sabato 16 gennaio 2021

Il fantasma di Aisha


Da qualche giorno circola a Torino una mail che sarebbe stata spedita da Aisha Gheddafi a un suo corrispondente italiano. La forma è quella inequivocabile della truffa cosiddetta nigeriana. Un personaggio altolocato chiede aiuto per poter sbloccare del denaro depositato in banca. Non è dato sapere da quale indirizzo sia stata spedita la mail. La pagina  fb alla quale rimanda la foto di Aisha Gheddafi è stata creata il 10 gennaio 2021. Il reale promotore dell'iniziativa potrebbe essere un bancario marocchino di nome Akka Zeroual. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Truffa_alla_nigeriana
https://www.teoalida.com/scams/aisha-gaddafi/

sabato 19 dicembre 2020

Appello per una lista civica di centrosinistra



APPELLO PER LA COSTITUZIONE DI UNA LISTA CIVICA DI CENTROSINISTRA

A meno di sei mesi dalle elezioni amministrative, il centrosinistra torinese sembra distratto dalle proprie dinamiche interne: l'ipotesi delle primarie, paradossalmente, ha frenato la discussione sui contenuti e alimentato divisioni, sia nel Partito democratico che all’interno della coalizione. Al tempo stesso, molti esponenti politici si comportano come se la sconfitta della precedente amministrazione di centrosinistra fosse stata un incidente di cui è bene parlare il meno possibile. Non è così: perché tutte le indagini ci dicono che la crisi di Torino ha radici profonde, ben più antiche del giugno 2016, e che la prossima estate la nostra città sarà ancora più povera e arrabbiata.

In questo scenario, ci preoccupa che una destra populista e inadeguata, come ha dimostrato nella gestione della pandemia a livello regionale, possa soffiare sul fuoco della rabbia e della protesta, raccogliendo consensi dietro il volto rassicurante di un imprenditore perbene.

Per contrastare questa deriva, promuovendo un’idea di città inclusiva e attrattiva, serve una forza politica capace di parlare a tutti, e non solo ai militanti: una forza politica che sappia ascoltare e tradurre le preoccupazioni in proposte concrete. In definitiva, servono persone in grado di costruire nuove alleanze, dalle quali possano nascere le risposte ai nuovi bisogni.

Queste alleanze devono trovare una casa, che accolga tutte le esperienze che hanno alimentato un pensiero sul futuro di Torino, coinvolgendo centinaia di persone in un lavoro di mobilitazione politica e culturale. Una casa “civica”, perché le persone che ne faranno parte dovranno portare con sé l'esperienza e le competenze maturate nel mondo delle associazioni, delle professioni e del volontariato. Una casa innovativa, perché dovrà offrire alla coalizione gli strumenti per comporre una nuova mappa dei riferimenti cittadini, superando confini geografici e culturali ormai obsoleti.

Chiediamo quindi ai referenti dei movimenti civici torinesi che questa casa nasca subito, per costruire un’agenda politica che parta dall’ascolto di quanti si sono sentiti abbandonati dalla politica. Oggi, come in altri momenti in cui seppe cambiare il volto alla città, il centrosinistra torinese ha bisogno di una rappresentanza civica qualificata, univoca e coesa, senza i fraintendimenti che possono creare liste civetta messe su all'ultimo minuto per ragioni elettorali.

Torino merita uno sforzo di unità e di volontà: una SOLA LISTA CIVICA che dia forza al centrosinistra, un raggruppamento civico che contribuisca a qualificare un progetto politico e che sia capace di avanzare e sostenere una candidatura unitaria in grado di parlare a tutta la città.

Non perdiamo tempo. Perché di tempo non ce n’è.

Tra i firmatari l'ex sindaco Valentino Castellani, l'ex pallavolista e dirigente sportivo Piero Rebaudengo, il fondatore dei Subsonica Max Casacci, il manager culturale Paolo Verri e il regista Gabriele Vacis, Filippo Barbera, Giuseppe Gattino, Gabriele Magrin, Davide Petrini, Rocco Pinto, Luca Rolandi, Giuseppe Tipaldo

Stiamo cercando di attivare una piattaforma per petizioni. Ma non siamo ancora riusciti a farlo... Per aderire al momento ci limitiamo a chiedere di rilanciarlo.

