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giovedì 18 dicembre 2025

Come parlare a chi non sa le cose

The Guardian
18 dicembre 2025

Come posso parlare con nipoti adulti che hanno convinzioni politiche diverse e liquidano le mie come idee confuse, visto che sono vecchio?

Sono conservatori e credono di essersi "fatti da soli". Non è così. Avevano genitori, una famiglia e mi aiutavano con l'università. Sono uomini adorabili e gentili con me, ma non riesco a conversare con loro sui temi del giorno.

Hanno avuto delle battute d'arresto, ma niente che faccia capire loro quanto possa essere difficile la vita. Vorrei dire loro che non possono sempre controllare la vita, e anche che non sono d'accordo con loro. Cosa posso dire?

Eleanor dice: Hai detto che vuoi dire loro che non sei d'accordo, quindi mi unisco a te nel considerarlo come punto di partenza, anche se molte persone con cui parli di questo argomento potrebbero consapevolmente dire "non provarci" o "tieni la politica lontana dal tavolo da pranzo". La tua era una domanda strategica; visto che vuoi dire loro che non sei d'accordo, cosa puoi dire?

Leggendo la tua lettera continuavo a pensare all'aforisma che a volte usano gli insegnanti: "Posso spiegartelo, ma non riesco a capirlo per te".

Gran parte di ciò che influenza la nostra politica è la nostra capacità di comprendere come sono certe cose . Non se sappiamo che accadono, ma se capiamo cosa significa viverle ; essere veramente malati, poveri, spaventati, confrontati con un cambiamento che non possiamo controllare, in guerra, senza soldi, lavorando manualmente, in un lungo sciopero, ambiziosi, sicuri, sazi, sazi. Passiamo molto tempo a sezionare la politica in termini di convinzioni – il cosa – ma credo che una parte trascurata delle nostre differenze politiche risieda nel sapere come ci si sente in queste cose.

Sembra che questo sia parte di ciò che pensi che non capiscano: cosa significhi essere  davvero giù, fuori, o entrambe le cose. E il problema con questo tipo di conoscenza è che non puoi ottenerla da qualcuno che te la racconta. Avere qualcuno che ti descrive queste cose non è la stessa cosa che viverle in prima persona. "Posso spiegartelo, ma non posso capirlo per te."

Questo non è necessariamente un ostacolo al rispetto reciproco, finché sppiamo cosa non sappiamo. Ma forse è proprio questo il problema: non sanno quanta conoscenza gli manca.

Un'altra cosa a cui a volte gli insegnanti fanno riferimento è che bisogna sperimentare la propria incompetenza per essere motivati ​​a correggerla. Bisogna essere incapaci di risolvere il problema di matematica; incapaci di costruire il cartone che conserverà l'uovo al sicuro. Bisogna confrontarsi con il fatto di non poter fornire una risposta. C'è qualcosa che si potrebbe fare per mostrare loro la profondità di ciò che non sanno; qualsiasi domanda a cui non sarebbero in grado di fornire alcuna risposta, nemmeno una sbagliata? Potreste mostrare loro di più su "com'è" – le conoscenze che avete e che loro non hanno? Raccontate loro cose che avete visto, cose che persone che conoscete hanno visto? Ci pensavo durante le recenti commemorazioni dell'HIV/AIDS: quanti di noi sanno cosa significa andare a 40 funerali in un anno, o come convincere un ospedale a farti entrare quando non accettano partner dello stesso sesso? Quale potrebbe essere l'equivalente di "com'è" per le vulnerabilità che volete che capiscano?

Come minimo, queste spiegazioni sul perché vedi le cose in un certo modo potrebbero aiutarli a considerare la tua esperienza come una credenziale, piuttosto che come una visione confusa.

