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lunedì 6 luglio 2026

Serve un ordine restrittivo

Viviana Mazza
Trump, l'ultima sparata contro Meloni

Cprroere della Sera, 6 luglio 2026

Il giorno dopo la festa del 4 luglio, in assenza di impegni ufficiali, Donald Trump si dedica al suo canale di comunicazione preferito, il social Truth. Pubblica decine di post, immagini che lo ritraggono mentre bacia la bandiera a stelle e strisce e scatti con il wrestler Hulk Hogan. Poi, alle 22.51, compare nel flusso una foto di Giorgia Meloni e il tycoon di spalle, al G7 di Evian. In alto campeggia la scritta: «Serve un ordine restrittivo». È l’ultima sparata di Trump contro la premier italiana, che ha attaccato più volte, arrivando a dire che in Francia l’aveva implorato per una foto assieme. Accusa a cui Meloni ha risposto: «Io e l’Italia non imploriamo mai».

Quello della sera prima, per il tycoon, non era stato un discorso lunghissimo: è durato circa 40 minuti, al contrario di quanto preannunciato dal presidente, ma è stato (come gli altri per questo 250° anniversario) molto simile a un comizio. Conteneva più riferimenti alla Storia dei suoi tipici comizi: Trump ha parlato della «genialità» dei Padri fondatori, di figure leggendarie del vecchio West, Annie Oakley e Buffalo Bill, degli esploratori Lewis e Clark. Ha raccontato la storia del sergente William Harvey Carney, primo afroamericano a ricevere la Medaglia d’onore: «Amava il nostro Paese, amava la bandiera». Veterani ultracentenari e i giovani dell’equipaggio dell’artemis II sono saliti sul palco, per ricordare i successi, i sacrifici e l’innovazione degli Stati Uniti.

Ma il presidente ha anche spostato l’attenzione sulla sua missione di far approvare la legge Save America Act, che renderebbe obbligatorio presentare prova di cittadinanza e un documento di identità per votare e limiterebbe il voto per posta, ma che è fonte di contrasti con i suoi stessi alleati repubblicani al Congresso: «Non ci saranno voti per posta, tranne per chi è malato, disabile, in servizio militare o in viaggio e non avrete più brogli alle elezioni», ha detto Trump, ripetendo accuse mai provate di massicci brogli.

Ancora una volta ha avvertito che «i comunisti» potrebbero prendere piede nel Paese: lo ha definito un «cancro» e ha sottolineato che «è una minaccia che va bloccata immediatamente, prima che inizi». Sarà un tema elettorale che accompagnerà gli americani verso le elezioni di midterm e oltre.

«L’America è una nazione di vincitori e il nostro Paese sta vincendo di nuovo», ha detto Trump. Si è anche soffermato su quelle che considera le sue conquiste personali («Abbiamo ricostruito le forze militari nel mio primo mandato. Le abbiamo usate un poco nel mio… dovrei dire terzo mandato ma non voglio farlo perché non voglio polemiche») e il senso di essere stato perseguitato («A differenza di molti altri nel mondo, in questo Paese abbiamo libertà di parola, di religione, giustizia secondo la legge, anche se io non sono stato trattato bene, ma non entrerò in questo tema»). Il linguaggio era a tratti religioso, come anche in altri eventi di questo anniversario. «Tutto il mondo cerca di essere come noi, ma nessuno può essere come noi e con l’aiuto di Dio saremo sempre così, anche meglio». E ancora: «Come dice la nostra Dichiarazione di indipendenza, siamo tutti stati creati nell’immagine di Dio onnipotente, i comunisti di certo non lo diranno mai».

Ma alla fine Trump ha lasciato ampio spazio al patriottismo: «Per 250 anni gli Stati Uniti sono stati la speranza, la promessa, la luce e la gloria tra tutte le nazioni del mondo. Nessuno può essere come noi». E infine: «Il meglio deve ancora venire». Alcuni democratici hanno diffuso messaggi in opposizione al suo. Barack Obama ha espresso speranza nella nuova generazione; Bill Clinton ha ammonito sulle «minacce alle nostre istituzioni e alla nostra stessa democrazia».


Sky tg24

6 luglio 2026


Il meme funziona perché ribalta il significato originario del termine. Nell'uso legale, l'ordine restrittivo protegge chi lo richiede da qualcun altro; nell'uso social, invece, chi scrive "restraining order needed" ammette in modo iperbolico di essere lui stesso il "problema": si dichiara così ossessionato da una persona, una canzone, un brand o un cibo da aver bisogno di un intervento esterno per fermarsi. La chiave del format è dunque l'autoironia, con chi pubblica il post che si presenta come "molesto" in modo innocuo e buffo. Il post di Trump si discosta da questo uso: la formula non è riferita a sé stesso, come vorrebbe la logica del meme, ma indirizzata a Meloni, capovolgendo il senso originario e trasformando una battuta autoironica in un attacco.