mercoledì 16 dicembre 2020

Un banco di libri al mercato




Torino è la città delle bancarelle: quegli approdi carichi di libri dove tuffarsi tra edizioni introvabili e dei grandi classici, curiosità fuori catalogo, autori di case editrici ormai scomparse, piccoli tesori preziosi che possono anche costare pochi euro, o magari molto di più, se il commerciante è scaltro, se comprende l'oggetto del tuo desiderio. Poi si trovano contrattazioni che, nella maggior parte dei casi lasciano soddisfatti entrambi i protagonisti. Una volta, di bancarelle ce n'erano di più - come quelle di corso Siccardi demolite dall'ignoranza, il peggior nemico dei libri - ma moltissime resistono, come le storiche di via Po e le tante sparse nei mercati della città, in pimis al Balon. Marco Addonisio - protagonista del godibilissimo volume di Giovanni Carpinelli, edito da Ranieri Vivaldelli nella collana Messidor - è uno dei più noti mercanti in città e il suo banco lo potete trovare ogni giorno in via Nizza. Nella narrazione spiega e rivela le regole del gioco, entra nei meccanismi di passione, curiosità e anche ossessione dei frequentatori. Attorno a lui altri personaggi, , tutti veri, ma qualche volta coi nomi cambiati, che sono clienti, amici, colleghi. Tutti amanti amanti dell'irresistibile religione del libro. I titoli e gli autori sono dappertutto, come una texture tra le pagine, ma interessa relativamente il valore letterario (che c'è) perché conta innanzitutto la scelta individuale, la curiosità dell'acquirente, la sua dedizione nella caccia. Diversi capitoli si concludono con una citazione, dove compaiono intriganti assonanze, riferimenti musicali, poesie. Libro imprescindibile e romantico. Splendide le parole dello scrittore Bergotte [Proust, in realtà] con le quali si conclude il prologo di Mariolina Bertini: "Lo seppellirono, ma per tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre, vegliavano come angeli dal dalle ali spiegate sembravano, per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione." 

"La compagnia del libro" di Giovanni Carpinelli, Raineri Vivaldelli editori, Torino 2020   

Torino magazine, dicembre 2020  

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I versi in epigrafe

Il PULVISCOLO

Osserva infatti ogni volta che i raggi trapelano
e infondono la luce del sole nell'oscurità delle stanze:
vedrai molti corpi minuscoli vorticare
in molteplici modi nel vuoto nella luce stessa dei raggi,
e come in un'eterna contesa muovere contrasti e battaglie
scontrandosi a torme, senza mai trovar pace,
continuamente agitati da rapidi congiungimenti o effrazioni;
così che puoi arguire da ciò quale sia l'eterno
agitarsi degli elementi primordiali delle cose nell'immenso vuoto;
per quanto un piccolo elemento può offrire l'immagine 
di grandi eventi e una traccia per la loro conoscenza.

Lucrezio, La natura delle cose, II, 114-224.












è 








Torino magazine, dicembre 2020


domenica 8 novembre 2020

La compagnia del libro


Diego Gabutti, Lascia la fabbrica e vende libri, Italiaoggi, 7 novembre 2020

Non è ancora fuori corso come l'hula hoop, l'orologio da taschino o le radio a transistor ma poco ci manca. Per il libro in carta e inchiostro sono tempi difficili. Non che sia morto, o stia per morire: il libro cartaceo sopravvive agli eBook di Amazon e delle altre librerie digitali proprio grazie alle librerie on line, che in 24 ore recapitano a casa di chi li ordina libri d'ogni ordine e specie (compresi i libri di editori periferici, e a malapena conosciuti, che sarebbe impossibile trovare sia nella piccola libreria di quartiere sia nei grandi stores del centro). Davvero fuori corso, di questi tempi, sembra essere soprattutto il libro usato, il libro da bouquin, da bancarella (insieme a tutto ciò che non riguarda l'immediato, il talk show permanente dei libri effimeri, ma la memoria, le spalle dei giganti sulle quali si sono issati i nani e le ballerine del tempo presente). Morti i grandi cataloghi editoriali, moribonde le biblioteche, svaniti les livres d'antan, restano le novità del giorno, per chi se ne accontenta. Nessuno, o ben pochi, cercano vecchi libri sulle bancarelle, sempre meno numerose, ma ecco che un ex operaio torinese lascia la fabbrica e si dà al commercio di libri usati, come racconta questo memoir a più voci sulle avventure d'un bouquiniste sabaudo. Aprire una bancarella, impilare all'inizio titoli di scarso interesse, scelti senza una particolare competenza, per lo più fondi di magazzino, robe invendibili, sembra il peggiore dei business possibili, ed effettivamente lo è. Ma il libraio (e avventuriero) in questione, Marco Addonisio, impara in fretta a distinguere il bene dal male, i libri sensati da quelli senz'arte né parte, le prime edizioni da quelle meno blasonate, la clientela passionale da quella no.
Nel libro curato da Giovanni Carpinelli, cultore (la parola è grossa, ma appropriata) del libro usato, la storia di Marco Addonisio e del suo commercio di vecchi libri, venduti nelle fiere, su eBay, nei mercatini rionali, diventa il racconto esemplare d'una vocazione a trasmettere non diciamo la «cultura» (questo sì, sarebbe un parolone) ma lo splendore letterario del mondo di ieri. La compagnia del libro non si limita a parlare di letteratura (in senso borgesiano, dove tutto è letteratura, anche la scienza, anche la teologia) e neppure s'accontenta di celebrarla ma è letteratura esso stesso.
Qua e là, diciamolo, esagera e drammatizza il valore del libro, fino a prendere partito per il bibliofilo, che ama i libri per il loro contenuto, e contro il bibliomane, che stravede feticisticamente per l'oggetto in sé. Personalmente, se posso dirlo, io tifo per il bibliomane, perché somiglia più al maniaco sessuale, o peggio al filatelico, che a Daria Bignardi e Alessandro Baricco , e che si diverte con i libri come un vecchio reprobo nelle serate di burlesque). Leggere libri «per migliorarsi» è molto più disonorevole, se mi è concessa una licenza moralistica à la Baricco o à la Bignardi, che farne puramente e semplicemente incetta (chi vuol migliorarsi davvero non si dia alle buone letture ma alle buone opere). 
Francesista, curatrice e postillatrice dell'opera proustiana, Mariolina Bertini ricorda, nel romanzesco (e toccante) prologo al libro di Giovanni Carpinelli, l'ultima grande stagione delle bancarelle torinesi: gli anni sessanta e settanta, quando leggere, per chi aveva vent'anni, era la più straordinaria delle avventure. Racconta, in particolare, le rocambolesche battute di caccia al libro d'un amico suo (e mio): Paolo Pianarosa, sempre di guardia «tra le bancarelle di Piazza Carlo Alberto», tanto che la sua presenza faceva pensare a «una sorta di genius loci, uno spiritello tutelare che vegliava su quel piccolo mondo e ne conosceva ogni anfratto». Più in piccolo, meno compulsivi, meno ossessivi, c'erano molti altri Pianarosa in giro per bancarelle negli anni intorno al Sessantotto, quando di libri, nelle case della maggior parte dei giovani approdati alla scuola di massa, ce n'erano pochi, anzi nessuno, e leggere era quasi sempre un'esperienza memorabile.
Dentro ogni libro, come giù per la tana del Bianconiglio, c'erano mondi inimmaginabili da esplorare. E sono ancora tutti lì, conservati nel cloud, in forma digitale, oppure sulle bancarelle superstiti, poco frequentate e tuttavia irriducibili.

