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sabato 25 ottobre 2014

Voltaire, il negro del Surinam

 
 
 
Voltaire, Candido (1759)
capitolo 19

... Avvicinandosi alla città s’incontrarono in un negro disteso in terra, che non aveva che la metà del suo abito, cioè un par di braghe di tela azzurra; mancava a questo povero uomo la gamba sinistra, e la mano dritta. - Mio dio! gli dice Candido, che fai tu là, amico, in questo stato orribile in cui ti vedo? - Attendo il mio padrone il signor Vanderdendur il famoso negoziante, risponde il negro. - E questo signor Vanderdendur, dice Candido, ti ha conciato così? - Sì, signore, risponde il negro, quest’è l’uso: ci vien dato un par di brache di tela per vestito due volte l’anno: quando lavoriamo alle zuccheriere, e che la macina ci acchiappa un dito, ci si taglia la mano; quando vogliam fuggire ci si taglia la gamba; a questo prezzo voi mangiate dello zucchero in Europa. Intanto, allorchè mia madre mi vendè per dieci scudi patacconi sulla costa di Guinea, ella mi diceva: figliuol mio, benedici i nostri feticci, adorali tutti i giorni, essi ti faran vivere fortunato; tu hai l’onore d’essere schiavo de’ nostri signori i bianchi, e tu fai la fortuna di tuo padre e di tua madre. Ah! io non so se ho fatto la lor
fortuna, so bene che essi non han fatto la mia: i cani, le scimmie, i pappagalli son mille volte meno disgraziati di noi. I feticci olandesi che mi han convertito, mi dicon tutte le domeniche che noi siamo tutti figli d’Adamo, bianchi e neri; io non sono genealogista, ma se quei predicatori dicono il vero noi siam tutti fratelli cugini; or voi converrete che non si possono usare tra parenti trattamenti più orribili.
- O Pangloss! grida Candido, tu non avevi pensato a questa abominevole circostanza; ed è pur cosa di fatto; bisognerà finalmente che io rinunzii al tuo ottimismo. - Che cos’è quest’ottimismo? dice Cacambo. - Ah, risponde Candido, è la maniera di sostenere che tutto va bene quando si sta male.
Intanto versava lagrime riguardando il negro, e piangendo entrò in Surinam.
...






Stefano Montefiori
Contro il cinismo io sto con Voltaire
Corriere della Sera, 12 ottobre 2014

In difesa della globalizzazione, con il Candido di Voltaire, proprio quando tutti sembrano abbandonare la nave del cosmopolitismo. Nella destra francese, Sarkozy torna in politica e per prima cosa ripete che la Francia deve denunciare il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone in Europa. A sinistra, il socialista Manuel Valls dice che i rom non hanno vocazione a integrarsi e devono tornare in Romania e Bulgaria. Marine Le Pen, a suo dire né di destra né di sinistra ma «contro il sistema», vince le elezioni europee promettendo che farà uscire la Francia dall’Unione Europea. Se questa è la politica, il panorama culturale francese tributa poi un grande successo al ripiegamento nazionale di un libro come L’identité malheureuse di Alain Finkielkraut, dalla parte dei «francesi sedentari che fanno comunque l’esperienza dell’esilio perché (per colpa dell’immigrazione, ndr) intorno a loro tutto è cambiato». Questi sono i tempi, e allora il filosofo André Glucksmann torna con un saggio provocatorio, che osa difendere idee ormai poco alla moda come l’universalismo e la contaminazione, dall’epoca dei Greci alla base della civiltà europea.
Voltaire contre-attaque (Robert Laffont) è una staffilata di 207 pagine al nuovo consenso. «Un consenso — scrive Glucksmann — che, a destra, sinistra e ali estreme, sguazza nei ruscelli putridi degli egoismi di corto respiro. Assecondando gli stati d’ansia, la politica diventa un’arte reazionaria. Vuole salvare quel che può, ripristinare frontiere obsolete, dare una riverniciata a cosiddetti valori che non sono, in realtà, mai esistiti».
Il settantasettenne Glucksmann insorge contro quel tic intellettuale contemporaneo che consiste nel tacciare di ipocrisia e scollamento dalla realtà quanti ancora si ostinano a difendere i diritti dell’uomo, accusati di essere sognatori, «anime belle» irresponsabili, sulle quali poi pende la scomunica definitiva di «radical chic» qualora siano schierati a sinistra. Non è questo certamente il caso di André Glucksmann, e da tempo: protagonista del Sessantotto parigino, l’allora nouveau philosophe intraprese il suo distacco dalla gauche nei primi anni Settanta, quando denunciò gli orrori del socialismo reale a Muro di Berlino ancora ben saldo.
Lei scrive che la contrapposizione tra realismo e difesa dei diritti umani è ridicola.
«Certamente. Dove sta il vero realismo? Il primo dei diritti dell’uomo, la libertà di circolare, non è il regalo di cuori generosi, ma la condizione necessaria della nostra prosperità. Abbiamo rigettato le ideologie progressiste che, in nome di un modello unico di Umanità, hanno giustificato tante ignominie, e abbiamo fatto bene. Ma dalle utopie marxiste e dalle elegie hegeliane siamo precipitati a questa specie di fatalismo, di cinismo postmoderno».

