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venerdì 7 agosto 2015

La mela e i fiori in Magritte



"La grande guerra" o " La grande guerre" ( 1964, olio su tela, 65x54 cm, Collezione privata). Parte del ciclo di uomini con bombetta a mezzo busto sullo sfondo di un cielo grigio e una mela verde che sta davanti al volto dell'uomo, il punto dove lo sguardo di chi osserva si posa per prima. Il pittore ha dato lo stesso titolo ad un altro quadro che presenta una donna in abito bianco, con ombrello, borsetta e un cappello piumato, anche qui il volto è coperto, ma da un mazzo di fiori. 
"abbiamo la faccia apparente, la mela, che nasconde ciò che è visibile ma nascosto, il volto della persona. E' qualcosa che accade in continuazione... C'è un interesse in ciò che è nascosto e che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra il visibile nascosto e il visibile apparente" (R. Magritte). Da questa affermazione del pittore il titolo prende un senso perché si tratta di una guerra fra le immagini nata dalla rivolta di due oggetti insignificanti che si contendono la condizione di visibilità ai due volti dei due personaggi. Questo titolo però sarà dovuto anche in parte all'evento reale della Grande Guerra, composta da trincee e da uomini spazzati via a causa di oggetti ancora più insignificati di una mela o di un mazzo di fiori, una guerra che ha annullato la personalità e dove la cancellazione del volto fa da metafora. Infine di quest'opera risalta anche la sovrapposizione perché va contro le regole del buon senso e alle gerarchie che organizzano un'immagine di questo tipo, infatti i personaggi coperti, a loro volta coprono una parte di paesaggio. (tuttoMAGRITTE)






 

lunedì 5 gennaio 2015

Belpoliti, la maschera e il volto

Marco Belpoliti
La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, Carocci 2014, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo studio. Siamo tutti volti anonimi che consumiamo volti, su cui la società proietta la propria struttura di potere, continua Belting, così che “il volto pubblico ha prodotto la sua propria maschera”.
Il saggio cerca di stabilire cosa è volto e cosa invece maschera. In un libro dedicato al medesimo tema, apparso anni fa ma sempre attuale, Il volto e l’anima (Bompiani), la semiologa Patrizia Magli distingue tra Viso, che deriva dal latino visus, participio passato di videre, “vedere”, e Faccia, sempre dal latino facies, “aspetto”, “forma”, d’etimologia invece più incerta. Il viso non è una semplice parte del corpo, ma, per dirla con il filosofo Emmanuel Lévinas, è nel viso che si compie la presenza che trascende ogni rappresentazione che se ne può fare. Faccia è una forma dotata di una certa superficie, è un limite, come suggerisce il significato geometrico del termine; tuttavia il viso è anche faccia, superficie delimitata e carica di senso, su cui agisce lo sguardo di chi osserva. Patrizia Magli sostiene che la faccia è il risultato di una costante messa a fuoco e ritaglio di questa superficie da parte di un osservatore; sarebbe la parte che sta per il tutto. Volto, vultus, poi, è il termine latino più antico per indicare il viso. La semiologa afferma che il nesso tra faccia e socialità è molto forte, testimoniato da quelle espressioni d’uso comune come: “salvare” o “perdere” la faccia. Oggi che il contatto “faccia a faccia” si è trasferito su Internet – Facebook è uno dei termini più citati –, i mass media sottraggono al volto la sua presenza corporea, modificando una delle fondamentali abitudini della nostra percezione che comporta di necessità riconoscere i volti. Non a caso Don Abbondio, scrive Manzoni nei Promessi sposi, spiega al suo interlocutore che appena vide quelle facce, ovvero i volti dei bravi, pensò bene di scappare. Belting precisa che il passaggio a Internet ha fatto sì che il volto pubblico, nonché celebre, non è più espressione di una determinata classe sociale, dal momento che la celebrità è data solo dai media: anche i ricchi per essere celebri devono avere una faccia, come capì Andy Warhol quando propose ai suoi collezionisti i loro ritratti. L’artista americano cominciò così a riprodurre i volti celebri della sua epoca; dopo Marilyn e Mao, realizzò ritratti per personaggi come Gianni Agnelli, all’epoca tra le persone più cool e note del mondo occidentale: avevano tutti una faccia. Oggi, nell’era globale, il volto è stato svincolato dalle fisionomie nazionali o locali, oltre che dai contesti economici e, scrive Belting, siamo sommersi da maschere facciali. Warhol l’aveva intuito lavorando sul ritratto del leader della Cina popolare, Mao, il cui ritratto gigantesco ha campeggiato sulla immensa piazza di Pechino per decenni.
Ora il processo è andato molto in là. La proliferazione dei volti è senza dubbio l’effetto delle tecniche moderne di riproduzione del ritratto, ribadisce Thomas Macho. Il Selfie è un perfetto esempio della democratizzazione di quest’attività ritrattistica, come spiega Tiziano Bonini, iniziata con l’irruzione della macchina fotografica, giustamente definita da John Berger una scatola per trasportare “apparenze”. Senza alcun moralismo, dobbiamo constatare che siamo tutti immersi in quest’universo di apparenze. Non sarà che quello che oggi vediamo non sono più volti, bensì maschere?, si chiede Belting. I vocabolari etimologici definiscono Maschera il finto volto fatto di vario materiale, indossato per motivi rituali; temine di origine etimologica molto incerta, preromana, proviene probabilmente da un termine piemontese-ligure masca, “strega”, presente già nell’editto di Rotari nel VII secolo. Le maschere servivano nel passato per dare corpo agli spiriti dei defunti, ma indicano anche l’elemento anonimo della partecipazione al rito: chi la indossa si nasconde Nel 1980 Roland Barthes in La camera chiara spiegò come la fotografia può significare, ovvero definire, una generalità solo assumendo una maschera. Era una riflessione che gli derivava da un bellissimo racconto di Italo Calvino, L’avventura di un fotografo, scritto negli anni Settanta; lo scrittore vedeva nella maschera “ciò che fa di un volto il prodotto della società e della sua storia”. La parola volto vale qui per faccia, nel significato che le attribuisce Patrizia Magli; tanto è vero che nel corso del Novecento resta paradigmatica l’impresa di August Sander. In Uomini del XX secolo il fotografo tedesco ritrasse uomini e donne come maschere del tempo e della società, tentativo paradigmatico cui furono, forse non a caso, attivamente ostili i nazisti, tanto che Sander dovette nascondere il materiale che aveva accumulato nella sua indagine. Cade qui il tema per cui il libro di Hans Belting, per quanto non del tutto all’altezza dei suoi precedenti, è comunque un’opera preziosa: la fotografia, dalle macchine analogiche a quelle digitali, ha prodotto prima di tutto maschere, là dove invece la pittura per metodo, forme e anche intenzioni, produceva ritratti di volti. Si tratta di quell’“effetto-Thanatos” descritto da Barthes, per cui fotografiamo i vivi, e ora anche noi stessi nel Selfie, senza pensare che saranno ricordati come morti, moltiplicando a dismisura con le macchine digitali e i cellulari il nostro archivio d’immagini, e producendo così inconsapevolmente maschere di morte. Barthes in modo preveggente ha scritto che l’età della Fotografia “corrisponde all’irruzione del privato nel pubblico, o piuttosto alla creazione di un nuovo valore sociale, che è la pubblicità del privato”. Oltre vent’anni prima della creazione di Facebook. Una profezia.