Non volete interagire tra di voi come se ci fossero stereotipi generazionali: "Ragazzi, non avete visto niente", "Voi vecchi, vivete nella memoria". E non potete condividere con loro la vostra esperienza, né quella di chiunque altro. Ma potete aiutarli a smettere di considerare la propria vita come una teoria politica completa.

martedì 9 dicembre 2025

Mestre e Savigliano

 


Ospedali, i migliori sono piccole strutture: Mestre e Savigliano (Cuneo). Dove andare per ogni cura

Michele Bocci
la Repubblica, 9 dicembre 2025

Ci sono due ospedali medio-piccoli al vertice della graduatoria delle migliori strutture d’Italia. A dirlo è il Pne, il Piano nazionale esiti di Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale delle Regioni. L’ospedale di Mestre e quello di Savigliano sono le realtà con il maggior numero di indicatori positivi dei 218 presi in in considerazione dall’agenzia. Significa nei vari parametri, tra gli altri la mortalità dopo infarto e ictus, la quantità di interventi chirurgici oncologici svolti, la rapidità di certi interventi ortopedici, raggiungono il maggior numero di risultati positivi. Seguono strutture più grandi, alcune delle quali erano già ai vertici l’anno scorso come Federico II di Napoli, Humanitas di Milano, Ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, Policlinico di Ancona ma anche realtà più piccole come Fidenza, Cittadella, Pontedera. Ai vertici, considerando le regioni, c’è la Lombardia (con 5 strutture di livello alto/molto alto valutate su 6 o 7 aree), Veneto (3 strutture valutate su 6, 7 o 8 aree) ed Emilia Romagna (2 strutture valutate su 6 e 7 aree).

Le strutture valutate

Agenas, in generale, segnala un miglioramento della qualità dell’assistenza ospedaliera. Ci sono però variabilità, che non riguardano solo il divario tra Nord e Sud ma anche la differenza tra le eccellenze dei grandi centri urbani e la scarsità di strutture dei centri minori. Cè un “un miglioramento incredibile degli esiti per i tumori al seno£ ma non per altri come quello del retto. L’analisi riguarda 1.117 strutture di ricovero per acuti e basata appunto su 218 indicatori, di cui 189 relativi all’assistenza ospedaliera, per misurare l’evoluzione del sistema ospedaliero dal 2015 al 2024. “Ciò che emerge – dice Americo Cicchetti, commissario straordinario di Agenas – è che, quando gli standard nazionali sono robusti, il sistema progredisce e migliora. Lo abbiamo visto, ad esempio, nella concentrazione della casistica per i tumori della mammella”.

La mortalità 30 giorni dopo l’infarto miocardico acuto

Come visto, l’agenzia prende in considerazione moltissimi inicatori. Prendendoli uno ad uno si capisce chi lavora meglio in un certo settore. Ad esempio, si valuta la mortalità a 30 giorni per infarto miocardico acuto. Le dieci strutture che la hanno più bassa, correggendo il dato percentuale secco con le complessità dei casi, sono: Ospedale civile di Guastalla (0,73%), Presidio Mater Domini di Catanzaro (0,90%), Ospedale di Mondovì (1,21%), San Luca di Lucca (1,31%), ospedale Franchini di Montecchio Emilia (1,34%), S. Pio da Pietralcina di Vasto (1,64%), Santa Maria degli Ungheresi di Polistena (1,65%), Opedale di Arpiano Irpino (1,75%), Città Studi di Milano (1,95), Fondazione Monasterio Pisa (1,96%).

I dati peggiori invece li hanno: Ospedale Piedimonte Matese (Caserta) (20,10%), San Giovanni di Dio Crotone (19,56%), Moriggia Pelaschini di Gravedona (18,83%), Tirrenia hospital Belvedere Marittimo (Cosenza) (15,81%), Moscati di Aversa (15,69%), Mater Dei Bari (15,54%), Jazzolino di Vibo Valentia (14,93%), ospedale di Maria Avola (14,78%), Ospedale di Rovigo (14,67%), ospedale dei Pellegrini Napoli (14,43%).

