sabato 2 ottobre 2021

Le conseguenze politiche di Draghi

Massimo Rostagno, DRAGHI: PRESENTE O FUTURO? Il Mondo di Pannunzio, 1 ottobre 2021 La figura di Draghi è come un catalizzatore che accelera reazioni chimiche, altrimenti molto più lente. Queste righe non sono un elogio di Mario Draghi. Sarebbe inutile. L’uomo è l’italiano più conosciuto e riconosciuto al mondo, ha ridato prestigio internazionale al nostro paese, sta affrontando con successo la catastrofe pandemica e rappresenta la garanzia internazionale per l’assegnazione degli ingenti fondi europei. Di fronte ad una tale evidenza dei fatti, non vi è alcun bisogno di aggiungere commenti, perché la realtà si commenta da sé. Piuttosto il vero problema è un altro: l’esperienza del governo Draghi è destinata ad esaurirsi con lui o può essere il seme di una proposta compiutamente politica che ancora non c’è? Se osserviamo i primi mesi del suo governo, l’impatto sul quadro politico appare notevole. I partiti protagonisti della stagione populista e i loro alleati appaiono scompaginati. I penta stellati, che nascono come barbarica forza antiestablishment fanno a gara per allinearsi nel modo più diligente possibile alle decisioni del premier; il partito democratico, in perenne confusione mentale, dopo aver scommesso sull’alleanza strategica con il populismo grillino, si misura con la sua dissoluzione e forse comincia a porsi qualche dubbio. Ma è soprattutto nella Lega che le contraddizioni esplodono producendo uno scenario impensabile fino a qualche settimana fa: il leader finora indiscusso rischia di perdere non soltanto consensi, ma addirittura il proprio partito, osteggiato dalla propria ala “governista”, ormai insofferente alla perenne demagogia del capo. La figura di Draghi, il suo stile politico, la sua tecnica di governo stanno mettendo la maggioranza dei partiti che lo sostengono di fronte alla pochezza delle proprie proposte e del proprio personale politico. È come un catalizzatore che accelera reazioni chimiche, altrimenti molto più lente. L’Italia e l’elettorato italiano sono stati da anni sottoposti alla cura intensiva di messaggi demagogici, mirati ad intercettare i peggiori umori della gente, in una ricerca spesso indecente, del consenso immediato. La cultura del populismo trionfante ha prodotto tonnellate di chiacchiere, dichiarazioni, pose più o meno gladiatorie, con dentro il nulla. La sua egemonia nel dibattito pubblico, con la complicità di gran parte del sistema dell’informazione e dei media, l’ha resa maggioritaria nel paese. Persino un partito come il Partito democratico, nato su presupposti diametralmente opposti e su una base solidamente riformista, di fronte alla potenza dell’ondata demagogica, non ha trovato di meglio che tradire sé stesso per diventarne alleato. Le tragiche elezioni del 2018 hanno consacrato politicamente la forza d’urto populista producendo i due peggiori governi della storia repubblicana: il Conte I e il Conte II. Dopo aver proclamato per legge la fine della povertà, e dichiarato guerra a migliaia di disgraziati che sbarcavano sulle coste meridionali, all’insorgere di un problema vero e drammatico come la pandemia, l’inettitudine di quei governi e di quel ceto politico è venuta al pettine. Colpo di palazzo o meno (nel caso, benvenuto), è stato necessario ricorrere proprio a Mario Draghi per prendere in mano un paese che la sua classe dirigente aveva portato allo sbando. Questo è il contesto in cui è