Perché Voltaire è importante per l’idea di Europa e di Occidente?
«È un antidoto ai nazionalismi, è un filosofo molto più contemporaneo di tutti i suoi successori, adepti dei sistemi chiusi. Voltaire rifiuta le ideologie, l’ossessione per le radici, le frontiere, lotta contro i fanatismi. Ha vissuto quasi tre secoli fa, ma di sicuro è meno anacronistico dei critici che gli sono succeduti. Anche il mio amico Roland Barthes, che pure era un voltairiano, si è distaccato da Voltaire. È sempre stato così, i sostenitori a un certo punto sono diventati i più grandi detrattori».

Barthes accusava Voltaire di essere anti-intellettuale, troppo leggero.
«Mi viene da ridere. La semplicità, lo stile distaccato e ironico sono precisamente i suoi punti di forza e non di debolezza. Contro Hegel e i suoi discendenti degli ultimi due secoli, contro i pensatori dell’assoluto, a mio parere conviene andare più indietro. L’ultimo grande è stato Voltaire, ma Barthes non poteva riconoscerlo perché era schiavo dello spirito sistemico della sua epoca, del marxismo. Gli eredi di Voltaire non li troviamo in filosofia, ma in letteratura: Stendhal e Flaubert vanno nello stesso senso».

Per esempio?
«Prendiamo Flaubert e i rom: poco incline al romanticismo, l’autore di
Madame Bovary lascia Esmeralda a Victor Hugo e Carmen a Georges Bizet, ma nel 1867 racconta a George Sand del suo incontro con un accampamento di tzigani a Rouen. Dice di aver dato loro qualche soldo e di essere stato aggredito dalla folla per questo, e descrive quell’odio, l’odio che gli uomini d’ordine riservano all’eretico, al filosofo, al solitario, al poeta».
Nel capitolo intitolato «Elogio del mendicante, del gitano e del sans-papiers» lei se la prende con le espulsioni dei rom.
«È incredibile che nella Francia del XXI secolo, dove peraltro la distinzione tra destra e sinistra è completamente saltata, il governo socialista punti a espellere i rom considerandoli una minaccia. Una comunità di 15, di 20 mila persone al massimo, capace di mandare in crisi una nazione di 60 milioni di abitanti? Non si è mai visto un capro espiatorio così perfetto. In una Francia che da almeno un secolo accoglie italiani, polacchi, spagnoli, portoghesi, maghrebini, africani ed ebrei, il pugno di mendicanti nelle nostre strade è una goccia d’acqua, un puro argomento di propaganda».

Lei esalta il Voltaire di «Candido», non quello di «Zadig».
«Zadig è un uomo che accetta il sapere assoluto. Zadig nasce e cresce ricco, sta bene all’inizio delle sue peripezie, bene alla fine, conosce l’infelicità, ma non ne è toccato, guarda i disastri del secolo a cui appartiene, ma non sono i suoi. È un rappresentante della filosofia classica contro Candido».