martedì 29 luglio 2025

Il grande cedimento

Lucrezia Reichlin
Corriere della Sera, 29 luglio 2025

Nel 2011 l’Europa si è trovata ad affrontare una crisi del debito senza avere gli strumenti economici necessari, né la coesione politica per costruirli. Fu una crisi esistenziale che portò l’euro quasi al collasso. Quattordici anni dopo, la guerra commerciale iniziata da Trump ha trovato l’Europa altrettanto impreparata pur avendo, questa volta, lo strumento giusto, cioè la competenza esclusiva a negoziare accordi commerciali internazionali a nome dei suoi 27 Stati membri.
Impreparata perché arrivata tardi a fare il necessario per rafforzare la sua autonomia strategica e per via della mancanza di coesione e determinazione ad agire insieme dei Paesi che ne fanno parte. Il risultato è stato un accordo commerciale negativo che indebolisce il suo ruolo nel mondo e la rende vulnerabile all’acuirsi delle sue divisioni interne. Un momento buio che avrà conseguenze di lungo periodo.
L’accordo è totalmente asimmetrico: l’Europa non ottiene nulla, ad eccezione della promessa di non essere colpita ancora più pesantemente e su questo non c’è alcuna garanzia. Non ne esce meglio dell’ultra conciliante Giappone e fa peggio di una economia molto più piccola e vulnerabile come il Regno Unito. Inoltre, il patto smaschera la ipocrisia di chi, a parole, difende il multilateralismo, ma, di fatto, accetta di siglare un accordo che viola le regole dell’organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). È un’intesa che mostra in modo inequivocabile la sua debolezza.
Si dice che l’alternativa a questo accordo capestro sarebbe stata una guerra commerciale distruttiva per l’economia europea. Ed è certamente vero che è troppo facile criticare senza valutare i costi dell’alternativa, ma sia una strategia pragmatica, perseguita con coesione e lucidità, sia una strategia radicale, basata su accordi con altri Paesi, avrebbero dato risultati migliori di questa disfatta.
L’intesa arriva dopo una serie di miti dichiarazioni pubbliche e deboli tatticismi. Da aprile, ogni volta che l’Unione si è trovata di fronte a una scelta, ha ceduto. Il primo cedimento, ed il grande errore, è stato proprio in aprile, quando ha deciso di non impiegare il suo Strumento anticoercitivo (Aci) per rispondere ai «dazi reciproci» minacciati da Trump e poi, quando questi sono stati temporaneamente sospesi, di non rispondere alle tariffe su acciaio e alluminio e tenersi pronta ad attivare ci. Anche una politica che accettasse — come volevano alcuni Paesi — l’inevitabilità di un accordo asimmetrico per non mettere Trump in difficoltà politica, avrebbe potuto essere più aggressiva. Un migliore equilibrio tra compromesso e minaccia di far saltare il tavolo avrebbe probabilmente portato a un risultato migliore, simile a quello ottenuto da Starmer nel Regno Unito.
Ma la vera domanda è perché l’Europa non abbia scelto di sfidare il bullismo di Trump e di rispondere con una strategia di ritorsione «occhio per occhio» basata su alleanze strategiche con altri Paesi. Perché non una linea assertiva, combinata alla costruzione di un fronte comune con altre aree del mondo, strategia in cui l’Europa avrebbe potuto esercitare una leadership globale per la difesa dei principi del multilateralismo e la cooperazione per la difesa dei beni comuni globali? Questa strategia si sarebbe potuta basare su accordi commerciali intelligenti con quelle economie con cui abbiamo importanti complementarità e avrebbe isolato gli Stati Uniti, evitando la trappola di un negoziato bilaterale.
Certo, si sarebbe rischiata una guerra commerciale, ma le conseguenze economiche e politiche di tale conflitto sarebbero state peggiori per gli Stati Uniti che per noi. Non scordiamo che gli Usa, con l’enorme debito da rifinanziare, avrebbero tra l’altro dovuto affrontare le conseguenze del loro isolamento sulla volatilità nel mercato del debito. Il prezzo economico dell’isolamento si sarebbe fatto sentire nel 2026, nel momento del voto del mid-term, un rischio politico a cui Trump è sicuramente sensibile.
L’Europa non ha perseguito questa strategia perché dipende dagli Usa per la sua difesa e per le tecnologie chiave, ma anche perché, pur avendo la delega a negoziare in nome di tutti gli Stati dell’Unione, è indebolita da interessi divergenti tra i suoi Paesi membri e dalle loro diverse sensibilità politiche. Il fatto che Francia, Germania e Italia non abbiano fatto fronte comune e condiviso le linee strategiche del negoziato ha pesato sul risultato e mostra che la fragilità dell’Unione non sta solo nel limite delle sue competenze, ma soprattutto nella assenza di un’unione politica o comunque di qualcosa che gli si avvicini.
Nel 2011, alla fine la crisi economica si è superata dotandosi di maggiori strumenti economici collettivi, ma oggi, in una situazione in cui le sfide sono geo-politiche, abbiamo bisogno non solo di strumenti economici a livello federale, ma di maggiore potere politico al centro. Non è chiaro come questo sia possibile nel presente regime politico-istituzionale e sembra veramente utopico se si pensa a come sia difficile fare passi avanti su dossier importanti come quello della difesa comune o quello di un aumento del bilancio europeo. L’Europa è la terza potenza mondiale per Pil, ma è un gigante di argilla. Siamo arrivati oggi ad un punto di crisi esistenziale nella storia dell’Unione, più grave di quello che quattordici anni fa ci portò quasi alla disintegrazione dell’euro e più difficile da affrontare senza una leadership europea con l’ambizione giusta e lo sguardo lungo.

