sabato 31 maggio 2014

La metafora dell'alveare in Tolstoj

 "Le api sono state per noi quel che sono le nuvole: ciascuno vi ha visto quel che vi voleva vedere".
Michel de Cubières, 1792, cit. da Giovanni Damele, La città delle api, Il Foglio quotidiano, 31 maggio 2014, poi pubblicato nel blog L'alveare contento: http://alvearecontento.blogspot.it/2014/06/i-vizi-e-le-virtu-dellalveare.html



Guerra e pace
Libro terzo, parte terza, capitolo XX 

 Mosca, intanto, era deserta. C'era ancora della gente, più o meno la cinquantesima parte della popolazione che ci abitava prima, ma la città era deserta. Era deserta come un'arnia che, rimasta senza regina, sta per morire.
   In un'arnia senza regina non c'è più vita, ma, a uno sguardo superficiale, essa sembra viva né più né meno di tutte le altre.
   Con la stessa festosità, nel caldo sole del pomeriggio, le api ronzano intorno a un'arnia senza regina, come intorno alle altre arnie vive; non meno delle altre essa odora da lontano di miele, e ne escono e vi entrano a volo le api. Ma basta osservarla con attenzione per capire che in quell'arnia ormai non c'è più vita. È diverso il modo di volare delle api; un odore, un rumore diverso colpiscono l'attenzione dell'apicultore. E quando egli batte sulla parete dell'arnia malata, invece dell'istantanea, unanime risposta di decine di migliaia di api che ronzano col posteriore minacciosamente eretto e dimenano le alucce producendo quel suono aereo, vitale, gli rispondono ronzii isolati, che sordamente riecheggiano da un
punto all'altro dell'arnia vuota. Dal foro di entrata non spira più, come prima, il profumo inebriante di miele e di veleno, non ne emana più il tepore dell'affollamento, ma all'odore del miele si mescola un sentore di vuoto e di marcio. Davanti all'apertura non ci sono più le guardiane pronte a morire per difenderla, coi posteriori eretti, le guardiane che suonano l'allarme. Non c'è più quel brusio regolare e sommesso, simile al rumore dell'ebollizione, del lavoro palpitante, ma si sente il rumore disordinato e confuso del disordine. Dentro l'arnia e fuori dell'arnia escono ed entrano, volando in modo timido e furtivo, le nere, allungate api predatrici, unte di miele; non pungono, ma evitano il pericolo. Prima le api volavano dentro soltanto cariche di bottino, e ne uscivano vuote, mentre adesso volano fuori con il bottino. L'apicultore apre la saracinesca di sotto e scruta nella parte inferiore dell'arnia. Invece dei neri grappoli di pingui api ammansite dal lavoro, appese l'una alle zampette dell'altra, intente a filare la cera nell'incessante brusio del lavoro, sul fondo e sulle pareti dell'arnia gironzolano smarrite, in varie direzioni api sonnolente e rinsecchite. Invece del lindo piancito spalmato di pròpoli e spazzato dalle ali delle api, sul fondo stanno sparse briciole di cera, escrementi di api, api semimorte che muovono appena le zampette, e altre definitivamente morte che nessuno s'è curato di portar via.
   L'apicultore, allora, apre la saracinesca superiore ed esamina la sommità dell'arnia. Invece delle file compatte di api che aderiscono a tutti gli intervalli dei favi e scaldano i figli, vede l'ingegnoso, complicato lavoro dei favi, ma il modo in cui si svolge non è più quello di prima. Tutto è trascurato e sporco. Le nere api depredatrici guizzano rapide e furtive in mezzo al lavoro; le api dell'arnia, rinsecchite, corte, flaccide, come invecchiate, si trascinano lentamente senza dar fastidio a nessuno, senza desiderare nulla, smarrita ormai la coscienza della vita. I fuchi, calabroni e farfalle, volando, vanno a picchiare contro le pareti dell'arnia. Qua e là fra pezzi di cera con larve morte e miele, ogni tanto si sente un rabbioso brontolio; qua e là due api, per vecchia abitudine e per istinto, tentano di pulire il fondo dell'arnia e trascinano diligentemente, con estremo sforzo, un'ape morta o un calabrone, ma non sanno neanche loro perché lo fanno. In un altro angolo altre due vecchie api si battono pigramente, o si puliscono, o si nutrono a vicenda, senza neanche sapere se lo facciano amichevolmente od ostilmente. In un terzo punto una folla di api, spingendosi a vicenda, assale qualche vittima e la colpisce e la soffoca. E l'ape indebolita o uccisa casca dall'alto nel mucchio di cadaveri leggera, lenta, come una piuma. L'apicultore rimuove i due favi centrali per guardare il nido. Invece dei neri circoli compatti di migliaia di api accucciate schiena a schiena, vigilanti sui supremi misteri della riproduzione, vede centinaia di carcasse di api avvilite, semimorte e sonnolente. Quasi tutte sono già morte senza neanche accorgersene, accucciate sul sacro tesoro che custodivano e che ormai non esiste più. Da esse emana odore di putrefazione e di morte. Solamente alcune si muovono, si alzano, fiaccamente volano e si posano sulla mano del nemico, senza la forza di pungerlo: le altre, morte, scivolano giù leggere come scaglie di pesce. L'apicultore chiude la saracinesca, fa segno con il gesso sull'arnia e, scelto il momento, la sfascia e la brucia.
   Così era vuota Mosca mentre Napoleone, stanco, inquieto e accigliato, camminava avanti e indietro lungo il Kamerkolležskij Val [bastione del Collegio di Camera], in attesa di quell'esteriore, ma indispensabile osservanza del cerimoniale, ossia il
presentarsi di una deputazione di moscoviti.
   Nei vari angoli di Mosca, ormai, la gente continuava a muoversi e a camminare senza chiedersi il perché, senza alcun motivo, conservando le vecchie abitudini, ma senza rendersi conto di quello che faceva.
   Quando, con la dovuta cautela, fu annunciato a Napoleone che Mosca era vuota, egli guardò con ira colui che gli dava la notizia e, voltandogli le spalle, continuò a camminare su e giù in silenzio.
   «La carrozza,» ordinò.
   Si sedette in carrozza accanto all'aiutante di servizio e si recò al sobborgo.
   «Moscou déserte. Quel événement invrainsemblable,» diceva fra sé.
   Non entrò in città, ma si fermò in una locanda del sobborgo di Dorogomilovo.
   
