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martedì 11 novembre 2025

Il Nobel a Eugenio Montale

Paolo Verri
Montale, 50 anni fa il Premio Nobel per la Letteratura

La Stampa, 10 novembre 2025

«Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo robot, quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. L’incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione, cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda. Che l’orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste è, più che probabile, certo. Ma mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo». Questo brano è il cuore dell’intervento che Eugenio Montale preparò e lesse in occasione del Nobel, attribuitogli dall’Accademia di Svezia nel dicembre del 1975.

Lo attendeva, ma pensava che alla fine non sarebbe arrivato – tra i candidati di quell’anno c’erano anche Jorge Luis Borges e Simone De Beauvoir, che non lo ricevettero mai, e Saul Bellow, che lo ricevette un anno dopo. Sono passati cinquant’anni esatti, gli stessi che separavano il Nobel dalla pubblicazione della prima plaquette di poesia pubblicata dal poeta genovese: il merito della scoperta va a Piero Gobetti, pochi mesi prima di fuggire verso la Francia dove morirà ancora prostrato dalle percosse dei fascisti e da una salute resa cagionevole da ritmi di lavoro impossibili. Giusi Baldissone, poetessa e studiosa di Montale da poco scomparsa ci ricorda in un suo componimento del 2011 la dedica del poeta giovane all’editore giovanissimo: «Quando andiamo / tutti all’estero?/ scrive il ventotto aprile / del mille novecento venticinque». Montale stesso racconta di averlo salutato alla stazione di Genova ma la testimonianza è controversa, forse una aspirazione più che una realtà. Quel che è certo è che gli Ossi di seppia usciti a Torino nel 1925 segnarono molte generazioni e colgono nel segno ancora oggi, più che mai.

Peraltro, si potrebbe pensare che Montale il Nobel l’abbia “conquistato” con una sola poesia, la più antica di quelle pubblicate, scritta quando aveva vent’anni: Meriggiare pallido e assorto, che è del 1916, e che il suo traduttore in svedese, l’italianista Andres Osterling, presidente dell’Accademia, l’abbia potuto scegliere proprio per quella straordinaria lirica giovanile – scrisse infatti della poesia montaliana: «Il suo stile lirico ha attinto dal severo profilo del paesaggio della costa ligure, con un mare procelloso che si abbatte contro i bastioni di rocce scoscese». Fu riflettendo proprio su questa prima poesia, sulle diverse edizioni degli Ossi pubblicate da Mondadori e sul racconto del Nobel fatto da Domenico Porzio, di cui ospitiamo l’archivio, che come Fondazione Mondadori ormai due anni fa pensammo di rendere omaggio a questo doppio anniversario, candidando ad un bando del ministero della Cultura – in collaborazione con Palazzo Ducale e con la casa editrice Electa – un lavoro di costruzione di nuovo immaginario. Nacque così la prima mostra Meriggiare pallido e assorto. 100 immagini per i 100 di Ossi di seppia, in cui nella sua Genova tre bravissimi giovani fotografi italiani contemporanei, Iole Carollo, Anna Positano, Delfino Sisto Legnani, rileggevano Montale fotografando la Liguria e l’Italia contemporanea.

Torniamo oggi sul tema, in occasione di BookCity 2025, indagando con più attenzione il rapporto tra Montale e Milano. Se Genova è la città natale in cui si annidano i ricordi da cui nasce la poesia montaliana, se Firenze è il luogo in cui – tra le due guerre – con la direzione del Gabinetto Vieusseux, Montale si afferma oltre che come poeta come intellettuale di riferimento di una generazione che non si sottomette al fascismo, ma con consapevolezza ne attende la fine e guarda all’Europa come orizzonte, Milano è certamente il porto naturale per Montale scrittore. Le sue cronache dalla Scala, le sue traduzioni richieste dagli editori del principale centro nazionale di diffusione culturale – memorabile quella dell’Amleto pubblicata in una cofanetto rilegato da Longanesi nel 1971 - potenti i legami con personalità quali Alberto Mondadori che lo convince a pubblicare nel 1966 Auto da fè come primo titolo della sezione Saggi di arte e letteratura della collana Cultura del Saggiatore, Milano è lo snodo necessario in cui stare al centro di un mondo che è potentemente cambiato e dentro il quale il poeta più che lasciare tracce serba profondi legami. Così, dopo la mostra di Genova curata da Ilaria Bonaccossa, è nata Montale. Milano Stoccolma Genova, allestita con straordinaria cura e passione da Rossella Marino in collaborazione con la Biblioteca Sormani, a cui il poeta donò tutta la sua collezione di libri che teneva con sé in via Bigli, dove abitava. Come scrive la stessa Marino, è il racconto della «Milano letteraria, quella della Scala, delle gallerie e e delle redazioni dove Montale trascorse gli anni della maturità.

