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lunedì 20 luglio 2026

Requiem per una monaca

 

«Requiem per una monaca», sintassi labirintica, un’ineccepibile punteggiatura, immancabili flussi di coscienza e una frase memorabile...

Mario Andreose
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Subito dopo il trionfo del Nobel nel 1949, Nobel propiziato anche dal clamoroso successo internazionale, inedito se non sorprendente, di Santuario, 1931, Faulkner sente il bisogno di scriverne il seguito. Due precedenti capolavori assoluti, come L’urlo e il furore Mentre morivo, non erano riusciti a metterlo in competizione commerciale con i rivali Hemingway e Fitzgerald. Ora può condurre una vita molto più agiata, con frequenti viaggi in Europa, in particolare in Francia e in Italia, dove, come capiterà a Woody Allen, è molto più popolare che in patria. Gallimard, il suo primo editore, e anche Mondadori, lo accolgono come la punta di diamante del loro catalogo di letteratura contemporanea. I suoi biografi ci hanno riferito che, in questa circostanza, Bill, ultracinquantenne, dispone della scorta, a turno, di un drappello di giovani donne, perfino coetanee della figlia Jill, che l’aveva accompagnato alla cerimonia del Nobel. Certo non era un mistero, perché all’epoca era frequente, se non ossessivo, l’uso epistolare (anche) tra amanti, e non a un prudenziale fermo posta, se già esisteva, così che Estelle, la stanziale casalinga moglie di Bill poteva disporre, attraverso le lettere che piovevano in casa, di un aggiornamento in tempo reale, senza che questo potesse provocare sconquassi di sorta, perché in terra sudista ci vuole ben altro per minare un matrimonio. Estelle, anoressica solo d’aspetto, è stata il più grande amore di Faulkner, che, ritenuto non all’altezza dalla famiglia di lei in un primo approccio, seppe aspettare il suo divorzio da un precedente matrimonio con la nascita di due figlie, per poterla finalmente impalmare. È probabile che, a partire dal momento del Nobel, il sodalizio familiare non venisse intaccato dallo svanire della passione amorosa, come saldo rimaneva il legame alcoolico, nei limiti estremi in cui la maggior parte dei protagonisti della Lost Generation seppero incorrere. Capitava alla figlia Jill di tornare a casa e di trovarli stesi per terra o nel loro letto apparentemente privi di sensi e insozzati dei loro escrementi (Estelle, poi, rimasta vedova, fu una delle prime persone a beneficiare del trattamento della benemerita istituzione Alcolisti Anonimi di fresca fondazione). Difficile immaginare il nostro autore, solo qualche giorno dopo, tutto azzimato e fotogenico, nell’aristocratica Saint Moritz, in stretta conversazione con una diciannovenne studentessa della Sorbona, Jean Stein, famiglia alto borghese ebraica americana, colta e molto bella. La reincontreremo. Mi appare così coerente anche l’interesse letterario dell’autore per il personaggio di Temple Drake, la teenager borghese dallo sguardo magnetico, che in Santuario era finita, per imprevedibili circostanze, in un bordello, nelle mani di un gangster impotente e depravato, prostituta coatta ma soddisfatta, falsa testimone di un omicidio che provoca il linciaggio di un innocente per salvare il colpevole, suo proprio aguzzino, accecato dalla gelosia per l’intesa tra Temple e l’amante di turno. In Requiem per una monaca, otto anni dopo la vicenda di Santuario, Temple ha contratto il matrimonio riparatore con Gowan Stevens, il ragazzo che in Santuario, dopo averla invitata in una gita in auto, si era ubriacato fino a sbattere contro un albero e lasciarla vagare da sola tanto da cadere nelle mani di Popeye. Hanno due bambini, una bimba di sei mesi e un maschietto appena un po’ più grande. Un paio di settimane vissute nel bordello hanno lasciato in Temple un segno indelebile, al punto di assumere Nancy Mannigoe, un’ex drogata e prostituta, come baby-sitter dei bambini. Una persona con cui poter parlare di un mondo di interesse comune. È Nancy la “monaca” del titolo, perché “nun”, nell’inglese dell’età elisabettiana, poteva essere sinonimo di prostituta. Il requiem, come vedremo, si riferisce a un tentativo patetico di Temple di sottrarre Nancy almeno al patibolo per l’uccisione della bimba di cui si sente corresponsabile. Anche perché l’atto di Nancy sembrava volto a impedire che Temple abbandonasse la famiglia per andarsene con il fratello del suo amante ucciso da Popeye. La vicenda legata a Nancy, espressa in forma teatrale, ha ispirato una pièce ad Albert Camus, Requiem pour une nonne, di grande successo e tuttora rappresentata in varie lingue. La parte in prosa invece, senza nesso con quella teatrale, racconta della nascita, meglio, dell’invenzione della mitica contea di Yoknapatawpha, e della sua capitale Jefferson, teatro della maggior parte della narrativa faulkneriana, attraverso i primi impianti edificati, della prigione, del tribunale e del palazzo del governo; nella copertina della prima edizione americana era raffigurata una serratura in ferro di venti chilogrammi, che però non aveva impedito una prima evasione in massa dei prigionieri. La lettura di questa parte privilegia i faulkneriani doc che non arretrano di fronte a periodi di una pagina, o giù di lì. Con una sintassi che sfiora il labirinto, un’ineccepibile punteggiatura virtuosistica, incisi, interconnessioni delle frasi, andirivieni temporali, interiezioni, immancabili flussi di coscienza.