Le coup de théâtre avait raté.   

https://machiave.blogspot.com/2022/03/tolstoj-mosca-1812.html

venerdì 30 maggio 2014

Mary Wollstonecraft, la ragione unita al sentimento (1759-1797)

Elena Stancanelli 
La Wollstonecraft, madre della Shelley, fu scrittrice e femminista militante
L’altra Mary e l’enigma Frankenstein

la Repubblica, 30 maggio 2014

  







«Il maschio insegue, la femmina concede» scrive Mary Wollstonecraft nell’introduzione al suo Rivendicazione dei diritti della donna, pubblicato per la prima volta nel 1792. Gli uomini, spiega, sono fisicamente più forti delle donne ma non paghi di questa superiorità tentano di spingerci più in giù, «con l’intento di trasformarci in momentanei oggetti del desiderio». Le donne, intossicate da questa adorazione, puro abbaglio dei sensi, cedono e si beano, anziché capitalizzare e trasformare quel trasporto in un sentimento solido e duraturo.
Antidoto, e unica forma possibile di emancipazione femminile, è l’istruzione.
Mary Wollstonecraft era nata il 27 aprile 1759, lo racconta William Godwin, filosofo illuminista radicale e anarchico, che amò e sposò Mary e ne scrisse la biografia. Non giocò mai con le bambole e crebbe come un maschio in una fattoria nella foresta di Epping, vicino Londra, correndo per i campi dietro ai fratelli. Ma attenzione, scrive Mary: accusare una donna di mascolinità è solo un’altra tattica degli uomini. In questo modo vorrebbero farci tornare a quella debolezza nefasta e artificiale, che produce, nella donne, «una propensione alla tirannia, generando astuzia, rivale naturale della forza, e inducendo a esibire quelle spregevoli arie infantili che ne minano la stima, nonostante al contempo eccitino il desiderio...». Sembra di ascoltare una tirata di Elizabeth Bennet, l’eroina di Jane Austen, o meglio ancora di leggere nella mente di Jane Eyre, l’impavida istitutrice.
Mary, per diventare la donna che voleva essere, studiò sul serio, e più che poteva. Non era facile, non veniva da una famiglia molto istruita. A sedici anni conobbe Fanny Blood, una ragazza colta, capace di cantare suonare disegnare e mantenere tutta la famiglia lavorando. Con Fanny, Mary aprì una scuola a Islington, dove mise a insegnare anche le sue sorelle. Quando Fanny, pochi anni dopo, morì di parto a Lisbona, Mary disperata chiuse la scuola, scrisse un romanzo, si occupò di politica, e infine partì per Parigi, innamorata della rivoluzione. Robespierre la deluse, ma nel frattempo conobbe un uomo, Gilbert Imlay. Un faccendiere americano, forse addirittura una spia, che speculava lavorando per i Giacobini, coltivando ambizioni politiche. Faceva la spola tra Parigi e Londra, fin quando in Francia non tornò più.
Mary partì per cercarlo, dopo averlo atteso a lungo insieme alla piccola Fanny, la loro figlia alla quale aveva dato il nome dell’amica adorata. Ovviamente, lo trovò sistemato con un’altra, «una giovane che lavorava come attrice in una compagnia di girovaghi», scrive Godwin. Pianse, tentò il suo suicidio, ma poi tornò da lui. Difficile capire per quali ragioni si legò a un uomo così, a una passione infelice e pericolosa. «Una delle ultime impressioni che una mente può essere in grado di cogliere è quella relativa al valore della persona per cui prova ammirazione», scrive il saggio Godwin. Imlay la spedì in Svezia a cercare una nave con un carico importante e ricco, sparita chissà come. Da lì scrisse all’amato (Lettere scritte durante un breve soggiorno in Svezia, Norvegia e Danimarca, edizioni Rubettino) d’amore, di politica, di paesaggi.
Una corrispondenza che la figlia Mary doveva aver letto, che dovrà esserle servita di ispirazione. Il suo Frankenstein è infatti un romanzo epistolare, la vicenda che conosciamo è inserita dentro le lettere del capitano Walton a sua sorella Margareth. Capitano di una nave, in viaggio verso il Polo Nord, una notte vede passare una creatura mostruosa che corre sui ghiacci, il giorno successivo un uomo su una slitta. L’uomo, che salirà a bordo e racconterà la sua storia, è il dottor Victor Frankenstein di Ginevra, l’incauto Prometeo.
Ma quando la madre è in Svezia, persa dietro vascelli fantasma, Mary non è ancora nata. Anzi, rischia di non nascere per niente perchè Mary Wollstonecraft, tornata dal suo viaggio, trova di nuovo Imlay con un’altra e si butta nel Tamigi.
Anche questa volta viene salvata, e, esaurito il lutto, si innamora finalmente di una persona perbene, William Godwin. Il 10 settembre 1797 nasce Mary e poche ore dopo la madre muore di setticemia. Lui, Godwin, qualche anno più tardi incontrò un’altra donna, fondò una casa editrice per bambini, scrisse la biografia di Mary, sua moglie, e si occupò di dare un’educazione vera a Mary, sua figlia. Che però a sedici anni si innamorò del poeta Percy Shelley, che ruppe un matrimonio e abbandonò due figli per seguirla. Godwin, pur seguace e teorico dell’amore libero - «non ci sposammo », scrive nella biografia di Mary, «non c’è nulla di più distante dalla spontaneità che far dipendere la grandezza di un sentimento da una cerimonia e lasciare che acquisisca valore solo perché riconosciuto pubblicamente » - non la prese bene. Ma i due fuggirono comunque insieme.
E una notte, per gioco, a Villa Diodati sul lago di Ginevra, Mary inventò e poi scrisse uno dei romanzi più belli della modernità, Frankenstein. Storia di un mostro, nato dalla presunzione di un uomo. Messo al mondo e abbandonato a se stesso, cresciuto senza che nessuno si prendesse cura di lui. Buttato nella vita senza istruzioni, costretto a vagare per la terra cercando, invano, qualcuno che potesse affezionarsi alla sua deformità. Come una figlia, la cui madre sia morta partorendola?
Mary Wollstonecraft è oggi riconosciuta come una delle prime e più importanti teoriche del pensiero femminista. Ma subì una lunga censura, per la sua vita considerata libertina e la sua impudicizia, anche sentimentale, nell’esporla. Fu George Eliot, a metà dell’ottocento, a riscoprirla, e dopo di lei Virginia Woolf che le dedicò uno dei saggi in Four Figures. Proprio quella sua vita libera, le lettere appassionate, unite al suo pensiero razionale, scrive Woolf, fanno di lei una figura speciale, rendono la sua esistenza, e il suo pensiero immortali. Ragione e sentimento, avrebbe infatti riconosciuto il Novecento, è molto più potente di ragione contro sentimento.