atterrato l’ex presidente della BCE. Che sia o no il salvatore della patria, l’uomo della provvidenza non interessa. Sarebbe un dibattito sterile. Non è sterile invece ricordare come il suo arrivo abbia rappresentato la certificazione del fallimento di un’intera stagione politica e come la sua prassi di governo sia esattamente l’opposto di quanto ci è stato somministrato negli ultimi anni: Persino la modalità comunicativa è stata ribaltata: “prima si fanno le cose, e poi le si comunica”, ha dichiarato poco dopo il suo insediamento, gettando nel panico l’intero sistema mediatico, abituato a costruire audience su annunci, chiacchiere, dichiarazioni tanto fragorose quanto inconcludenti. Ma oltre a tutto questo – che già è moltissimo – Draghi ha soprattutto mostrato di avere una visione chiarissima e non retorica del bene collettivo, dell’interesse generale del paese. Il premier non ha avuto esitazione a dichiarare pubblicamente che strizzare l’occhio ai no vax per lucrare il loro voto equivaleva ad invitare la gente a morire. Matteo Salvini non l’ha presa bene, ma si è adeguato. Draghi sembra peraltro consapevole che il perseguimento del bene pubblico di lungo periodo non è un pranzo di gala. Comporta scegliere tra interessi, colpire resistenze e abbattere privilegi consolidati. Significa non assecondare il sentire comune del momento. Citando Andreatta, ha affermato che occorre fare ciò che è necessario, anche prescindendo dal consenso immediato. Di fronte alla puntuale serie di decisioni precise, nette adottate dal governo i partiti sono obbligati dalle circostanze ad approvare. Non hanno molte scelte. Ma per notificare al mondo la loro esistenza in vita, si vedono costretti a mettere stancamente in scena una rappresentazione teatrale, cui affidare i residui della propria identità politica. Gli scontri quotidiani tra Letta e Salvini, cercati da entrambi proprio per questo, ne sono l’esempio più eloquente. Ormai anche l’elettore medio però è in grado di misurare l’abissale distanza tra l’azione del governo che – la si condivida o no- incide come un bisturi sulla realtà, e il teatrino dei pupi della politica, in cui ci si scambia a giorni alterni il ruolo di Angelica, di Orlando e di Agramante. E qui giungiamo al nocciolo della questione. Se quella che sta mettendo in campo Draghi è alta scuola di governo, può generare qualcosa che diventi patrimonio duraturo della politica italiana, una volta esaurita la sua esperienza, si spera non prima del 2023? Chi sta apprezzando l’azione dell’attuale governo e del suo premier – e stando ai sondaggi sulla fiducia pare che non siano pochi – può accettare di tornare alle risse da talk show, ai selfie, alle dirette Facebook, al bipopulismo e alle demagogie contrapposte in competizione tra loro? Difficile. Sarebbe come bere vino al metanolo dopo aver assaggiato il barbaresco. Non è dato sapere, al momento, quale forma potrà prendere l’eventuale continuazione dell’esperienza del governo attuale: partito di Draghi? Scomposizione e ricomposizione del quadro politico? Assunzione piena ed esplicita dell’agenda del premier da parte di qualche soggetto politico? Si vedrà. La speranza però è che il ‘draghismo’ – inteso come insieme delle prassi messe in opera dal premier – contamini e rigeneri quel che resta della politica italiana. E che i partiti attuali prendano coscienza del fallimento di una stagione e di quanto tossici siano stati i suoi frutti. Sarebbe già molto.