Degli uomini politici contemporanei c’è qualcuno che lei considera un erede di Voltaire?
«I dissidenti. Václav Havel. I comunisti avevano rivoltato i valori come un guanto, il vocabolario sovietico aveva stravolto la realtà: in nome della pace, immense mobilitazioni militari; in nome dell’Uomo nuovo a venire, la persecuzione dei viventi. Armati delle loro disillusioni, i protagonisti delle rivoluzioni di velluto hanno cambiato l’Europa. La cortina di ferro è crollata sotto la pressione di migliaia di Candidi».

E adesso?
«Dilaga la tentazione dell’“ognuno a casa sua”. Il ripiegamento identitario fa risorgere un pericolo contro il quale due guerre mondiali dovrebbero averci vaccinato. L’Europa è stata ed è una bella idea. Purtroppo si sfalda a partire dalla sua testa prima ancora che per colpa dell’economia. Contro le nuove linee Maginot, bisognerebbe tornare al Candido».


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VOLTAIRE AT FERNEY (1939)


Perfectly happy now, he looked at his estate.
An exile making watches glanced up as he passed
And went on working; where a hospital was rising fast,
A joiner touched his cap; an agent came to tell
Some of the trees he'd planted were progressing well.
The white alps glittered. It was summer. He was very great.

Far off in Paris where his enemies
Whispered that he was wicked, in an upright chair
A blind old woman longed for death and letters. He would write,
"Nothing is better than life." But was it? Yes, the fight
Against the false and the unfair
Was always worth it. So was gardening. Civilize.

Cajoling, scolding, screaming, cleverest of them all,
He'd had the other children in a holy war
Against the infamous grown-ups; and, like a child, been sly
And humble, when there was occassion for
The two-faced answer or the plain protective lie,
But, patient like a peasant, waited for their fall.

And never doubted, like D'Alembert, he would win:
Only Pascal was a great enemy, the rest
Were rats already poisoned; there was much, though, to be done,
And only himself to count upon.
Dear Diderot was dull but did his best;
Rousseau, he'd always known, would blubber and give in.

Night fell and made him think of women: Lust
Was one of the great teachers; Pascal was a fool.
How Emilie had loved astronomy and bed;
Pimpette had loved him too, like scandal; he was glad.
He'd done his share of weeping for Jerusalem: As a rule,
It was the pleasure-haters who became unjust.

Yet, like a sentinel, he could not sleep. The night was full of wrong,
Earthquakes and executions: soon he would be dead,
And still all over Europe stood the horrible nurses
Itching to boil their children. Only his verses
Perhaps could stop them: He must go on working: Overhead,
The uncomplaining stars composed their lucid song.

                W. H. Auden

http://www.newyorker.com/magazine/2005/03/07/voltaires-garden

venerdì 17 ottobre 2014

Voltaire, Emilie e le altre




Maria Antonietta Macciocchi 


Voltaire il femminista
L'amore più grande fu per la marchesa Emilie du Châtelet. Che però, dopo 16 anni, lo lasciò
Corriere della Sera, 15 febbraio 1995
L'ortografia dei nomi propri è stata corretta rispetto all'originale