La mortalità dopo l’intervento di bypass

Indicatore fondamentale per valutare come lavorano le cardiochirurgie è la mortalità a 30 giorni per bypass aortocoronarico. Tra le prime 10, che fanno almeno 100 interventi l’anno, sette strutture hanno mortalità zero: Molinette TorinoNovara, Villa Torri Bologna, Azienda ospedaliera Siena, ospedale Pasquinucci Massa, Casa di cura Anthea Bari, San Carlo Potenza. Seguono l’azienda ospedaliera di Pisa (0,19% di mortalità), l’Umberto I di Ancona (0,22%), gli Spedali Civili di Brescia (0,23%).

I peggiori sono invece, sempre valutando dati corretti in base alla casistica e sempre valutando strutture con oltre 100 interventi, sono: Casa del Sollievo San Giovanni Rotondo (7,46%), Iscas Morgagni Pedara (Catania) (6,39%), Papardo Messina (4,56%), Monaldi Napoli (4,35%), Sant’Anna e San Sebastiano Caserta (4,31%), Moscati Avellino (4,25%), Giaccone Palermo (4,05%), Federico II Napoli (3,36%), Casa di cura Policlinico Monza (3,02%), Papa Giovanni XXIII Bergamo (2,96%).

La mortalità a 30 giorni per l’ictus

Passando all’ictus, Agenas valuta la mortalità a 30 giorni. Si tratta di un indicatore che ha a che fare anche con la rete di emergenza, cioè sulla capacità di intervento rapido di tutto il sistema. Sono tante le strutture che fanno pochissimi casi, anche meno di 10, segno che l’organizzazione non è buona, visto che è sempre meglio concentrare le attività specialistiche. Considerando chi segue almeno 100 ictus l’anno, e correggendo sempre il dato in base alla complessità della casistica, ecco i migliori: Ospedale di Cittadella (2,21%), Casa di Cura Nuova Itor Roma (2,33%), Ospedale di Santorso (Vicenza) (2,36%), Ospedale di Schiavonia (Padova) (2,47%), Nuova casa di cura D’Anna Pia Palermo (2,61%), San Raffaele Milano (2,82%), Campus biomedico di Roma (2,84%), Ospedale Parini Aosta (3,04%), Ospedale di Treviglio (Bergamo) (3,17%), Casa di cura Santa Barbara Gela (3,20%).

I peggiori, sempre sopra i 100 casi: Santa Maria delle Grazie Pozzuoli (20,35%), San Leonardo Castellammare di Stabia (19,89%), Umberto I Siracusa (19,38%), Ospedali Riuniti Reggio Calabria (18,54%), Presidio Pugliese Catanzaro (16,90%), Ospedale Sora (Frosinone) (16,48%), Santa Maria della Scaletta Imola (16,32%), Ospedale Andria (16,32%), Spirito Santo Pescara (14,36%), ospedale Maggiore della carità Novara (14,33%).

Rapidità ad intervenire sulla frattura del femore

Altro indicatore storico, legato alla capacità di organizzarsi degli ospedali è quello che valuta quanti sono gli interventi chirurgici per la frattura del collo del femore fatti entro 48 ore dall’accesso nella struttura di ricovero. Operare rapidamente, del resto, è fondamentale per permettere al paziente, spessissimo anziano, di riprendersi. Ecco i migliori, sempre tra coloro che fanno almeno 100 interventi l’anno: Ospedale Pertini di Roma (99,28%), Humanitas Gavazzeni Bergamo (98,69%), Ospedale di Monopoli (98,39%), Ospedale di Venezia (97,51%), Ospedale di Copertino (Lecce) (97,15%), San Giovanni di Dio Agrigento (97,13%), Ospedale Perrino di Brindisi (96,83%), Ospedale Galeazzi Milano (95,57%), Umberto I Siracusa (95,48%). Casa di cura Latteri Valsava Palermo (94,98%).

I peggiori sono distantissimi dai migliori: Policlinico Monserrato Cagliari (4,63%), ospedale Torre del Greco (4,99%), Spirito Santo Pescara (7,99%), Villa Sofia Palermo (10,40%), Ospedale Civile di Ozieri (Sassari) (11,32%), Santa Scolastica Cassino (Frosinone) (11,76%), Ospedale San Benedetto di Alatri (Frosinone) (13,46%), Santissima Annunziata Taranto (15,16%), Ospedale Latisana (Udine) (15,8/%), Ospedale Policoro (Matera) (16,08%).