Quando arriva a Milano nel 1948, a cinquant’anni, Montale ci va per un motivo: perché gli danno un lavoro. Al Corriere della sera. Non è la Roma dei salotti letterari, non è la Firenze raffinata: è la città in cui si ha la possibilità di vivere liberi da briglie mondane, di perdersi tra quei passanti che non passeggiano, marciano, e lasciano liberi i poeti, forse anche li scansano per lasciarli liberi». Così, all’ingresso della mostra, si trova una mappa della Milano di Montale, curata da LetMi, un progetto del Comune di Milano che coniuga lettura e turismo: vi consigliamo di scaricare l’app e di percorrere i 44 minuti di storia della città e della poesia che ne emergono. Spicca un luogo tra gli altri, la cosiddetta “quercia di Montale”, caduta purtroppo il 24 ottobre 2019; aveva circa 200 anni, era alta dieci metri e non è stata trasportata via, ma accompagnata solennemente verso la fine, grazie all’interesse della scrittrice Paola Pastacaldi. La rappresenta proprio così il poeta, nella raccolta La bufera: «Quercia pronta a spiegarsi su di noi / quando la pioggia spollina i carnosi / petali del trifoglio e il fuoco cresce». Prendete un libro, un libro di poesie che vi piace, meglio se di Montale stesso, andate ai Giardini Montanelli in via Palestro a Milano, leggete, scrivete, ispiratevi e – se vi piace - mandateci un vostro testo, una foto, un audio. Il nostro indirizzo è info@fondazionemondadori.it. Sarà il segno di un cammino che continua, nelle città di Montale


mercoledì 30 luglio 2025

Pavel Florenskij

 


Bianca Gaviglio

I serpentelli di Pavel Florenskij Lindau, 158 pp., 14,50 euro

Di tutti i contemporanei che ho avuto la ventura di conoscere nel corso della mia lunga vita, egli è il più grande, di una grandezza che non possiamo valutare per mancanza di capacità equivalenti. E tanto più grande è il delitto di chi ha levato la mano su di lui, di chi lo ha condannato a una pena peggiore della morte, a un lungo e tormentoso esilio, a una lenta agonia. Padre Pavel per me non era solo un fenomeno di genialità, ma anche un’opera d’arte”. Scritte da Sergej Michail Afanas’evic Bulgakov (1891-1940), l’autore de Il maestro e Margherita, ritenuto uno fra i più grandi romanzieri del Novecento, queste parole così elevate riguardano Pavel Aleksandrovic Florenskij, nato in Azerbaigian nel 1882 e fucilato dai comunisti non lontano da Leningrado l’8 dicembre del 1937. Matematico, filosofo, teologo, studioso di estetica, ingegnere elettrotecnico, oltre che sacerdote ortodosso, sposo e padre amorevole di cinque figli, Florenskij viene considerato un genio assoluto, tale che non si è temuto di paragonarlo a uomini del calibro di Leonardo da Vinci e Blaise Pascal. Dopo lunghi anni di oblio, la sua figura e la sua opera sono divenute oggetto di studio e di ammirazione anche in Italia, come testimonia, fra gli altri, questo interessante volumetto, il cui titolo, sicuramente originale, merita di essere spiegato. Stando sulla riva del mare, il piccolo Pavel vede che, muovendosi continuamente, l’acqua forma dei serpentelli verde-dorati. Incuriosito, il fanciullo chiede che cosa siano, ma la risposta che gli danno gli adulti – sono soltanto una parvenza – non lo soddisfa. I grandi non capiscono che gli occhi del bambino stanno scrutando oltre la dimensione fisica della realtà, senza tuttavia rifugiarsi nell’astrazione. Sarà così per tutta la vita: “Il positivismo mi disgustava – annota Florenskij –, ma non meno mi disgustava la metafisica astratta. Io volevo vedere l’anima, ma volevo vederla incarnata”.