Il premierato assoluto

Marco Revelli, Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi Volere la luna, 30 settembre 1921 "Se ci fosse il partito di Draghi, questo sarebbe il suo congresso fondativo e questi 1200 industriali in grisaglia, che si spellano le mani a ogni suo passaggio, i suoi delegati. Il partito del Pil". Non è un grido d’allarme. Al contrario la frase è stata scritta con soddisfatto compiacimento in apertura dell’ articolo di commento all’Assemblea di Confindustria sul portale del quotidiano italiano che più si è distinto nell’apologetica draghiana. E purtroppo corrisponde a verità. In effetti il 23 settembre, al Palazzetto dello sport di Roma, è nato il “partito unico dei padroni” intorno al suo leader massimo e indiscutibile, l’ex banchiere di Stato Mario Draghi. E nello stesso momento, con la proclamazione del medesimo a suo capo carismatico e titolare naturale di un Esecutivo sintetizzato nella sua persona, è stata annunciata la nuova forma di governo definibile come “Premierato Assoluto” (nulla di più lontano dal dettato costituzionale). L’evento è stato accolto dal coro bulgaro dei media (tutti quelli mainstream, TG di stato in testa, a far gara nell’abbinare le Ola dei confindustriali con gli abbracci degli atleti con tanto di dono della bicicletta, come dire denaro e muscoli uniti nell’applauso) ormai senza pudore nell’ostentare un culto della personalità degno di altri tempi. E accanto a loro la politica, anche qui senza quasi eccezioni, a invocare lunga vita al premierato dorato, se fosse possibile vita eterna, come nelle monarchie d’altri tempi… Se valessero ancora le “regole auree” fissate dalla politologia novecentesca – mica quella marxista o socialdemocratica, ma la politologia liberaldemocratica, di orientamento comportamentista, egemone nell’area anglosassone – si dovrebbe dire che siamo fuori dal quadro democratico. In quel paradigma, infatti, la cifra di una democrazia sana, o comunque accettabile, stava nella netta separazione (in una effettiva “divisione del lavoro”, si diceva) tra i sottosistemi fondamentali: quello Politico, quello Economico e quello Culturale (ovvero Parlamento e Governo, Imprese e Banche, Informazione e Media). Quando uno di questi travalica la propria sfera e prende il controllo degli altri, si esce dai limiti dalla forma democratica: se la Politica pretende di annettersi Economia e Cultura si ha il “totalitarismo”, se l’Economia si compra Politica e Media si ha una abnorme variante di quello che Max Weber chiamò “patrimonialismo”, se la Cultura domina sugli altri due si ha una “teocrazia”. Il 23 settembre abbiamo avuto l’immagine plastica di questo cortocircuito malsano, che stava nell’aria, si percepiva da tempo, ma che mai era stato così materialmente visibile ed evidente. Draghi Non stupiscono in questo i 1200 imprenditori che facevano la Ola nel parterre del Palazzetto dello Sport (anche il genius loci qui conta): erano lì a incassare le cedole del loro investimento, fatto già nel 2018, immediatamente dopo i risultati delle elezioni politiche in teoria più destabilizzanti del secolo (nuovo), quando appunto la bandiera di Mario Draghi fu alzata contro l’esito delle urne, e continuò a essere agitata ad ogni tornante di questa tormentata legislatura, fino alla liquidazione dell’ultimo governo Conte. Il rito ricordava i Te Deum cantati nelle cattedrali di mezza Europa dopo il congresso di Vienna, con i vecchi sovrani e le loro aristocrazie di corte a celebrare l’avvenuta Restaurazione. E nemmeno coglie di sorpresa più di tanto(avremmo dovuto esserci preparati) il ruere in servitium quasi unanime del coro mediatico: si tratta appunto di organi di stampa quasi tutti proprietà di gruppi industriali e finanziari che Draghi l’hanno da sempre considerato “uno dei loro”, se non altro per il suo essersi distinto in quelle “privatizzazioni senza liberalizzazioni” (così le definisce, con felice espressione, Giulio Sapelli sulle neonate pagine cartacee di “Tpi”) che costituiscono il suo capolavoro da grande Commis d’Etat. Forse colpisce un po’ di più la velocità con cui i partiti, nella stragrande maggioranza, si sono affrettati a consumare la propria (terminale) cessione di sovranità, e a certificare così la propria crisi strutturale. Esempio di scuola di autolesionismo delle élites nella fase del loro strutturale declino. Perché è fin troppo evidente – anche un bambino lo capirebbe – che all’ombra di questo Premierato Assoluto, con un Capo onnidecidente e il resto che, come l’intendenza napoleonica, deve seguire, tutto ciò che sta al piano terra della cuspide del potere, in primo luogo il “sistema dei partiti” che la tradizione politologica vorrebbe essenziale cerniera e canale di comunicazione tra Società e Istituzioni, avvizzisce e marcisce. Bonomi applaude DraghiIl fenomeno è evidente nelle traversie dei 5 Stelle, movimento sempre più evidentemente privo di radicamento territoriale. O nelle recenti convulsioni della Lega, dilaniata dalla sua Bestia. Ma se ne può cogliere un segno, di questo avvizzimento, anche nella prima esternazione del Segretario del PD dopo l’assemblea confindustriale romana, quando ha detto che il suo vuol essere “il partito degli industriali e dei lavoratori” (proprio così, letteralmente: “dell’Impresa e del Lavoro”). Ora Enrico Letta è uomo troppo erudito in fatto di culture politiche per non aver letto Alfredo Rocco o Ugo Spirito e ignorare che quella è