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martedì 3 marzo 2015

Pasolini, l'iconografia del Decameron

Giampiero Monetti 
Il Decameron secondo Pasolini, 1999


















... Altro argomento significativo è costituito dai riferimenti iconografici, le fonti, i modelli; in realtà, la prima operazione di visualizzazione del Decameron risale allo stesso autore: Boccaccio sperimenta di sua mano, nel manoscritto autografo (Berlino, Staatsbibliothek, Hamilton 90) il rapporto parola-figura con 16 miniature, raffiguranti i ritratti di altrettanti personaggi. Le novelle del Decameron costituirono, tra la fine del Trecento e il primo scorcio del secolo successivo, tema ricorrente in una vasta produzione figurativa, tipicamente borghese, di deschi da parto, di cassoni nuziali, ma anche di tavole, che impegnarono autori della portata di Botticelli, di Ercole de’ Roberti, di Signorelli; invece si può parlare proprio di un completo ciclo iconografico, in riferimento a diversi codici miniati, fino alle xilografie con l’avvento del libro stampato.
Se, come detto, fare del Decameron un film in costume, con il relativo sforzo di ricostruzione filologica, non rientrava negli intenti dichiarati dal regista, tuttavia espliciti e ricorrenti sono i colti rinvii all’arte figurativa medievale. Il discorso si concentra soprattutto sulle suggestioni della pittura sulle immagini elaborate da Pasolini, anche se non si possono tacere le scelte oculate degli esterni, in cui sono state girate le scene del film: innanzitutto il borgo di Casertavecchia, a Napoli la chiesa trecentesca di S. Chiara ed il palazzo Penna; nella costiera amalfitana si riconoscono le forme bizantine di alcune chiese ed il chiostro del Paradiso, oltre ai borghi medievali del Trentino ed i castelli della Loira.
Pasolini, che era stato allievo all’Università di Bologna di Roberto Longhi, costruisce il suo cinema da “dilettante”, sulle basi di un grande bagaglio figurativo, trasmesso, insieme ad una forte passione, dall’insegnamento del maestro.
Ricche di citazioni pittoriche, le opere del regista sono state oggetto di diversi studi, che hanno messo in luce l’importanza fondamentale della giovanile formazione storico artistica, non solo per il patrimonio figurativo trasposto sullo schermo, ma anche nello stile delle inquadrature, sempre frontali, come se l’obiettivo percorresse la superficie di un quadro.
In due momenti del film traspare l’eccezionale attaccamento del regista per la cultura pittorica: si tratta di due parentesi visionarie, che, con una serie di piani sospesi tra sogno e realtà, intervengono per ricostruire l’immaginario collettivo dell’uomo del Medioevo, parte integrante di una cultura, indagato con la stessa dignità della realtà materiale, della quotidianità, degli usi e costumi.
Nel primo caso Pasolini fa riferimento ad una serie di opere del Cinquecento fiammingo di Bruegel il vecchio; la seconda citazione, più precisa in termini storici, è un omaggio alla pittura di Giotto e consiste in una apparizione onirica, ispirata al Giudizio universale della Cappella degli Scrovegni di Padova; al centro della quale si noterà soprattutto la sostituzione significativa della figura di una Madonna a quella del Cristo Giudice dell’affresco originale. In un’intervista rilasciata durante la lavorazione, Pasolini spiega il motivo di questa variazione sul set di Napoli: le comparse “non riuscivano a pronunciare la parola Dio e insistevano nel sostituirla con Madonna”. (“l’Unità”, 7 novembre 1970).




 

mercoledì 25 febbraio 2015

Franco Cardini, Boccaccio con il senno di poi

Il medievista Franco Cardini
Decameron 2015: c’è sempre un Fra’ Cipolla
intervista
di Antonio Armano
Il Fatto quotidiano, 25 febbraio 2015


