Paul Keegan
La prima guerra mondiale
traduzione di Francesco Maiello
Carocci, Roma 2000 [1998]
Lo stallo fu sbloccato da Ludendorff. Fisico robusto, personalità schiacciante, assolutamente privo di paura e di scrupoli morali - avrebbe sopportato la morte di due cognati nel prosieguo della guerra senza flettere nell'esercizio del suo alto comando - Ludendorff decise la mattina del 7 agosto [1914] di lanciare la 14a brigata verso il centro di Liegi, pur rischiando di trovare resistenza. Non ce ne fu. Direttosi verso le porte della vecchia cittadella bussò alla porta con l'elsa della spada e fu fatto entrare. La resa della guarnigione gli conferì il controllo della città.
Erich von Ludendorff, I miei ricordi di guerra: 1914-1918, Treves, Milano 1920
Difficile era il còmpito assegnato alle brigate inviate contro
Liegi. Era certo ardita e nuovissima impresa il penetrare
nell’interno di una fortezza attraverso le sue fortificazioni. Le
truppe non si sentivano a loro agio. Gli ufficiali stessi apparivano
assai dubbiosi sulla riuscita.
Nella notte dal 5 al 6 agosto cominciò l’avanzata
su Liegi. In una monografia dello Stato Maggiore, edita da Stalling a
Oldenburg, è descritto il completo svolgimento dell’impresa. Non
voglio qui ripeterlo; esporrò solo qualche ricordo personale.
Verso la mezzanotte il generale von Emmich lasciò
Hervé. Andammo ad unirci alla 14.a brigata di fanteria —
maggior generale von Wussow — in direzione di Micheroux, distante
due o tre chilometri dal forte Fléron. Sulla strada, che dal forte
poteva essere completamente dominata, nelle tenebre più profonde, le
truppe si adunavano un po’ disordinatamente con le loro
provvidenziali cucine da campo. Da una casa a sud della strada
partirono, ad un tratto, alcuni colpi di fucile contro le truppe
adunate. La fucileria fu ricambiata. Tuttavia, con nostra somma
meraviglia, il forte non diede segno di vita. Verso la una del
mattino cominciò la marcia. Avanzammo a nord del forte Fléron su
Retinne, a tergo della linea dei forti e poi sulle alture della
Certosa che circondano la città. Dovevamo giungere sul posto al
mattino per tempo; le altre brigate dovevano raggiungere la città
contemporaneamente a noi, attraversando la linea dei forti in altro
punto.
Lo Stato Maggiore del generale von Emmich era
quasi in coda della colonna in marcia. All’improvviso un arresto di
non breve durata. Mi spingo attraverso i soldati alla testa della
colonna. L’arresto, avvenuto senza plausibile motivo, mi contraria
vivamente. Noterò, a questo proposito, che io non ero là che come
ufficiale osservatore senza autorità di comando; dovevo solo
riferire più tardi al Comando dell’armata sugli avvenimenti di
Liegi e coordinare le disposizioni del generale von Emmich con quelle
che sarebbero giunte dal generale von Bülow. Naturalmente feci
subito riprendere la marcia, restando in testa alla colonna. Intanto
il perfetto collegamento delle truppe marcianti era venuto meno. In
piena oscurità, avanzando a fatica, giungemmo presso Retinne, senza
che il collegamento si fosse ancora effettuato. Con la punta della
mia colonna m’incamminai verso l’uscita di un villaggio. Fui
immediatamente accolto da colpi di fucile. Parecchi uomini caddero.
Non dimenticherò mai l’impressione provata all’urto sordo dei
proiettili penetranti nel corpo umano. Facemmo qualche balzo in
avanti contro il fuoco incalzante del nemico invisibile. In quella
oscurità non era facile scovarlo. Non eravi dubbio che eravamo su
falsa strada. E con vivo rammarico, dovemmo ritrarci dinanzi al
nemico nascosto.
Temevo che le truppe interpretassero il mio agire
come mancanza di coraggio. Ma di questo non dovevo preoccuparmi;
troppo importante era la posta. Diedi ai miei uomini l’ordine di
indietreggiare e di passare all’esterno del villaggio.
A Retinne potei rimettermi sul giusto percorso.
Colà vidi l’attendente del generale von Wussow con i suoi cavalli.
Riteneva che il generale fosse caduto.
