un valore della produzione di 29 milioni, con due milioni di contributi dallo Stato.

I DEBITI FINANZIARI netti sono aumentati da 2,89 a 7,27 milioni, il patrimonio netto è salito da 3,39 a 15,9 milioni grazie agli aumenti di capitale. Sae Sardegna nel 2024 ha dichiarato una perdita di un milione, con 835mila di contributi dello Stato. Nel bilancio consolidato 2024 il gruppo Sae ha un valore della produzione di 83,9 milioni e una perdita netta di -1,35 milioni, la perdita di competenza del gruppo è di -969mila euro. Il gruppo dichiara debiti finanziari netti per 22,3 milioni. Leonardis ha affermato, anche negli incontri con il cdr della Stampa, che con gli acquisti delle agenzie di comunicazione, pubblicità ed eventi Different, Next14 e Uniting avvenuti negli ultimi due

anni ha affiancato all’editoria un’attività più redditizia per sostenere il bilancio. Secondo fonti del gruppo nel 2025 i ricavi aggregati nell’editoria sono 47,5 milioni, nella comunicazione integrata 130 milioni, con un “Ebitda previsionale” sui 15 milioni, di cui 2 milioni nell’editoria. A livello consolidato i ricavi sarebbero sui 140 milioni, ma non ci sono indicazioni sul risultato netto.

Leonardis sta cercando nuovi soci per sostenere i conti del Tirreno, conferito alla nuova società Sae Toscana. Per comprare La Stampa Leonardis intende creare una nuova controllata, Sae Piemonte, nella quale entrerebbero soci di minoranza del Nord-ovest con un aumento di capitale. “No comment” sulla disponibilità della Federtennis presieduta dal cagliaritano Angelo Binaghi. Anche Sae Spa però dovrebbe fare un aumento di capitale: Fondazione di Sardegna e le altre fondazioni azioniste potrebbero sostenere ancora Leonardis. Il quale per la “Busiarda” immagina uno sviluppo dei ricavi con eventi a pagamento per aziende (modello già collaudato da Sae) e un notiziario online per gli italiani negli Stati Uniti. Sottovoce si parla anche di tagli all’occupazione, con prepensionamenti dei giornalisti che potrebbero portare a 30 uscite entro il 2027 e altre 30 nel 2028-2029.

L’ eccidio di Porzûs in un romanzo

 


l’eccidio di Porzûs in chiave famigliare

Gino Ruozzi
Il Sole 24ore, 15 marzo 2026

Il romanzo Guance bianche e rosse di Elisa Menon racconta uno degli episodi più controversi della Resistenza italiana, l’eccidio di Porzûs in Friuli del febbraio 1945, quando partigiani dei Gap comunisti uccisero partigiani liberali e cattolici della Brigata Osoppo comandata da Francesco De Gregori (1910-1945; nella brigata militava anche Guido Pasolini, il giovane fratello di Pier Paolo). Sui sanguinosi fatti di Porzûs sono disponibili le carte processuali ed è maturata nei decenni un’ampia storiografia, di continuo aggiornata (mi limito a segnalare L’altro Pasolini di Andrea Zannini, Marsilio 2022; e Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs di Tommaso Piffer, Mondadori 2025).

Muovendo anche da radici autobiografiche, Menon narra questa tragica e complessa vicenda bellica, mai del tutto illuminata, con esemplare freschezza. Assume due punti di vista, quello del nonno materno Gino Persoglia, partigiano garibaldino che «aveva da poco diciotto anni quando salì lassù attraversando boschi, erbe alte e nebbia, fino alle malghe, insieme a cento altri»; e quello di Elda Turchetti, la ventunenne «segnalata come spia da Radio Londra» in cerca di redenzione e riscatto che fu ammazzata alle malghe di Porzûs il 7 febbraio con De Gregori e il delegato politico Gastone Valente.