giovedì 29 maggio 2014

Jaurès, il partito del popolo

David, Il giuramento della pallacorda (abbozzo, 1793)

1-2, il vento della libertà
3, Bailly
6, tre ecclesiastici, la figura centrale è l'abbé Grégoire
8, Robespierre
11, Mirabeau

Se fosse una setta, se la sua vittoria dovesse essere la vittoria di una setta, il socialismo dovrebbe esprimere sulla storia il giudizio proprio di una setta, dovrebbe dare la sua simpatia a quei piccoli gruppi le cui formule sembrano meglio annunciare le sue o a quelle fazioni ardenti che spingendo quasi alla follia la passione del popolo sembravano rendere insostenibile il regime che vogliamo abolire . Ma non è da una esasperazione partigiana, è dallo sviluppo potente e vasto della democrazia che il socialismo verrà fuori ed è per questo che, in ogni momento della Rivoluzione francese, mi chiedo: qual è la politica che meglio serve l'intera Rivoluzione, tutta la democrazia? Ora, questa è al momento la politica di Robespierre. Babeuf, il comunista Babeuf, il vostro patrono e il mio, colui che nel nostro paese ha fondato non solo la dottrina socialista, ma soprattutto la politica socialista aveva avvertito tutto ciò nella sua lettera a Coupé de l'Oise: ecco che quindici mesi dopo la morte di Robespierre, quando Babeuf cerca di puntellare la sua impresa socialista, è la politica di Robespierre che gli appare come l'unico punto di appoggio. A Bodson, a questo ardente cordigliere che assisteva alle riunioni del club nella tragica settimana del marzo 1794, in cui l'hebertismo preparò la sua insurrezione contro la Convenzione, a Bodson, rimasto fedele alla memoria di Hébert, Babeuf non teme di scrivere, il 29 febbraio 1796, che Hébert non conta, era riuscito a coinvolgere solo alcune parti di Parigi, mentre il bene comune doveva avere per organo l'intera comunità: Robespierre da solo, andando oltre cricche, sette e combinazioni artificiali, ha rappresentato la piena portata della democrazia.

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Histoire socialiste de la France de 1789 à 1900
1903
 
Si le socialisme était une secte, si sa victoire devait être une victoire de secte, il devrait porter sur l’histoire un jugement de secte, il devrait donner sa sympathie aux petits groupements dont les formules semblent le mieux annoncer les siennes, ou à ces factions ardentes qui en poussant presque jusqu’au délire la passion du peuple, semblaient rendre intenable le régime que nous voulons abolir. Mais ce n’est pas d’une exaspération sectaire, c’est de la puissante et large évolution de la démocratie que le socialisme sortira: et voilà pourquoi, à chacun des moments de la Révolution Française, je me demande : quelle est la politique qui sert le mieux toute la Révolution, toute la démocratie ? Or, c’est maintenant la politique de Robespierre. Babeuf, le communiste Babeuf, votre maître et le mien, celui qui a fondé en notre pays, non pas seulement la doctrine socialiste, mais surtout la politique socialiste, avait bien pressenti cela dans sa lettre à Coupé de l’Oise : et voici que quinze mois après la mort de Robespierre, quand Babeuf cherche à étayer son entreprise socialiste, c’est la politique de Robespierre qui lui apparaît comme le seul point d’appui. A Bodson, à ce Cordelier ardent qui assistait aux séances du club dans la tragique semaine de mars 1794, où l’hébertisme prépara son mouvement insurrectionnel contre la Convention, à Bodson, resté fidèle au souvenir d’Hébert, Babeuf ne craint pas d’écrire, le 29 février 1796, qu’Hébert ne compte pas, qu’il n’avait su émouvoir que quelques quartiers de Paris, que le bonheur commun devait avoir pour organe toute la communauté et que Robespierre seul, au-delà des coteries, des sectes et des combinaisons artificielles et étroites, a représenté toute l’étendue de la démocratie.





Chambre des députés, 18 novembre 1908, débat sur la peine de mort

M. Jaurès. Qu’est-ce donc, dans son fond, dans son inspiration première, que la Révolution française ? C’est une magnifique affirmation de confiance de la nature humaine en elle-même. Les révolutionnaires ont dit à ce peuple, asservi et enchaîné depuis des siècles, qu’il pouvait être libre sans péril, et ils ont conçu l’adoucissement des peines comme le corollaire d’un régime nouveau de liberté fraternelle. M. Massabuau me rappelait Robespierre et la guillotine en permanence. Je prie M. Massabuau de laisser aux esprits vulgaires ce trop facile jeu d’esprit. (Exclamations et rires à droite et au centre. — Applaudissements à l’extrême gauche.) Messieurs, quand les grands esprits de la Révolution faisaient pour les hommes ce rêve d’une justice adoucie, c’était pour une société régulière, équilibrée et fonctionnant normalement. Ils ont été obligés à une lutte à outrance par la révolte même des forces atroces du passé. Mais savez-vous ce qui les excuse, s’ils avaient besoin d’excuse ? Savez-vous ce qui les glorifie ? C’est que, à travers les violences mêmes auxquelles ils ont été condamnés, ils n’ont jamais perdu la foi en un avenir de justice ordonnée. (Exclamations à droite. — Applaudissements à l’extrême gauche et sur divers bancs à gauche.) C’est qu’ils n’ont jamais perdu confiance en cette révolution au nom de laquelle ils avaient tué et au nom de laquelle ils étaient tués : Condorcet, proscrit, retraçait les perspectives du progrès indéfini de l’esprit humain ; à Robespierre, blessé, on ne pouvait arracher dans son stoïque silence aucune parole de doute et de désaveu. Et c’est parce que ces hommes, à travers la tourmente, ont gardé la pleine espérance, la pleine confiance en leur idéal, qu’ils ont le droit de nous la transmettre et que nous n’avons pas le droit, dans des temps plus calmes, de déserter la magnifique espérance humaine qu’ils avaient gardée. (Applaudissements à l’extrême gauche et sur divers bancs à gauche.) 