la base del corporativismo d’infausta memoria. Quella voce “dal sen fuggita” deve essere frutto di un appannamento collettivo grave, che tuttavia getta una luce inquietante sull’altro nodo gordiano emerso da quell’Assemblea. La questione del “Patto Sociale”. Rimasto evidentemente l’ultimo strumento nella mani dell’establishment per immaginare un qualche rapporto tra le Istituzioni e il Sociale, dopo l’evaporazione del canale partitico. E infatti è stato il secondo coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi, sia per tracciare un percorso oltre l’emergenza sanitaria, sia anche, forse, par attenuare l’immagine di un suo eccessivo schiacciamento sulla parte confindustriale; sia infine per esorcizzare un conflitto che cova tra le pieghe di un mondo del lavoro angariato e sfidato da chiusure, tagli all’occupazione, vessazioni diffuse. Ma sarà davvero questo? Un patto tra pari per regolare le relazioni Capitale/Lavoro nel nuovo contesto? Credo che sia lecito dubitarne fortemente, data l’asimmetria drammatica tra le due parti (soprattutto se una può contare sull’appoggio o l’identificazione col Governo). E d’altra parte il clima che si respira “in alto”, dove persino la formula moderata del “salario minimo” evoca reazioni isteriche, non invoglia all’ottimismo (Draghi infatti si è affrettato a derubricarlo). Più probabilmente quello a cui si mira è un “patto leonino” in cui un movimento sindacale timido verrebbe chiamato a far da palo a una “politica dei redditi” punitiva per il lavoro. Ma la partita è aperta. E bisognerà giocarsela, soprattutto “in basso”. Una versione leggermente più breve dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto del 29 settembre col titolo Ecco s’avanza il partito unico dei padroni Marco Revelli E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993). Vedi tutti i post di Marco Revelli 3 Comments on “Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi” Roberto ha detto: 30/09/2021 alle 4:10 pm Non è solo corporativismo. Prima è la dottrina sociale della chiesa Rispondi benvenuti sul titanic ha detto: 01/10/2021 alle 8:39 am un ex banchiere, neoliberista, al comando, ovviamente senza passare da elezioni politiche, e – udite udite – pure con il plauso e il sostegno delle sinistre. misure contro i lavoratori pesantemente provati dalla pandemia: se non ti vaccini non puo lavorare. unico stato al mondo! il secolo scorso in questo paese era il datore di lavoro a dover per legge garantire a sue spese (!) la salute sul posto di lavoro. adesso fanno pagare pure i tamponi (obbligatori per lavorare) e le mascherine (anch esse obbligatorie per lavorare). e con legge hanno sollevato il datore da qualsiasi responsabilita in caso di contagio covid. é la trama di un film fantascienza che ha vinto qualche oscar? no, no é la realta. un costo del denaro sottozero (pure in termini reali), grazie alle politiche della BCE (ma tu guarda le coincidenze). toglieranno il reddito di cittadinanza, aumentera la forza lavoro da paesi poveri per dare una bella abbassata al valore del lavoro (come se ce ne fosse bisogno). l evasione fiscale galoppa. elezioni politiche? figurarsi. quando le faranno ci sarà un esplosione delle destre, le uniche che promettono di stare dalla parte di chi è piu debole. del resto hanno gioco facile: le sinistre non esistono, appoggiano e sono indistinguibiil dai neoliberisti. ai disperati e alle persone in difficolta non rimane altra scelta. i giovani senza santi in paradiso scappano all estero (e fanno bene). Rispondi Antonino C. Bonan ha detto: 01/10/2021 alle 10:35 am Facciamo un po’ di fanta(???)politica. Al Quirinale Draghi e al Governo Giorgetti, o in alternativa figure meno decidenti al posto loro (e loro stessi a fare da Richelieu). Mario Mori senatore a vita: con le mafie si tratta, per condividere il governo effettivo del vero potere. Maggioranze liquide, in un Parlamento ancora più denso e viscoso, che le tiene a galla. Periodiche emersioni della realtà nelle maglie dei media, giusto per eliminare la “vecchia politica” (i militanti, i partiti e altri corpi intermedi). Costanti derive, che perfino vanno oltre la consunta deriva al centro o a destra. Derive in basso, direi. Dal bar dello sport con gli amici pensionati o dalla macchinetta del caffè coi colleghi… allo schermo del proprio smartphone: un tempo si diceva “l’han detto in tv”, ora si dirà “me l’ha certificato l’app”. In tutto ciò, è riduttivo cercare nei protagonisti della politica italiana di oggi le reminiscenze della peggior politica novecentesca. Si tratta solo di barlumi. La luce promana dal futuro, più di quanto non promani dal passato cui asseritamente o inconsciamente si ancorano costoro. Per riconoscere quel futuro, non serve fare i complottisti. Basta non chiudere gli occhi e fare non solo uno più uno, ma tutta l’algebra che si può e si sa fare. Ad esempio, quando Draghi dice cose “di sinistra” e a sinistra paiono tirare sospiri di sollievo (perchè altrimenti Salvini e Meloni ecc. ecc.), costa così tanto dirne a gran voce l’inconsistenza intellettuale (sono solo slogan!) prima ancora della contradditorietà rispetto alla concreta azione di governo? Finchè non lo si facesse a sufficienza, ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire “sì, però se non c’era Draghi ti sognavi quell’innovazione”… che magari in singoli contesti sociali ha pure portato una ventata di giustizia! E allora cosa si risponderebbe?