Davanti alle malghe Menon pensa «agli occhi nocciola di mio nonno e alle guance piene della donna che fu uccisa subito, con i primi» (e il cui nome non è tuttavia presente nella lapide che a Porzûs ricorda le vittime). Sono le «guance bianche e rosse» che danno il titolo al libro. È in questa prospettiva di pietà partecipe che Menon narra il drammatico svolgimento delle cose e i sentimenti dei protagonisti, vivendone le preoccupazioni, le debolezze, le compromissioni, le paure e pure i moti di orgoglio (per Elda l’importanza «di decidere per sé, di dimenticare tutti gli altri, rivendicando il diritto di giocare a quel gioco da sola»; per Gino talvolta l’«eccitazione» e la «risata spavalda» che rinviano alla «spavalda allegria» partigiana del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino).

Nel rispetto del necessario rigore storico, Guance bianche e rosse pone l’accento sul «sentire», tentando di descrivere e interpretare emozioni e pensieri di quella «guerra dura e senza tregua». È un romanzo d’esordio convincente.

Elisa Menon

Guance bianche e rosse

Einaudi, pagg. 170, € 17

Francia. Il tetto di cristallo

Emmanuel Grégoire
Eric Jozsef
La gauche ferma gli estremisti
La Stampa, 23 marzo 2026

Domenica 15 il primo turno delle elezioni municipali aveva consacrato l’avanzata delle ali estreme, a destra il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e a sinistra la France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon. Al secondo turno, a dispetto di alcuni pronostici e nonostante una partecipazione molto bassa (con l’astensione al 43%), gli elettori hanno frenato questa duplice avanzata sconfiggendo diversi candidati del Rn e penalizzando diffusamente le liste della sinistra moderata, tanto socialista quanto verde, laddove nella settimana tra il primo e il secondo turno avevano stretto alleanza con Lfi. Come se i francesi avessero messo in piedi un doppio “fronte democratico”, non più solo a far da argine alla destra nazionalista ma anche alla sinistra radicale.

Marine Le Pen e il suo delfino Jordan Bardella restano saldamente in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Ma il voto comunale conferma ancora una volta come permanga per il Rn una sorta di tetto di cristallo che fa intravedere il cielo ma gli impedisce per il momento di oltrepassare la soglia del 50%. A Tolone, Laure Lavalette, la candidata lepenista trionfante al primo turno con il 42% dei voti, si è fermata al 46%. A Marsiglia, il sindaco socialista in carica Beranrd Payan è stato ampiamente rieletto contro lo sfidante del Rn. A Nizza, ancora, l’estrema destra vince ma solamente con l’ex leader dei neo-gollisti Eric Ciotti. Il Rassemblement National insomma conquista alcune città medie ed entra in numerosi consigli locali ma non riesce ad affermarsi, come sperava, neppure come quando, nel caso dell’endorsment indiretto a Rachida Dati, si spinge a sostenere un nome più moderato.

Per quanto riguarda la France Insoumise, dopo un primo turno in cui aveva stupito, credeva di poter imporre la propria strategia alla sinistra moderata. Invece ha ottenuto l’effetto opposto, respingente quasi ovunque. Con rare eccezioni, come a Lione, i socialisti e i verdi che hanno affiancato Lfi alla tornata decisiva di ieri hanno perso. Quelli che invece si sono sottratti all’accordo giudicando la radicalizzazione politica di Jean-Luc Mélenchon e le sue parole a connotazione antisemita una linea rossa da non varcare, hanno prevalso. È il caso, in particolare, di Parigi, dove il socialista Emmanuel Grégoire si è imposto con un grosso margine contro l’ex ministro di centro-destra Rachida Dati nonostante la presenza sulla scheda di una terza candidata, una irriducibile di Lfi rimasta in competizione fino all’ultimo per dimostrare l’impossibilità per la sinistra moderata di trionfare senza i suoi voti.

Scommessa persa dunque per Jean-Luc Mélenchon ma anche per la direzione del partito socialista che prima delle Comunali si era impegnato a non siglare accordi con Lfi salvo rimangiarsi la parola dopo il primo turno.

Al contrario, i risultati di ieri rafforzano la strategia politica dell’ex presidente della Repubblica François Hollande e quella dell’eurodeputato di Place Publique Raphaël Glucksmann secondo i quali, all’avvicinarsi delle prossime presidenziali, la sinistra moderata farebbe bene a presentarsi da sola senza intese né primarie con Lfi.