domenica 27 gennaio 2013

Il volto dell'altro. Lévinas






Intervista di Renato Parascandolo e Sergio Benvenuto a Emmanuel Lévinas


Uno dei concetti più suggestivi del suo pensiero è quello del "volto" come espressione di un'alterità assoluta e inviolabile...

Su questo tema è avvenuta la mia rottura con Heidegger. Era hitleriano e non ha colto il valore della dignità dell'uomo e dell'"altro". Ma io sono ebreo ed essere ebrei non significa soltanto conoscere il Talmud, significa aver sofferto come un ebreo. È a questo che bisogna arrivare. Aver sofferto come un ebreo. E di questa sofferenza una piccola responsabilità è da attribuire a un certo Hitler...

Lei parla di bontà, di amore per l'altro, ma si sa che in nome della bontà sono stati commessi atroci delitti, che i buoni sentimenti hanno provocato spesso dei disastri.

Bisogna vedere come la si intende...Io faccio una differenza tra bene e bontà, tra un ideale di bene che può essere prescritto, che diventa ideologia, che diventa movimento politico e poi istituzione e questa bontà iniziale, debole, senza difesa, senza pensiero, in cui non c'è ancora una ideologia della bontà L'altro uomo non mi è indifferente, l'altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola "riguardare". In francese si dice che "mi riguarda" qualcosa di cui mi occupo, ma "regarder" significa anche "guardare in faccia" qualcosa, per prenderla in considerazione. Io chiamo appunto questa "apparizione" dell'altro, il volto umano. Il volto umano è la testimonianza non del trionfo istituzionale del bene, ma della possibilità del bene, della possibilità per l'uomo di essere buono verso l'altro uomo o piuttosto della possibilità di leggere sul volto dell'altro uomo la vocazione, il richiamo alla bontà. Per me questa è la parola di Dio. Io trovo Dio nell'etica, non ho alcuna altra idea di Dio valida. È qui che trovo il senso di qualcosa che interrompe bruscamente il corso delle cose: il fatto che l'uno si occupa dell'altro è il solo momento in cui c'è un'alterità totale, un'alterità che non rientra nell'ordine che io controllo, che non diventa mia. Anche il mio schiavo, in quanto uomo, mi sfugge e perciò è assolutamente altro. Trovo che nel momento in cui sento questa alterità come ordine muto, come comandamento, non dico che sia di Dio, ma certo non c'è parola più forte.

http://www.donatoromano.it/interviste/43.htm


Levinaslëvinà›, Emmanuel. - Filosofo lituano naturalizzato francese  (Kaunas 1905 - Parigi 1995); prof. all'École normale israélite orientale (1946-63), alle univ. di Poitiers e di Paris-Nanterre e infine alla Sorbona (1973-75). Muovendo da studî husserliani (Théorie de l'intuition dans la phénoménologie de Husserl, 1930), trasse dalla fenomenologia gli strumenti metodici per un pensiero che considera l'etica come inglobante ogni ontologia. Opere principali: Totalité et infini (1961); Difficile liberté. Essai sur le judaïsme (1963); L'humanisme de l'autre homme (1972); Autrement qu'être, ou au-delà de l'essence (1974); Noms propres (1976; trad. it. 1984), raccolta di saggi di critica letteraria; Du sacré au saint: cinq nouvelles lectures talmudiques (1977; trad. it. 1985); De Dieu qui vient à l'idée (1982; trad. it. 1986); Transcendance et intelligibilité (1984; trad. it. 1990); Dieu, la mort et le temps (1992; trad. it. 1996); Altérité et transcendance (1995; trad. it. 2006), raccolta di saggi e interviste. (Treccani)