Delle cento novelle narrate nel Decameron – opera non solo attuale ma eterna, di cui si torna a parlare tra i 700 anni dalla nascita del Boccaccio (1313) e la versione per il cinema – la prima è una delle più note e significative. Vi si racconta la storia di Ciappelletto. Bestemmiatore, ubriacone, falsario e puttaniere, in punto di morte prende in giro il frate confessore dicendo di avere vissuto come un santo. E santo lo fanno. Per Franco Cardini, medievista fiorentino e autore dell'introduzione al Decameron edito da Newton, la prima novella di questa straordinaria opera “tassonomica”, che “vale più di mille archivi”, potrebbe tranquillamente essere trasposta nel presente.
Chi è il san Ciappelletto oggi?
La confessione di ser Ciappelletto potrebbe essere il comizio di un politico. Di quelli che danno la colpa di tutto agli immigrati che arrivano col barcone.
Salvini?
Salvini, sì... ma non ce l'ho con Salvini. In fondo fa il suo mestiere. Ce l'ho con chi crede ai discorsi di Salvini. Proviamo a chiederci perché la gente fugge dall'Africa sui barconi. Le nostre multinazionali hanno drenato le risorse dell'Africa, riducendola alla fame. Anche qui l'ingiustizia aumenta, ma per cause interne, che non sono diverse da quelle che stanno immiserendo l'Africa.
Multinazionali, strapotere della finanza... Nel Decameron dieci giovani fuggono da una Firenze impestata, dove i maiali per strada grufolano tra le mutande dei morti buttate dalle finestre. Il morbo ha aggredito un corpo sociale già ferito dal crac delle banche.
La mi' nonna diceva che le disgrazie vengono a grappolo. I banchieri fiorentini, i Bardi, i Peruzzi, gli Acciaioli, si erano arricchiti prestando i soldi. E chi erano i maggiori beneficiari di questi prestiti? Il re di Francia e il re d'Inghilterra... Quando scoppia la Guerra dei cent’anni, Francia e Inghilterra si combattono e non vogliono restituire i soldi. Gli Stati si fanno prestare soldi ma non li vogliono mai restituire. Come la Grecia. Se glieli chiedi indietro, lo considerano un affronto.
I re di Francia e d’Inghilterra come Tsipras?
Tsipras di destra. In realtà i banchieri fiorentini sapevano benissimo che gli Stati non restituiscono i soldi. Glieli davano perché in cambio ottenevano in appalto la riscossione delle imposte e ci facevano la cresta riprendendosi quanto avevano prestato. Con la guerra dei cent'anni non potevano più riscuotere. Ne hanno risentito i piccoli e medi risparmiatori non i banchieri, esattamente come accade ora. I banchieri erano dei feudatari, se mi si passa questo termine medievale, possedevano terre e castelli, erano protetti da eserciti privati.
E chi erano i piccoli risparmiatori nel Trecento?
Gli artigiani fiorentini. Io lo so molto bene perché sono figlio di artigiani. Mio padre faceva il pellicciaio. Per comprare le pelli da lavorare aveva bisogno di credito. Se il cliente non era soddisfatto della pelliccia, la lasciava in bottega. Il pellicciaio tratteneva la caparra ma non copriva i costi. Gli artigiani vivono con margini di guadagno risicati e incerti. Parlo dei piccoli, non di quelli grandi che hanno i soldi.
La sesta giornata è dedicata alle storie di chi è riuscito, con ingegnoso motto (o fregnaccia), a trarsi d'impiccio. Come frate Cipolla che apre la sua scatola di reliquie davanti alla folla, al posto della piuma dell'arcangelo Gabriele – in realtà di pappagallo – trova dei carboni e si inventa che sono quelli su cui è stato bruciato San Lorenzo. Non le sembra un carattere tipico degli italiani, l'arte di arrangiarsi?
Ah, ce ne sono così in questo Paese di frate Cipolla, non solo Berlusconi! La novella racconta anche la credulità della gente, il sistema mediatico, il traffico di reliquie.
La Chiesa viene presa di mira per le ipocrisie, i sotterfugi per ottenere sesso... Le suore gravide di oggi sono lontane da quelle che si portavano a letto l'ortolano del convento, Masetto da Lamporecchio, credendolo 'mutolo' come una tomba?
In tutte le rappresentazioni dell'inferno che si trovano negli affreschi delle chiese si vedono, tra le fiamme: mitre, tiare, corone, teste con la tonsura dei frati... Boccaccio prende di mira i potenti e i peccati non diversamente da come facevano molti altri. Non si può per questo definire anticlericale, come se fosse vissuto nel XIX secolo! Al tempo di Boccaccio era normale.
Il peccato del chierico nel Decameron di norma è etero, non omosessuale o di pedofilia. Non c'erano ancora vescovi pedofili?
C'erano altrove, in diverse fonti dell'epoca. Bernardino da Siena diceva peste e corna dei peccati della Chiesa, compresi questi. Era un predicatore apprezzatissimo, e dunque non lo torturavano e non finiva al rogo... Nessuno si sognava di dire che fosse anticlericale.
Altra novella celebre, il Sultano di Babilonia o Saladino e del giudeo Melchisedech. Il Saladino cerca di incastrare Melchisedech chiedendogli quale delle tre fedi – ebraismo, cristianesimo o islam – sia autentica. Lui se la cava paragonandole a tre anelli uguali, di cui due copiati da quello originale. Nessuno sa più quale sia l'originale, tutti sono egualmente preziosi. Il Saladino apprezza la risposta diplomatica e lo nomina consigliere.
Sfido a trovare un principe saggio come il Saladino.
Osama, Al Baghdadi... o altri pretendenti a unificare i musulmani?
Un principe saggio come il Saladino non lo troviamo da nessuna parte, neanche al di fuori del mondo islamico. Forse Putin? Non so davvero...
Putin mi sembra che abbia combinato qualche casino ultimamente, saggio non direi...
Evo Morales a me non dispiace, ma non vorrei fare il suo nome perché è stato già abbastanza infangato.
Ghino di Tacco, il brigante gentiluomo, nella novella che gli è dedicata, soccorre l'abate di Cluny e gli cura il mal di panza lasciandolo proseguire. Craxi si firmava Ghino di Tacco.
È stato Hobsbawm con il saggio sul banditismo sociale a introdurre la categoria del bandito buono. Ghino di Tacco dubito fosse come lo dipingono... Tratta l'abate di Cluny con rispetto perché era l'abate di Cluny. Per spirito cavalleresco. Boccaccio vuole tornare a una società dominata dallo spirito cavalleresco, non vuole la società borghese. Craxi era uomo di vaste letture, anche se confuse. Si firmava Ghino di Tacco ma non so quanto il paragone tenga. Si riferiva all'aspetto sociale, rubare ai ricchi per dare ai poveri. Tutto il contrario di quanto fatto...