Tumore alla mammella, il record dell’Ieo

Quando si parla di cura dei tumori la chiave è la concentrazione delle attività. Chi lavora di più lavora meglio e in Italia ci sono ancora troppe strutture che hanno la casistica troppo bassa per certe neoplasie. Se si osserva la situazione per quella più diffusa, cioè il tumore alla mammella, Agenas fa notare che la casistica trattata nelle strutture ad alto volume è passata dal 72% nel 2015 al 90% nel 2024. Un segnale positivo. In Italia sono 168 le strutture che fanno più di 150 interventi, altre 205 ne fanno meno, con ben 70 che ne fanno tra 2 e 10.

Ecco chi ha fatto più interventi nel 2024: Istituto europeo di oncologia Milano (2.662), Policlinico Gemelli Roma (1.441), ospedale Careggi Firenze (960), Ospedale Bellaria Bologna (839), Humanitas Misterbianco (Catania) (838), Humanitas Rozzano (Milano) (811), Fondazione del Piemonte per l’oncologia Candiolo (Torino) (794), Iov Padova (762), Istituto nazionale tumori Milano (743), Sant’Anna Torino (727).

I centri che operano più tumori della prostata

Il tumore più diffuso tra gli uomini è quello alla prostata. Anche in questo caso in dieci anni si è visto un aumento degli interventi fatti in strutture che hanno alti volumi di attività, cosa positiva. Quelle che nel 2024 hanno svolto più di 100 interventi sono 76, quelle che ne fanno tra 50 e 99 sono invece 71, ma 289 sono ancora sotto la soglia di 50.

Ecco quali centri lavorano di più: Careggi Firenze (824), Istituto europeo di oncologia Milano (557), policlinico Sant’Orsola Bologna (459), San Raffaele Milano (437), casa di cura Pederzoli Peschiera del Garda (Verona) (405), San Luigi Orbassano (Piemonte) (385), azienda ospedaliera Pisa (382), Istituto Regina Elena Roma (373), Niguarda Milano (318), Iov Castelfranco Veneto (Treviso) (312).

domenica 2 novembre 2025

Per un ritorno della prospettiva ideale

 


Il tramonto delle fedi e il ceto politico
Non solo competenze

Si deve a Vilfredo Pareto il concetto di “circolazione delle élites” (circulation des élites), cioè di minoranze capaci di dirigere la vita pubblica di ciascun Paese. Minoranza “eletta”, scelta con criterî, che mutano di tempo in tempo, e si formano in luoghi e sedi diversi. «Inoltre va rilevato – notava il Pareto nel Compendio di sociologia generale – come si mescolino i vari gruppi della popolazione. Chi da un gruppo passa ad un altro vi reca in genere certe inclinazioni, certi sentimenti, certe attitudini acquistati nel gruppo da cui viene, e si deve tenere conto di questa circostanza».

Si descrive così un movimento, un andare e venire sociale secondo una regola di circolarità, che è propria anche di regimi democratici. Nasce di qui l’importanza formativa delle scuole, dove il plurale “scuole” designa tutti i luoghi dell’insegnare e dell’apprendere. Accanto alle scuole pubbliche, che il giovane cittadino ha l’obbligo di frequentare, e dove si impartisce l’alfabeto del sapere, si danno scuole denominabili come “confessionali”.

L’aggettivo non riguarda soltanto istituzioni religiose ed ecclesiastiche, ma anche scuole di partito e di formazione politica. La memoria restituisce tempi lontani, in cui le ideologie suscitavano scuole di fedi religiose, istituti culturali, gallerie di ritratti e di ideologie. Ciò che lo stesso Pareto definisce come «derivazioni», bisogni che l’uomo avverte di ragionare e di spiegare con prove ora fondate sull’esperienza ora su impulsi di istinti e sentimenti.

