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lunedì 11 maggio 2026

Bordiga e Stalin



Il 1° marzo 1926 c’è fra Bordiga e Stalin un incontro storico. Bordiga chiede informazioni sui programmi industriali, sul modo socialista di industrializzare il paese e poi pone una domanda decisiva: 
«Il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione russa e dei problemi interni del partito russo è legato allo sviluppo del movimento proletario internazionale?». Come a dire: voi sovietici vi preoccupate ancora della rivoluzione mondiale o badate soltanto al socialismo nel vostro paese? E Stalin con sdegno, non sappiamo se sincero o simulato, risponde: «Questa domanda non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che un comunista potesse rivolgermela. Dio vi perdoni di averlo fatto, compagno Bordiga».

Alessandro Litta Modignani, Il Foglio, 30 ottobre 2019

Pubblicato per la prima volta per Longanesi nel 1982, Un’avventura di Amadeo Bordiga è un divertissement politico-poliziesco, un “noir a Berlino” che viene ora riproposto in una versione completamente rivisitata e ampliata. Diego Gabutti è spiritoso e irriverente, spietato nel suo sarcasmo verso il comunismo. Il suo Bordiga è pigro e saccente, dottrinario e dogmatico, napoletanissimo nelle espressioni dialettali e nell’antica arte di preparare il caffè. L’autore lo sfotte allegramente lungo tutto il libro, ma ne rispetta il coraggio e l’onestà intellettuale nei confronti dei bolscevichi. “I proverbi mentono come Palmiro Togliatti”, sostiene Bordiga. L’ambientazione ricorda il celebre film “Il terzo uomo”: impossibile non immaginarlo in bianco e nero, con lunghe ombre e sottili lame di luce. Anche qui siamo nella capitale tedesca, in una gelida notte del 1926, mentre comunisti tedeschi e sicari staliniani colpiscono nel buio. L’atmosfera è quella tipica della Chicago anni Venti, con agenti segreti e guardie del corpo al posto dei mafiosi: cappelli a tesa larga, baveri rialzati, ma soprattutto coltelli e pistole. “E poi, Amadeo, la rappresaglia è il vino più dolce. La lotta di classe, all’origine, era un sistema di vendette mafiose, e in molte parti del mondo lo è ancora: il sindacalismo americano, gli anarchici spagnoli. Niente di strano, se qualcuno di noi torna un po’ alle antiche abitudini”. Fra i personaggi si incontrano alcuni noti esponenti del comunismo internazionale, e qualche sorpresa.
“Stava per ordinare il terzo cicchetto, quando un uomo alto e severo, dall’aspetto impassibile, gli si fermò accanto e lo osservò per un momento. Era un tizio sui trent’anni con una pronunciata tendenza alla pinguedine. Indossava una camicia bianca di pizzo sotto un completo scuro dall’aspetto costoso. Aveva una cravatta verde cupo e un’orchidea gialla all’occhiello. (…) Vi ricordate di me, signor Bordiga? – disse l’uomo in un italiano fluente – Il mio nome è Wolfe. Nero Wolfe”. Nella notte berlinese accade veramente di tutto. Gradualmente, il romanzo si trasforma in un grottesco Grand Guignol, fra colpi di pistola e raffiche di mitra. I comunisti, come sempre, sono divisi in due categorie: gli idealisti e i cinici. “Rise, sinceramente divertito. ‘Dovremmo essere banditi a vita dal banchetto proletario, per come fu condotta la faccenda a Zurigo. Manovre con lo stato maggiore tedesco, imbrogli, scherzi da prete ai danni dei compagni. Non indietreggiammo di fronte a niente’. Sembrò riflettere. ‘Naturalmente non è un pensiero che ci abbia mai tolto il sonno. Abbiamo vinto, dopotutto. Che importa come?’”.