Bianca Gaviglio mostra come tutta l’esistenza di padre Pavel fu spesa per trovare questa unione, cosa che gli costò la persecuzione e la condanna a morte da parte di coloro che volevano affermare una filosofia radicalmente materialista. In realtà, tuttavia, fu una ricerca coronata dal successo: “La sua opera e più ancora la bellezza della sua vita – si legge nel libro – rimangono fissate in quell’eterno in cui nulla va perduto. Nell’eterno che già traluce sotto forma di serpentelli verdi fluttuanti nel mare di Batumi e risveglia lo stupore del piccolo Pavel”.

domenica 18 maggio 2025

L'anima, Dio e il mondo

 

Agostiniano e senza mezze verità (anche sulle armi)

Roberta De Monticelli, il manifesto, 18 maggio 2025

«Sono un figlio di Sant’Agostino, un agostiniano» – così il nuovo papa si è presentato al mondo. E in quel «figlio» c’è una nota di intimità maggiore che nella semplice indicazione di appartenenza a un ordine. Una filiazione è certo qualcosa di più intimo per un religioso, eppure è anche qualcosa di più universale e laico, in questo caso. Si può essere frati agostiniani, come lo fu Lutero, ma si può essere filosofi agostiniani, come lo furono con diversa profondità Cartesio e Pascal, Arnauld e Leibniz, Husserl e Edith Stein.

Perché i libri di Agostino hanno forgiato la lingua della filosofia, in Europa, per mille anni ancora dopo la sua scomparsa. Le sue opere – Dialoghi, Soliloqui, Commentari, scritti esegetici, polemici, mistici – hanno forgiato la lingua universale della ricerca umanistica, il latino, fin nell’intima logica e grammatica delle lingue moderne che ne sono eredi. Ma i suoi tre capolavori – le Confessioni, La trinità, La città di Dio – hanno anche definito le materie della metafisica: l’anima, Dio, e il mondo. Ne hanno disegnato i pilastri, tracciando i domini delle “metafisiche speciali”: la psicologia e la morale, la teologia, la filosofia della storia. Il loro latino ha plasmato il nostro pensiero filosofico molto più che la nostra teologia biblica: ma la parola biblica, in compenso, Agostino l’ha fatta esplodere in una foresta di simboli, facendoci comprendere, nel XIII libro delle sue Confessioni, che la sola lettura proibita è quella priva d’ispirazione.

E che se ne fa, un papa, della filosofia e dell’ispirazione? Molto, credo. In primo luogo ha un antidoto formidabile contro il letteralismo di tutti i fondamentalisti, miscredenti e cinici compresi. Dove lo spirito vivifica, la lettera uccide: e non si dice per metafora, in un momento in cui Netanyahu e i suoi ministri perpetrano un genocidio delirando sulla Bibbia. Da sempre i nomi di dio, scritti sulle bandiere, diventano parole assassine. Ma anche senza arrivare a questo estremo, pensate alle teorie del “creazionismo” che circolano in misura sorprendente fra i connazionali di Leone XIV, se è vero che quasi la metà degli americani crede che le pagine della Genesi siano un trattato di paleoantropologia, e se ci sono scuole sciagurate che insegnano la teoria del Disegno Intelligente invece che la biologia standard e l’evoluzione. E se è vero che fu un gesuita (Teilhard de Chardin) a sdoganare l’evoluzionismo nel mondo cattolico, fu Agostino un millennio e mezzo prima a ridere della stoltezza di chi si chiede cosa facesse Iddio “prima” di creare il mondo – come se potesse esserci un tempo senza mondo, e il tempo non fosse, come lo spazio, una dimensione del mondo. Che è un bell’anticipo sulla relatività leibniziana, e poi einsteiniana…. Ma veniamo a esempi più cruciali! I goti di Alarico mettono a sacco Roma nel 410: poco dopo, Agostino comincia a scrivere La città di Dio.