Da ieri sera lo stato maggiore dei vari partiti francesi rivolge lo sguardo all’orizzonte, verso la primavera 2027. Tenendo presente, tuttavia, che il risultato delle municipali può indicare delle tendenze ma non garantisce in alcun modo l’esito della competizione per l’Eliseo. Nel 2020, i socialisti e gli ecologisti vinsero le elezioni locali imponendosi in particolare a Parigi, Marsiglia e Lione. Due anni dopo, al primo turno delle presidenziali, l’allora sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, non superò nemmeno la soglia del 2%. Emmanuel Macron invece arrivò in testa con quasi il 28% dei voti, laddove il suo partito La République en Marche aveva subito una pesante sconfitta alle Comunali.

L’anno prossimo Emmanuel Macron, dopo due mandati, non potrà essere rieletto. Ma il suo ex primo ministro Edouard Philippe è chiaramente in lizza per succedergli. Aveva condizionato la candidatura all’Eliseo al fatto di essere rieletto a Le Havre. Ieri Philippe ha vinto nettamente con quasi il 48% e, a risultati diffusi, ha tenuto un discorso dal tono fermo ma moderato, sulla scia della vecchia lezione della destra gollista. Come dire che il posizionamento vincente è quello lontano dalle ambiguità e dagli ammiccamenti dei Repubblicani al Rassemblement national su sicurezza e immigrazione. Con la scommessa che il secondo turno di queste Comunali possa fare scuola.

Thomas Legrand
Elezioni comunali del 2026: il fallimento delle alleanze LFI-PS

Libération, 23 marzo 2026

Quali conclusioni dovremmo trarre per le elezioni presidenziali (e legislative) del 2027? Quando si trattò di eliminare Marine Le Pen al primo turno nel 2022, il voto strategico per Tolosa e Limoges, due grandi città che votano a sinistra alle elezioni nazionali, non avrebbero dovuto sfuggire a questo schieramento. Eppure, in entrambe le città, la lista comune formatasi tra i due turni, sulla base degli equilibri di potere stabiliti al primo turno, aveva (logicamente, aritmeticamente) posto a capo un membro di La France Insoumise. Gli elettori della sinistra moderata non si sono mobilitati a sufficienza. Dove il Partito Socialista domina, la sinistra, alleata o meno con La France Insoumise, ottiene risultati migliori. Parigi , Lione , Marsiglia e Lilla sono tre esempi lampanti della forza e della rinnovata forma dei Socialisti – e in misura minore dei Verdi – nelle grandi aree metropolitane. La France Insoumise, dal canto suo, sta mettendo radici nelle zone più operaie delle grandi città, in particolare intorno a Parigi e Lione. In passato, a partire dall'ondata rosa del 1977, le alleanze PS-PCF creavano una dinamica: 2 + 2 faceva 5. Oggi con PS e LFI: 2 + 2 = 3.
Jean-Luc Mélenchon fu ampiamente adottato dagli elettori del Partito Socialista perché l'obiettivo non era quello di portare alla presidenza il leader di La France Insoumise. Ma da allora, il Rassemblement National (RN) si è rafforzato considerevolmente . L'anno prossimo, al primo turno, la scelta non sarà più il candidato di sinistra meglio posizionato per eliminare Marine Le Pen o Jordan Bardella, bensì quello con le maggiori possibilità di sconfiggere il candidato di estrema destra al secondo turno. E data la limitata capacità di La France Insoumise di mobilitare gli elettori al di fuori delle aree urbane densamente popolate, Jean-Luc Mélenchon non può essere quel candidato unificante, pena una sconfitta certa.

La strategia di una rottura completa con gli Insoumis emerge rafforzata

Da domenica sera, i dibattiti più accesi si sono svolti all'interno del Partito Socialista. Nonostante una direttiva nazionale contro le alleanze, che ha avuto scarso impatto in un'elezione locale (il Partito Socialista non ha tradizione di centralizzazione del potere), molti candidati del partito con la rosa e il pugno chiuso hanno stretto accordi con La France Insoumise per mantenere le proprie città. Se non lo avessero fatto, sarebbero certamente stati spazzati via. Ma queste alleanze non sono riuscite a salvare molte città come Clermont-Ferrand, Brest, Tulle o Avignone.