mercoledì 28 ottobre 2020

Alla scoperta del presente


Stefano Caselli, "Piazze tragiche, ma non si tratta solo di criminali", Il Fatto quotidiano, 28 ottobre 2020


“Sono piazze tragiche, nel senso letterario del termine, perché sono espressione di situazioni nelle quali non si può scegliere tra un bene e un male, tra una soluzione positiva e una negativa. Nelle tragedie, purtroppo, si sceglie sempre tra due mali”. Marco Revelli, torinese, sociologo, di piazze ne ha viste tante, ma mai (o quasi) come quelle andate in scena lunedì sera: “Possiamo dire – sospira – di essere definitivamente fuori dal Novecento”.

Professor Revelli, cosa ci dicono queste “rivolte”?

Sono manifestazioni abbastanza diverse a seconda delle città, ma emergono due protagonisti: i primi, chiamiamoli esercenti, sono espressione di un’estrema fragilità sociale che ormai colpisce anche categorie apparentemente benestanti e che ha forse un precedente nel movimento dei Forconi del 2013. Non sono state manifestazioni di poveri, semmai di impoveriti, colpiti dalla prima ondata del virus e atterriti dall’idea di precipitare definitivamente con la seconda. Il nostro sistema economico e sociale era già gravemente malato prima, la pandemia ha solo portato in superficie il morbo. Poi ci sono gli altri, i protagonisti dei disordini, per certi versi simili ai Gilet gialli francesi, generalmente provenienti dalle periferie, ragazzotti che normalmente nel weekend fanno lo struscio di fronte alle vetrine degli oggetti del desiderio, scesi in piazza con una logica da riot americani, da una parte per esprimere rabbia, dall’altra per soddisfare desideri, come le immagini dell’assalto all’atelier Gucci dimostrano.

Perché parla di uscita definitiva dal XX secolo?

Siamo di fronte al prodotto di classi sociali in decomposizione, attraversate da un forte risentimento e invidia sociale: la pancia della nostra società è un serbatoio esplosivo di rancore e mancanza di speranza. La logica è da guerra di tutti contro tutti.

Con quale obiettivo?

Ogni protagonista di queste proteste vede solo le proprie ragioni – anche valide per carità – ma la mediazione tra le proprie sofferenze e le sofferenze generali non compare mai. È una caduta di orizzonte.

Sono piazza di destra?

Sono molto esposte a tentativi egemonici di destra, che nel tutti contro tutti sguazza molto meglio di chi ragiona in termini di giustizia sociale ed eguaglianza, ma attenzione a liquidare il tutto come fascisteria delinquenziale, sarebbe un inutile esorcismo. Certo, ci sono gli ultras delle curve, ma preoccupiamoci del fatto che queste persone avvertano con chiarezza che esistono momenti di rabbia generalizzata in cui sanno di avere campo libero e molte orecchie pronte ad ascoltarli.

Qual è il nemico numero uno?

Il cosiddetto decisore pubblico, come se chi governa avesse ora a disposizione decisioni in grado di risolverei loro problemi. Ma purtroppo non ce li ha. Siamo in una condizione tragica, e nella tragedia c’è sempre un fatto che si compie rispetto al quale il comportamento degli uomini è destinato alla sconfitta. Si paga per propria colpa e di colpe ne abbiamo tante – alcuni di più, altri di meno –. Il nemico dovrebbe essere il modello di vita e di organizzazione economica che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni, ma con il virus alle calcagna sono inutili elucubrazioni. È possibile un dialogo?