Requiem per una monaca è il quinto titolo di Faulkner di quelli che, con Elisabetta Sgarbi, siamo riusciti a portare alla Nave di Teseo, dopo Bandiere nella polvere, il prequel de L’urlo e il furoreI saccheggiatoriUna favolaGambetto di cavallo. Un titolo per me particolarmente significativo, poiché la mia adolescenziale infatuazione faulkneriana è avvenuta grazie a Santuario. Oltretutto assente da parecchi anni dal mercato e riproposto ora nella nuova traduzione di Carlo Prosperi.

Nel leggere la nuova traduzione di Requiem per una monaca mi sono imbattuto in una frase, «Il passato non è mai morto. Non è neppure passato», che mi ha ispirato, al punto di metterla, per riconoscenza, in esergo, alla mia recente opera narrativa: Un’educazione veneziana. Ho saputo poi che non ero certo il primo a essere rimasto attratto da questa frase. Woody Allen, nel suo magnifico Midnight in Paris (2011), la mette in bocca, un po’ parafrasata, al suo protagonista, reduce dalle notturne escursioni oniriche, che gli consentono di incontrare gli eroi prediletti dell’Età del Jazz, Zelda e F. Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrude Stein, Faulkner…

domenica 20 ottobre 2024

Sisifo felice

 



Colpisce nel vaso antico la leggerezza del masso che Sisifo regge agevolmente con le mani e non sospinge faticosamente davanti a sé come nelle raffigurazioni moderne 



Federico VareseJohn Le Carré. Negli archivi venuti dal freddo
la Repubblica, Robinson, 20 ottobre 2024

David [David Cornwell, vero nome dello scrittore che si nascondeva dietro lo pseudonimo di John Le Carré] citava spesso un verso del Faust di Goethe sul desiderio di conoscere "quello che contiene il mondo nel suo punto più profondo". Cos'è un archivio se non la promessa di questa scoperta, il miraggio della conoscenza definitiva? La spia e il ricercatore sono due talpe che scavano per trovare quel luogo dove sono sepolti i segreti di una nazione, di una vita, la chiave ultima dei nostri comportamenti. Ma forse l'esistenza di tutti noi è davvero alla mercè di un demiurgo imprevedibile e malvagio, come ebbe a dire Max Brod a Kafka [...]. L'unico riscatto possibile, l'unico antidoto alla disperazione, è continuare a spingere il masso verso la cima della montagna e rendere onore alle persone che ci hanno accompagnato in quello sforzo, che ci hanno amato. Camus l'ha detto meglio di tutti: "Bisogna immaginare Sisifo felice". 



Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

Se si crede ad Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un’altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere di brigante. Io non vedo in questo una contraddizione.
...Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.