E mentre il mondo antico rovina in se stesso, lui all’angoscia risponde con un faro di luce e nuova intelligenza della parola “creazione”. Vuol dire che il mondo è generazione continua del nuovo, da che vi appare l’uomo, questo essere inquieto che vi introduce tutto ciò che prima non c’era, nel bene e nel male: le città e le guerre, la legge e il crimine, il lusso e la miseria, la Divina Commedia e l’intelligenza artificiale. Insomma, la storia. Altro che immagine mobile dell’eternità, il tempo, con l’orologio circolare del cielo. Altro che pallide copie dei loro modelli e dei, le nostre vite. Il tempo fa di ogni evento qualcosa di irreversibile, di ogni vita qualcosa di irripetibile, di ognuno un unicum. Fa dell’esistenza una cosa piuttosto seria, come la responsabilità che ne portiamo, del nostro stesso morire e dar morte. Essere o non essere. In ogni punto e momento, decidere chi siamo. Ciò che facciamo di noi stessi, degli altri, del creato. Noi, cause di tutto il male, ma cause deficienti, perché intrise di nulla, abituate a prender l’io per Dio.

Un papa agostiniano andrà al fondo di ogni parola. Non gli dorrà il “consumismo”, ma l’inconsistenza, l’incoerenza, la dispersione delle nostre vite, l’imperdonabile distrazione con cui le gettiamo, sordi al richiamo di una vocazione. Non distoglierà lo sguardo dalla nostra aiuola feroce per rivolgerlo al cielo, perché le due città sono rimescolate, e quella di Dio è «peregrina in terra» – una delle prime frasi di questo papa. E veniamo a quella pace “disarmata e disarmante” che a molti è parsa la sua, la nostra terra promessa. “Credere per capire”, il motto per eccellenza agostiniano, fa della fede una ricerca di intelligenza, e della morale una spietata indagine sui doppifondi dell’anima e sul più diabolico dei suoi poteri, quello di mentire a se stessa e di rimuovere il vero. Si mente anche armando le parole, arruolandole. La verità è disarmante, quando è intera. Un papa agostiniano non dovrebbe mai dire mezze verità. Perché sono le più vili di tutte le menzogne. Una conferma cogente, proprio in questi giorni di vertici e stragi, che viene anche dal suo appello di ieri al corpo diplomatico accreditato alla Santa Sede: «Basta produzione di armi» per «sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista».

venerdì 20 dicembre 2024

Maria nella storia dell'arte

 

Simone Martini



Lorenzo Lotto
 


Raffaello


Fabio CanessaIl viaggio di Vittorio Sgarbi tra le Natività che hanno fatto la storia
Il Foglio, 20 dicembre 2024