Il dialogo richiederebbe di condurre a ragione le questioni, ma non mi pare sia questo il caso. La decisione politica in situazioni come queste (riaprire per non danneggiare, ma rischiare di aggravare l’epidemia) è destinata a sbagliare sempre e comunque.

mercoledì 26 agosto 2020

I misteri di Alleghe



Claudio Giunta, Un noir che era tutto vero, Il Foglio, 22 agosto 2020

La non-fiction criminale ha una tradizione illustre che di solito si fa rimontare a A sangue freddo di Capote (1966) e di solito si fa culminare nell’Avversario di Carrère. Il lettore italiano oggi pensa a Gomorra, ma dovrebbe pensare invece a L’erede di Gianfranco Bettin o al capolavoro che è il memoir-inchiesta L’abusivo di Antonio Franchini, o… Molto prima che la non-fiction andasse di moda, prima anche che il New Journalism somministrasse ai giornalisti-scrittori la sua contaminazione di oggettività e arbitrio narrativo (“L’idea – spiegava Tom Wolfe – era di fornire una piena descrizione oggettiva, con in più qualcosa per cui i lettori si erano sempre dovuti rivolgere a romanzi e racconti: vale a dire, la vita soggettiva o emotiva dei personaggi”), Sergio Saviane pubblicò I misteri di Alleghe.
Saviane (1923-2001) si ricorda oggi soprattutto come giornalista di costume e come uno dei primi critici televisivi italiani (i meno giovani ricordano la sua rubrica sull’Espresso, i non più giovani ricordano il Male, di cui era co-fondatore e redattore), ma era nato come narratore (col romanzo Festa di laurea nel 1960 vince il premio Viareggio per l’opera prima) e critico letterario. Quanto al libro in questione, e alla vicenda raccontata nel libro, conviene partire da più lontano.
Sessant’anni fa esatti al tribunale di Belluno si chiudeva una storia criminale che di anni ne era durati ventisette. Nel maggio del 1933 una cameriera dell’albergo Centrale di Alleghe, Emma De Ventura, era stata trovata morta con la gola tagliata da un colpo di rasoio. Suicidio, secondo il medico del paese e secondo la polizia. “Emilio caro, è trascorso già quattro settimane da che qui più non si vediamo…” – così cominciava una lettera che gli inquirenti avevano trovato nella sua stanza, interrotta dopo le prime righe. Abbandonata da Emilio, scontenta del suo lavoro di cameriera, Emma non aveva resistito e si era tolta la vita. Passa però qualche mese, e a dicembre, in riva al lago semi-ghiacciato, a poche decine di metri dall’albergo, viene trovato il cadavere di Carolina Finazzer, giovane moglie di Aldo Da Tos, uno dei figli del proprietario del Centrale, Fiore Da Tos (i due, Carolina e Aldo, erano appena tornati dal viaggio di nozze nelle città d’arte). Breve indagine, e anche questa morte viene archiviata come suicidio. Il medico condotto conferma, il segretario del Fascio locale, il commendator Raniero Massi, trova il modo di zittire i genitori di Carolina che chiedono indagini più accurate. Arriva e passa la guerra, e in una notte di novembre del 1946 muoiono ammazzati con due colpi di pistola i fornai del paese, Luigi e Luigina Del Monego.
Quattro morti misteriose in poco più di dieci anni, in un paese di qualche centinaio di anime. La voce corre. Alleghe si merita il nomignolo di “Montelepre del Nord” (a Montelepre, vicino Palermo, in quegli anni imperversava il bandito Giuliano), i turisti cominciano a stare alla larga; Giovanni Comisso scrive un racconto intitolato La piccola valle, liberamente ispirato alla vicenda. Per l’assassinio dei Del Monego s’incrimina un balordo del luogo, che però viene presto rimesso in libertà. Più che brancolare nel buio, come nei film, la polizia sembra essersi dimenticata del caso: e del resto è il dopoguerra, le armi che circolano sono tante, e con la guerra e la guerra civile si è fatto il callo alla violenza e alle vendette.