... Le eroine di Voltaire si delineano su due distinti universi, quello delle opere e quello dell' esistenza e della corrispondenza, ma ogni universo interviene a modellare l'altro, mescolando vizi e virtù. Nel romanzo e nelle tragedie le donne hanno avventure grottesche e deliranti, subiscono violenze e vandalismi, ma si battono, spesso eroiche, senza cedere, e con ardore prediligono la giustizia e la ragione. Sono sultane, principesse, schiave, meretrici o regine. Appartengono a razze diverse o lande lontane. Stanno negli harem e nelle corti del sultano, o sui campi di battaglia. Eppure sono legate tra loro da un solo filo, quello dell'avventura umana o della sventura, come per Cunegonda, l'amata di Candide, o come Zaire, la schiava del Sultano di Gerusalemme. Nell'esistenza di Voltaire emergono creature dall'intelligenza solare, dallo scilinguagnolo brillante, dalla cultura che non conosce confini tra le lettere e le scienze, con salotti parigini dove la sapienza è densa quanto in Sorbona. Voltaire pensava che la cultura ornasse di una dimensione più alta e anche più sensuale la bellezza femminile. "Le donne sono capaci di tutto ciò che noi facciamo - scriveva - e la sola differenza tra loro e noi è che loro sono più amabili". Certo, non le venerava tutte. E incrociò gli amori alle battute ironiche contro dame possenti, delle quali talora ricercava i favori e talora si beffava. Come la favorita di Luigi XV, la marchesa di Pompadour. Vedendola un giorno mangiare una quaglia, improvvisò questo beffardo epigramma: "E una quaglia grassottella e, detto tra noi, mi sembra un po' quaglietta. Ma lo dico piano piano, bella Pompadouretta". Quanto a Caterina, imperatrice di Russia alla cui corte fu ricevuto con onori, la rispettò per la cultura, ma non esitò a trattarla da civetta quando l'imperatrice accolse con analoghi favori Federico Grimm. Strapazzò persino il mito della Francia, Jeanne d' Arc, in una commedia salace dove, più che la santità, l'oggetto della satira è la bigotteria o la fobia sessuale della pulzella. "Il più grande dei suoi rari lavori fu di conservare intatto per un anno il pulzellaggio". Voltaire ironizza sull'idea di Jeanne che la Francia sarebbe stata vinta se lei avesse perduto il suo "gioiello", protetto anche dall'angelo custode saint Denis. E così irride a un certo punto: "Lei portava sotto la sua gonnella, tutto il destino di Francia e d'Inghilterra". All' origine del riso di Voltaire, scrive Bertrand Poirot-Delpech, c' è un atteggiamento del pensiero, agli antipodi del "bello spirito" perché esso non esiste che attraverso la lotta... Voltaire sa che il ridicolo uccide a lungo andare... La sua ironia ci insegna a non farci ingannare. (Cito dalla prefazione del libro Il riso di Voltaire, con testi riuniti e presentati nel 1994 dalle ottime Editions du Félin, a Parigi). Nel 1732 si era innamorato di Gabrielle Emilie le Tonnelier de Bréteuil, nota ai posteri come la marchesa du Châtelet, moglie di un marchese comandante delle truppe reali che stava piu' sui campi di battaglia che vicino alla colta consorte. Voltaire l'assale dicendo che "lei ha un cuore capace di amicizia al di sopra delle meschinerie delle donne e delle calunnie di uomini e donne". In Emilie, si ricongiungono genio e fascino. La marchesa rappresenta per Voltaire un ideale filosofico valido per tutte, dove "è lo spirito che dona grazia a una donna". Non che Voltaire non avesse conosciuto l' amore prima di Emilie. Tra il 1713 e il 1748 aveva avuto
almeno otto amanti, tra cui l'attrice piu' fascinosa del tempo, Adriana Lecouvreur. Allorché ella morì (1730), i sacerdoti rifiutarono all' attrice la sepoltura in chiesa perche' aveva calcato le scene, Voltaire insorse con odio contro i preti: "Privano di sepoltura colei che in Grecia avrebbe avuto in suo onore degli altari". Con Emilie la passione fu totale ("Io non ho vissuto che da quando la tua anima mi ha penetrato della sua divina fiamma"). Andarono a vivere "insieme" nel paradiso di Cirey, nel 1734, e l' amore durò sedici anni. Anche se la marchesa non era un modello di fedeltà. Prima di incontrare il filosofo aveva avuto avventurose passioni, tra cui quella con il duca di Richelieu, amico del poeta. L' adorata Emilie era un pozzo di scienza, come in quei luminosi tempi chiedevano alle donne. Sapiente in matematica, chimica, fisica, filosofia, esegesi biblica. Aveva tradotto dal latino i Principi matematici della filosofia di Newton. Voltaire si proclamò "il primo degli