mercoledì 28 maggio 2014

Tolstoj, Platon Karataev



Di Tolstoj, Pierre incarna le idee, le speranze, le delusioni e, infine, anche la calma spirituale, la libertà interiore finalmente raggiunte; da questo punto di vista, i momenti rivelatori di apertura a un diverso e più immediato rapporto con la vita sono due nel romanzo e corrispondono alla lezione offerta da due personaggi che incarnano il rispetto per l'essere (Natascia) e la buona vita (Platon Karataev).  Nel caso della contessa Rostova lo scambio con Pierre accompagna tutta la narrazione. Per l'altro personaggio tutto si risolve in un incontro che dura un mese. Platon Karataev rappresenta la figura dell’uomo semplice, il soldato-contadino legato alla “terra” e a un’idea pura di Dio. Grazie all’amicizia con Karataev, il tormentato Pierre riuscirà a sciogliere il "complicato e terribile nodo della vita" e ad avvicinarsi all’assoluto.


http://www.sras.org/tolstoy_and_dostoevsky



Guerra e pace
Libro IV, parte prima

capitolo 12

... E Platon cambiò posizione sulla sua paglia.
Dopo esser rimasto per un po’ in silenzio, si alzò di nuovo in piedi. [...] Quand’ebbe così finito [la preghiera], si inchinò fino a terra, poi si alzò, diede un sospiro e si sistemò di nuovo sulla paglia. “Ecco fatto. Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare” disse, e si sdraiò tirandosi addosso il pastrano. [...] Fuori, in lontananza, si udivano pianti e grida e attraverso le fessure della baracca si intravvedevano fiamme; ma all’interno tutto era silenzio e buio. Per un pezzo Pierre non riuscì a prender sonno; sdraiato nel suo angolo, con gli occhi spalancati nel buio, ascoltava il russare ritmico di Platon che giaceva accanto a lui; e gli sembrava che il mondo, che poco prima gli era parso in rovina, risorgesse nel suo animo con nuova bellezza, su nuove, incrollabili fondamenta.

capitolo 13

    Nella baracca dove Pierre era stato portato, e dove avrebbe trascorso quattro settimane, c'erano ventitré soldati, tre ufficiali e due funzionari civili, tutti prigionieri. 
Ciascuno di costoro, in seguito sarebbe riafforato nella memoria di Pierre come attraverso una nebbia: mentre Platon Karataev gli si impresse per sempre nella mente e nell'anima come il ricordo più tenace e più caro, come la personificazione di tutto ciò che c'è di russo, buono e rotondo. Quando all'alba del giorno seguente, Pierre potè vedere il suo vicino, quella prima impressione di qualcosa di rotondo gli si confermò appieno: la figura di Platon, con il suo pastrano francese stretto in vita da una corda, il berretto a visiera e i lapti [le scarpe di scorza d'albero], era interamente rotonda; la sua testa era del tutto rotonda. La schiena, il petto, le spalle, persino le braccia, che teneva sempre in un certo modo come se fosse sul punto di abbracciare qualcuno, erano rotonde, il gradevole sorriso, i grandi, teneri occhi erano bruni e rotondi.
   Platon Karataev doveva avere più di cinquant'anni, almeno stando ai suoi racconti sulle campagne cui aveva partecipato da quando aveva iniziato il servizio militare. Lui stesso non sapeva né avrebbe mai potuto stabilire con precisione quanti anni avesse. Ma i denti forti e bianchi, che gli si scoprivano tutti in due perfetti semicerchi quando rideva (cosa che gli succedeva di frequente), erano belli e sani dal primo all'ultimo; nella sua barba e nei capelli non c'era un solo filo bianco, e tutto il suo corpo dimostrava agilità e, più ancora, resistenza e robustezza.
   Il suo volto, a dispetto delle piccole, rotonde rughe, aveva una espressione di innocenza e di giovinezza; la voce aveva un timbro gradevole, melodioso. Ma quel che distingueva il suo modo di parlare era l'immediatezza e la praticità. Evidentemente, egli non pensava mai a ciò che aveva appena detto o a ciò che stava per dire: da questo derivava la particolare, irresistibile forza di persuasione implicita nella rapidità e sicurezza delle sue intonazioni. 