E’ a questo punto che entra in scena Saviane, che ad Alleghe villeggiava da ragazzo, e aveva ascoltato le chiacchiere dei paesani sulle morti del 1933, e i sospetti intorno agli albergatori del Centrale. Conosceva bene i Del Monego, e la notizia della loro morte lo mette in sospetto: che sia legata a quelle di Emma e di Carolina, tredici anni prima? Che i due fornai avessero visto o sapessero qualcosa che non dovevano vedere o sapere? Torna ad Alleghe, discretamente interroga, indaga. Ci torna ancora negli anni successivi, e nell’aprile del 1952 pensa di saperne abbastanza da poter pubblicare un lungo articolo sul settimanale Il lavoro illustrato che riassume la vicenda insinuando il dubbio, o più di un dubbio, circa la ricostruzione degli inquirenti, e parlando di omertà e di testimoni intimiditi: “Se volessimo, pertanto, fare quel passo indietro, non potremmo certo concludere che Emma si sia data la morte con le proprie mani […]; né, d’altro canto, potremmo concludere che la Finazzer si sia buttata da sola nel lago: infatti fu ritrovata col ventre completamente vuoto, i denti stretti, e proprio a due passi dal Centrale, da casa sua cioè”. Inoltre, riferisce Saviane, la notte della morte di Carolina Finazzer i coniugi Del Monego sentirono i passi pesanti di qualcuno che andava verso il lago, al buio: e quel qualcuno, sentendosi minacciato, potrebbe aver voluto togliere di mezzo questi testimoni.
L’articolo viene letto ad Alleghe. Piace a coloro che avevano parlato con Saviane, e che tra mille esitazioni lo avevano incitato a scrivere per far sì che il caso venisse riaperto; non piace a Fiore e ad Aldo Da Tos, che citano in giudizio Saviane per diffamazione e vincono la causa: condanna a otto mesi di reclusione con la condizionale e 700.000 lire ai Da Tos per danni morali.
E’ il febbraio del 1953 e la questione sembra chiusa, ma non lo è. L’articolo di Saviane ha smosso le acque, i carabinieri non archiviano l’indagine e in capo a qualche anno (i tempi non sono strettissimi, qualche indiziato e qualche testimone nel frattempo muore per conto suo, nel suo letto) incriminano la famiglia Da Tos quasi al completo. Il processo si apre nel marzo del 1960 davanti a un folto pubblico di curiosi e di giornalisti (il Gazzettino, annota Saviane, manda addirittura due inviati, con paginate di aggiornamenti e pezzi di contorno, in un’epoca in cui le cronache di nera, se non proprio asciutte, non erano nemmeno soapizzate come sono oggi), e nel corso del dibattimento viene fuori una storia da film horror che conferma nella sostanza i sospetti di Saviane: i Del Monego uccisi perché testimoni dell’assassinio di Carolina; Carolina uccisa perché testimone dell’assassinio della cameriera Emma (il neo-marito Aldo glielo confessa in un momento di tenerezza); e la povera Emma uccisa perché… E qui si apre un prequel raccapricciante, con un figlio illegittimo della signora Da Tos che un giorno forse va a trovare la madre e reclama i suoi diritti sull’albergo, sull’eredità, ma non fa i conti con Fiore Da Tos, che forse lo uccide e lo fa a pezzi (una mano umana viene forse vista da un paio di clienti inorriditi in mezzo alle frattaglie, nella macelleria di famiglia); i pezzi vengono forse trovati per caso da Emma, che parla o vorrebbe parlare, e per questo motivo… Forse: perché è passato un quarto di secolo, e chi c’era allora non sa o non ricorda bene, o è morto.
E nel 1964 Saviane racconta tutta la storia nei Misteri di Alleghe, Mondadori (copertina memorabile coi primi piani degli imputati a processo), un po’ ricamando, da romanziere, sulle parole e i pensieri dei personaggi, ma su una trama di dati oggettivi, verificati con scrupolo di cronista: la ricetta del new journalism secondo Wolfe, appunto.
C’è una poesia famosa di Sereni, Intervista a un suicida, che ha questo finale memorabile: “Pensare … cosa può essere un uomo in un paese, / sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante / e dopo / dentro una polvere di archivi / nulla nessuno in nessun luogo mai”. Ecco, leggendo I