Diego Gabutti
Un’avventura di Amadeo Bordiga, Milano, Milieu edizioni 1919

Geminello Alvi
Eccentrici

Adelphi, Milano 2015

A nessun altro riesce così bene come a certi italiani d’essere settari e al contempo astratti, ovvero irreali, snervanti e però simpatici come fu Amadeo Bordiga che nacque il 13  giugno 1889. Figlio di un insegnante piemontese alla scuola agraria di Portici, si sdegnò subito: Napoli gli parve «fetida metropoli». Ne incolpò con qualche ragione, perchè di ragioni c’è in Italia sempre abbondanza, le clientele massoniche per cui i socialisti anche al Sud erano evoluti in rapaci arpie. E intanto dedicò ai teoremi di Marx la stessa devozione che aveva per l’equazioni differenziali. Ovviamente nel ’14 al congresso d’Ancona fu per espellere i massoni e si sentì in simpatia con Mussolini, tra l’altro reciproca. Ma l’anno dopo se ne disgustò e scelse una posizione che «coincideva con quanto Lenin definì disfattismo e negazione della difesa della patria…» Coerente si felicitò per Caporetto. A trent’anni si ritrovò dunque perfetto per divenire capo della frazione astensionista del Psi e si ridisse per la rivoluzione: «La tesi centrale della nostra frazione non era l’astensionismo ma era invece la scissione del partito». L’occupazione delle fabbriche nel dopoguerra, voluta a Torino da Gramsci e gli altri, gli parve troppo poco, comunque un gesto non marxista ma idealista. Dovevano occupare questure e prefetture, non industrie; e infatti Giolitti non assecondò gli industriali che volevano sgombrarle. L’esperimento morì nel ridicolo proprio come Bordiga aveva previsto. Al congresso di Livorno fu quindi molto fiero di aver lui letto la irrevocabile dichiarazione che decise la scissione del partito socialista. Ma vide Gramsci camminare su e giù contorcendosi le mani dietro la schiena indeciso nel retro di quel teatro San Marco dove si fondava il partito comunista il 21 gennaio 1921. Finì male. Il settarismo di Bordiga talora era però pratico: fu per il ritorno dei deputati comunisti dall’Aventino. Inoltre, con perspicacia, si accorse che la formula del socialismo nella sola Russia era una rovinosa follia. Così rifiutò recisamente la vicepresidenza dell’Internazionale comunista che Zinoviev gli offerse. Era chiaro che sarebbe stato rimosso da Stalin e che il sistema in Russia stava evolvendo verso un dispotismo, ma non marxista. S’accorse inoltre di come Gramsci fosse bravo a inventare dottrine per plagiare la borghesia italiana, non per esautorarla. Eppure fu suo amico, era un settario italiano, commosso dai sorrisi che illuminavano gli occhi azzurri del sardo. Con lui finì confinato ad Ustica, a dissentire fermamente ma con garbo, oziando. Non si sorprese che i fascisti gli saccheggiassero la casa. Nel ’26 al congresso di Lione, malgrado un intervento di sette ore, fu battuto dalla corrente di Togliatti in una assai dubbia consultazione. Il fondato ricorso di Bordiga all’Internazionale non fu preso in considerazione: a Stalin per dirigere il partito servivano gesuiti obbedienti. Nel 1930, finito il confino, apprese dai giornali d’essere stato espulso dall’Internazionale.
Così per provvedere a sé, e ai suoi, dovette tornare a fare l’ingegnere. Sorvegliato di polizia, ma senza avversioni, perchè giudicava che il socialismo scientifico non concedesse alcun rammarico o altro personalismo. Dalla lettura di Marx dedusse anche che il partito comunista non era più tale: che oramai la sinistra e la destra erano due frazioni borghesi. Nel secondo dopoguerra la calunnia e le prepotenze del Pci evitarono ogni influenza ai suoi seguaci, che del resto erano come Bordiga. E pensavano alla rivoluzione come a una reazione chimica da attendere e che non poteva essere forzata. Napoletanamente e con una prosa enfatica Bordiga deprecava di vedere e sentire «il nome di Marx e di Lenin e le loro tesi possenti, sulle labbra di quelli che ne hanno fatto inaudito scempio». E riconobbe non solo le arpie del Pci ma anche quelle del consumismo. «Il ciclo del capitalismo ha condotto al mostruoso volume di una produzione per nove decimi inutile alla sana vita della specie umana. Ha determinato una sovrastruttura dottrinale che richiama la posizione di Malthus invocando, a costo di chiederli alle forze infernali, consumatori che inghiottano senza posa quanto la produzione erutta». Era abbastanza per piacere agli studenti che però non piacevano a lui. Scrisse: «Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei successori di Stalin» Riconobbe nei leader sessantottini le identiche arpie di cui da ottant’anni biasimava gli atti. Ma era marxista e quindi poco badò ad Ariosto che invece aveva capito già prima tutto: «Oh famelice, inique e fiere arpie ch’all’accecata Italia e d’error piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni mensa alto giudicio mena». Orlando Furioso XXXIV, 1-4. E invece ribadì: «Attendo, in posizione sempre cocciuta e settaria che entro il ’75 giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale, monopartitica e monoclassista». Morì in attesa, il 23 luglio 1970, ma ammise: «Se fosse cosa attendibile che io dia un giudizio storico sulle mie stesse qualità e qualificazioni, dichiarerei che trovo gradita la definizione di settario…»