Emiliani". Quando diede alle stampe Alzire, vi premise un'epistola dedicatoria titolata "L'Emiliade". Dove leggiamo: "Occorre che il vostro esempio incoraggi le persone del vostro sesso, nel credere che ci si rende piu' nobili perfezionando la ragione, e che niente piu' che lo spirito fa brillare la bellezza in una donna". Tuttavia, pur godendo con lei "di una felicita' celestiale", il suo occhio beffardo non le risparmiava qualche frecciata: "Il suo merito e' al di sopra della sua eta' e del suo sesso e del nostro - scriveva a de Sade - (ma) confesso che è tirannica: per farle la corte occorre parlarle di metafisica quando si vorrebbe parlare d' amore". Ma l'ammirazione era cosi' assoluta che nel 1743 scriveva a D'Argental: "Mi raccomando Mada(me) du Châtelet e La morte di Cesare (una tragedia di Voltaire): sono due grandi uomini". Cesare uguale alla marchesa? Ma in fondo quello di Voltaire è un concetto anticipatore di tanti dibattiti sull' eguaglianza uomo donna che perdurano ancora. Non c' è mascolinita' nel genio di una donna, ma una sua identita' specifica, e talora cosi' elevata da poterla issare alla stessa altezza dei massimi protagonisti della storia. La passione si interruppe un giorno, quando la signora di Châtelet si gettò nelle braccia dello scrittore Jean-François Saint-Lambert, più giovane di lei di dieci anni, da cui desiderava un figlio. La scienziata voleva diventare madre a tutti i costi. Ma proprio mettendo al mondo il figlio di Saint Lambert, una bambina, Emilie morì di parto, a 43 anni, il 10 settembre 1749. Voltaire diventò folle di rabbia. Come aveva potuto preferire la maternità alla scienza? Diede sfogo al dolore descrivendo, sarcastico, la morte dell'amata in una lettera alla baronessa de Launay: "Lei stava scribacchiando su Newton alla scrivania, secondo la sua lodevole abitudine, dopo le due di mezzanotte, allorché si disse: ma io sento qualcosa... Questo qualcosa era una bambina che venne al mondo più facilmente che non un problema d'algebra". Voltaire trascorse poi il resto della sua vita convivendo con madame Denis, sua nipote, fino al ritorno trionfale a Parigi nel 1778, cui seguì la morte. Quasi sempre lontano dalla Francia (dove, a 25 anni, gli avevano fatto assaggiare i ceppi della Bastiglia) visse, dopo l' esilio in Inghilterra, a Ferney, in territorio svizzero, dove alla fine della vita aveva creato delle scuole per giovani donne. Ne scrisse in Sophronie o l' educazione delle giovani. Voltaire detestava l'oscurantismo, il fanatismo, e stigmatizzava soprattutto nella religione musulmana il massimo dell' intolleranza. In Maometto, una delle dodici tragedie di Voltaire, dedicata agli orrori della febbre religiosa dei musulmani, è una donna, Palmira la schiava, che rappresenta la virtù, la tolleranza, simbolo dello spirito e della vera religiosità. Palmira adora Maometto il profeta, ma è innamorata in verità dello schiavo Séide. Il vegliardo Zopie si oppone al profeta cercando di liberare la schiava. Maometto ordina allora di uccidere il vecchio e Palmira stessa incita al crimine il proprio amante perché Maometto le consenta di sposarsi. Ma allorche' il vecchio è ferito, egli rivela al giovane di essere suo padre. A quel punto i due innamorati si ribellano a Maometto che li ha spinti al crimine. E quando il profeta cerca di riconquistare Palmira promettendole un magnifico avvenire, lei lo spedisce all'inferno: "Mostro, i cui furori e perfidi complotti hanno fatto di due cuori innocenti due parricidi". Séide muore avvelenato. Palmira si pugnala, eroica: "Mi inorgoglisco uccidendomi perché un dio più giusto riservi un avvenire ai cuori innocenti". Come ha scritto Giovanni Macchia [...], la tragedia fu ritirata dalla scena per gli interventi dall' alto a cui Voltaire dovette soggiacere. Dopo alcuni mutamenti fu riammessa sul palcoscenico, ma è scomparsa di nuovo e, proprio in questo anno delle celebrazioni voltairiane, a Parigi, si è proibito di rappresentarla: "Ancora oggi è pericoloso toccare Maometto", conclude Macchia. Nell' immenso arcobaleno di donne nell' opera di Voltaire vi è anche un'italiana, Eleonora Fonseca Pimentel, di cui egli ammirava il talento di poetessa e le dedicò, ormai vecchio, una poesia adorabile che comincia così : "Bell'usignolo della bella Italia". L' ho scoperta mentre lavoravo al mio libro, Cara Eleonora, grazie all' indicazione offertami dal grande storico Alfredo [Franco, in realtà] Venturi, ora scomparso. E la metto qui come un suggello a quanto ho detto.
  