    Nei primi tempi della prigionia, la sua forza fisica e la sua destrezza erano tali da far pensare che neppure sapesse che cosa sono la stanchezza o la malattia. Ogni mattina e ogni sera, diceva la sua preghiera: «Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare»; ogni mattina, alzandosi, scuoteva le spalle sempre allo stesso modo e diceva: «Sdraiandomi ho fatto ciambella, alzandomi mi do una scosserella.» In effetti, gli bastava mettersi giù per addormentarsi come un sasso, e gli bastava scuotersi per mettersi subito, senza un istante d'indugio, a occuparsi di qualcosa, come fanno i bambini che afferrano i giocattoli prima ancora d'alzarsi. Sapeva fare di tutto, non proprio alla perfezione, ma nemmeno male. Cucinava, cuciva, sapeva usare la pialla e la lesina. Era sempre indaffarato, e solo di notte si concedeva un po' di conversazione (cosa che gli piaceva molto) e di canzoni. Non cantava come i cantanti, che sanno di essere ascoltati, ma come gli uccelli. Si vedeva che per lui emettere quei suoni era tanto necessario quanto stiracchiarsi o far quattro passi; erano suoni delicati, sempre teneri e quasi femminei, pieni di malinconia, e il suo volto, in quei momenti, aveva un'espressione molto seria.
   Caduto prigioniero, s'era lasciato crescere la barba, scrollandosi evidentemente di dosso quanto d'estraneo e soldatesco gli si era appiccicato e tornando, istintivamente, al suo modo d'essere di prima, contadino e popolare.
   «Soldato congedato, camicia fuori dei pantaloni,» diceva.
   Del periodo passato sotto le armi, non parlava volentieri, benché non si lamentasse e anzi ricordasse sovente che durante tutto il servizio non era mai stato punito. Quando si metteva a raccontare, quasi sempre raccontava dei suoi vecchi e, naturalmente, dei cari ricordi della sua vita «di cristiano», come diceva, cioè di contadino. I proverbi che costellavano il suo discorso non erano i proverbi, per la maggior parte indecenti e sfrontati, che dicono i soldati, ma quelle sentenze popolari che sembrano così insignificanti prese così, da sole, e che acquistano invece, all'improvviso, un senso di profonda saggezza quando vengono pronunciate a proposito.
   Sovente gli capitava di dire esattamente l'opposto di quanto aveva detto un attimo prima: ma sia l'una che l'altra cosa erano giuste. Gli piaceva parlare e parlava bene, abbellendo il suo parlare di vezzeggiativi e di proverbi che a Pierre sembravano inventati lì per lì; ma il fascino principale dei suoi racconti stava nel fatto che, nel suo modo di esporli, anche gli avvenimenti più semplici, a volte perfino gli stessi a cui Pierre aveva assistito senza farci caso, prendevano un aspetto di solenne bellezza. Gli piaceva ascoltare le favole, sempre le stesse, che un altro soldato raccontava ogni sera. Ma ancora di più gli piaceva ascoltare storie di vita reale. Nell'ascoltarle sorrideva di gioia, suggeriva le parole e faceva domande che tendevano a render più chiara la bellezza di ciò che gli stavano raccontando. Affetti, amicizie, amore nel senso in cui Pierre intendeva queste cose, Karataev non ne provava; ma voleva bene a tutti, e viveva in un rapporto amorevole con tutto ciò che la vita gli faceva incontrare, specialmente con l'uomo, ma non un uomo determinato, bensì tutti gli uomini che gli capitavano davanti agli occhi. Amava il suo cagnolino, amava i compagni, i francesi, amava Pierre, che era il suo vicino; ma Pierre sentiva che Karataev, nonostante tutta l'affettuosa tenerezza che aveva per lui (e con la quale rendeva istintivamente omaggio alla vita spirituale di Pierre), non si sarebbe addolorato nemmeno per un istante se li avessero separati. E Pierre cominciava a provare lo stesso
sentimento nei confronti di Karataev.
   Agli occhi di tutti gli altri prigionieri, Platon Karataev era il più normale dei soldati; lo chiamavano Falchetto o Plato
ša [Platoscia], lo prendevano bonariamente in giro, lo mandavano a fare commissioni. Ma per Pierre egli rimase sempre quel che gli era apparso la prima notte: ineffabile, rotonda, eterna personificazione della semplicità e della verità.
   Platon Karataev non sapeva nulla a memoria, fuorché le sue preghiere. Quando raccontava qualcosa, sembrava che cominciasse a parlare senza sapere come avrebbe finito.
   Le volte che Pierre, colpito dal senso del suo discorso, lo pregava di ripetere ciò che aveva detto, Platon non riusciva a ricordare quel che aveva appena finito di dire, così come non era assolutamente capace di ripetere a Pierre le parole della sua canzone preferita. C'era, in essa, «mia cara piccola betulla», e poi «mi sento languire», ma, così a parole, era impossibile cavarne qualcosa. Non capiva, non poteva nemmeno concepire il significato di parole prese isolatamente dal discorso. In ogni sua parola, così come in ogni sua azione, si esprimeva quell'attività a lui stesso ignota che era la sua esistenza. Ma anche la sua vita, per lui, non aveva senso di per se stessa, isolatamente, ma solo come particella di un tutto di cui egli aveva costantemente coscienza. Le sue parole e le sue azioni fluivano dalla sua persona con la stessa regolarità, necessità e immediatezza con cui un fiore esala il suo profumo. Era impossibile, per lui, capire il valore o il significato di un'azione o di una parola considerate come qualcosa a sé stante.     


Il Gramsci di Wiaz

IL GRAMSCI DI WIAZ


Wiaz, nome adottato come artista da Pierre Wiazemsky, legato al settimanale di sinistra Le Nouvel Observateur. Nato a Roma nel 1949. Vero crocevia di parentele illustri, è nipote di François Mauriac per parte di madre e dal lato paterno è erede del titolo di principe Wiazemsky et di conte Levachov. Come se non bastasse ha sposato una Servan-Schreiber e sua sorella Anne è stata moglie di Jean-Luc Godard.
Il disegno coglie il legame stretto tra la figura di Gramsci e l'esperienza della prigione.


Sulla doppia prigionia del pensatore sardo sarebbero poi tornati in vario modo Aurelio Lepre, Giuseppe Vacca e Franco Lo Piparo.

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19 maggio 1930
 Carissima Tatiana,