Con un piccolo seguito andai avanti, seguendo il
viale che conduceva a Queue du Bois. Repentinamente un guizzo di
bagliori dinanzi agli occhi. Era fuoco a mitraglia che spazzava la
strada. Restammo illesi. Avanzammo di qualche passo per arrestarci
poi subito dinanzi ad un cumulo di soldati tedeschi uccisi o feriti.
Appartenevano alla colonna di testa guidata dal generale von Wussow.
Una scarica a mitraglia li aveva colti di sorpresa ed abbattuti.
Raggruppai, a misura che li incontravo, i soldati
del 4.° battaglione Cacciatori e del 27.° reggimento di fanteria e
mi decisi ad assumere il comando della brigata ed a far tacere le
bocche da fuoco che impedivano il passaggio. I capitani di Stato
Maggiore von Harbou e Brinckmann si gettarono con alcuni valorosi tra
le siepi ed i caseggiati ai due lati del viale, impadronendosi delle
armi. E la marcia potè essere ripresa.
Avanzammo, giungendo ben presto in
Queue du Bois, dove la fucileria dalle case riprese con rinnovata
violenza. L’alba era ormai prossima. Io, con entrambi i capitani di
Stato Maggiore, il comandante del 4.° cacciatori maggiore von
Marcard, il comandante del 2.° reparto del 4.° reggimento di marcia maggiore von Greiff ed il
suo ottimo aiutante, tenente Neide, ed alcuni soldati andammo
innanzi, mentre un obice da campo subito e, poco dopo, un altro
venivano piazzati in quella località, per battere le strade ed i
caseggiati ai due lati. Solo così la marcia potè lentamente
effettuarsi. Spesso fui costretto ad ammonire i soldati, che mi
seguivano assai di malavoglia, a non lasciarmi procedere da solo.
Finalmente potemmo lasciare alle nostre spalle l’abitato occupato
esclusivamente da truppe regolari belghe, giacchè la popolazione
erane già fuggita.
Uscendo dal villaggio scorgemmo presso la Mosa una
colonna che marciava in direzione di Liegi. Sperai per un istante che
si trattasse della 27.a brigata di fanteria. Erano invece
belgi che si ritiravano precipitosamente oltre la Mosa in luogo di
assalirci. La loro posizione fu dopo qualche tempo accertata. Nel
frattempo al miei reparti di truppa si riunirono quelli lasciati
indietro.
Il passaggio attraverso la linea dei forti era
riuscito. Il 165.° reggimento fanteria, al comando dell’ottimo
colonnello von Oven, si spinse innanzi decisamente. Il generale von
Emmich si unì a noi e continuammo l’avanzata sulla Certosa.
Il generale von Emmich pose prudentemente a mia
disposizione una parte della 11.a brigata di fanteria
dislocata più a sud, per tema che anch’essa venisse sforzata. Ma
la marcia potè essere continuata senza incidenti. Pervenuti di
fronte alle fortificazioni sul lato nord di Liegi, procedemmo sulle
alture che sovrastano la valle della Mosa ad oriente della Certosa.
Erano ormai le 2 del mattino. I cannoni vennero
puntati contro la città, lasciando partire qualche colpo di tempo in
tempo, in parte come segnalazione per le altre brigate, in parte per
indurre la città alla resa. Pur troppo dovevo fare anche grande
economia di munizioni già molto scarse. Le truppe, assai provate dai
combattimenti qua e là svoltisi, erano esauste. Gli ufficiali
avevano perduto le loro cavalcature. Le cucine da campo erano rimaste
indietro. Lasciai che la brigata si riposasse, come le circostanze
permettevano, accasermandosi alla meglio in alcuni dei caseggiati
circostanti.
Poco dopo il generale von Emmich fece ritorno alla
brigata. Dalle alture ad oriente della Certosa potevamo osservare a
nostro agio la città. Trovavasi proprio sotto di noi. Dall’altra
parte della Mosa ergevasi la cittadella. Su questa apparvero
all’improvviso delle bandiere bianche. Il generale von Emmich
voleva inviare colà un parlamentare. Io proposi di attendere i
parlamentari nemici. Il generale non condivise il mio parere ed il
capitano von Harbou partì per la città: Fece ritorno alle 7,
informando che le bandiere bianche erano state innalzate contro la
volontà del comandante. Era troppo tardi per avanzare su Liegi. Una
incomoda notte ci attendeva.