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Emilie dans les mémoires de son valet: un épisode
Sébastien Longchamp
Cependant quelques jours après, au moment où elle était dans son bain, elle sonna ; je m’empressai d’accourir dans sa chambre, ma sœur, occupée ailleurs, ne s’y trouvait point alors. Madame du Châtelet me dit de prendre une bouilloire qui était devant le feu, et de lui verser de l’eau dans son bain, parce qu’il se refroidissait.
En m’approchant, je vis qu’elle était nue, et qu’on n’avait point mis d’essence dans le bain, car l’eau en était parfaitement claire et limpide.
Madame écartait les jambes, afin que je versasse plus commodément et sans lui faire mal l’eau bouillante que j’apportais. En commençant cette besogne, ma vue tomba sur ce que je ne cherchais pas à voir ; honteux et détournant la tête autant qu’il m’était possible, ma main vacillait et versait l’eau au hasard : Prenez donc garde, me dit-elle brusquement, d’une voix forte, vous allez me brûler. Force me fut d’avoir l’œil à mon ouvrage, et de l’y tenir, malgré moi, plus longtemps que je ne voulais. Je n’étais pas encore familiarisé avec une telle aisance de la part des maîtresses que je servais.

https://machiave.blogspot.com/2026/03/la-ragazza-con-il-compasso-doro.html

giovedì 3 gennaio 2013

Barbusse+Voltaire, la guerre


— La guerre !
Quelques-uns de ceux qui sont couchés là rompent le silence, et répètent à mi-voix ces mots, et réfléchissent que c’est le plus grand événement des temps modernes et peut-être de tous les temps.
Et même cette annonciation crée sur le paysage limpide qu’ils fixent, comme un confus et ténébreux mirage.
Les étendues calmes du vallon orné de villages roses comme des roses et de pâturages veloutés, les taches magnifiques des montagnes, la dentelle noire des sapins et la dentelle blanche des neiges éternelles, se peuplent d’un remuement humain.
Des multitudes fourmillent par masses distinctes. Sur des champs, des assauts, vague par vague, se propagent, puis s’immobilisent ; des maisons sont éventrées comme des hommes, et des villes comme des maisons, des villages apparaissent en blancheurs émiettées, comme s’ils étaient tombés du ciel sur la terre, des chargements de morts et des blessés épouvantables changent la forme des plaines.
On voit chaque nation dont le bord est rongé de massacres, qui s’arrache sans cesse du cœur de nouveaux soldats pleins de force et pleins de sang ; on suit des yeux ces affluents vivants d’un fleuve de mort.
Au Nord, au Sud, à l’Ouest, ce sont des batailles, de tous côtés, dans la distance. On peut se tourner dans un sens ou l’autre de l’étendue : il n’y en a pas un seul au bout duquel la guerre ne soit pas.
Un des voyants pâles, se soulevant sur son coude, énumère et dénombre les belligérants actuels et futurs : trente millions de soldats. Un autre balbutie, les jeux pleins de tueries :
— Deux armées aux prises, c’est une grande armée qui se suicide.