giovedì 7 agosto 2014

Abraam giudeo a Roma

Giovanni Boccaccio 
Decameron
Prima giornata, novella seconda 

 
L'ebreo racconta di aver visto i prelati commettere tali nefandezze, che si è convinto che Roma sia una fucina di opere diaboliche e non divine, e che gli è parso che il Papa e i cardinali facessero tutto il possibile per ridurre la fede cristiana al nulla. Eppure, ciò non è avvenuto e non avviene. L'unica spiegazione possibile, conclude Abraam, è che esista una forza sufficiente a opporsi alla malvagità di Roma: è quindi certo che la fede cristiana sia sostenuta dallo Spirito Santo. E così, conclude con enorme sorpresa dell'amico, nulla al mondo lo tratterrà dal farsi cristiano, e intende farsi battezzare subito.
 
...  Il giudeo montò a cavallo e, come più tosto potè, se n'andò in corte di Roma, là dove pervenuto dà suoi giudei fu onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire ad alcuno per che andato vi fosse, cautamente cominciò a riguardare alle maniere del papa e de' cardinali e degli altri prelati e di tutti i cortigiani; e tra che egli s'accorse, sì come uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu informato, egli trovò dal maggiore infino al minore generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale, ma ancora nella soddomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la potenzia delle meretrici e de' garzoni in impetrare qualunque gran cosa non v'era di picciol potere. Oltre a questo, universalmente gulosi, bevitori, ebriachi e più al ventre serventi a guisa d'animali bruti, appresso alla lussuria, che ad altro, gli conobbe apertamente.
       E più avanti guardando, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente l'uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose, chenti che elle si fossero, o a' sacrifici o a' benefici appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi di drappi o di alcun'altra cosa non erano, avendo alla manifesta simonia " procureria " posto nome, e alla gulosità "sustentazioni ", quasi Iddio, lasciamo stare il significato de' vocaboli, ma la 'ntenzione de' pessimi animi non conoscesse, e a guisa degli uomini a' nomi delle cose si debba lasciare ingannare. Le quali cose, insieme con molte altre le quali da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare a Parigi, e così fece. Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n'era, niuna cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne, e gran festa insieme si fecero; e, poi che riposato si fu alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo padre e de' cardinali e degli altri cortigiani gli parea.
       Al quale il giudeo prestamente rispose: - Parmene male, che Iddio dea a quanti sono; e di coti così che, se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve; ma lussuria, avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori (se piggiori essere possono in alcuno) mi vi parve in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore, e per consequente tutti gli altri, si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella.
       E per ciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par di scerner io Spirito Santo esser d'essa, sì come di vera e di santa più che alcun'altra, fondamento e sostegno. Per la qual cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa lascerei di cristian farmi. Andiamo adunque alla chiesa: e quivi, secondo il debito costume della vostra santa fede, mi fa battezzare.



venerdì 11 gennaio 2013

Fenesta ca lucive


Fenesta ca lucive e mo nun luce...
sign'è ca nénna mia stace malata...
S'affaccia la surella e mme lu dice:
Nennélla toja è morta e s'è atterrata...
Chiagneva sempe ca durmeva sola,
mo dorme co' li muorte accompagnata...

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Finestra che splendevi, adesso sei spenta…
È un segno che la piccina mia si è ammalata….
S’affaccia la sorella e me lo dice:
“La piccolina tua è morta e sotterrata…
Piangeva sempre perché dormiva da sola,
ora dorme dai morti accompagnata

È una romanza di autore anonimo, il testo è in Osco-Napoletano, di una bellezza unica, preromantica, formata da cinque sestine in endecasillabi, in rima alternata. La musica è di prima qualità, ricorda la Scuola Napoletana di fine 1700, composta da un allievo di Nicolò Zingarelli, Maestro del Conservatorio di San Pietro a Maiella, attribuita a Vincenzo Bellini. Il soggetto è ancora attuale “nell’essenza”, anche se, vista in senso “letterale”, sembra una storia lontana nel tempo. E’ stata scritta da un cantastorie, forse il protagonista stesso, a metà 1500, narrata da due personaggi, l’innamorato che ritorna e la sorella che racconta la triste morte della “Nennella" http://www.ilportaledelsud.org/fenesta.htm
*Pasolini la utilizzò tre volte: in Accattone, nel Decameron e nei Racconti di Canterbury.

fenesta ca lucive
www.ilportaledelsud.org
FENESTA CA LUCIVE di Anonimo (attribuita a Vincenzo Bellini) a cura di Salvatore Bafurno