Nel frattempo avevo riordinato la brigata. La
nostra posizione appariva oltremodo difficile. Eravamo senza notizie
delle altre brigate, anche della 11.a. Nessuna staffetta
era giunta fino a noi. Era ormai giorno chiaro e la brigata si
trovava sola, completamente isolata dal mondo esterno, chiusa in una
cintura di forti. Dovevamo attenderci qualche assalto nemico. Per
colmo di disgrazia avevamo con noi, ospiti incomodi, un migliaio di
prigionieri belgi. Non appena si ebbe la certezza che la Certosa, la
vecchia fortezza a noi controstante, non era occupata, vi mandai una
compagnia con i prigionieri. Certo il comandante della compagnia dovè
restare molto scettico sull’opportunità di tale mia disposizione.
La nervosità delle truppe aumentava con
l’avvicinarsi della sera. Feci un giro attraverso i vari reparti,
raccomandando calma e fermezza. Le parole: “domattina saremo a
Liegi” risollevarono gli animi.
Il generale von Emmich erasi ricoverato col suo
Stato Maggiore in una capanna di contadini.
Non dimenticherò mai la notte dal 6 al 7 agosto.
Faceva freddo. I miei bagagli li avevo lasciati indietro, e dovetti
coprirmi col mantello del maggiore von Marcard. Ansiosamente stavo in
ascolto di rumori di battaglia. Speravo ancora che l’una o l’altra
brigata fosse riuscita a penetrare nella linea dei forti. Inutile e
snervante attesa. Il silenzio era solamente interrotto di mezz’ora
in mezz’ora dallo sparo di un colpo di cannone sulla città. Verso
le 10 di sera diedi ordine alla compagnia cacciatori, comandata dal
capitano Ott, di occupare i ponti della Mosa per assicurarmi
l’ulteriore avanzata. Il capitano comprese e s’avviò, giungendo
senza incidenti sul luogo con la sua truppa.
Sorse il mattino. Andai dal generale von Emmich
per conferire con lui sul da farsi. Si decise di continuare
l’avanzata nel momento che il generale avesse ritenuto opportuno.
L’ordine di avanzare mi pervenne mentre io stavo riordinando la
brigata ed accertando l’itinerario da seguire. Il colonnello von
Oven passò all’avanguardia, seguìto, ad una data distanza, dal
rimanente della brigata con i prigionieri. Il generale von Emmich col
suo Stato Maggiore ed io col mio chiudevamo la marcia. Durante
l’avanzata vennero ad arrendersi molti soldati belgi. Il colonnello
von Oven doveva occupare la cittadella. Gli mandammo delle staffette
per avvertirlo di non farlo, ma di seguire la strada in direzione del
forte Loncin, a nord-ovest della città e di fermarsi dinanzi
all’uscita di questa. Supponendo poi che il colonnello fosse giunto
al punto indicatogli, presso la cittadella, salii con l’aiutante di
brigata su di un’automobile belga che d’allora in poi tenni
presso di me e che mi depose alla porta prima dell’arrivo delle
truppe. La cittadella era, pertanto, ancora in mano del nemico.
Bussai alla porta chiusa. Fu aperta dall’interno. I duecento belgi
apparsimi dinanzi si arresero al mio comando di cedere le armi. Nel
frattempo la brigata sopraggiunse ed occupò la cittadella tosto da
me apprestata a difesa.
Il còmpito che io stesso aveva a me prefisso era
finito e potevo, quindi, chiedere al generale von Emmich di lasciarmi
libero. Era mio intendimento di rifare il cammino percorso per
informare il Comando dell’Armata di quanto erasi fatto; di
ricercare le altre brigate e di disporre l’avanzata delle
artiglierie verso i forti. Mentre mi trovavo nella cittadella
giunsero alcune centinaia di prigionieri tedeschi, immediatamente
liberati. La 34.a brigata di fanteria, spezzata sulla riva
occidentale della Mosa, non aveva sostenuta la battaglia e le truppe
rimaste isolate erano state fatte prigioniere. Sopraggiunse poi
l’11.a e più tardi la 27.a
brigata di fanteria, cosicchè, quando lasciai il generale von
Emmich, questi poteva contare su di un discreto corpo di truppe. Non
ignoravamo, per le informazioni avute, che i francesi avanzavano da
Namur; la situazione restava, pertanto, oltremodo seria. Nè avrebbe
potuto migliorare se non quando fossero caduti parecchi dei forti a
oriente.