 Le Feu. Journal d'une escouade, 1916


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Niente era così bello, così spedito, così splendente, così ben ordinato come i due eserciti. Le trombe, i pifferi, gli oboi, i tamburi, i cannoni formavano un’armonia quale non si udì mai neppure all’inferno. Prima i cannoni rovesciarono a terra circa seimila uomini per parte; poi la moschetteria tolse dal migliore dei mondi da nove a diecimila furfanti che ne infettavano la superficie. Anche la baionetta fu la ragion sufficiente della morte di qualche migliaio di uomini. Il totale poteva aggirarsi sulle trentamila anime. Candido, che tremava al pari di un filosofo, si nascose come meglio poté durante questo eroico macello.
Finalmente, mentre i due re facevano cantare dei Te Deum, ciascuno, nel proprio accampamento, decise d’andarsene da un’altra parte a ragionare sugli effetti e le cause. Passò sopra mucchi di morti e morenti, e raggiunse dapprima un villaggio vicino; era ridotto in cenere. Si trattava di un villaggio avaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diritto pubblico. Qui vecchi crivellati di colpi guardavano morire le loro mogli sgozzate, che stringevano i bambini alle mammelle sanguinanti; là ragazze sventrate, dopo avere saziato i naturali bisogni di qualche eroe, esalavano l’ultimo respiro; altre, semibruciate, gridavano implorando di finirle. Cervelli erano sparsi per terra, accanto a braccia e gambe tagliate.
Candido fuggì al più presto in un altro villaggio: apparteneva ai Bulgari, e gli eroi Avari l’avevano trattato allo stesso modo.

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 Rien n'était si beau, si leste, si brillant, si bien ordonné que les deux armées. Les trompettes, les fifres, les hautbois, les tambours, les canons, formaient une harmonie telle qu'il n'y en eut jamais en enfer. Les canons renversèrent d'abord à peu près six mille hommes de chaque côté ; ensuite la mousqueterie ôta du meilleur des mondes environ neuf à dix mille coquins qui en infectaient la surface. La baïonnette fut aussi la raison suffisante de la mort de quelques milliers d'hommes. Le tout pouvait bien se monter à une trentaine de mille âmes. Candide, qui tremblait comme un philosophe, se cacha du mieux qu'il put pendant cette boucherie héroïque.
Enfin, tandis que les deux rois faisaient chanter des Te Deum chacun dans son camp, il prit le parti d'aller raisonner ailleurs des effets et des causes. Il passa par-dessus des tas de morts et de mourants, et gagna d'abord un village voisin ; il était en cendres : c'était un village abare que les Bulgares avaient brûlé, selon les lois du droit public. Ici des vieillards criblés de coups regardaient mourir leurs femmes égorgées, qui tenaient leurs enfants à leurs mamelles sanglantes ; là des filles éventrées après avoir assouvi les besoins naturels de quelques héros rendaient les derniers soupirs ; d'autres, à demi brûlées, criaient qu'on achevât de leur donner la mort. Des cervelles étaient répandues sur la terre à côté de bras et de jambes coupés.
Candide s'enfuit au plus vite dans un autre village : il appartenait à des Bulgares, et des héros abares l'avaient traité de même.

Candide, chapitre 3

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 Che cosa ne è e che cosa mi importano l’umanità, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la dolcezza, la saggezza, la pietà, quando un mezza libbra di piombo sparata da tre quattrocento metri mi lacera il corpo, e io muoio a vent’anni tra tormenti inesprimibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, quando i miei occhi, che si aprono per l’ultima volta, vedono la città in cui sono nato messa a ferro e fuoco, e gli ultimi suoni che odono le mie orecchie sono le grida delle donne e dei bambini che spirano sotto le sue rovine, e tutto ciò per i presunti interessi di un uomo che noi non conosciamo?

Dizionario filosofico, voce "guerra"

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Que deviennent et que m’importent l’humanité, la bienfaisance, la modestie, la tempérance, la douceur, la sagesse, la piété, tandis qu’une demi-livre de plomb tirée de six cents pas me fracasse le corps, et que je meurs à vingt ans dans des tourments inexprimables, au milieu de cinq ou six mille mourants, tandis que mes yeux, qui s’ouvrent pour la dernière fois, voient la ville où je suis né détruite par le fer et par la flamme, et que les derniers sons qu’entendent mes oreilles sont les cris des femmes et des enfants expirants sous des ruines, le tout pour les prétendus intérêts d’un homme que nous ne connaissons pas?