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venerdì 20 marzo 2026

Dentro il mondo di Bluey

Andrea Zanini 
Un modello di paternità sana: perché “Bluey” è il cartone migliore di tutti
Domani, 18 marzo 2026

C’è un costante senso del “nuovo”, quando sei genitore, e i primi anni conti un sacco di prime volte: i primi vagiti le prime parole i primi passi, ovviamente, ma anche, più tardi, il primo giorno di asilo, la prima notte al pronto soccorso, la prima bugia seria, la prima volta che in bici senza rotelle, la prima volta che con la bici rischia davvero la vita, il primo giorno di elementari, che ora si chiama scuola primaria e hanno tutti quegli zaino-trolley giganti. Al contempo, credo che si sottovaluti molto il senso delle seconde volte. La prima volta la vita ti arriva in faccia con tutta la sua forza, alla seconda occasione le cose si possono riprovare con un minimo di esperienza in più. C’è quasi tempo per osservare.

I miei figli hanno sette (Tommaso) e due anni (Matilde), per cui, riniziato il giro di giostra, sto avendo la possibilità di guardare nuovamente Bluey.

La prima volta era stata una rivelazione: un cartone animato capolavoro, un milieu culturale che è purtroppo appannaggio di quella – statistiche Istat alla mano, sparuta – minoranza di genitori che hanno figli dai due ai sei anni circa.

Bluey è il miglior cartone per bambini al mondo, per distacco, e tutti i giovani genitori lo sanno, e tutti gli altri non sanno neanche che esiste.

Dentro il mondo di Bluey

Lo raccontiamo anche a chi di voi non ha a che fare con piccoli umani: Bluey è un cartone australiano, nato nel 2018 e che da subito ha conquistato prima il mondo anglosassone e poi l’Europa. Non fa che seguire le ordinarissime e straordinarie avventure di Bluey, eponima eroina, cagnolina blu di sei anni, sorella maggiore di Bingo, che ne ha quattro, e figlia di Bandit e Chilli.

Sono cani parlanti, che vivono e lavorano e giocano come esseri umani. Spesso le puntate sono tutte confinate all’ampia casa con giardino nella periferia di Brisbane. Seguono la loro vita, i giochi in giardino, gli scherzi in macchina, le piccole grandi avventure al torrente o al parco giochi o in piscina. La trama non dice granché, i disegni sono carini ma superficialmente niente di che (mentre, a ben vedere, c’è un lavoro eccezionale di inquadrature, montaggio, animazione, colori, prospettive, scrittura, colonna sonora da mettere in imbarazzo metà della produzione cinematografica attuale) ma il punto, come sempre, è nel come si fanno le cose.

Bluey poteva essere un cartone animato come ce n’è un milione, e invece, un episodio di sette minuti alla volta, rappresenta quella gigantesca commedia umana che è l’infanzia. Al centro di ogni cosa c’è il gioco: come in Calvin e Hobbes ogni gioco, per quanto piccolo e scemo sia, apre universi, e il giardino diventa giungla, una sedia diventa taxi che gira nella notte, delle tessere sparse sul pavimento diventano il cerchio magico delle fate che intrappolano i nostri eroi e li costringono a ballare la danza irlandese.

Innestato su questo motore narrativo, praticamente sempre presente, Bluey si prende il tempo di esplorare, a piccoli ma sicuri tratti, la difficoltà di crescere, i rapporti fra sorelle, i litigi fra amici, il potere dei soldi, i primi innamoramenti, ma anche la difficoltà di gestire lavoro e famiglia, la sensazione di sentirsi inadeguati come genitori, la difficoltà di vedere tua sorella felice con i suoi bimbi quando tu di bimbi non puoi averne.

Se mettessimo in fila tutti i cartoni animati per complessità psicologica ed emozionale, Bluey vincerebbe tutte le categorie. Peppa Pig e Paw Patrol – che sono industrie milionarie in termini di visualizzazioni e marketing – a questo sport non partecipano neanche. Masha e Orso è divertente, animato con grande tecnica e maestria, ma sostanzialmente ci mostra una bambina senza regole fare il bello e cattivo tempo e un povero orso che raccoglie i cocci dopo ogni suo passaggio. Intrattiene, ma non fa pensare.

Bing è sicuramente più psicologico e pedagogico, ma ha un po’ il difetto che tutto il mondo gira attorno al coniglietto nero, le emozioni esplorate sono quasi esclusivamente le sue, al massimo quelle dei pochi bambini suoi amici, sempre in rapporto con lui (è un po’ viziato, Bing, diciamocelo). Gli adulti in Bing sono pazientissimi e monodimensionali – tanto che sono letteralmente bambole di pezza, figure vaghissime e lievemente inquietanti che non sappiamo neanche se siano papà, mamme, zii o tate.

In Bluey, al contrario, c’è tutto: l’intrattenimento e l’educazione, la stupidaggine e la frase che trasforma una puntata divertente in un momento in cui ti viene il magone. Bluey parla ai bambini e agli adulti insieme – lezione che impara dai migliori fratelli maggiori, come i grandi cartoni animati cinematografici di Disney e Pixar.