François Veryunes, Sisyphe heureux, 2021

Questo spettacolo, ispirato all'opera di Albert Camus, Il mito di Sisifo, è brillante nella sua potenza, poesia, dolcezza, virtuosismo e mette in discussione la nostra capacità di agire sul mondo. Sì, bisogna immaginare “Sisifo felice” come ha scritto Albert Camus.
Sebbene condannato dagli dei a spingere fino alla cima di una montagna il masso
 che instancabilmente ricade, Sisifo incide la gioia e il significato della sua vita nel suo infinito coraggio, nel suo sacrificio di sé, nel suo impegno radicato. Questo eroe dell'antichità ci invita, anche oggi, ad accogliere la vita senza subirla.
Uno spettacolo di estrema precisione, sia nello slancio collettivo della vita che nell'impresa del  superamento individuale. Danza sensuale e carnale. Impegnata. Dalla maestria del gesto negli assoli alla forza dispiegata nei duetti, i corpi rivelano una bellezza rara. Tutti, come Sisifo, lottano ferocemente nell'equilibrio o nello squilibrio, spingendo oltre i propri limiti per ottenere grazia e spiritualità nello sforzo. Un pezzo sensibile che sfida il potere dei vivi, più di quello degli dei.


Arthur C. Brooks, Come trovare la gioia in una vita degna di Sisifo
Internazionale, 23 giugno 2023

Nel suo libro Camus riconosce la futilità del compito di Sisifo e i suoi ovvi parallelismi
con la nostra vita ordinaria. Ma sostiene che, nonostante le difficoltà di questo mondo, e apparentemente contro ogni probabilità, gli esseri umani sperimentano regolarmente la vera felicità. Le persone in circostanze terribili si crogiolano nell’amore reciproco. Godono di semplici svaghi. Perfino Sisifo era felice, secondo Camus, perché “il suo stesso sforzo per raggiungere una vetta è sufficiente a riempire il cuore di un essere umano”. In poche parole, aveva qualcosa che lo teneva occupato.

Questa conclusione porta Camus a una strategia di vita che è totalmente in contrasto con la maggior parte dei filosofi esistenzialisti degli ultimi due secoli. Invece di provare disperazione per la futilità della vita, Camus ci dice di accettarne la sua dimensione ridicola. È l’unico modo per arrivare alla felicità, l’emozione più assurda di tutte, date le circostanze in cui viviamo.

Non dovremmo cercare di dare un significato cosmico alla nostra incessante routine: comprare, spendere, mangiare, lavorare, spingere i nostri piccoli massi sulle nostre piccole colline, dice. Dovremmo invece ridere di gusto del fatto che non c’è alcun significato, ed essere comunque felici. La felicità, per Camus, è una dichiarazione d’indipendenza esistenziale. Invece di consigliare “non preoccuparti, sii felice”, offre un ribelle “dì all’universo di girare altrove, sii felice”.

Se accettare il ridicolo vi sembra impossibile, Camus dice che è solo a causa del vostro orgoglio. “Coloro che antepongono i loro princìpi alla loro felicità, rifiutano di essere felici al di fuori delle condizioni che gli sembrano imprescindibili per esserlo”, scrisse qualche anno dopo il suo saggio su Sisifo. Inoltre, “se si sorprendono a essere felici, si scoprono impotenti, infelici perché sono stati privati della loro infelicità”. Il consiglio pratico che segue è chiaro: se avete un momento di felicità inspiegabile in un mondo difficile, vivetelo senza pensarci troppo.

Dovremmo essere in grado di fare di meglio che affidarci alla serendipità per ottenere una felicità occasionale. La realtà è che ognuno di noi può mettere in pratica consapevolmente l’assurdismo di Camus per forgiarsi una vita più felice.