martedì 28 settembre 2021

Foucault, un ritratto

Matteo Marchesini, Sarà pure un’apologia, ma il ritratto di Foucault fa pensare al contrario, Il Foglio, 25 sett. 2021 Nell’ultimo mezzo secolo, le quotazioni di Michel Foucault sul mercato culturale sono rimaste sempre molto alte. Lo si può verificare anche oggi: quando si parla di identità di genere o di gestione biopolitica della pandemia, il suo nome viene citato di continuo. Non è chiaro, però, se le sue sonde concettuali illimpidiscano o confondano le acque. Fin dalla “Storia della follia” ( 1961) e dal suo bestseller “Le parole e le cose” ( 1966), Foucault gioca a nascondino muovendosi tra fatti e suggestioni, tra epistemologia positivista e voli nietzschiani. Il suo procedimento più tipico consiste nell’ad - dobbare uno schema concettuale piuttosto rozzo con documenti tratti dagli ambiti più diversi ( giuridici, medici, estetici). Così intimidisce il lettore, che credendo a un’erudizione smisurata si beve la tesi di fondo e le interpretazioni assai discutibili dei testi portati a sostegno. Alla fine l’autore non ha dimostrato quasi niente; ma ha suggestionato un certo tipo di pubblico, e ha contagiato i colleghi con la sua maniera capziosa di argomentare. In questo senso, Foucault non è mai citato a sproposito: dalle sue pagine, infatti, si possono ricavare spunti per qualunque tema, perché non oppongono resistenza. Ma non si può negare che nella sua opera spicchi un motivo dominante. Foucault indaga le zone d’ombra proiettate dalla luce della Ragione moderna, che tende a criminalizzare o medicalizzare le esperienze che la ostacolano. Più in generale, tenta di definire i modi in cui “l’episteme”, ovvero la visione del mondo inconscia e diffusa di un’epoca, condiziona l’intero campo dei saperi ed esclude certi fenomeni dal suo orizzonte. Ma se si gratta via lo stile fantasmagorico, questi a priori foucaultiani si rivelano troppo simili alle categorie del vecchio storicismo. Nel 1961, davanti alla sua tesi di dottorato sulla follia nell’età classica, il presidente della commissione Henri Gouhier fece a Foucault alcune critiche che si possono estendere ai libri successivi. Gouhier lo accusò di proporre una “socio - logia mitizzante”, e di pensare per allegorie che implicano “una sorta d’inva - sione metafisica nella storia”: “La Follia è personificata, si evolve attraverso concetti mitologici: il Medioevo, il Rinascimento, l’età classica, l’uomo occidentale, il Destino, il Nulla …”. Trovo queste critiche nella biografia di Didier Eribon “Michel Foucault. Il filosofo del secolo”, uscita ora in Italia per Feltrinelli. E’ un ritratto apologetico, ma come si vede fornisce il materiale per farsi un’idea diversa. Oltre al parere di Gouhier sugli esordi di Foucault, resta impresso quello di Sartre su “Le parole e le cose”. L’anziano re del pensiero francese, sul punto di essere detronizzato, osserva che il suo giovane avversario non spiega come si passa da episteme ad episteme: pretende di trattare la storia senza mostrarne la continuità dialettica, e quindi “sosti - tuisce il cinema con la lanterna magica, il movimento con una successione di immobilità”. Del resto, Foucault non spiega nemmeno il cambiamento di quei mini- epistemi che sono i suoi paradigmi. Curioso: un pensatore che vuole demistificare la storia e ritrovare le genealogie nascoste, quando si tratta della propria è un mistificatore di prim’ordine. A posteriori cerca di mettere il suo comunismo giovanile sotto il segno di Nietzsche, poi cancella le tracce del suo strutturalismo, infine si smarca dai maoisti dopo avergli dato corda ( i filosofi francesi esaltano la metamorfosi continua e non vogliono che il loro pensiero sia sottoposto a una morale da stato civile, ma in realtà sono preoccupatissimi della propria figura pubblica). Il fatto è che Foucault si becca tutte le febbri di moda, e come ha ben detto Mandosio, le sue prese di coscienza sono sempre “a scoppio ritardato”. Un caso clamoroso è quello del suo entusiasmo per Khomeini, lodato con termini da giornalista di regime di fronte ai quali ci si chiede a cosa siano servite tante lambiccate analisi foucaultiane su potere e linguaggio. Come in altri autori della French Theory, tutto forse dipende da un rapporto sbagliato tra biografia e filosofia. Non c’è dubbio che molti dei temi di Foucault gli siano suggeriti da forti esperienze personali ( la paura dell’esclusione, la malattia, il sesso); ma la relazione tra questa radice e le formulazioni accademiche non viene discussa. Così il suo fantasma riappare in un estremismo verbalistico che non è commisurato alla vita reale. Eribon ricorda un aneddoto significativo. Nel 1972, in una cittadina francese, per l’omicidio di una sedicenne il giudice istruttore incarcera un notaio legato alla compagnia delle miniere di carbone. Gli tolgono l’inchiesta, ma gli operai lo sostengono. I maoisti parlano di crimine “borghese”. Foucault, che anziché i tribunali proletari esige direttamente i linciaggi, va sul posto, liricheggia, e sostiene che basta vedere i luoghi per sapere che il colpevole è il notaio. Quattro anni dopo confesserà a un amico che si era sbagliato: “avevo subito elaborato tutta una teoria…”. Non è proprio così che ragionano, alcuni noti filosofi del 2021?