misteri di Alleghe si trema non tanto per la storia sanguinosa dei Da Tos (Saviane è bravo, ma né la costruzione del racconto né la scrittura sono all’altezza di una vicenda che avrebbe meritato un Capote o uno Stephen King) quanto perché si ricava, fortissima, l’impressione di cosa volesse dire vivere in un paesino isolato fino alla metà del Novecento, cioè prima dell’automazione di massa, della tv, della lavatrice, degli impianti sciistici, uno di quei borghi che si ravvivavano per poche settimane d’estate, per l’arrivo di una manciata di villeggianti, e poi per il resto dell’anno si addormentavano nel gelo. Ci si ricorda di quanto fosse facile morire bambini, soprattutto se indigenti, con nidiate di cinque, sei fratelli dei quali solo un paio arrivavano alla maggiore età. Ci si ricorda di quanto fosse grama la vita delle ragazze povere in età da marito, costrette a servire o a fare da balia, e come unica via d’uscita il matrimonio con un semi-sconosciuto oppure l’adulterio e l’infamia. E delle malattie nervose si diffidava, si aveva paura, perché nessuno sapeva bene che cosa fossero. Aldo da Tos, forse omicida forse solo correo o testimone, macellaio di professione, soffre chiaramente di mal caduco o epilessia o narcolessia, o comunque precisamente si chiami la malattia che ha queste spaventose manifestazioni: “in paese dicevano che era affetto da mal caduco, quando lo vedevano saltare per terra o perdere i sensi, lasciarsi cadere d’un tratto, abbandonando il bicchiere o le carte da gioco, con lo sguardo nel vuoto”. Ma il medico condotto dice che non c’è da preoccuparsi, e la famiglia è d’accordo, e Aldo viene trattato come il figlio scemo da mettere sotto tutela.
E la semplice impossibilità di sapere, di informarsi. Gli articoli, stampati un certo giorno, già il giorno dopo non si trovano più. Il carabiniere che indaga sugli omicidi ha saputo per caso dell’articolo di un giornalista passato da Alleghe, nessuno si ricorda bene il nome. Il carabiniere cerca di recuperare l’articolo, ma invano. “Le poche persone che glielo potevano far leggere avevano bruciato il giornale e non era facile trovarlo. Erano rimasti con la curiosità per molto tempo. Finché, pochi mesi prima dell’arresto di Gasperin, Ermanno De Toni gliel’aveva fatto leggere”. E così il carabiniere Ezio Cesca capisce che lui e Saviane hanno seguito la stessa traccia, “fatto le stesse supposizioni, legando i delitti tra di loro”. Mancando la memoria dei giornali e della tv, i contatti essendo radi e difficili, fioriscono le fake news, proprio come oggi, ma più di oggi ardue da confutare. Così qualcuno dice che Sergio Saviane è morto e non può più parlare dei fatti di Alleghe, e nessuno lo cerca più: ma in realtà il morto è un cugino di Saviane.
In più, tutto comincia nei primi anni Trenta, col fascismo in piena salute, e, come s’è accennato, un qualche ruolo nella vicenda ce l’ha, tra gli altri, il segretario del Fascio, che quasi certamente copre i colpevoli e intimidisce i testimoni, o dà man forte agli intimidatori, e poi la fa franca, uscendo pulito anche dal processo del 1960, bell’esempio di continuità tra fascismo e post-fascismo: “Il commendator Raniero Massi, dopo aver rischiato di essere incriminato per reticenza e per le contraddizioni in cui cadeva di continuo […] è tornato alla sua esistenza di vecchio pensionato”.
Ma soprattutto, chi oggi è turbato dalla violenza dei social network può fare un’utile gita d’istruzione in un mondo nemmeno così remoto in cui, un po’ come nel vecchio West, il tutore della legge, il prete e i maggiorenti locali decidevano per il bene o per il male della vita di tutta una comunità, e poteva accadere che un villain da romanzo come Fiore Da Tos – uomo avido, dispotico, maritato alla figlia dei padroni dell’albergo Centrale, ossessionato dal pensiero che un figlio non suo potesse mettere le mani su un pezzo del suo patrimonio, su un frammento della sua roba – per un quarto di secolo tenesse in ostaggio dell’omertà un intero paese e trasformasse in criminali tutti i suoi familiari: “Fiore era lucido nelle sue supposizioni. Ora che aveva coinvolto i figli, era sicuro di averli completamente in mano. Li aveva messi tutti alla pari. Elvira ci aveva impiegato parecchi anni a capire il marito e s’era sottomessa con fatica, ma i figli e il genero, abituati sempre ad obbedire, a non giudicarlo, a non discutere i suoi voleri, s’erano piegati senza sforzo ad ogni suo desiderio”.
Storia tremenda e affascinante, in America sarebbe già una serie tv; ma intanto si potrebbe ristampare il libro, che merita, e avrebbe un pubblico.