giovedì 29 maggio 2014

Jaurès, il partito del popolo

David, Il giuramento della pallacorda (abbozzo, 1793)

1-2, il vento della libertà
3, Bailly
6, tre ecclesiastici, la figura centrale è l'abbé Grégoire
8, Robespierre
11, Mirabeau

Se fosse una setta, se la sua vittoria dovesse essere la vittoria di una setta, il socialismo dovrebbe esprimere sulla storia il giudizio proprio di una setta, dovrebbe dare la sua simpatia a quei piccoli gruppi le cui formule sembrano meglio annunciare le sue o a quelle fazioni ardenti che spingendo quasi alla follia la passione del popolo sembravano rendere insostenibile il regime che vogliamo abolire . Ma non è da una esasperazione partigiana, è dallo sviluppo potente e vasto della democrazia che il socialismo verrà fuori ed è per questo che, in ogni momento della Rivoluzione francese, mi chiedo: qual è la politica che meglio serve l'intera Rivoluzione, tutta la democrazia? Ora, questa è al momento la politica di Robespierre. Babeuf, il comunista Babeuf, il vostro patrono e il mio, colui che nel nostro paese ha fondato non solo la dottrina socialista, ma soprattutto la politica socialista aveva avvertito tutto ciò nella sua lettera a Coupé de l'Oise: ecco che quindici mesi dopo la morte di Robespierre, quando Babeuf cerca di puntellare la sua impresa socialista, è la politica di Robespierre che gli appare come l'unico punto di appoggio. A Bodson, a questo ardente cordigliere che assisteva alle riunioni del club nella tragica settimana del marzo 1794, in cui l'hebertismo preparò la sua insurrezione contro la Convenzione, a Bodson, rimasto fedele alla memoria di Hébert, Babeuf non teme di scrivere, il 29 febbraio 1796, che Hébert non conta, era riuscito a coinvolgere solo alcune parti di Parigi, mentre il bene comune doveva avere per organo l'intera comunità: Robespierre da solo, andando oltre cricche, sette e combinazioni artificiali, ha rappresentato la piena portata della democrazia.

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Histoire socialiste de la France de 1789 à 1900
1903
 