Trasforma la visione del cartone in un momento comune, in un piccolissimo e quotidiano rito collettivo, sette minuti alla volta. Non è raro trovarsi a fine visione con la lacrima che scorre sulla guancia, mentre tua figlia se la ride ignara e felice.

Il segreto di Bandit

Una delle innovazioni più evidenti, un vero colpo di genio, è il padre di Bluey, Bandit.

Forse oso troppo, ma voglio osare: non c’è mai stato, nella storia della letteratura e dei fumetti e del cinema, nella storia delle arti tutte, un padre come Bandit. Il padre migliore del mondo, semplicemente. Un papà (quasi) sempre disposto a giocare, entusiasta e divertente, che si dedica completamente a ogni scherzo e ogni fantasia. È paziente e caciarone, creativo, generoso con le proprie figlie fino all’autoumiliazione, pieno di energia. Ha tanti amici, un rapporto invidiabile con la moglie Chilli, è semplicemente adorato dalle proprie bimbe. Probabilmente non se la cava neanche male al lavoro, per potersi permettere una casa così grande e bella.

È dunque insopportabile Bandit, e tutti noi padri lo amiamo e lo odiamo ugualmente, perché ci mette di fronte alla nostra inadeguatezza e vorremmo un po’ essere come lui, e sappiamo che non sarà mai possibile.

La prima cosa che colpisce, soprattutto nella prima stagione, è quanto sia presente: a volte Bandit è l’unico genitore per tutta la puntata, è semplicemente da solo con le sue figlie e le porta al parco e in spiaggia e al ristorante cinese e all’autolavaggio. Consola le figlie se si fanno male, gli fa fare la pipì in un cespuglio, mette a posto i giochi con loro, le pulisce quando vanno al gabinetto di notte. Cucina le torte mentre la moglie è fuori con le amiche.

È quasi sciocco dirlo, ma fosse stata la mamma a fare tutto questo non ce ne saremmo neanche accorti.

Quando gioca, Bandit diventa un method actor alla Daniel Day Lewis, sciogliendosi completamente nel ruolo, anche se deve fare il gorilla o un polpo, emettendo strani suoni per tutta la puntata. È talmente convincente che solitamente la sua piccola tenera Bingo prova compassione per lui. In quei momenti, è bene dirlo, Bandit è lontanissimo da noi genitori reali, quasi urticante nella sua evidente superiorità di padre. È un personaggio spesso mal sopportato per questo.

Un modello per tutti

Ammetto che anche io ho avuto i miei momenti di complesso di inferiorità, ma a questo secondo giro di visione  – un momento in cui siamo in effetti molto simili, perché ora una figlia femmina ce l’ho anche io, e la distanza di età fra Bluey e Bingo non è così diversa fra quella dei miei Tommi e Matilde – la paturnie sono evaporate e posso finalmente godermi un modello sì irrealizzabile, ma almeno aspirazionale.

Noi uomini siamo così pieni di modelli irrealizzabili unidirezionali  calciatori, miliardari, maschi alpha, tronisti vari, tutte ipostasi della trinità “sesso, soldi, potere” – che avere come stella polare un cagnone blu che gioca troppo e troppo bene con le sue bimbe non può essere poi così dannoso.

Una delle qualità più invidiabili di Bandit, è che quando gioca, non si risparmia, non sospira, non controlla l’orario ogni due minuti. È davvero in un “qui e ora” con le sue bimbe: un qui e ora nel gioco, contemporaneamente da pari e da genitore. Si diverte come un bambino, ma non perde mai di vista il suo ruolo di adulto nella stanza. La distanza con noi padri moderni con il cellulare in mano è evidente. Giocare con i bimbi senza cellulare è un esercizio zen fra i più difficile, un apprendistato nel diventare genitori migliori.

Dove Bandit ritorna a parlare a noi padri reali, ancora di più, è quando fallisce o sbaglia. Nel finale – spesso molto emozionale, a volte proprio strappalacrime (vedi ancora alla voce Disney-Pixar) – Bandit sa chiedere scusa, ammetta la propria fragilità o vulnerabilità, sa dire alle sue bimbe che lui non sa tutto e non ha tutte le risposte, o ancora si lascia andare del tutto, sciogliendo un grumo di ansia o tensione che l’aveva trattenuto.

In un episodio Bandit si accascia a terra perché non riesce a fare la torta-anatra che aveva promesso a Bingo; in un altro, è sgarbato con la piccola che lo tempesta di domande mentre lui è in una call di lavoro, innescando la maledizione delle fate; in un altro, si vergogna di fare dei versi di balena al parco perché ci sono altri adulti nelle vicinanze. Fosse stato solo un giullare, non sarebbe stato lo stesso.

Se Bandit svetta, è perché i papà degli altri cartoni sono a dir poco mediocri. In Peppa Pig, si riconosce solo per essere più alto, più grasso, più grosso e più tonto di sua moglie. Lo hanno paragonato un po’ a alla cerchia di Fred Flintstone e Homer Simpson: un uomo fatto e finito, ma in cosa è davvero un papà? Papà Pig viene spesso preso in giro e basta per la sua dabbennaggine – e, d’altronde, se lo merita.