La storia dell’arte raccontata attraverso l’icona più popolare e rappresentata, quella della Madonna con il Bambino.
Vittorio Sgarbi ci guida attraverso il tempo seguendo le immagini della Natività dal Duecento a oggi, nella varietà degli stili dei grandi maestri. Natività Madre e Figlio nell’arte (La nave di Teseo, 372 pp., 24 euro) è un libro strenna dal profumo natalizio, riccamente illustrato, per mettere a fuoco il pensiero che guida la mano degli artisti. Si comincia con la Maestà medievale di Duccio di Buoninsegna, che intende solo consacrare la divina maternità nella forma perfetta, senza pathos né emozioni, si prosegue con Giotto, che per primo scioglie la rigidità iconografica bizantina inserendo nella realtà una Madre e un Bambino di fisica concretezza, e si finisce nella stalla ottocentesca dove Giovanni Segantini affianca la mamma con il suo piccolo a una vacca con il vitellino, in una “parificazione al limite del sacrilegio”. Nel mezzo una carrellata di capolavori: dall’annunciazione di Simone Martini, “una danza, un tango impresso nella nostra memoria come un motivo musicale”, a quella di Antonello da Messina, dove l’angelo non si vede perché, concezione modernissima, è nell’interiorità di Maria, dalla Madonna del Parto di Piero della Francesca, narrata con le parole di Alain Delon nel film di Valerio Zurlini “La prima notte di quiete”, al paradosso della Pietà di Michelangelo, dove la madre è più giovane del figlio (a confermare il verso di Dante “Vergine madre figlia del tuo figlio”), dall’ordinata classicità di Giovanni Bellini al surrealismo onirico di Marco Zoppo. Le lezioni si snocciolano veloci e brillanti tra confronti e parallelismi anche musicali e letterari: Simone Martini guarda a Giotto come Klimt a Picasso, se Giotto è Bach, Agnolo Gaddi è Haydn e Lorenzo Monaco è Mozart, Correggio è come Ariosto, la Natività secentesca di Carlo Maratta anticipa i versi novecenteschi di Rilke. Si tracciano i confini tra un’epoca e l’altra, rendendo omaggio sia agli innovatori che hanno rivoluzionato il linguaggio dell’arte sia agli ultimi resistenti rimasti fedeli alla tradizione, nello struggimento che il loro mondo finisse. Un occhio attento va alla natura nella quale sono immersi i personaggi sacri: realistica o ideale, sfondo panoramico o paesaggio dell’anima. Ma si dà importanza anche all’influenza del contesto culturale: Moretto, per la Pala di Orzinuovi, deve adattarsi al linguaggio di Mantegna, già superato a Venezia e Firenze, ma ancora dominante in quel villaggio lombardo, mentre la nobiltà elegante dell’annunciazione di Tintoretto documenta il “gusto dell’aristocrazia veneta del Cinquecento maturo”. E’ grazie a Raffaello se tra la Vergine e il Bambino, che mette una mano nel seno della madre, si “stabilisce un rapporto di tale intimità domestica da far scendere la Madonna dal cielo alla terra, da Madonna con il Bambino a semplice madre con il figlio”. Con sempre maggiore naturalezza, la relazione sacra si umanizza e, mentre nella pittura antica Dio si faceva uomo, quella moderna rende divino l’uomo. Così Michelangelo “sembra che non scolpisca corpi ma anime, non Gesù e Maria ma ognuno di noi di fronte al mistero della morte e dell’essere madri e figli”: e se il Tondo Doni è una “scultura dipinta”, la scultura terminale della Pietà Rondanini intende “rappresentare quello che non è rappresentabile: lo spirito, non la carne”, per dimostrare che l’arte vince la morte. Si passano in rassegna le varie Madonne: quella di Paolo Veneziano è caratterizzata dalla “compostezza e l’indifferenza sentimentale”, perché l’artista trecentesco “non dipinge l’uomo e non dipinge per l’uomo: dipinge per la maggior gloria di Dio”; tutto il contrario della Madonna cinquecentesca dell’originalissima Annunciazione di Lorenzo Lotto, spaventata da un “angelo prepotente ed esuberante che le piomba in casa” con un atteggiamento da supereroe della Marvel, facendo scappare anche il gatto. La Madonna di Antonio da Negroponte “vuole stupire”, seduta sul “trono più sontuoso e assurdo che si possa immaginare”. Quella di Correggio è “espressione del cuore, non della ragione”, al contrario di quella del Perugino. Varie anche le tipologie del Bambino: quello iperattivo di Jacopo da Bassano si diverte a giocare con il velo della Madre, quello di Carlo Crivelli presagisce il doloroso destino della Passione, quello di Rubens risplende di luce caravaggesca. Arrivando ai nostri tempi, il soggetto della Natività diventa difficile da trovare, “tanto è rarefatto e quasi inesistente nella pittura del Novecento, come se gli artisti si vergognassero di affrontarlo”: fanno eccezione le splendide opere di Piero Gaudenzi e Domenico Maria Durante che concludono il volume. Il quale può essere letto non seguendo l’ordine dei capitoli: se volete iniziare dal più bello, vi segnaliamo quello su Moretto da Brescia “La devota invadenza dell’uomo comune”, titolo riferito alla presenza stonata del committente, brutto e vecchio, inginocchiato tra la Madonna col Bambino e i santi.

belfagor: Il ventre di Maria (machiave.blogspot.com)




domenica 6 maggio 2018

L'alba di una nuova epoca

G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione (1807)  


Del resto non è difficile a vedersi come la nostra età sia un’età di gestazione e di trapasso; lo spirito ha rotto i ponti con il mondo ultimo del suo essere e della sua immagine; esso sta per inghiottire il suo essere e la sua immagine nel passato e si condensa nel travaglio della sua concezione. Invero lo spirito non si trova mai in pace, preso com’è in un concepimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro – in un salto qualitativo – spezza la continuità di un progresso solo quantitativo, ed è allora che il bambino è nato; così lo spirito che si coltiva matura lento e silenzioso fino a produrre la sua nuova figura, dissolve pezzo per pezzo l’edificio del suo mondo precedente. Il suo squilibrio è denunciato da alcuni sporadici sintomi.  La noncuranza e la noia che invadono ciò che ancora sussiste, il vago presentimento di un ignoto sono segni premonitori di qualcos'altro che si prepara. Questo lento sgretolamento che finora non alterava la fisionomia del Tutto, viene interrotto dal sorgere del sole che, come in un lampo, fa apparire di colpo l'edificio del nuovo mondo. 
Solo che questo nuovo mondo, come il bambino appena nato, non ha ancora una realtà compiuta, ed è essenziale non trascurare questo punto. Il primo sorgere è anzitutto la sua immediatezza e il suo concetto. E, come un edificio è così poco compiuto quando sono gettate le sue fondamenta, allo stesso modo il concetto del Tutto alla sua prima comparsa è il Tutto medesimo. 