Si le socialisme était une secte, si sa victoire devait être une victoire de secte, il devrait porter sur l’histoire un jugement de secte, il devrait donner sa sympathie aux petits groupements dont les formules semblent le mieux annoncer les siennes, ou à ces factions ardentes qui en poussant presque jusqu’au délire la passion du peuple, semblaient rendre intenable le régime que nous voulons abolir. Mais ce n’est pas d’une exaspération sectaire, c’est de la puissante et large évolution de la démocratie que le socialisme sortira: et voilà pourquoi, à chacun des moments de la Révolution Française, je me demande : quelle est la politique qui sert le mieux toute la Révolution, toute la démocratie ? Or, c’est maintenant la politique de Robespierre. Babeuf, le communiste Babeuf, votre maître et le mien, celui qui a fondé en notre pays, non pas seulement la doctrine socialiste, mais surtout la politique socialiste, avait bien pressenti cela dans sa lettre à Coupé de l’Oise : et voici que quinze mois après la mort de Robespierre, quand Babeuf cherche à étayer son entreprise socialiste, c’est la politique de Robespierre qui lui apparaît comme le seul point d’appui. A Bodson, à ce Cordelier ardent qui assistait aux séances du club dans la tragique semaine de mars 1794, où l’hébertisme prépara son mouvement insurrectionnel contre la Convention, à Bodson, resté fidèle au souvenir d’Hébert, Babeuf ne craint pas d’écrire, le 29 février 1796, qu’Hébert ne compte pas, qu’il n’avait su émouvoir que quelques quartiers de Paris, que le bonheur commun devait avoir pour organe toute la communauté et que Robespierre seul, au-delà des coteries, des sectes et des combinaisons artificielles et étroites, a représenté toute l’étendue de la démocratie.





Chambre des députés, 18 novembre 1908, débat sur la peine de mort

M. Jaurès. Qu’est-ce donc, dans son fond, dans son inspiration première, que la Révolution française ? C’est une magnifique affirmation de confiance de la nature humaine en elle-même. Les révolutionnaires ont dit à ce peuple, asservi et enchaîné depuis des siècles, qu’il pouvait être libre sans péril, et ils ont conçu l’adoucissement des peines comme le corollaire d’un régime nouveau de liberté fraternelle. M. Massabuau me rappelait Robespierre et la guillotine en permanence. Je prie M. Massabuau de laisser aux esprits vulgaires ce trop facile jeu d’esprit. (Exclamations et rires à droite et au centre. — Applaudissements à l’extrême gauche.) Messieurs, quand les grands esprits de la Révolution faisaient pour les hommes ce rêve d’une justice adoucie, c’était pour une société régulière, équilibrée et fonctionnant normalement. Ils ont été obligés à une lutte à outrance par la révolte même des forces atroces du passé. Mais savez-vous ce qui les excuse, s’ils avaient besoin d’excuse ? Savez-vous ce qui les glorifie ? C’est que, à travers les violences mêmes auxquelles ils ont été condamnés, ils n’ont jamais perdu la foi en un avenir de justice ordonnée. (Exclamations à droite. — Applaudissements à l’extrême gauche et sur divers bancs à gauche.) C’est qu’ils n’ont jamais perdu confiance en cette révolution au nom de laquelle ils avaient tué et au nom de laquelle ils étaient tués : Condorcet, proscrit, retraçait les perspectives du progrès indéfini de l’esprit humain ; à Robespierre, blessé, on ne pouvait arracher dans son stoïque silence aucune parole de doute et de désaveu. Et c’est parce que ces hommes, à travers la tourmente, ont gardé la pleine espérance, la pleine confiance en leur idéal, qu’ils ont le droit de nous la transmettre et que nous n’avons pas le droit, dans des temps plus calmes, de déserter la magnifique espérance humaine qu’ils avaient gardée. (Applaudissements à l’extrême gauche et sur divers bancs à gauche.) 

domenica 10 marzo 2013

Il trickster, i credenti e il mondo

Fosse solo un briccone (trickster) Grillo sarebbe tutto più semplice. Il personaggio duplice e inafferrabile è quello che ha sfondato. Ma Grillo è anche il suo popolo e lì le cose sono decisamente più complicate. Il movimento 5 stelle è portatore di istanze che non sono riducibili al facile imbroglio. Istanze di lungo periodo, a lungo ignorate o trascurate dai gruppi dirigenti dei principali partiti. Una diversa scala di valori rispetto al predominio del mercato senza controlli. Un'attenzione per l'ambiente e per il destino dei singoli. Una volontà di partecipazione. Senza parlare della nausea per i privilegi della casta. Perciò è poco probabile che tutto si sgonfi in poco tempo, non appena dovesse esserci il confronto con la dura realtà. A Parma quel confronto c'è stato e non ha determinato un crollo nei rapporti con la pubblica opinione. Il trickster junghianamente rappresenta l'ombra: con essa devono fare i conti prima di tutto coloro che ritengono di poterla respingere: gli altri, il mondo rispetto alla setta. E allora, quando ci sarà stata una presa di coscienza più vasta, la setta potrà anche farsi chiesa, riconciliarsi con il mondo.