ho ricevuto tue lettere e cartoline. Mi ha fatto nuovamente sorridere la curiosa concezione che tu hai della mia situazione carceraria. Non so se tu hai letto le opere di Hegel, che ha scritto «il delinquente aver diritto alla sua pena». Su per giú tu immagini me come uno che insistentemente rivendica il diritto di soffrire, di essere martirizzato, di non essere defraudato neanche di un minuto secondo e di una sfumatura della sua pena. Io sarei un nuovo Gandhy, che vuole testimoniare dinanzi ai superi e agli inferi i tormenti del popolo indiano, un nuovo Geremia o Elia o non so chi altro profeta d’Israello che andava in piazza a mangiare cose immonde per offrirsi in olocausto al dio della vendetta, ecc. ecc. Non so come ti sei fatta questa concezione, che è molto ingenua nei tuoi rapporti personali e abbastanza ingiusta nei tuoi rapporti verso di me, ingiusta e inconsiderata.  Tu, penso, non hai  riflettuto abbastanza al caso mio e non sai scomporlo nei suoi elementi. Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c'è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l'altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall'essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.
Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo sospettarli (colpi metaforici, s'intende, ma anche il codice divide i reati in atti e omissioni; cioè anche le omissioni sono colpe o colpi). Ecco tutto. Ma ci sei tu, dirai tu. È vero, tu sei molto buona e ti voglio molto bene. Ma queste non sono cose in cui valga la sostituzione di persona e poi, ancora, la cosa è molto, molto complicata e difficile a spiegarsi completamente (anche per la quistione delle muraglie non metaforiche). Io, a dire il vero, non sono molto sentimentale e non sono le quistioni sentimentali che mi tormentano. Non che sia insensibile (non voglio posare da cinico o da blasé); piuttosto anche le quistioni sentimentali mi si presentano, le vivo, in combinazione con altri elementi (ideologici, filosofici, politici, ecc.) cosí che non saprei dire fin dove arriva il sentimento e dove incomincia invece uno degli altri elementi, non saprei dire forse neppure di quale di tutti questi elementi precisamente si tratti, tanto essi sono unificati in un tutto inscindibile e di una vita unica. Forse questa è una forza; forse è anche una debolezza, perché porta ad analizzare gli altri allo stesso modo e quindi forse a trarre conclusioni errate. 
...
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

martedì 27 maggio 2014

Perché i sondaggi sbagliano

Paolo Natale 
Ebbene sì, i sondaggi sbagliano: ecco perché
Una parte importante di elettori è equidistante e decide solo all’ultimo 
Europa, 27 maggio 2014

Insomma, che dire? Ogni anno i risultati elettorali ci mostrano un panorama delle scelte dei cittadini completamente inaspettato, rispetto alle previsioni di voto. Merito certo dei sondaggi, che faticano sempre di più a catturare gli umori della popolazione, e ci forniscono la possibilità di stupirci delle scelte degli elettori, di accostarci alle nottate di voto con rinnovato interesse, non come una mera ratifica di quanto già si conosceva.
La sorpresa diventa dunque la cifra stilistica dei programmi elettorali. Anzi: le sorprese. Perché solitamente gli exit-poll differiscono un poco dalle rilevazioni demoscopiche che, ufficialmente, sono ferme a due settimane prima del voto; le proiezioni poi, quando sono ben fatte (come nel caso di domenica scorsa), ci danno un quadro ancora più diversificato, smentendo tutti i pronostici e gli stessi exit-poll che le precedono. Dunque, meno male che ci sono i sondaggi, che ci permettono di tener viva la nostra attenzione, senza dare nulla per scontato…
Scherzi a parte, anche quest’anno le rilevazioni demoscopiche ci hanno fornito stime largamente errate. Alcune, come quelle che su Europa ho argomentato nei giorni precedenti il voto, di direzione corretta (la certa vittoria del Pd) benché con scarti sicuramente meno significativi tra i due maggiori contendenti; altre totalmente insensate, con ipotesi di pareggio che sono risultate peregrine, alimentate dagli esperti del blog, che profetizzano addirittura una netta vittoria di Grillo e una débacle del Pd.
Tralasciando queste ultime informazioni prive di senso, è però giusto e onesto soffermarci sui sondaggi più seri, che pur fornendo una gerarchia tra le forze politiche che alla fine è stata quella corretta, non riescono nel contempo a stabilire i giusti margini dei distacchi tra i partiti. O meglio: le stime per tutti gli “altri” partiti risultano alla fine abbastanza in linea con ciò che poi accade realmente; ma fanno eccezione, in questa come nella consultazione dello scorso anno, le previsioni che riguardano le due maggiori forze politiche del nostro paese: Pd e M5S, appunto.
Cosa accade, dunque? Come vedremo meglio nelle analisi dei flussi elettorali che presenterò domani su questo giornale, esiste ormai in Italia un elettorato, stimabile attorno al 10 per cento dei votanti, che si pone in maniera equidistante nella scelta per uno dei due principali partiti (o movimenti). Questi elettori decidono di volta in volta, e generalmente nelle due settimane prima del voto, se privilegiare l’uno o l’altro, determinando infine la vittoria di uno dei due contendenti e la (parziale) sconfitta dell’altro.
Nelle ultime politiche ha scelto il M5S, in questa occasione ha al contrario votato in massa per il Pd di Renzi, determinando il suo indubbio trionfo.
Le motivazioni che portano alla scelta finale non sono peraltro particolarmente oscure. Si tratta di cittadini che aspettano, quasi con ansia, un vero cambiamento nella politica italiana, un forte anelito affinché i modi e i contenuti di quella politica cambino radicalmente.
L’anno scorso hanno trovato maggiormente in Grillo una sponda su cui fare leva, perché potesse scardinare le logiche sedimentate della casta; oggi si affidano per questo compito a Matteo Renzi, che pare incarnare in maniera corretta questo bisogno di cambiamento, all’interno però di un quadro di (parziale) continuità istituzionale. Difficile prevederne le scelte, benché non impossibile, anche perché spesso legate a comportamenti e messaggi che vengono veicolati proprio durante la campagna elettorale.
Certo, inutile nasconderselo, c’è anche una componente tecnica negli errori delle stime previsionali. Gli algoritmi che si adottano per ponderare i risultati cercano di correggere gli elementi di distorsione presenti in ogni sondaggio, e forse troppo spesso questi vanno a peggiorare le stime, invece che migliorarle. Lo scorso anno il Pd era stato decisamente sovrastimato e oggi, memori di quell’errore, molti analisti hanno stimato al ribasso le dichiarazioni degli intervistati che, in realtà, davano un responso “grezzo” molto simile a quanto poi accaduto. Tutte cose che ovviamente si conoscono dopo, e non prima dei risultati reali. Sento già le obiezioni di molti lettori: perché si fanno pagare? Perché non cambiano lavoro? Qualche giorno in miniera è quello che si meritano.
Ma è giusto anche sottolineare che la ricchezza, poco sfruttata, che si desume dalle ricerche demoscopiche non si limita alla sola previsione del comportamento di voto. Questo è invece quello che chiedono i giornali, i media più in generale, i politici stessi. Se non esce un numero, un vaticinio, sono tutti scontenti. Salvo poi prendersela quando la profezia non si avvera. È la sondaggite, bellezza, una malattia da cui non si guarisce…

domenica 25 maggio 2014

Ritratto di Germaine Necker (Madame de Staël)