Ogni tipo e ordine di scuola esige o determina il sostegno di una fede. La fede civile, che accompagna la scuola dell’obbligo; la fede religiosa, indissociabile dallo sfondo teologico; la fede politica, a cui sono legati i militanti di partito. Un gruppo dirigente senza fede non è propriamente un’élite, ma un nucleo di interessi, di poteri burocratici, di scelte governative. La mancanza o la lacuna di fede disperde i centri di potere politico, ed anzi ne dimostra l’intrinseca debolezza e l’effimera durata.

La fede va custodita, e applicata in singoli episodî e circostanze, da un ceto “sacerdotale”, dotato di specifiche competenze. L’insieme delle competenze, connesse con attitudini e sentimenti, di cui fa cenno il Pareto, costituiscono un’élite politica, che sorregge e illumina l’esercizio del potere politico. La operosa sintesi di fede e competenza dà forma ai regimi politici, impedendo che essi cadano in errori o in scelte di puro arbitrio.

La teoria della classe politica, recante in Italia il nome di Gaetano Mosca, si presenta anch’essa nell’immagine circolare di gruppi o ceti sociali, l’uno desideroso di sostituire l’altro, e perciò capace di una nuova e diversa formazione. A questo scopo giovano le scuole, pubbliche o private, laiche o confessionali, ed ogni altra istituzione dove la fede possa stringere gruppi di individui e addestrarli all’esercizio del potere. Così la solitudine del leader s’immerge nelle forme del potere, e si costruisce nella sua propria identità storica.

Le scuole formative dei cives educano alla storia di una nazione, alle turbinose vicende dello Stato, alla tecnica dei rapporti internazionali. Politica interna e politica esterna si congiungono nell’indirizzo generale, che un’élite imprime ad una società organizzata in Stato. C’è una totalità politica, e ideologica, interpretata e applicata dalla minoranza direttiva. Non basta il potere di un individuo, né la figura carismatica di un leader, il quale ha sempre bisogno di avere dattorno apparati di competenza: ideologica, militare, culturale.

La violazione delle competenze getta il governo nella confusione più arbitraria; e ne disperde l’energia costruttiva in varietà di scelte. Un malgoverno evitabile con l’assidua fedeltà a una “formula politica”, che è intrisa di storia, ma insieme guarda al futuro. Si accettò e si plaudì al “tramonto delle ideologie”, usando le parole nel significato marxistico di falsa coscienza e di visione dei rapporti di produzione; ma fu assenza di fede e di concezione filosofica. Quel tramonto lasciava pallide luci, spunti frammentarî, incertezze di linguaggio, e talvolta rifiuti di pensiero e di professione politica. Un ritorno alle ideologie, come rinascita di concezioni di vita e di programmi politici, significa ristabilire fedi collettive, contrasti di forze sociali, e ravvivare quella feconda circolarità, da cui Pareto traeva il senso del movimento storico.


https://machiave.blogspot.com/2025/10/il-coraggio-dellutopia-karl-mannheim.html


lunedì 21 aprile 2025

Canfora, oracolo improbabile

 


Roberto Damico, La trappola dell’autorità intellettuale: il caso Canfora e il paradosso degli esperti fuori campo, Facebook