Es ist übrigens nicht schwer, zu sehen, daß unsre Zeit eine Zeit der Geburt und des Übergangs zu einer neuen Periode ist. Der Geist hat mit der bisherigen Welt seines Daseins und Vorstellens gebrochen und steht im Begriffe, es in die Vergangenheit hinab zu versenken, und in der Arbeit seiner Umgestaltung. Zwar ist er nie in Ruhe, sondern in immer fortschreitender Bewegung begriffen. Aber wie beim Kinde nach langer stiller Ernährung der erste Atemzug jene Allmählichkeit des nur vermehrenden Fortgangs abbricht – ein qualitativer Sprung – und itzt das Kind geboren ist, so reift der sich bildende Geist langsam und stille der neuen Gestalt entgegen, löst ein Teilchen des Baues seiner vorgehenden Welt nach dem andern auf, ihr Wanken wird nur durch einzelne Symptome angedeutet; der Leichtsinn wie die Langeweile, die im Bestehenden einreißen, die unbestimmte Ahnung eines Unbekannten sind Vorboten, daß etwas anderes im Anzuge ist. Dies allmähliche Zerbröckeln, das die Physiognomie des Ganzen nicht veränderte, wird durch den Aufgang unterbrochen, der, ein Blitz, in einem Male das Gebilde der neuen Welt hinstellt. 
Allein eine vollkommne Wirklichkeit hat dies Neue sowenig als das eben geborne Kind; und dies ist wesentlich nicht außer acht zu lassen. Das erste Auftreten ist erst seine Unmittelbarkeit oder sein Begriff. Sowenig ein Gebäude fertig ist, wenn sein Grund gelegt worden, sowenig ist der erreichte Begriff des Ganzen das Ganze selbst.

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... Non ci rendiamo conto che viviamo in un’epoca di trasformazione, in cui si stanno accumulando le condizioni di una nuova nascita; sentiamo ogni tanto i gemiti di un parto che sta per venire, non lo abbiamo ancora visto, «ma io sono certo, dice Hegel, che lo spirito, cioè il divenire dell’uomo, sta per generare una nuova era, che poi sboccerà all’improvviso».
Hegel è un filosofo rivoluzionario, per lui la storia presenta discontinuità: procede silenziosamente per anni, anche per secoli, poi, all’improvviso, emerge un’epoca nuova. È chiaro che ha presente l’esempio della Rivoluzione francese, per la quale si era entusiasmato con Schelling e Hölderlin di cui era compagno di studi. Ha in mente l’immagine dello spirito dell’uomo che ha cercato di prendere la direzione della storia con la Rivoluzione francese, e si aspetta lo sboccio di un’età nuova. Dunque: «Esso disgrega frammento dopo frammento l’edificio del suo mondo precedente, e il vacillare di quest’ultimo si lascia presagire soltanto attraverso dei sintomi sporadici; la leggerezza e la noia, che invadono ciò che ancora sussiste» [vien fatto di pensare alla leggerezza e alla noia di tanti intellettuali italiani ed europei i quali scoraggiano dall’uso dell’intelletto e dallo studio della filosofia perché sono oramai scettici e annoiati di tutto, e li vedo rappresentati già in questo passo di Hegel], «il vago presentimento di un ignoto, sono i segni che annunciano che qualcosa di diverso si va preparando. Questo graduale processo di sbriciolamento, che non alterava la fisionomia dell’intero, viene interrotto dall’aurora che, come un lampo, d’un tratto presenta alla vista la struttura del nuovo mondo». (Antonio Gargano)

http://www.iisf.it/scuola/idealismo/Hegel_fen.htm