domenica 23 agosto 2020

Praga, agosto 1968




LA TESTIMONIANZA. TRA IL 21 E IL 22 AGOSTO NELLA CAPITALE DELLA CECOSLOVACCHIA CON I CARRI ARMATI SOVIETICI NELLE STRADE E LA GENTE CHE URLAVA «SVOBODA» (LIBERTÀ): L’ODISSEA DI CHI SI TROVAVA PRESENTE E FUGGÌ DAL PAESE INVASO
Quella notte del ’68 a Praga, io c’ero


La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 uscivamo con alcuni amici dal teatro della «Lanterna Magica», a Praga. Piccoli capannelli di persone discutono animatamente, ma non pensiamo di domandare se sia successo qualcosa: erano evidentemente locali e parlavano la loro lingua. Perciò prendiamo il primo tram che ci porta verso il nostro albergo, lontano dal centro. È tardi, e la mattina successiva avremmo dovuto alzarci presto per andare al Castello di Karlstein.
Eravamo arrivati a Praga due giorni prima, dopo un lungo giro in Scandinavia, Russia e Polonia: diciassette studenti dell’Università di Roma. Tutto tranquillo in città: piena di turisti occidentali, grande eccitazione per la «primavera» iniziata diversi mesi prima grazie al nuovo segretario del Partito Comunista, lo slovacco Dubcek. In quella notte tra il 20 e il 21 agosto, verso le 5, mi sveglio e scorgo dalla finestra lunghe file di carri armati con il simbolo del Patto di Varsavia. Assonnato, non ci faccio molto caso, penso a delle manovre e torno a letto. Verso le 6 un amico del gruppo, originario di Lecce, mi scuote con violenza dicendomi di alzarmi e di scendere di corsa nella hall a parlare con il cameriere, perché posso comunicare in tedesco. Lo mando a quel paese, pensando all’imminente levataccia per la gita a Karlstein. Ma lui insiste, dice che gli sembra di aver capito che sono arrivati i russi. Scendo in pigiama, parlo col cameriere: il quale dichiara senza esitazioni che, appunto, «sono arrivati i russi». Evidentemente, avevano attraversato le frontiere di notte, già prima che noi uscissimo dal teatro, ed erano ormai arrivati nella capitale. Non erano, come poi scoprimmo, solo russi, ma di tutti i Paesi del Patto di Varsavia, ma quelli dell’Unione Sovietica erano nettamente prevalenti. Esco, con il cameriere, per strada. I carristi sporgono dalle torrette dei tanks e guardano stralunati i nomi delle vie: sono in caratteri latini, loro leggono soltanto il cirillico.
È ormai chiaro che si tratta di un’invasione. In cinque minuti, afferro qualcosa da mangiare per colazione, risalgo in camera, mi vesto, riscendo, ed esco di nuovo. Saranno le 8, a questo punto. Lo spettacolo è completamente cambiato. Le strade sono piene di cechi vocianti. Alcuni si arrampicano sui carri armati, sputano in faccia agli stupiti carristi, cercano di discutere con loro in russo. Tutti urlano «Dubcek-Svoboda!».
Svoboda è il presidente della Repubblica Cecoslovacca, ma la parola significa «libertà». È uno spettacolo travolgente, incredibile, ben diverso da quello che avevo visto ad Atene l’anno prima, quando il 21 aprile 1967 i carri armati dei Colonnelli presidiavano Piazza Syntagma per il colpo di Stato. Silenzio di tomba sotto l’Acropoli, il terrore sui visi, la paralisi. Il caos e il chiasso, invece, a Praga. A restare muti e immobili sono, incredibilmente, gli invasori. Non muovono un muscolo davanti agli insulti, non li scalfiscono gli sputi, non rispondono alle domande. Soprattutto, non tirano fuori le armi.
Il nostro gruppo decide che bisogna fuggire il prima possibile, ma non è cosa facile: siamo legati ai mezzi pubblici, e aeroporto e stazione centrale sono tra le primissime cose che gli invasori hanno bloccato. Vengo spedito con un altro all’ambasciata italiana per cercare aiuto. I tram per il centro non funzionano. Ci avviamo a piedi per una lunga camminata. Trecento metri dopo, un soldato ci ferma, punta il mitra contro la nostra pancia, e gentilmente ma fermamente dice «Niet». Provo a spiegargli, in russo a brandelli, in tedesco, in italiano, che siamo italiani (abbiamo con noi i passaporti) e che vogliamo andare all’ambasciata del nostro Paese. Niente da fare: il «niet» è sempre gentile, ma la pressione del mitra sull’ombelico si fa un po’ più forte. Torniamo in albergo con la coda tra le gambe.
Siamo in una impasse, confinati nell’hotel. Quel pomeriggio e quella sera, il 21 agosto, succedono tre cose. La prima è che a un certo punto del pomeriggio mi ritrovo in un salottino con un gruppo di tedeschi provenienti dalla Germania dell’Est, quella comunista. Sono tutte coppie sui cinquanta, sessant’anni. In quel salottino c’è un grande apparecchio radiofonico, e tutti noi stiamo ascoltando la Radio Cecoslovacchia libera, che trasmette in inglese, francese, tedesco e i cui speaker si spostano di continuo, dentro Praga, di edificio in edificio, inseguiti dai servizi segreti degli invasori. Verso le 17,30 lo speaker annuncia in tedesco che Germania (Occidentale), Romania e Jugoslavia hanno decretato la mobilitazione generale. Non è vero, ma noi non abbiamo modo di controllare: ci crediamo. «Es ist der Krieg», è la guerra, cominciano a mormorare i tedeschi nel salottino. Mi vengono i brividi, lunghi e ricorrenti. Conosco l’espressione «mobilitazione generale» solo dai libri di storia, e mi pare cosa enorme. Ritorno dai miei amici con aria depressa, portando le notizie che ho sentito alla radio.
Comincia il secondo evento di quel pomeriggio. Qualcuno suggerisce di telefonare all’ambasciata italiana e vengo incaricato di farlo. Mi dicono di avere organizzato un convoglio di auto private precedute da una dell’ambasciata per condurre i connazionali fuori dalla Cecoslovacchia, ma di non avere posto per diciassette persone. Che fare? Gli amici, e soprattutto le ragazze, mi spingono a chiamare altre ambasciate: ricordo di aver provato con tutte quelle dell’allora Comunità Europea – Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo. Provo con gli svizzeri; con gli inglesi; con gli americani. Persino con il Nunzio Apostolico, che poco mancò mi mandasse a quel paese. Alla fine, qualcuno suggerisce di interpellare l’ambasciata dell’Unione Sovietica. Ci avevano cacciato loro in questo pasticcio, che ci tirassero fuori loro! I russi sono gentilissimi e concreti: propongono di mandare un bus la mattina successiva per portarci al confine più vicino: immaginai, con la Germania. Accetto, ringrazio, e riferisco ai compagni.
