giovedì 1 gennaio 2026

Toccata e fuga in poesia

Eugenio Montale
Bagni di Lucca (1932)
Le occasioni, 1939

Fra il tonfo dei marroni
e il gemito del torrente
che uniscono i loro suoni
esita il cuore.

Precoce inverno che borea
abbrividisce. M’affaccio
sul ciglio che scioglie l’albore
del giorno nel ghiaccio.

Marmi, rameggi -
e ad uno scrollo giù
foglie a èlice, a freccia,
nel fossato.

Passa l’ultima greggia nella nebbia
del suo fiato.


Il cuore dell'enigma

Mario Luzi

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare mosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.

Reale o irreale, solare o notturna –
assorti ne seguivano
il lungo saliscendi
di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di [tormento.
Reale o irreale, solare o notturna –
interroga negli anni
la mente – e l’idea di vita le si screzia
d’un volto doppio imprendibile –
interroga il pianeta duro della landa,
i poggi bruciati, le sparse rocche.
E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.
Pensieri tirati sulla corda
d'un'interrogazione senza fine
non lasciano vivere, non hanno risposta.
lo intende bene lei passata da quelle dune. 

Nel corpo oscuro della metamorfosi, in Su fondamenti invisibili, Rizzoli, Milano 1971


La terra senza dolcezza d'alberi, la terra arida
che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto
e incresta in lontananza
(inganno o verità
miraggio o evidenza -
insidia a lungo la mente
una tortura di dilemma) sperdute torri, sperdute rocche
è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa
che lascia transitare i pensieri
però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.
Inganno o verità, miraggio o evidenza -
Smarriti ne seguivano i lineamenti
con la testa rialzata sopra i quaderni
trasmettendosi oscura una domanda
e un indecifrato avvertimento i miei compagni di banco.


Inganno o verità, miraggio o evidenza -
sarebbe poi negli anni
tornata spesso la mente al suo non sciolto enigma.
E nel sangue la febbre,
nella febbre la fiamma
d'un'aspettazione incolmabile - ne sai niente?


Per correre miglior acque


Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

Purgatorio, I, 1-21

      Anna Maria Chiavacci Leonardi

Per correr...: attacco liberatorio, dove l'immagine della nave che corre leggera sulle acque  della nuova cantica già esprime la nuova condizione dell'animo, di serena fiducia (si vedano i verbi correre, alzare), di ritrovata libertà. Il primo verso, intessuto di consonanti liquide, significanti leggerezza, dà anche il timbro musicale a tutto il canto: si confrontino i più celebri tra i versi che seguiranno, 13 e 117, e in genere tutto l'ordito del linguaggio qui usato.

– miglior acque: è la nuova materia, paragonata al mar crudele dell'Inferno. La stessa metafora tornerà all'inizio del Paradiso (II 1 sgg.) accomunando, come qui, la poesia e la realtà della vita.

– alza le vele: quasi segno di confidente e sicuro viaggio.

la morta poesì: la poesia che ha cantato finora il regno dei morti, la morta gente; si veda più oltre l'aura morta (v. 17). poesì per poesia è forma usata anche in prosa, ossitona come in genere i nomi greci in antico; cfr. Calïopè al v. 9 e nota a Inf. III 94.

– resurga: quasi la poesia, trattando di costoro, fosse affranta e prostrata a terra. Ora si elevi a più alta materia, risorgendo come l'animo dell'uomo. Il verbo esprime il senso profondo di resurrezione che è proprio di tutto questo inizio, quasi una nuova nascita, che tutti gli aspetti del paesaggio, i gesti e le parole del canto significheranno.

Carlo Grabher

seguitando ecc.: accompagnando il canto di Dante con quello che Calliope fece risuonare particolarmente melodioso (con quel sòno) quando le nove figlie di Pierio, re di Tessaglia, osarono sfidare nel canto le Muse. Le figlie di Pierio, vinte, furono trasformate in Piche, animali dalla voce stridula, sgradevole; ma per Dante, che le vede a paragone con Calliope, esse sono già e senz'altro le Piche misere. Si noti il colpo che il sòno della voce di Calliope dà all'anima delle Piche quando, non appena lo ebbero udito, misurarono la loro stolta superbia e disperarono perdono.

Anna Maria Chiavacci Leonardi

Dolce color...: è questo il primo verso del racconto, la prima cosa visibile del nuovo mondo, dove si aprono gli occhi quasi a una nuova vita. E ritiene un incanto profondo, che sta tutto nella dolcezza di un colore, disteso nel verso senza verbi, senza oggetti che lo determinino, quasi nella sua pura essenza, che dice conforto, speranza, pace. Dolce è la sua qualità, la prima parola della cantica. E tale dolcezza segnerà, come vedremo, paesaggio, gesti, suoni e atti dell'animo lungo tutto questo cammino. Come aspro è l'Inferno (I 5), così il Purgatorio è dolce, mite, senza alcuna durezza. Perché tale è l'animo che si è rivolto a Dio. La grande intuizione del poeta, che trasferisce in un solo aggettivo, in un colore, la condizione interiore di colui che ha lasciato l'«inferno» per rivolgere la propria vita al divino, crea questo verso, sul quale ancora ci si sofferma dopo tanti secoli, che non hanno appannato in nulla la sua ferma limpidezza.

– orïental zaffiro: lo zaffiro è pietra preziosa di bel colore azzurro che i lapidari, o trattati sulle pietre, riferivano a quello del cielo: «puroque simillima coelo» troviamo nel De Lapidibus di Marbodo; e Benvenuto: «Nihil enim terra parit similius coelo sereno, ipso zaphiro». L'orientale, che veniva dalla Media, era il più pregiato: «ille sed optimus est quem tellus medica gignit» continua Marbodo. E nello stesso testo le proprietà attribuite allo zaffiro sembrano fortemente richiamare la specifica situazione in cui Dante ne evoca il nome: «educit carcere vinctos... et vincula tacta resolvit, placatumque Deum reddit..; ardorem refrigerat interiorem... tollit ex oculis sordes...». Tutte parole che potrebbero fare da chiosa a questo verso che, in realtà, sembra produrre gli effetti attribuiti al potere della pietra.