Gli oppositori irriducibili (e di principio) di La France Insoumise (LFI), come Jérôme Guedj e François Hollande, entrambi più o meno candidati ufficiali per il 2027, vedranno confermata la loro tesi di una rottura completa con il partito. Il Primo Segretario Olivier Faure, che ha cercato di destreggiarsi in queste elezioni comunali sul precario equilibrio tra non alleanza a livello nazionale e accordi locali , vedrà la sua potenziale candidatura diventare ancora più difficile da immaginare. Chi contava su queste elezioni locali per delineare una strategia più chiara, un equilibrio di potere più evidente, in vista delle elezioni presidenziali, rimarrà profondamente deluso.

domenica 22 marzo 2026

La storia



 I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.

II

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Eugenio Montale

La storia, in Satura, Mondadori, 1971


Il presente non è tutto
Nei tempi bui in cui tutto sembra procedere nel rumore cadenzato e stridulo dei cingolati del , la poesia appare come libertà, breccia nella plumbea cappa dei nostri giorni senza speranza e senza prospettiva. Montale nella poesia La Storia ci induce a riflettere sull’andamento della storia per poter riprendere il cammino che pare già segnato, ma in realtà è un campo di possibilità che si snoda davanti a noi. Il capitalismo ha in odio la storia, poiché essa testimonia che ogni potere è nel tempo, vorrebbe dissolverla in modo che si pensasse che il presente ha in sé la pienezza senza trascendenza, che oltre il tempo presente con la sua visione unidirezionale non vi è nulla. Il capitale nella sua fase apicale ha divorato anche il nulla, non ammette antitesi di nessun genere, si presenta come l’essere univoco parmenideo, deve eliminare ogni orizzonte temporale per erigere prigioni globali. Montale ci rammenta che la storia non è prevedibile, è attività creatrice, ha improvvise deviazioni, nessuno la possiede, ma appartiene a tutti, e dunque con l’aiuto delle circostanze l’impossibile può diventare reale. La storia ideale costruisce eroi ed ipostasi quali artefici della storia, ma la verità è che la storia è il frutto di una pluralità di soggetti che muoiono anonimi, eppure partecipano vivamente al suo procedere, sono il sale della vita che crea nuove possibilità. La loro gioia è nella partecipazione silenziosa che non verrà segnalata da nessuno storico. Ciò malgrado, dietro i rumori dei grandi vi è la storia dei piccoli, dei resistenti, che con la loro piccola vita possono deviare il corso fatale della stessa. Coloro che vogliono ridurre la storia ad un teorema con definizioni e corollari predeterminati hanno già perso, perché si pongono fuori del cammino della storia vivente:

 

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.

 

Piani di passaggio


La storia ci sembra, ora, in questi decenni omogenea: un piano liscio su cui scorrono merci e chiacchiere. L’impero del valore di scambio sembra non lasciare scampo, assimila ogni differenza, espelle dal suo grembo maligno ogni alterità. L’omogeneità si ripiega su se stessa, non lascia varchi, brecce da cui ri-dialetizzare il presente. Montale ci invoca a guardare fortemente la storia e a cogliere sul piano liscio improvvise “buche” che consentono il passaggio verso nuovi mondi. Il piano grigio e compatto della globalizzazione, apparentemente invincibile, è puntellato di resistenti che non si lasciano divorare dalla chiacchera, ma conservano la loro umanità, la loro razionalità critica che trasforma il presente in attività divergente. La storia non è conclusa, il potere vive l’illusione del controllo totale, si bea della sua tracotanza, ma la vita con le sue buche gli sfugge. Le buche possono trasformarsi in voragini tali da deviare il corso degli eventi, da mutare la geografia dei significati che il potere vorrebbe eternizzare:

 

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli.