Era già l'ora che volge il disio

Era già l'ora che volge il disio
 ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c' han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more 
Purgatorio, VIII, 1-6     

Giuseppe Giacalone Era già l'ora: l'interpretazione più comune è questa: era già l'ora che muta (volge: altri intende riporta indietro) il desiderio dei naviganti e intenerisce il loro cuore, nello stesso giorno (lo dì: compl. di tempo, illo die) in cui si sono distaccati dai loro cari amici; e che punge di amore, fa sentire pungente l'amoroso desiderio, la nostalgia della patria a chi da poco ha lasciato il suo paese (novo peregrin), se ode di lontano il suono di una campana, che sembra piangere il giorno che muore. Ma il Pagliaro, riprendendo una tesi che si era già affacciata, ma era stata respinta dal Tommaseo, ha proposto di recente con acuti argomenti una nuova interpretazione: era l'ora in cui (che) il ricordo del giorno (lo dì: soggetto), in cui hanno detto addio ai loro amici, muove alla nostalgia (volge il disio) e intenerisce il loro cuore ai naviganti, suscita nei naviganti il desiderio del ritorno e intenerisce il loro cuore; e in cui (che) il ricordo (del giorno in cui hanno detto ai loro amici addio) punge di amore il pellegrino non adusato (novo), non appena egli sente gli squilli della campana, che, come a piangere il giorno che muore, lo raggiungono sul suo cammino. «In tal modo lo stato d'animo viene rappresentato intransitivamente; da un lato il desiderio del ritorno, dall'altro il richiamo di amore; due stati emotivi, che sorgono in rapporto a quell'ora, in due situazioni diverse, ma affini» (Ulisse, Firenze, 1966, II, pp. 770-78).
Anna Maria Chiavacci Leonardi e che lo novo peregrin...: il soggetto è sempre l'ora del verso 1, che viene determinata con una seconda indicazione, simile e parallela alla prima: e che punge, fa sentire la puntura dell'amore – per la patria, per la famiglia – al pellegrino che si è messo in cammino da poco (novo), cioè, come i naviganti, la prima sera, o le primissime sere, all'udire il suono della campana serale – quasi certamente la squilla di Compieta – che sembri, al suo rattristato cuore, piangere il giorno morente. Si noti la vaghezza indefinita dei tratti con cui è costruita la sequenza: tutto è indeterminato: l'ora stessa, i naviganti e il pellegrino (per dove? da dove?), il termine verso cui si volge il disio dei primi e l'amore dei secondi, la squilla (di una chiesa? di un convento? di una torre cittadina?); vaghi, ma almeno uno per verso, i termini che suggeriscono il sentimento: disio, intenerisce, dolci, amore, punge, pianger; sempre, come è proprio dello stile dantesco, strettamente funzionali. La grande apertura racchiude in sé il ricordo di tante sere vissute nell'esilio, e insieme la dolcezza dei ricordi, e la speranza di ritrovare un giorno ciò che si è dolorosamente lasciato. E che cos'altro è il purgatorio, come Dante lo intende, se non un distacco progressivo da ciò che fu caro sulla terra, per ottenere tuttavia una pienezza nella quale ogni cosa sia consumata e ridonata?

domenica 26 settembre 2021

Enea e Creusa: l'addio

Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempie di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorge il suo fantasma. L’eroe tace per l’orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parla ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l’ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento. 

Eneide II, 768-798
traduzione di Luca Canali 

Osando persino lanciare grida nell’ombra
riempii di clamore le vie e mesto chiamai
invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
  Mentre deliravo così e smaniavo senza tregua tra le case
della città, mi apparve davanti agli occhi l’infelice simulacro
e l’ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.

Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s’arrestò nella gola.
Allora parlò così confortando i miei affanni:
Perché abbandonarsi tanto ad un folle dolore,
o dolce sposo? Ciò accade per volere divino;
non puoi portare via con te Creusa,
no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
distesa marina; in terra d’Esperia verrai,
dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida
corrente l’etrusco Tevere; là ti attendono lieti
eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
le lagrime per la diletta Creusa: non vedrò le superbe
case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andrò a servire donne
greche, io, dardana, e nuora della dea Venere;
la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
E ora addio, serba l’amore di nostro figlio”.
Com’ebbe parlato così, mi lasciò in lagrime,
desideroso di dirle molto, e svanì nell’aria lieve.
Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
tre volte inutilmente avvinta l’immagine dileguò
tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno*.
  Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi,
e levato il padre sulle spalle mi diressi verso i monti. 