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Marco Belpoliti, L'Espresso 29 ottobre 2012

...in Grillo sembra agire qualcosa che va al di là della figura del semplice attore, così da collocarlo nell'universo dei trickster, figura che gli antropologi e i mitologi chiamano il "briccone divino": personaggio mitologico appartenente a un tempo al regno animale e a quello umano, al novero degli déi e a quello degli uomini. Dio del passaggio tra l'alto e il basso, il dentro e il fuori, il sublime e l'abietto, tra la follia e la ragione, il trickster prende le forme dell'idiota creativo, del saggio buffone, del bambino dai capelli grigi; è il continuo dissacratore.
... Grillo, del resto, possiede anche l'aspetto fisico del trickster: corpo corto e tozzo, testa riccioluta, sguardo provocatore, occhi roteanti e fulminanti, tendenza al mascherone. Sul palco nei comizi - come in precedenza in televisione e a teatro - egli distorce i lineamenti nella tensione del grido; con le mani compie gesti convulsi, caricando il corpo di un'energia che lo obbliga a piegarsi, a incurvarsi in avanti. Le mani sono infatti l'elemento centrale della sua gestualità carnevalesca, da Arlecchino, senza tuttavia possederne la leggerezza. Ricorda lo Zanni della antica commedia - fool e clown -, ma anche Pulcinella: la comicità come derisione, abbassamento dell'avversario, è la sua arma migliore che suscita l'immediata simpatia e il riso nel pubblico degli spettatori. In Grillo la Commedia dell'arte, archetipo insuperabile del nostro carattere nazionale, celebra il suo immancabile ritorno. Il trickster raccontato dai miti è abile, vorace, eccessivo, imprevedibile; mette in moto cambiamenti inattesi: ingarbuglia le cose, le complica, poi le scioglie in un attimo, con un gesto, aiutato dalla sua natura animale. La cosa più interessante di questa figura mitologica, presente nei miti dei Pueblo come nella nostra letteratura (Pinocchio è senza dubbio un trickster), è quella di distruggere l'ordine precedente e di crearne uno nuovo e inatteso. Sul palco Beppe Grillo urla, strepita, minaccia; i suoi comizi - monologhi assoluti - hanno il ritmo di un rito ossessivo che, mentre spaventa una parte dell'uditorio, contemporaneamente provoca grandi entusiasmi e fa vibrare la corda isterica delle folle.
... Beppe Grillo non è più solo, come ha detto una volta Aldo Grasso, il “monello della televisione generalista”; ormai è la reincarnazione di Pinocchio nella sua versione di psicopompo e sciamano. Come il burattino, che vuole trasformarsi in bambino, anche il Grillo-tickster possiede una natura dissociata: vuole essere un capopopolo, ma al tempo stesso nega questa sua nuova identità politica. Non vuole perdere le sue prerogative di “briccone divino”, la forza magica che risiede in lui e che si comunica attraverso il monologo del fool. Un Beppe Grillo deputato è un paradosso, come un Beppe Grillo presidente del Consiglio, o della Repubblica, è una totale contraddizione. Il trickster può solo disordinare il mondo, non cambiarlo razionalmente. La forza che lo alimenta e lo spinge è anche il suo limite intrinseco.

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Sul trickster, P. Radin,  C. G. Jung, , K. Kerényi  (1954), Il briccone divino, Bompiani, Milano, 1965; per la distinzione tra setta e chiesa, E. Troeltsch, Die Soziallehren der Christlichen Kirchen und Gruppen (1912), tr. it.  Dottrine sociali delle Chiese e dei gruppi cristiani, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1949