Davide Assael Vincenzo Vitiello, un pensiero da non disperdere Huffington Post, 27 agosto 2026
Si è spento mercoledì scorso Vincenzo Vitiello, una delle voci filosofiche, non solo italiane, più intense e profonde della seconda metà del ‘900 e di questo primo scorcio di anni 2000. Mi legano alla sua figura innumerevoli ricordi. Anzitutto perché, negli anni in cui frequentavo l’università, era il grande amico del mio maestro Carlo Sini, cosa che già gli conferiva ai miei occhi un’aura del tutto privilegiata. Si erano conosciuti a l’Aquila, dove il giovane Sini ebbe il suo primo incarico di insegnamento universitario e dove Vitiello studiava con Leo Lugarini, allievo del primo maestro di Sini, Giovanni Emanuele Bariè, figura troppo trascurata dell’idealismo italiano, erede della cattedra di Filosofia teoretica di Piero Martinetti nell’Ateneo lombardo. Vitiello manterrà sempre un enorme stima per il talento teoretico di Sini, Raccontandomi quegli anni, mi diceva: «Era il più originale, era sempre un passo avanti a noi». Giudizio che ho trovato confermato in un breve scritto in forma di dialogo con se stesso uscito in occasione di un premio che gli veniva conferito. Mi stupii questa sua modestia così rara nel mondo accademico anche perché, credetemi, in pochi hanno raggiunto lo spessore teoretico di Vincenzo Vitiello. Visto a posteriori, questo de L’Aquila è stato un grande incontro fra la tradizione idealistica di marca crociano-gentiliana e le nuove istanze fenomenologiche importate a Milano da Antonio Banfi, che era amico personale di Husserl, e arrivate a Sini tramite la mediazione di Enzo Paci. Gli storici della filosofia ne scriveranno. Seconda occasione di incontro, o meglio di ascolto, erano quegli straordinari seminari filosofici organizzati da Fulvio Papi alla Casa della Cultura di Milano, dove Vitiello era ospite pressoché fisso. Si andava per ascoltare, non c’erano crediti formativi da avere in cambio e nessuna forma di «ricompensa» accademica. Filosofia nel suo svolgersi, per parafrasare Carmelo Bene. La terza intersezione arrivò con le mie prime ricerche per la Fondazione ISEC di Sesto S.Giovanni sulla filosofia milanese della prima metà del ‘900. Una delle figure su cui scrissi era il Bariè citato sopra, fondatore della rivista «Il Pensiero», poi diretta da Lugarini dopo la tragica scomparsa del maestro, per passare a Vitiello, che ha poi ceduto il testimone nelle sapienti mani di Massimo Adinolfi. Anche questo, di lasciare un’eredità quando si è ancora in forze, è gesto raro nell’accademia. Anche di questo mi spiegò a voce le ragioni. Ecco, se c’è un piccolissimo rimpianto è che non volle mai un articolo su Bariè per la sua rivista perché, mi diceva, «Bariè non è interessante». Il giudizio mi apparve severo, ma Vitiello, ed in questo credo che l’incontro con Sini abbia inciso non poco, era impegnato nel superamento di quel formalismo kantiano, ben presente in Bariè, che ancora separava gli opposti come un crepaccio, quando si trattava di farli convivere, accettandone la natura antinomica, che sempre sfugge al tentativo di definizione umano. Un piccolo libretto, ma sempre intenso, E pose la tenda in mezzo a noi (Albo Versorio 2007), resta per me un esempio di questa grammatica dell’abitare ricercata per una vita e su cui tanto ci sarebbe da dire e riflettere. Sarà un punto di confronto per la filosofia dei prossimi anni, anche perché bisognerà pur essere capaci di costruire relazioni dopo questo tempo di frantumazione. Più avanti, però, già in età lavorativa, ho avuto l’opportunità di saldare il mio rapporto con lui, anche perché divenne membro del comitato scientifico della fondazione veronese per cui lavoravo. Ebbi, così, l’occasione di lunghe conversazioni, a Verona e all’Università Vita-Salute Salute S. Raffaele di Milano, dove nel frattempo era stato chiamato ad insegnare. Come sempre, nel caso di questi grandi maestri, era come vivere uno spaccato di storia culturale italiana: Severino, Sini, Cacciari, Natoli, De Giovanni sono stati, in misure e forme diverse, gli interlocutori di una vita. Una volta mi raccontò del suo unico incontro con Levinas, autore da lui molto frequentato. Non fu fruttuoso per una ritrosia del filosofo francese, tra l’altro maestro del mio maestro di Torah Haim Baharier, ma Vitiello non se ne risentì. Non cercava amicizie, accrediti, ma solo confronti in un vero spirito di ricerca filosofica. Fra i grandi europei, fu amico di Gadamer, che conobbe durante i suoi soggiorni italiani. Saranno altri, che sono stati suoi allievi e che lo hanno frequentato assai più di me, a ricostruire la genealogia del suo pensiero. Per me, che già dalla mia esperienza ginevrina post-laurea mi accostavo alle categorie teologiche distaccandomi dalla mia formazione siniana, era importante la sua lettura del cristianesimo, nel quale trovava un’etica dell’incontro incentrata sulla categoria di nichilismo, di cui rivalutava, nietzschanamente, il risvolto costruttivo. Nella filosofia teoretica italiana, fu un pioniere di un interesse per il pensiero ebraico, che conobbe attraverso i grandi filosofi come Levinas, appunto. Nella specificità ebraica vedeva la chiave per scardinare le logiche assimilazioniste dell’universalismo occidentale, da liberare, come detto, dagli aspetti formali con cui lo aveva immaginato la tradizione metafisica. Saranno temi portati avanti da suoi valorosissimi allievi. Da poco, abbiamo visto l’uscita per Feltrinelli del Mosè di Giacomo Petrarca. Fu un grande, grandissimo interprete dell’idealismo tedesco. Forse, ma saranno appunto altri a dire meglio di me, la sua filosofia può essere vista come un grande confronto con Hegel, passione ereditata da Lugarini. Se ne va un grande. In ebraico si dice, Zikronò LeBerakà, che il suo ricordo sia di benedizione.

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