 

Fuori dalle reti


Per poter comprendere la storia, se mai questo sia possibile, dobbiamo guardare fuori la rete che ci rassicura, distribuisce i ruoli, tira una linea tra vincitori e vinti. La storia vera e viva è fuori della rete. Solo chi è fuori della rete può comprendere la verità della storia. Chi è tagliato fuori dalla storia, svela le illusioni di coloro che sono nella rete, chi sfugge alla rete per volontà o per un caso trova un varco, è l’attore di un nuovo inizio. Gli infelici che sono “fuori” non sono da compiangere, perché in loro riposa la possibilità di un nuovo percorso, perché dal loro “fuori” vedono la verità della rete con i suoi disincanti. Il loro sguardo penetra nella notte oscura per incontrare l’inizio di un nuovo giorno, la tragedia si sposa con la speranza:

 

C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

 

Non dobbiamo temere di essere degli invisibili, dei pesci piccoli che nuotano alla periferia della rete, coloro che non sono nella rete non appaiono, ma sono la sostanza del mondo, e la storia vive delle loro inconfessabili libertà. La teoria del caos (James Yorks) ci insegna che un battito d’ali può causare effetti che non possiamo prevedere. Dobbiamo continuare a battere le nostre ali. I nostri pensieri, il nostro impegno sono le ali della storia. La storia viva è indecifrabile, insondabile e non si ripete mai in modo eguale, pertanto anche nella disperazione può fiorire la speranza, perché la storia è molto più di ciò che appare, leggiamo e viviamo. La storia incombe, se ci arrestiamo davanti alla sua grandezza, ma se entriamo in essa e ci doniamo senza la presunzione del risultato tutto può ancora essere ed esserci. Non dobbiamo allevare barbari dal calcolo facile e dal cuore lento, ma guerrieri gentili dalle cui parole può rifiorire un mondo.

Salvatore Bravo
blog.petiteplaisance.it
21 marzo 2021

I morti degli altri

Adriano Favole

E gli «altri», Troppi confini cancellano la pietà

Più si creano e si rafforzano differenze invalicabili tra «noi» più si riduce l’orizzonte di una comune umanità

«Non possiamo assolutamente raggiungere la suprema sapienza socratica della conoscenza di noi stessi se non lasciamo mai i ristretti confini dei costumi, delle credenze e dei pregiudizi entro cui ogni essere umano nasce. Niente può giovarci in tale questione di estrema importanza più dell’atteggiamento mentale che ci consente di trattare le credenze e i valori di un altro essere umano dal suo punto di vista. Né mai l’umanità civile ha avuto bisogno di questa tolleranza più di adesso, quando i pregiudizi, la cattiva volontà e lo spirito di vendetta dividono le nazioni europee, quando tutti gli ideali, nutriti e proclamati come le più alte realizzazioni della civiltà, della scienza e della religione sono stati gettati al vento».

Bronisław Malinowski (1884-1942), uno dei fondatori dell’antropologia culturale contemporanea, chiude così il suo Argonauti del Pacifico Occidentale. Siamo nel 1922 e Malinowski, polacco di nascita e britannico d’adozione, ha ben chiari i drammi del Primo conflitto mondiale e i pericoli dei crescenti nazionalismi. L’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, è per lui il fondamento del metodo antropologico, la via privilegiata per comprendere altre società, ma è allo stesso tempo un principio universale di civiltà. L’empatia dà sostanza a un’idea di comune umanità, quell’umanità che Malinowski ritrova tra i volti e le storie dei nativi delle lontane isole Trobriand (Oceania).

Empatia è la capacità di partecipare alle gioie, ai dolori, ai lutti degli altri. Come quando, il 4 marzo scorso, un intero Paese sembrava essersi fermato per partecipare ai funerali del piccolo Domenico, a Nola. La morte di questo bambino, vittima di una grave malattia cardiaca e forse di un errore sanitario, il dolore di una madre costretta ad assistere per giorni all’agonia del figlio, hanno commosso molti italiani. Le morti non sono tutte uguali. Siamo esseri relazionali, oltre che (potenzialmente) empatici. Il dolore e la morte di chi ci sta accanto ogni giorno, delle persone con cui abbiamo passato gran parte delle nostre vite... la morte del prossimo suscita ben altro sconvolgimento di quella di uno sconosciuto. La pietà e l’empatia colmano in parte questa distanza. Non conoscevamo Domenico, né noi né i politici che hanno voluto assistere di persona ai funerali, né coloro che, per lunghe serate, hanno guardato trasmissioni tv interamente dedicate al caso. Mettendosi nei panni dei genitori del bambino.