(*) Il topos dell’abbraccio tre volte ripetuto compare in Omero Tre volte mi avvicinai: l’animo mi spingeva a stringerla; tre volte volò via dalle mie mani, simile a un’ombra o a un sogno: e a me un dolore acuto nacque più forte in fondo al cuore. (Odissea, XI, 206-208) e torna in Dante e in Tasso.

sabato 25 settembre 2021

Requiem per un partito immobile

Andrea Carugati, Letta incatena il Pd a Draghi. E Prodi lo rimprovera: «Fai più battaglie sociali», il manifesto, 25 settembre 2021 Non è bastata neppure la spinta di Romano Prodi, padre politico di Enrico Letta insieme a Nino Andreatta, a far virare il segretario del Pd verso la battaglia sui temi sociali. Tema quasi del tutto evitato domenica nel discorso di chiusura della festa di Bologna (tenuto al chiuso di un tendone, anche se il tempo era bello, invece del solito pratone), e pure ieri nella relazione alla direzione del partito. «Se il Pd deciderà di spingere per una politica di forte rivendicazione dei diritti sociali, lavoro scuola, salute, case, i voti pioveranno», il rimprovero del Professore in una intervista alla Stampa. «Biden sta investendo sulle politiche sociali cifre impressionanti, oggi la paura vera della gente è quella del non cambiamento, ed è quella che ci può uccidere». Letta invece da Bologna ha ripetuto l’obiettivo di portare a casa entro la fine della legislatura la legge Zan e quella sulla cittadinanza ai figli di immigrati. Possibile la prima (anche se il Pd è corresponsabile di aver rinviato il voto in Senato sullo Zan a metà ottobre). Inverosimile, finché resta un governo con dentro la Lega, il via libera allo ius soli. Tanto che lo stesso Letta la sera del 10 settembre alla festa di Sinistra italiana aveva detto che per realizzare questi obiettivi «serve una nostra vittoria elettorale chiara». Il Pd resta quindi inchiodato all’«agenda Draghi». Il segretario ha ribadito l’auspicio che «questo governo duri fino al 2023» (la platea di Bologna non si è scaldata particolarmente). Su questa linea è tutta l’area degli ex renziani di Base riformista che vede in Draghi «il nostro governo», come ha detto sempre a Bologna Lorenzo Guerini. Quanto a Goffredo Bettini, che negli ultimi giorni aveva evocato l’esigenza di porre fine a un governo di emergenza con tutti dentro, guardando alle elezioni, anche lui si è rimesso in linea, accogliendo l’appello di Letta a serrare le fila in vista delle elezioni comunali del 3 e 4 ottobre. Appello che ieri Letta ha ribadito in direzione, rivolto in particolare agli ex renziani che avevano fatto circolare veline su un possibile congresso Pd prima delle politiche. «Concentriamoci sulle comunali, lo vorrei chiedere a tutti i dirigenti del partito. Remiamo tutti nella stessa direzione, usiamo parole che ci consentano di evitare malintesi, frizioni». Per il leader Pd lo schema è chiaro: «Draghi deve restare fino al 2023, con lui l’Italia può giocare un ruolo chiave sulle regole del patto di stabilità e l’impegno a rendere permanente il Recovery». Un ruolo tanto più rilevante nei mesi dell’addio di Merkel e delle fibrillazioni elettorali in Francia. Di qui all’inizio del 2023 i lsegretario Pd si vuole dare il tempo per costruire la coalizione che possa sfidare Salvini e Meloni. «Le comunali sono una prova generale rispetto allo schema politico dei prossimi anni». Lo schema è quello di un «nuovo bipolarismo», con la «destra estrema» contro l’asse centrosinistra- M5S. Senza vie di mezzo. O possibili tentazioni da terzo polo dei grillini. Rispetto all’inizio dell’estate, il vento dei sondaggi è cambiato, e ora per il centrosinistra appare verosimile una vittoria in 4 delle 5 principali città al voto, compresa Roma, e con la sola esclusione di Torino. Un risultato che metterebbe le ali al progetto di Letta. Nonostante i continui scontri con le Lega, dalle misure anti Covid ai migranti, Letta non teme quello che Bettini ha definito il «logoramento» del governo e dunque anche della figura del premier. Né teme che sia lo stesso Draghi a stancarsi di una maggioranza rissosa e optare per il Quirinale. «La mia previsione è che l’anno prossimo non ci siano elezioni anticipate», ha ribadito ieri a un incontro pubblico con Giorgia Meloni. Durante il quale ha violato la moratoria da lui stesso invocata sul prossimo Capo dello Stato: «Sono favorevole a coinvolgere anche Fdi, a un voto che metta tutti insieme». https://www.iltempo.it/politica/2021/09/22/news/gianni-letta-presidente-della-repubblica-quirinale-giorgia-meloni-enrico-partito-democratico-28778707/