https://www.ilfoglio.it/politica/2012/07/02/news/la-principessa-storia-di-lucrezia-reichlin-1854207/


lunedì 10 marzo 2025

Psicologia di Donald Trump

 


Antonello Caporale
"Trump, un odiatore seriale, è l'antidepressivo degli Usa"
Il Fatto quotidiano, 10 marzo 2025

Sarantis Thanopulos, lei presiede la società psicoanalitica italiana ed è stato osservatore attento delle gesta del presidente degli Stati Uniti. Cos’ha in testa Donald Trump?

È l’interprete assoluto dell’idea persecutoria della realtà. Esiste una minaccia attuale e definitiva che attenta allo stile di vita, all’identità, alla stessa proiezione collettiva del suo popolo.

Questo pericolo esiste nella sua mente o anche nella mente degli americani?

Esiste nella mente degli americani ma lui lo enfatizza, lo fa deflagrare. È una personalità sofferente che dà voce a una società in sofferenza.

L’idea del capro espiatorio quali effetti produce?

Da un punto di vista clinico produce una visione paranoica del mondo. L’uso incontinente del proprio ruolo funge da efficace farmaco antidepressivo.

Trump è un farmaco antidepressivo per gli Usa?

Gli Usa sono una società variamente depressa e lui, “comandante in capo”, ritrova nei suoi sentimenti, nella propria condizione psicologica, le medesime afflizioni.

E reagisce con il bullismo di Stato?

Al fondo Trump assomiglia a un hater: denigra colui che ritene avversario e lo ingiuria. Si comporta da hater.

Gli elettori amano questo atteggiamento così odioso?

Chi ha letto il Mein Kampf sa che l’odio è un aggregatore fantastico. Si autoalimenta, tinge nel profondo il cuore sociale. L’odio assoluto è purtroppo vincente.

Trump odia parecchia gente.

Trump è un pirata, altrimenti non direbbe mai al presidente di un altro Stato frasi del tipo: “Tu non hai carte in mano”. È un vocabolario tecnicamente banditesco, così estraneo alla misura, alla ragione, ma così tanto dentro la personalità di un pirata. Al di là dei fatti, subisce una valutazione piuttosto deviata della realtà. Al fondo di questa prova di forza con Zelensky, sa cosa c’è?

Cosa c’è?

L’odio profondo, definitivo e inesauribile nei confronti di Joe Biden. Trump rivede in Zelensky Biden e prosegue la sua guerra distruttiva contro l’ex presidente, colpevole di avergli rubato la vittoria alla Casa Bianca.

Zelensky non collaborò per incastrare Hunter, il figlio dell’ex presidente, nei fatti accaduti in Ucraina.

Esatto. Il carattere persecutorio è così vivo nella mente di Trump da spingerlo a non trovare rimedio a quella rabbia.

‘‘ Il presidente interpreta l’idea persecutoria che abita la mente sofferente degli americani

Lo scontro come bisogno quotidiano.

Lo scontro assoluto lo fa vivere e lo tempra, gli conferisce fiducia, lo alleggerisce, lo allieta finanche.

Dove può arrivare? Quando ascolta i commentatori dire che Trump usa con amici e avversari il bastone e la carota, intenda questo giudizio come il continuo moto ondoso dei suoi atteggiamenti. Lui sa bene di non poter oltrepassare il limite della convenienza con chi è visto come nemico e quindi si ferma, si placa. Ma poi torna a bastonare perché non ne può fare a meno. Il bastone e la carota sono elementi ricorrenti del suo pensiero.

Ogni giorno una nuova, Trump ipnotizza il mondo.

È sistematico. Apre un fronte poi un altro, poi un altro ancora. Sempre nella logica del bisogno funzionale.

Non si fermerà mai?

La reattività, il bisogno dello scontro è un pensiero tipicamente antidepressivo. Galvanizza, produce fiducia e induce alla fiducia. Gli Usa sono una società in piena sofferenza e cercano un tipo come lui.

Chi lo potrà fermare?

Chi ha fondato la propria civiltà sul rispetto delle regole se avrà la forza di ingiungere a lui il diritto e non l’abuso.

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