Mi è capitato di assistere a un video di Luciano Canfora, il celebre storico dell’antichità, e dopo aver ascoltato le sue analisi sulla guerra in Ucraina, ho provato un misto di stupore e amarezza. Non tanto per la qualità della retorica, sempre raffinata, quanto per l'inconsistenza del ragionamento, che oscilla tra l’anacronismo e la distorsione ideologica.
Secondo Canfora, il conflitto ucraino sarebbe scoppiato perché gli Stati Uniti avrebbero voluto separare la Germania dalla Russia — come se questo fosse il movente principale della guerra. Una tesi che riecheggia certi pamphlet cospirazionisti travestiti da realismo geopolitico. Ma non è tutto. Secondo lo storico, l’Unione Europea sarebbe ormai un fantasma, soppiantata da un asse anglo-francese — affermazione quanto meno curiosa, visto che la Gran Bretagna è fuori dall’UE dal 2020.
E, ciliegina sulla torta, Putin e Trump vengono dipinti come poveri diavoli vittime della presunta arroganza tedesca ed europea. La Russia, sconfitta nella Guerra Fredda, starebbe solo tentando un irredentismo pacifico, paragonabile a quello italiano degli anni ’20. Peccato che quell’irredentismo condusse al fascismo e al disastro della Seconda Guerra Mondiale. Ma tant’è: i parallelismi storici azzardati sembrano essere diventati lo sport preferito di certi intellettuali.
Ora, nessuno mette in dubbio la grande competenza di Canfora nel mondo antico. Ma proprio per questo stupisce l’improvvisa leggerezza con cui si lancia in giudizi sulla geopolitica attuale, senza tener conto di fonti, contesto e complessità. Nessuno può essere esperto di tutto, e va bene così. Il problema, però, è un altro: perché in Italia continuiamo a subire il culto dell’autorità intellettuale, illudendoci che chi è competente in un ambito lo sia automaticamente in ogni altro?
Già Leopardi, nello Zibaldone, ironizzava sul fatto che i suoi concittadini lo chiamassero dottore e gli chiedessero consigli su medicina, botanica e chi più ne ha più ne metta. Lui, con onestà e senso del limite, preferiva tacere. Oggi, invece, i nostri intellettuali superstar — da Barbero a Canfora — non riescono a resistere alla tentazione di pontificare su qualsiasi tema, dalla virologia alla strategia militare. Il risultato? Analisi approssimative, ideologizzazioni forzate e, nei casi peggiori, vere e proprie fake news accademiche.
Perché accade questo? Le ragioni sono almeno tre:
1. L’effetto alone: se una persona è brillante in un settore, tendiamo ad attribuirle competenze universali. È la versione colta dell’influencer che pubblicizza dentifrici e vaccini con la stessa autorevolezza.
2. La bulimia mediatica: oggi gli intellettuali, per restare visibili, devono essere onnipresenti. Talk show, editoriali, social. E, purtroppo, spesso parlano anche quando non avrebbero nulla da dire.
3. L’ideologia che sostituisce il metodo: quando mancano gli strumenti analitici, entrano in scena i pregiudizi. E così Canfora, anziché applicare il rigore dello storico, si trasforma in un apologeta del putinismo soft, in cui la Russia è sempre vittima e l’Occidente sempre colpevole.
C’è poi un paradosso più sottile ma forse più inquietante: molti studiosi, che hanno passato la vita a decostruire i miti del passato, finiscono col cadere essi stessi in una nostalgia reazionaria — che sia per Stalin, per l’URSS o per un'idea mitizzata di antiamericanismo d’antan. E così, invece di illuminare il presente con gli strumenti del sapere, ne offuscano la lettura con le ombre del passato.
La soluzione?
Smettere di considerare gli intellettuali come oracoli e iniziare a valutarli per ciò che davvero sanno fare. In una parola: distinguere competenza da prestigio. Perché, come ricordava Popper, il vero sapere non è avere risposte definitive, ma [rilanciare le domande, trovare nuovi terreni di sfida].

https://machiave.blogspot.com/2025/04/il-punto-di-vista.html

martedì 22 marzo 2022

Il dibattito slegato dalla competenza

 