Elisabeth Vigée-Lebrun, M.me de Staël come Corinna1808, Ginevra, Musée d'art et d'histoire


 Rivoluzionario in politica, irresoluto in amore, Constant non arrivò mai a scrivere il finale di questo lungo racconto in cui trasforma le due donne da lui più amate in personaggi letterari: la remissiva Cécile, la donna da sposare che non viene mai sposata, e l'agguerrita, coltissima Madame de Malbée, ispirata alla figura storica di Madame de Staël. L'eroe è invece un uomo bizzarro che agisce dietro impulsi incomprensibili, assillato da mille consiglieri, timoroso di sbagliare: solo che «come accade spesso nella vita, le precauzioni prese perché un timore non si realizzi sono precisamente quelle che lo fanno realizzare».

Benjamin Constant, Cecilia1811 (1951), traduzione di Piero Bianconi

Le sue lettere sempre affettuose e dolci m'avrebbero certamente ricondotto a lei, e già stavo cercando, sia pure con negligenza, di riavvicinarmele, quando incontrai per un caso che ebbe una lunga influenza sulla mia vita, la signora di Malbée [Madame de Staël]. Me ne innamorai pazzamente.

... Quando la incontrai, la signora di Malbée aveva ventisette anni. Statura piuttosto piccola che grande, troppo atticciata per essere snella, lineamenti irregolari e troppo marcati, incarnato poco gradevole, i più begli occhi del mondo, bellissime braccia, le mani un po' grandette ma di abbagliante bianchezza, un seno stupendo, movimenti troppo rapidi e atteggiamenti troppo virili, un suon di voce dolcissimo, che nell'emozione si spezzava in modo singolarmente toccante, componevano un insieme che a prima vista faceva sgradevole impressione; ma che, quando la signora di Malbée si scaldava, acquistava un'irresistibile seduzione.

Il suo spirito, che è il più vasto che mai donna o forse uomo abbia posseduto, aveva negli argomenti seri più forza che grazia; nelle cose attinenti alla sensibilità, un che di solenne e di affettato. Ma nella sua allegria c'era un certo fascino indefinibile, un che di puerile e di cordiale che cattivava il cuore e istituiva momentaneamente tra lei e coloro che l'ascoltavano una completa intimità, sopprimeva ogni riserva, ogni diffidenza, tutte quelle segrete restrizioni che sono invisibili barriere poste dalla natura fra gli uomini e che nemmeno l'amicizia è capace di sopprimere del tutto.  

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Benjamin Constant, Cécile (1811, pubblicata per la prima volta nel 1951)

Lorsque je rencontrai Madame de Malbée, elle était dans sa vingt-septième année. Une taille plutôt petite que grande et trop forte pour être svelte, des traits irréguliers et trop prononcés, un teint peu agréable, les plus beaux yeux du monde, de très beaux bras, des mains un peu trop grandes, mais d'une éclatante blancheur, une gorge superbe, des mouvements trop rapides et des attitudes trop masculines, un son de voix très doux et qui dans l'émotion se brisait d'une manière singulièrement touchante, formaient un ensemble qui frappait défavorablement au premier coup d'oeil, mais qui, lorsque Madame de Malbée parlait et s'animait, devenait d'une séduction irrésistible.
Son esprit, le plus étendu qui ait jamais appartenu à aucune femme, et peut-être à aucun homme, avait, dans tout ce qui était sérieux, plus de force que de grâce, et, dans tout ce qui touchait à la sensibilité, une teinte de solennité et d'affectation. Mais il y avait dans sa gaieté, un certain charme indéfinissable, une sorte d'enfance et de bonhomie qui captivait le coeur en établissant momentanément entre elle et ceux qui l'écoutaient une intimité complète, et qui suspendait toute réserve, toute défiance, toutes ces restrictions secrètes, barrières invisibles que la nature a mises entre tous les hommes et que l'amitié elle-même ne fait point disparaître tout à fait.



venerdì 23 maggio 2014

C'era una volta Berlinguer

Il leader dei 5 Stelle ha cercato di appropriarsi dell'eredità etica del segretario del Pci Berlinguer (il quale mai avrebbe usato i suoi toni violenti). «Il Movimento 5 Stelle è l'unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità». Appena arrivato sul palco, l'ex comico è stato preso in braccio dal parlamentare Di Battista, come fece Benigni con il segretario comunista. (l'Unità, 24 maggio 2014)

Così a questo siamo arrivati, dissacrando dissacrando. O usando usando. In piazza san Giovanni. Con Grillo che arriva in braccio a Di Battista. Non è il caso di chiedersi, qui e ora, chi era veramente Berlinguer. L'ultimo grande segretario del Pci è stato tante cose. Un comunista democratico. Un eurocomunista. Un erede di Palmiro Togliatti. Un alleato della Democrazia cristiana. E via di questo passo. Certo non era prevedibile che diventasse una icona da consumare in pubblico, a fini elettorali. Lo sberleffo continua, certo. E Berlinguer viene ucciso per la seconda o la terza volta.
Era stato a lungo dimenticato o accantonato dai suoi stessi eredi per comprensibili ragioni. Comprensibili quanto taciute, il più delle volte. Il socialismo dal volto umano si era inabissato con il crollo del socialismo reale. Ancor più inopportuno per molti risultava a quel punto tirare in ballo il comunismo. Perché attraverso la figura di Berlinguer esibirne ancora il ricordo?
Adesso siamo al terzo momento di esclusione dalla scena dopo la morte fisica nel 1984. Berlinguer diventa un'icona contesa da schiere di eredi presunti. A questo punto è di moda soprattutto il politico onesto che aveva riportato in primo piano la questione morale. Perché no? C'è una logica in questa riabilitazione trionfale della memoria.
Tutti i salmi finiscono in gloria, allora? Non proprio. Quello che torna sulla scena è un personaggio che ha pur sempre legato il suo nome alla politica del compromesso storico. A suo modo Berlinguer voleva porre fine all'anomalia italiana del bipartitismo imperfetto. Moro in proposito aveva le idee più chiare ma è certo che per entrambi il problema era quello di porre fine all'esclusione del Pci dal potere governativo. Ora il nome di Berlinguer ritorna proprio mentre torna di attualità l'anomalia italiana  (*). Un bel paradosso.