Sisifo e Prometeo sono uniti da una stretta parentela: essi sono gli eroi che non chiudono gli occhi di fronte alle contraddizioni dell’esistenza, e che hanno una lucida consapevolezza del loro destino. https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/federica-ottavi-01



domenica 20 settembre 2015

Stanley Hoffmann americano esperto della Francia



Le Monde
16 settembre 2015

 L’intellectuel franco-américain et historien de renommée internationale Stanley Hoffmann, grand spécialiste de la France, est mort à l’âge de 86 ans, selon l’université de Harvard où il a enseigné pendant plus de 50 ans. Stanley Hoffmann est décédé samedi soir d’une longue maladie à Cambridge, Massachusetts, où il résidait




Disciple de Raymond Aron, M. Hoffmann aura consacré sa vie d’universitaire à étudier les relations internationales et la politique étrangère. Grand spécialiste de la civilisation française et des études européennes, Stanley Hoffmann a profondément marqué l’étude des relations transatlantiques. Fort de son sourire légendaire, il aura transmis à des milliers d’étudiants son savoir et son appréciation de l’histoire européenne d’après-guerre.
Auteur d’une vingtaine d’ouvrages et orateur insatiable, Stanley Hoffmann était considéré comme le spécialiste de référence aux Etats-Unis sur la France et l’histoire européenne. Il avait créé en 1969 la chaire du « centre des études européennes » au sein de la prestigieuse université américaine. Il a présidé le centre jusqu’en 1995.
Né à Vienne (Autriche) en 1928, d’un parent juif, il a passé une large partie de son enfance en France et étudié à Sciences po à Paris. Ayant ensuite émigré aux Etats-Unis, il a enseigné pendant plus de 50 ans à l’université de Harvard où il était apprécié pour sa courtoisie et sa finesse d’esprit. Parfaitement francophile et francophone, il disait admirer Charles de Gaulle. Il a laissé une empreinte indélébile sur l’étude de la civilisation française aux Etats-Unis. Il laisse derrière lui son épouse Inge Schneier Hoffmann.

En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/disparitions/article/2015/09/16/mort-du-politologue-americain-stanley-hoffmann_4758758_3382.html#y7qRjI4dJGqL2COr.99
 
 http://www.washingtonpost.com/blogs/monkey-cage/wp/2015/09/15/stanley-hoffmann-has-died-he-changed-how-america-thinks-about-france-and-europe/
 
 http://harvardmagazine.com/2007/07/le-professeur.html

domenica 15 giugno 2014

Nečaev, Il catechismo del rivoluzionario


David Bidussa

Bakunin
Il lato oscuro del rivoluzionario
Chi abbraccia la lotta armata non mostra mai la propria personalità: dalla sua figura devono guardarsi gli amici prima che gli avversari

Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014

Nel 1972 Franco Venturi, ripubblicando venti anni dopo la prima edizione La storia del populismo russo – il testo sul movimento rivoluzionario russo più noto e documentato nella storiografia internazionale del secondo dopoguerra – inserisce una lunga premessa in cui torna sulla figura Sergej Nečaev («un revenant che non si riesce a esorcizzare» scrive l'autore). In particolare Venturi si sofferma su Il catechismo del rivoluzionario, un normario stringato (10 pagine in tutto) che ci consegna la fisionomia del terrorista, una figura per il quale gli altri individui, compresi i propri compagni, sono solo mezzi per conseguire il fine. 
Con quella precisazione Venturi rende omaggio a uno storico Michael Confino (1926-2010), che pochi anni prima ha pubblicato quel testo (ma già aveva dedicato pagine alle ricerche di Confino sulla trasformazione economica del mondo rurale russo). 
Nel 1973 Confino raccoglie in volume altri documenti insieme al Catechismo, facendoli precedere da un saggio critico di grande qualità. La prima edizione esce in Francia per Maspero, casa editrice di nuova sinistra, in una collana che si chiama «Bibliothèque socialiste» (diretta da un grande storico del socialismo europeo, Georges Haupt). E suscita una discussione accesa. In Italia esce per Adelphi nel 1976, passa sotto silenzio o comunque ne discutono solo gli specialisti.
 Peccato, perché negli anni in cui la lotta armata ha un peso nella definizione dello stato d'animo collettivo, non sarebbe stato fuori luogo prenderlo in mano e analizzarlo con attenzione. Non lo fanno né la sinistra né la destra. Forse sarà possibile oggi, con questa nuova ristampa che significativamente non aggiunge niente a quella edizione del lontano 1976 (il saggio di Confino ha la stessa freschezza di allora).
 Di che si tratta dunque? L'episodio copre un tempo di un anno scarso. Nel 1869 irrompe nella vita del glorioso, ma ormai anziano capo dell'anarchismo, Bakunin, un giovane di ventidue anni, Sergej Nečaev, che arriva dalla Russia accompagnato da voci disparate: secondo alcuni il più radicale e puro dei rivoluzionari, per altri un abietto mistificatore. 
Bakunin ne rimarrà affascinato, a differenza di Alexander Herzen* da subito diffidente, e solo dopo alcuni mesi uscirà da questa sua convinzione sanzionando la rottura con con una lettera drammatica, lunga, tormentata che spedisce a Necvaev il 2 giugno 1870 (pagg. 133-187). In quella lettera scrive Bakunin: «Vi siete messo a giocare al gesuitismo come un bambino gioca alle bambole». Non senza rimproverare se stesso: «credendo incondizionatamente in voi mi sono dimostrato uno stupido» (pagg. 174 e 180). 
In mezzo ci sono questioni di soldi, di fiducia malriposta, di violenza, di doppiezza, di uso della malafede. In breve tutta la gamma delle sensibilità su cui lavora il "terrorista", figura votata a non dare mai mostra integrale della propria personalità. A giocare con gli avversari, ma anche pronto a servirsi e a sfruttare le debolezze dei propri compagni.
 Una fisionomia che Dostoevskij riproduce ne I demoni non solo in rapporto al tema della violenza, ma soprattutto rispetto al tema della finzione. Un mondo, quello del terrorista, fondato sulla finzione, ritenuta vera attraverso l'ambiguità (per esempio Piotr Verchovenskij, uno che finge come molti altri). I rivoluzionari di Dostoevskij non sono superiori alla società che contestano, ma una copia conforme. Aspetto che Camus descrive con precisione ne L'uomo in rivolta: lì Nečaev è la figura che sancisce il divorzio tra rivoluzione e amicizia, un sentimento che, da Cromwell in poi, ha fondato l'etica dei rivoluzionari. Con Nečaev il vincolo di protezione reciproca che aveva salvato i rivoluzionari si dissolve: ciò che ora va protetto è la rivoluzione, anche a costo della vita dei propri compagni. Essa va salvaguardata non solo da loro, ma anche contro di loro. Essa diviene la cosa che vale di più e per la quale tutto è lecito.
 È la partita che si gioca nell'estate di 150 anni fa. Una storia appassionante e inquietante. Confino ha il merito di darci una radiografia, ma soprattutto di illustrarci il costrutto concettuale ed emozionale (sbaglieremmo a pensare che ci sia solo freddezza in Nečaev) di ciò che ora è il rivoluzionario in missione. Una figura da cui devono guardarsi gli amici, prima ancora che gli avversari.

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(*)  Campione della giustizia e dell' uguaglianza, Herzen non avrebbe capito o accettato una contrapposizione di questi valori alla liberta' e alla personalità, poiché sapeva che ogni uguaglianza senza libertà personale è falsa e ingiusta, portando alla peggiore gerarchia tra "uguali" sottoposti e sovrastanti guardiani di questo stato, mentre solo la libertà può aprire la via verso un' uguaglianza non utopica, ma reale. E la libertà di Herzen fu tale che egli seppe non rinnegare, bensi' ripensare e rifiutare suoi vecchi convincimenti, sottoponendo a critica se stesso e i suoi compagni di un tempo. Il suo scritto culminante e illuminante, oggi piu' attuale che mai, è A un vecchio compagno (edito anni fa da Einaudi), in cui, polemizzando anche con l' amico Bakunin, rimette in questione la dialettica rivoluzionaria, vedendone orrore e terrore. Libro profetico, A un vecchio compagno, dove la veggenza è frutto delle due qualita' herzeniane, senso della realta' e senso della libertà, che lo resero unico tra i rivoluzionari. Vittorio Strada, Herzen, rivoluzione e libertà, CdS, 2 aprile 1994