Eppure, altre morti ci hanno lasciato indifferenti, né i più alti rappresentanti delle istituzioni le hanno ritenute degne di un comunicato di cordoglio. Negli stessi giorni in cui moriva Domenico, più di 150 bambine delle elementari Shajareh Tayyebeh di Minab venivano uccise da una bomba sganciata da un drone degli eserciti americano e israeliano che hanno attaccato l’Iran. La mattina, le madri le avevano svegliate e accompagnate a scuola, un’ultima carezza e un ultimo sorriso di incoraggiamento, lo zaino preparato a dovere. Qualche minuto dopo i corpi straziati giacevano sotto le macerie di una bomba sganciata da un drone guidato da remoto. Non abbiamo visto i volti di quelle bambine, non abbiamo conosciuto le loro storie, nessun cordoglio collettivo, nessun lutto. È andata così anche per le decine di migliaia di morti bambini a Gaza, in Sudan, in Ucraina, dove 1.300 scuole sono state distrutte o danneggiate dopo l’invasione russa.

Prendendo spunto dal linguaggio e dalle rappresentazioni diffuse nella nostra società, Marco Aime e Federico Faloppa (I morti degli altri, Einaudi, 2025) tentano di spiegare perché tante morti non suscitano la minima empatia. Se è vero che c’è una differenza tra la morte del prossimo e dell’estraneo, la mancanza di pietà è tuttavia il frutto di un processo di progressiva de-umanizzazione, che opera attraverso la costruzione di confini linguistici, politici, culturali che creano la categoria dell’altro-da-noi. Quando i migranti che muoiono nel Mediterraneo sono senza nome, senza volto, senza storia e pure provenienti da Paesi classificati come dittature, cosa può suscitare il cordoglio? Judith Butler ha creato a proposito il neologismo grievability, qualcosa come «luttuosità». Ci sono morti che creano cordoglio e lutto collettivo e ci sono morti e dolori che non suscitano empatia. Più si creano e si rafforzano confini invalicabili tra «noi» e gli «altri», più si riduce lo spazio della pietà e la possibilità di costruire un orizzonte di comune umanità, un universalismo antropologico che, solo, ci può fare sperare di ridurre guerre e massacri. Assistiamo, in questi mesi e in questi giorni, alle conseguenze di politiche che hanno voluto esaltare il «noi» e l’identità, riducendo diritti e relazioni internazionali alla forza cieca della geopolitica.

Le aree di colore diverso del mappamondo che, fin da bambini, ci inducono a credere che l’umanità sia divisa in popoli e nazioni dall’identità irriducibile, tornano al centro dell’azione politica, come ai tempi di Malinowski. Oggi il culto dell’identità corrode ciò che rimane del diritto internazionale: a morire sotto le bombe non sono più ragazze e ragazzi che sognavano un futuro sereno come Domenico, ma masse indistinguibili di altri-da-noi. La grievability è tutta interna al noi nazionale o, al più, ai confini della «civiltà» occidentale.

L’antropologo americano Roy Richard Grinker (Houses in the Rainforest, University of California Press, 1994) racconta che le società dei Lese e degli Efe (Ituri, Repubblica Democratica del Congo) vivono in stretta prossimità, ma si rappresentano diverse tra loro. Coltivatori e abbattitori di alberi i primi; cacciatori, pigmei e abitanti della foresta i secondi. Pur impegnati in continui scambi, Lese e Efe si concepiscono come due «alterità» che vivono in simbiosi ma, dal punto di vista delle abitudini culturali, sono diversi, e non di rado oggetto di denigrazione reciproca. Eppure, dice Grinker, in occasione dei lutti i Lese si affidano agli Efe, alla loro conoscenza e capacità di controllo del male. Quando muore una persona, gli Efe vengono invitati a vegliare nella capanna del morto: in occasione della morte vengono accolti al villaggio, per salvaguardare una comune umanità dai poteri della stregoneria e del male.

Se è vero, come detto, che le morti non sono tutte uguali e che la morte del prossimo ci colpisce in modo più duro di quella dello sconosciuto, rimane il fatto che l’empatia ci permette di metterci nei panni di chiunque soffre, come se fosse il nostro prossimo. In quel come se c’è tutta l’umanità, nella sua assenza ci rimane un atlante di colori diversi divisi da confini blindati, un’umanità fatta a fette, pronta a una guerra senza limiti.