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(*) Massimo Franco
Verso un bipolarismo destinato a riproporre l’anomalia italiana
Corriere della Sera, 24 maggio 2014

Al di là di chi arriverà primo, l’Italia si prepara a consegnare di sé all’Europa l’ennesima immagine anomala. Il bipolarismo che si sta delineando tra Pd e Movimento 5 Stelle spiazza le divisioni tradizionali tra destra e sinistra. E offre un Paese nel quale la protesta non solo promette di assumere dimensioni di massa ma trasversali e non catalogabili in modo tradizionale. Il solo fatto che non si sappia dove gli eletti che saranno portati a Strasburgo da Beppe Grillo siederanno, certifica la diversità italiana. Le parole preoccupate di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi per l’ascesa del movimento dell’ex comico sono il segno di una sorpresa e di un affanno che aumentano di ora in ora.
Può darsi che si rivelino esagerate, e che gli elettori rispondano ai loro appelli. Ma il solo fatto che il leader di FI inviti a disertare le urne pur di non votare Grillo, tradisce un’inquietudine profonda. Segnala un atteggiamento psicologico che ha introiettato il dubbio della sconfitta: politica, se non numerica. Conferma quanto la virulenza verbale e la strategia dello sfascio del M5S siano i sintomi di una crisi profonda del sistema, terrorizzato di non avere anticorpi sufficienti per fermare questa ondata nichilista. Anticipa soprattutto il ridimensionamento del centrodestra dopo anni di predominio. E dilata il vuoto lasciato dal berlusconismo al centro del sistema politico.
Il punto interrogativo è se il governo di Renzi e il suo partito, in apparenza orfani del principale avversario e quindi potenzialmente trionfanti, saranno in grado di riempirlo almeno in parte; fino a qualche settimana fa, sembrava così. In fondo, il cambio in corsa doloroso a Palazzo Chigi con Enrico Letta ha avuto come ragione forte quella di arginare un populismo galoppante. Se questo obiettivo viene mancato, rischia di aprirsi un problema politico non da poco per l’esecutivo: sebbene si tenda ad esorcizzare questo scenario. Dipenderà dal livello di astensionismo e dalla distanza che il Pd riuscirà a mettere tra i propri consensi e quelli del M5S, se, come pare, ci riuscirà.
Renzi invita ad «andare a prendere uno a uno i voti del centrodestra». E chiede di non astenersi, convinto che percentuali di partecipazione basse favoriscano Grillo. «Noi partiamo al secondo posto» rispetto alle politiche del 2013, mette le mani avanti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. «Il Pd sarebbe felice di sorpassare Grillo. Ma effettuare il sorpasso governando è molto complicato». È una cautela in parte scaramantica, in parte dovuta all’imprevedibilità del voto europeo. Tra l’altro, non tutto l’elettorato sarebbe informato che si può andare alle urne solo domani, e non anche lunedì come succede per le Politiche. Il premier si dice sicuro che Berlusconi manterrà i patti sulle riforme istituzionali «nonostante le Europee»: dando per scontato un insuccesso che potrebbe compromettere il percorso seguito finora.
La sensazione è che ci si avvii ad una situazione postelettorale tale da aumentare le tensioni e la precarietà della legislatura. Ma proprio per questo obbligherà la maggioranza a fare le riforme promesse, per non aumentare l’ipoteca di un populismo che predica il «tutti a casa» dei partiti, avanzando proposte suicide per l’Italia; e per non alimentare la percezione negativa che l’Europa ha ricominciato a nutrire nei confronti del nostro Paese. Un governo nato per dimostrare una capacità decisionale inusuale, si ritrova di colpo sulla difensiva: costretto a rivendicare il poco o il tanto che ha fatto, e a garantire che farà di più: anche se la «leggerezza» di alcuni ministeri imporrà cambiamenti immediati.

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Marco Belpoliti
La canottiera di Bossi
Guanda, Parma 2012, pp. 18-20

... In un articolo del 1975, lo scrittore Mario Soldati descrive la gestualità di Berlinguer soffermandosi sul ricamo delle mani, sempre simmetriche e sincrone: "Piatte e piegate al polso, ora le manine delimitano un piano logico, dividono due argomenti troppo facili a confondere: ora, invece, curvandosi entrambe a conca, l'una di qua e l'una di là, chiudono come un cerchio magico fatti o idee che vanno considerati globalmente". Soldati vuol suggerire l'incrollabile fede ideologica che è implicita in questo, le convinzioni che si celano dietro i gesti, che, seppur descritti a parole, ricordano da vicino quelli dei democristiani che argomentano in modo sottile, e cercano un contatto intellettuale, non solo emotivo, col loro uditorio. Sono, si potrebbe dire, dei mandarini, ovvero uomini di potere, che del loro potere non devono rendere conto agli ascoltatori, ma lo esercitano nel pubblico comizio attraverso il dispiegarsi delle frasi e dei ragionamenti, così che i destinatari del messaggio abbiano la sensazione di partecipare al farsi stesso delle idee, o almeno di condividerle, come quando si ascolta un insegnante, un professore o un intellettuale.
... Luigi Ghirri [...] ha scattato una serie d'immagini molto eloquenti in una delle ultime feste dell'Unità in cui il leader del Pci tenne il comizio conclusivo davanti alla folla dei militanti [...] La solitudine di Berlinguer è evidentissima. Si trova lontano dalla folla, distante e la sua corporeità sembra cancellata. Un'interpretazione, certo, ma come nel ritratto di Soldati, in questi scatti si comprende benissimo quale sia lo stile oratorio e gestuale del leader comunista.

Andrea Cortellessa sul libro di Belpoliti  http://www.sinistrainrete.info/cultura/1979-andrea-cortellessa-fenomenologia-della-canotta.html