Nathalie Tocci, I media, la guerra e la democrazia, La Stampa, 21 marzo 2022

Parto con una premessa: nonostante da anni partecipi spesso a dibattiti sui media internazionali, è la prima volta che vengo invitata a talk show italiani. Il nostro è un Paese che ha poco interesse per la politica internazionale. È così nell'opinione pubblica, nei partiti e nelle istituzioni, e poco è pure lo spazio che viene dedicato tradizionalmente a questi temi sui media nazionali. Quante volte mi è capitato di spiegare a fatica il mio lavoro ad amici e conoscenti, quante volte mi sono disperata venendo definita una esperta di "geopolitica". Il disinteresse italiano per la politica internazionale è, purtroppo, una costante della nostra storia. A risvegliarci è stata l'invasione russa dell'Ucraina, con le sue conseguenze umanitarie, economiche ed energetiche che toccano corde profonde, per non parlare del terrore diffuso di una terza guerra mondiale.
Arrivo al punto: è con enorme tristezza, sconcerto e preoccupazione che osservo il livello del dibattito pubblico italiano su un tema così esistenziale come il ritorno della guerra sul continente europeo. Il confronto è senz'altro vivo. Giornali, telegiornali e talk show si interrogano quotidianamente sulla guerra, ospitando opinioni divergenti. Ed è giusto, anzi sacrosanto, che in una liberal-democrazia il dibattito sia vivo e si dia spazio a idee diverse. La realtà non è mai monolitica, è sempre un mosaico composto da mille pezzi variegati. Così come è fondamentale che ogni cittadino abbia e possa esprimere liberamente la propria opinione su qualunque tema. La libertà di espressione è il cuore della democrazia: un diritto che noi siamo fortunati di avere, che gli ucraini oggi difendono con il sangue, e che i russi – al pari di altri popoli governati da sistemi autoritari – non hanno. Rivendico con orgoglio il diritto di esprimermi liberamente su qualunque tema, dai vaccini alla filosofia, fino alla fisica quantistica. E ringrazio quando i media nazionali mi aiutano a formare o cambiare idea su questi temi, ospitando esperti che argomentano le proprie posizioni sulla base di studi e esperienze che io non ho, proprio perché non sono virologa, filosofa o fisica.
Il dibattito pubblico in Italia, perlomeno su questa guerra atroce, non sembra tuttavia essere basato su questa logica. Tiene certamente alto il nome della diversità di opinione, ma non di una diversità che emana da competenze diverse tutte attinenti al tema in discussione. Ciò che posso dire io come esperta di politica europea e internazionale è necessariamente diverso da ciò che dice un sindaco in Ucraina, un accademico a Mosca, un ministro degli Esteri europeo, un generale statunitense o un funzionario a Bruxelles esperto di sanzioni o di energia. Queste opinioni diverse emanano da competenze diverse ma tutte rilevanti per capire il complesso mosaico che è la guerra in Ucraina.
Nei media italiani – soprattutto televisivi –, l'impressione è che non si cerchino competenze diverse per aiutare i cittadini-spettatori a comporre il proprio mosaico di conoscenza, ma opinioni divergenti e basta. A prescindere dalle (in)competenze dalle quali emanano. Perché se è vero che per comprendere la guerra in Ucraina servono esperti d'area (Russia e Europa orientale) e di relazioni internazionali, così come di difesa, energia e economia – che trattano queste materie lavorando nelle istituzioni, nell'accademia, nei media, nella società civile e nel settore privato –, è altrettanto vero che ci sono competenze che sono poco attinenti alla questione. In che modo le valutazioni di un teorico della fisica, di un filologo o di un sociologo del terrorismo aiutano a formare una posizione informata sulla guerra in Ucraina? Sono opinioni che vengono ospitate per volontà di assicurare una completezza dell'informazione o perché funzionali agli ascolti e alla spettacolarizzazione?
Questa è una guerra combattuta tanto nelle città devastate di Mariupol e Kharkiv quanto nello spazio mediatico dell'informazione e della disinformazione. È una guerra fatta di sangue e di narrazione, che va ben oltre i confini dell'Ucraina e riguarda l'esistenza della democrazia, incluso nel nostro Paese.
Non è un caso che la Russia da anni investa nella disinformazione, e che questa abbia fatto breccia in Italia. Sul terreno di un disinteresse tradizionale per tutto ciò che avviene o proviene al di là dei nostri confini è stato più semplice lavorare. La disinformazione fa perno e si insidia dove c'è poca conoscenza, competenza e informazione, dilaga laddove è più facile distorcere e manipolare.
Il paradosso è quando nel nome della libertà di opinione, e quindi della democrazia, si dà spazio alla opinione slegata dalla competenza, aprendo – consciamente o inconsciamente – alla disinformazionee alla propaganda. E infiliggendo un colpo mortale alla democrazia stessa.