Scoppia subito una accalorata discussione se ci si poteva fidare. C’è chi aveva paura di finire in Siberia, chi in qualche fossa lungo una strada. Le ragazze hanno il terrore dei cosacchi. Che, in effetti, sembrano materializzarsi immediatamente. Eravamo stati avvertiti che le truppe «alleate» giravano a controllare gli ospiti degli alberghi. Il personale dell’hotel aveva chiuso il portone. Era la sera del 21 agosto, cominciava a far scuro. Scrivo una gran cartolina indirizzata a me stesso, a Roma. Diceva: «I russi sono a Praga». All’improvviso, bussano forte al portone. Il direttore dell’albergo va ad aprire: sono tre ufficiali con tanto di mitra. Ci sorridono e dichiarano di essere polacchi. Poi, aprono i mitra ed estraggono le cartucce, ce le consegnano e dicono che così saremmo stati sicuri che non le avrebbero mai usate contro di noi. Grande sospiro di generale sollievo. Dopo un po’, gli ufficiali scompaiono nella notte e noi, esausti, andiamo a letto pensando all’autobus sovietico della mattina successiva, che sarebbe dovuto arrivare alle 9.
Alle 8, mentre siamo in trepidante attesa, compare all’improvviso Kamila, la nostra guida. Rivela di aver saputo che da una stazione periferica dovrebbe partire un treno diretto a Norimberga, in Germania. Ha inizio allora una vera e propria odissea per via tramviaria. Cambiamo non so quanti tram. Appena saliamo su uno, gli altri passeggeri ci riempiono di volantini implorandoci di portarli in Occidente, di raccontare la verità al di là della Cortina: non è stato un soccorso dei fratelli socialisti, ma un attacco vero e proprio, una invasione con tanto di repressione. Li conservo ancora. Alcuni sono diretti, in tre o quattro lingue (russo, tedesco, polacco, bulgaro) alle truppe occupanti: dicono che non sono state «invitate», che nessuno, qui, le vuole.
Quando infine arriviamo alla stazione, Kamila si precipita a raccogliere informazioni. Ritorna con una brutta faccia: quasi piangendo, ci dice che non c’è nessun treno per Norimberga, gli invasori hanno già sigillato la frontiera con la Germania occidentale. Da lì, non si passa. Però il capostazione ha fatto un paio di telefonate in sua presenza ed è venuto a sapere che forse, forse, c’è un treno da un’altra stazione periferica, dalla parte opposta della città, diretto in Austria. Riprendiamo i tram, sui quali riceviamo nuovi manifestini , e circa un’ora dopo raggiungiamo la fatidica stazione. Questa volta, il treno c’è per davvero, o meglio ci sarà fra un paio d’ore. Si uniscono cinque francesi, anch’essi intrappolati a Praga. Salutiamo e ringraziamo Kamila per tutti i suoi sforzi e saliamo sul treno, affamati ma contenti.
Una mezz’ora più tardi, mentre il treno è in marcia verso Sud, passa il controllore, al quale mostriamo il biglietto cumulativo per tutto il viaggio: lo accetta senza battere ciglio, anche se le date sono ormai sfasate. Gli domando in tedesco a che ora pensa che arriveremo a Linz, in Austria. Mi guarda sbalordito e dichiara che il treno non va affatto in Austria, ma che se vogliamo provare ad arrivare là dobbiamo cambiare a Ceske Budejovice. Con un po’ di acrobazie, ce la facciamo. Il treno sul quale saliamo è un trenino probabilmente di prima della Guerra, con compartimenti piccoli e finestrini non apribili, scomodo, rumorosissimo e a vapore. Passa anche qui il controllore, al quale domando a che ora dovremmo arrivare in Austria. Mi risponde, stupito come il suo predecessore, che il treno non va in Austria, ma si ferma all’ultima stazione prima del confine, qualcosa che termina in Droste.
Mi suggerisce di scendere e da lì telefonare agli austriaci perché mandino un treno a prenderci. Figurarsi se gli austriaci, penso io – pensiamo tutti – possono prendere in considerazione di mandare un treno a prelevare, al di là della Cortina di Ferro, sedici italiani, un somalo e cinque francesi!
Nel frattempo, un fatto nuovo interrompe le nostre meditazioni. La ferrovia corre parallela alla strada automobilistica che conduce al confine. E c’è una fila ininterrotta di carri armati che si dirigono verso Sud, evidentemente per sigillare anche quella frontiera. Non c’è modo di accelerare un po’ la nostra andatura da carrozza ottocentesca, domando al controllore quando ripassa, additandogli i tanks. Mi risponde di non preoccuparmi: basta che io convinca gli austriaci.
Finalmente, arriviamo a Dolní Dvo?išt?, e io sono pronto a scattare per andare a cercare un telefono, ma vengo fermato da un’enorme donna in uniforme che annuncia: «Ispezione doganale». Le dico che devo scendere per andare a telefonare agli austriaci che mandino un treno, eccetera. Ma quella mi blocca. Sembra sapere tutto di noi. Dice: tranquilli, vi portiamo noi in Austria. A questo punto, pensiamo di ripartire dopo poco. Invece, il treno comincia a fare strani movimenti: va avanti di qualche metro, sembra urtare contro qualcosa, arretra di una decina di metri. Intanto, si fa buio. Non c’è traccia dei «russi», forse hanno preso un’altra strada. All’improvviso, si accendono enormi riflettori e si sentono cani abbaiare furiosamente. Ci dicono che stanno dando la caccia a uno che voleva scappare a Ovest. Un’ora più tardi i riflettori si spengono, i cani tacciono – e il treno si muove lentamente, molto lentamente dentro la terra di nessuno verso l’Austria.
La mattina dopo siamo a Innsbruck, dove mangio il più grosso e più buon pezzo di strudel mai assaggiato. Al Brennero i carabinieri, dicendo che noi siamo i “dispersi” in Cecoslovacchia, ci danno Chianti e panini. Proseguo verso Roma. Un mese dopo, arriva la cartolina che avevo imbucato a Praga il 22 agosto. Ancora oggi, è in una teca nell’ingresso di casa.
Il Sole 24 ore, 23 agosto 2020