giovedì 23 settembre 2021

Giuseppi

Giuliano Ferrara, Non avrà la voce da Frank Sinatra del Cav., ma Conte gira le piazze italiane da rockstar, alla faccia nostra, élite colta e arrogante, Il Foglio, 23 settembre 2021 

 Che Giuseppi fosse un’icona sexy non ce lo aspettavamo, per certe trasfigurazioni occorre essere del sud, vivere nel sud, respirare il sud, ma che potesse essere un fantastico avvocaticchio di stato e forse anche un discreto uomo di stato abbiamo cominciato a sospettarlo quando prima ha liquidato il Truce con una pacca sulle spalle in Senato, poi rieccolo trasformista e fregolista a Palazzo Gigi (senza la acca, proto, lo conosco quel palazzo), infine ci ha chiuso in casa, per primo nel mondo, e fortunatamente gli abbiamo obbedito, amandolo addirittura quando ha esteso il Reddito di cittadinanza, per quello di giornalanza e di impresanza ci avevamogià pensato noi negli anni, a mezza Italia, approntando per di più una felice trattativa con i frugali e la Merkel allo scopo di finanziare anche con i soldi del surplus europeo la nostra ricostruzione ( per la resilienza lasciamo perdere). Il tour trionfale di Conte si presta all’irrisione, come tutti i trionfi che sono effimeri e per questo tanto più gloriosi, ma dice qualcosa, scusate il luogo comune assassino, sulla differenza tra il paese reale e il paese legale. Coloro che sognano incubi di sostanza jacobonica odiano l’ex presidente del Consiglio e lo sbertucciano da mane a sera, gli altri lo portano in palmo di mano, è un blasone nazionale, quello che ha trovato la forza di chiudere l’italia e i soldi per riaprirla. La gente è fatta così, semplifica, e se sa apprezzare in Draghi il fascino gesuitico e superpolitico del Grand Commis de l’etat sa anche valutare come si deve l’uomo comune, ignoto, anonimo, che scambia il 25 aprile per l’ 8 settembre e viceversa, trucca il curriculum professionale e intanto se ne fa uno migliore nella Repubblica costituzionale più bella del mondo. Giuseppi è stato un prodigio italiano dei più vistosi, come poteva il paese reale non riconoscere il suo stellone pandemico, la sua pacatezza azzeccagarbugli, la sua tenue, soave resistenza a un grande sfratto in favore del nostro Louis XIV, l’homme fatal del whatever it takes ovvero lo stato sono io? Ora è alla prova della leadership politica, una fatica bestiale, e l’affronta con la sua solita sornioneria che tanto indispettisce l’aspetto snob, colto, arrogante e infantile della nostra personalità democratico- libbberale. Ha fatto diventare carrozze europeiste le zucche grilline di conio governativo, ripetendo in piccolo il miracolo berlusconiano della trasformazione di una massa di pubblicitari piccolissimoborghesi in un’armata con il sole in tasca. Infatti a Berlusconi è sempre piaciuto, addirittura per come era elegante ( e questo è francamente troppo, ultroneo come dicono in tribunale). Con Giuseppi vince naturalmente anche la psicologia del rimpianto, del si stava meglio eccetera. Ma non è la questione fondamentale. E’ che il senso comune, strumento pericoloso ma irrinunciabile sopra tutto se detto all’inglese nel significato originario ( common sense), sa riconoscere la sua fauna politica, non diffida di uno che è modesto, che non brilla per oratoria, che ha una voce chioccia, visto che gli hanno negato quello con la voce più bella dell’ugola di Frank Sinatra, il nostro Cav., e piace in Conte l’uomo della folla salito sul palcoscenico per puro caso e assistito da una gran fortuna e capacità di lavoro. Noi delle cosiddette élite, che poi non si dovrebbe mai esagerare, serieggiamo, studiamo, approfondiamo, ci intorciniamo intorno a schemi prettamente razionali per suscitare la bella politica, Giuseppi si accontenta di quella così così e alla testa dei grillozzi riconvertiti gira per le piazze e si fa applaudire come una rockstar.