John Brum, il creatore di Bluey, ha fatto la gavetta proprio su Peppa Pig in Inghilterra, per poi tornare nel 2009 in Australia a voler fare qualcosa di suo. Voleva cani ai posto dei maiali: ma soprattutto, voleva un papà migliore.

sabato 22 febbraio 2014

Due generazioni allo streaming




Massimo Recalcati
Due generazioni allo streaming
la Repubblica, 22 febbraio 2014

La diretta streaming Renzi–Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese. Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo, Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano.
Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa**. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un ‘nemico fisico”.
In questo contesto di ribaltamento dei ruoli generazionali (il figlio fa la parte del padre, mentre il padre fa la parte del figlio), l’attimo che costituisce il focus di tutta la scena è quando Grillo dà del “ragazzo” al Presidente incaricato. Soffermiamoci un momento su questo passaggio ai miei occhi decisivo. «Sei solo un ragazzo, certe cose non le sai, lascia fare a me che ho quarant’anni di esperienza». Questo, più che la dichiarazione di non essere democratico, che non ha stupito nessuno, deve davvero colpire. Ma come? Un leader che ha saputo mobilitare con forza i giovani restituendo a loro il sogno del cambiamento, si rivolge al Presidente incaricato definendolo con tono chiaramente paternalistico e, insieme, come spesso accade a chi assume toni paternalistici, dispregiativo. Questo è un punto di grande interesse clinico nel dialogo tra i due, o, meglio, nel monologo soverchiante di Grillo. Chi viene chiamato ragazzo è un uomo di 39 anni, padre di tre figli, capace di assumersi responsabilità istituzionali enormi, di guidare una grande città e un grande partito. Chiamarlo “ragazzo” non svela solo una megalomania di fondo del leader del MSS, ma manifesta Inconsciamente il fantasma padronale che lo anima profondamente. Questo padre dichiara che non ha tempo da perdere per discutere coi figli. Non solo coi figli d’altri - tale è Matteo Renzi -, il che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmeno con i propri. Per questo usa il mandato ricevuto democraticamente dal suo popolo per fare uno show che sarebbe semplicemente fuori luogo se non avesse una ricaduta politica che coinvolge fatalmente le sorti del nostro paese. «Sei solo un ragazzo!», urla il padre orco a chi immagina non sia degno di interloquire con lui. «Sei solo un ragazzo, taci! Lascia che parli lo!». Quante volte abbiamo ascoltato dai nostri pazienti questa rappresentazione sadicamente autoritaria della paternità “Sei solo un ragazzo!” è sempre il pensiero inconscio (o conscio?) del padre-padrone che nutre nel profondo di sé stesso un odio radicale della giovinezza e che mostra con orgoglio di fronte all’entusiasmo di chi comincia una nuova avventura («ti spiego cosa vorremmo fare» prova a dire Matteo Renzi) le medaglie che gli danno il diritto di oscurare la parola del suo giovane interlocutore («Taci! Ho quarant’anni di esperienza più di te!»). Non è questo lo schema che la Scuola di Francoforte ha reperito come fondamento di ogni famiglia autoritaria? Quante volte ci siamo trovati nella nostra vita privata e pubblica di fronte a padri così? Quante volte la forza e l’entusiasmo della giovinezza deve subire l’ostracismo di chi vuole metterli a tacere. Lo ha mostrato bene Michele Serra nel suo ultimo libro Gli sdraiati: il dono più grande che un padre possa dare ai suoi figli è non odiare la giovinezza, è avere fede nella sua forza generativa. Nel caso dell’incontro Renzi-Grillo le parti si invertono bruscamente come accade sempre più frequentemente anche nella nostra società: il figlio si mostra più responsabile del padre che, come ha commentato un simpatizzante del MSS, gioca a fare il bambino in un momento istituzionale che avrebbe richiesto la massima serietà.
Da buon padre-padrone travestito da adolescente rivoltoso, Grillo ha rivelato pubblicamente non solo la sua estraneità nei confronti delle consuetudini e delle regole democratiche, ma il fatto che può fare quello che vuole della volontà del suo stesso popolo costituito, in gran parte, di “ragazzi”. Vogliono che vada a discutere di politica e di programmi con Renzi per provare a dare una mano per salvare il nostro paese? Sono solo dei ragazzi, non hanno quarant’anni di esperienza. Lasciate fare a me. Lasciate che sia io a mostrarvi come me ne fotto della democrazia. La pazienza dolce e frustrata dello Svedese-Bersani lascia qui bruscamente il testimone al padre freudiano dell’orda che nel nome della sua propria Legge si arroga il diritto di fare quello che vuole al di là della Legge. Abbiamo già visto in diverse occasioni questo genere di padri prendere il potere. E allora che la maschera del giustiziere cade rivelando la smorfia orrida del tiranno che paternalisticamente considera i suoi sudditi solo dei ragazzi da disciplinare e da rieducare.