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martedì 30 luglio 2024

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Domenico Scalzo,  Davos 1929. Ernst Cassirer e Martin Heidegger di fronte a Kant, Las Torres de Lucca, n. 13 (2018)


Il saggio ruota intorno alla disputa sull’eredità kantiana che avvenne a Davos, nel 1929 tra Cassirer e Heidegger. L'autore legge l'intero dossier concernente la questione misurandosi con i testi, le testimonianze e con la principale letteratura critica sull'argomento. Al suo centro è il rapporto tra immaginazione, libertà e politica. Due diverse letture di Kant che stanno in una discrepanza che suscita sgomento. La convinzione che il saggio matura è che si tratti di un’opposizione, non di un livellamento ermeneutico, tra Cassirer e Heidegger, cioè che tra la "Filosofia delle forme simboliche" e "Essere e Tempo" o "Kant e il problema della metafisica" debbano cogliersi le analogie oltre che le differenze filosofico-politiche. L'idea è che si sia davanti ad un'opposizione filosofica che si lega fin nell’intimità della parola alla positività di ciò che è posto — e non necessariamente contrapposto — di fronte alla posizione contraria; opposizione filosofica quale figura produttiva del negativo, perché ne incorpora il potenziale di movimento e di trasformazione, ne incoraggia la possibile traduzione in nome di Kant - ossia della prima e della seconda edizione della "Critica della ragione pura", che fu al centro del dibattito - in luogo della loro reciproca esclusione. Un’opposizione reale tra forze entrambe positive, attive e non reattive: ecco come l'autore legge il confronto o la disputa tra Cassirer e Heidegger a Davos. Nessuna delle due filosofie deriva infatti il proprio senso dalla negazione dell’altra, come avrebbe detto Kant, dei contrari che non sono contraddittori. Esse si sfidano tuttavia secondo un piano ontologico e simbolico aperto su prospettive storiche e teoriche drammaticamente controverse. Da una parte la libertà come forma simbolica dell'antropologia umana, difesa da Cassirer come un valore da riconoscere, dall'altra la libertà come verità dell'essere e destino di un popolo, assunta da Heidegger come una missione da compiere. Sullo sfondo le ombre nere che il mito politico del nazionalsocialismo allunga sulla Germania e l’Europa. Tenebre che presto getteranno l’opposizione nell’oscurità di una notte del mondo in cui una filosofia, quella di Cassirer, salverà nell’esilio il simbolico, riflettendo criticamente sul mito dello Stato, mentre l’altra, quella di Heidegger, si abbandonerà alla sua replica distruttiva, alla potenza del nazionale, nell’annientamento dell’essere e della sua differenza. (Abstract)

https://www.avvenire.it/agora/pagine/maestro-cassirer-moderno-illuminista
Federica Montevecchi, Cassirer, un illuminista tra le forme simboliche ed Einstein, il manifesto, 1 settembre 2024 

venerdì 21 aprile 2017

Mein Kampf in italiano



Angelo Bolaffi, Il "Mein Kampf" in italiano, un'edizione anti-fake news, la Repubblica, 19 aprile 2017

ADOLF Hitler continua a tormentare la coscienza europea. Anzi col passare dei decenni aumentano anziché diminuire gli interrogativi attorno a quello che appare sempre più un enigma storico, nonostante studi e ricerche sulla sua figura e sul movimento da lui guidato riempiano intere biblioteche. Proprio come aveva profeticamente intuito Salvator Dalí intitolando un suo quadro del 1939 "El enigma de Hitler". Il capo politico - vera e propria incarnazione del "male assoluto" - che nel giro di pochissimi anni fu capace di trascinare nella barbarie la Germania provocando la più traumatica frattura di civiltà dell'epoca moderna, sulla cui luciferina pericolosità i suoi contemporanei presero un abbaglio catastrofico commettendo un tragico errore di sottovalutazione, ci costringe sempre di nuovo a decifrare cause e dinamiche di un fenomeno politico evidentemente impossibile da storicizzare. Di più. Le inquietanti dinamiche dell'odierna crisi epocale che sta sconvolgendo i paradigmi culturali e geopolitici dell'Occidente impongono un supplemento d'indagine non solo sulle modalità storico-politiche che consentirono la presa del potere ma soprattutto un'analisi critica dei lemmi del messaggio grazie al quale Hitler riuscì a "convertire" una nazione al suo programma di odio e di violenza.

Occorre esaminare, dunque, le parole di quella Lingua Tertii Imperii - questo il titolo della magistrale indagine condotta da Victor Klemperer (Giuntina, 2008) - grazie alla quale Hitler e il regime nazista riuscirono, con l'obiettivo politico di manipolare le masse, ad asservire il pensiero stesso e la cultura di un intero popolo. A cominciare da Martin Heidegger. "Spero molto che tu faccia i conti in modo approfondito con il libro di Hitler", questa la calda esortazione rivolta dal filosofo al fratello Fritz in una lettera del 1931: "Che questo individuo abbia e abbia avuto uno straordinario e sicuro istinto politico quando tutti noi avevamo ancora la testa annebbiata, questo non lo può negare nessun individuo ragionevole (...) Non si tratta più di politica partitica ma della salvezza o del tramonto dell'Europa e della cultura occidentale".

Per questo va salutato come un importante avvenimento politico-culturale la pubblicazione in italiano di una edizione finalmente critica del Mein Kampf (Adolf Hitler: La mia battaglia , Free Ebrei edizioni, da domani acquistabile online sulle principali piattaforme in formato digitale e cartaceo) curata da Vincenzo Pinto, studioso del sionismo e dell'antisemitismo. Free Ebrei è un'associazione nata nella primavera del 2012 come sito d'informazione, per promuovere lo studio e la comprensione dell'identità ebraica: La mia battaglia inaugura la loro collana editoriale "Documenti". A questo volume, introdotto da un saggio dello storico britannico Richard Overy, farà seguito un secondo nel quale autori italiani e stranieri approfondiranno i principali problemi del Mein Kampf e lo stesso curatore ripercorrerà criticamente la vicenda delle precedenti traduzioni italiane (alcune ancora presenti nelle librerie online, mentre lo scorso anno il testo è stato distribuito in edicola, tra le polemiche, dal quotidiano Il Giornale ).

Come si ricorderà lo scorso anno, a cura dell'Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera, era apparsa una edizione storico-critica del Mein Kampf (diventata poi bestseller): una scelta editoriale, quella degli storici tedeschi che ha sollevato nell'opinione pubblica, e non solo in Germania, un dibattito molto acceso, nel quale le valutazioni positive hanno ampiamente prevalso. Anche se non sono mancate autorevoli voci di dissenso come quella del britannico Jeremy Adler, studioso della letteratura della Shoah. Questa edizione italiana, che tiene ovviamente conto di quella tedesca, è la prima che appare in un paese dell'Europa occidentale (in Francia è prevista una edizione per l'anno prossimo presso l'editore Fayard, mentre in Inghilterra verrà pubblicata una traduzione integrale dell'edizione tedesca), ed è accompagnata da un imponente apparato storico-critico pensato non solo per una cerchia ristretta di specialisti, ma anche a scopi didattici. Infatti il lettore avrà a disposizione non solo una minuziosa cronologia della vita di Hitler fino al 1926, anno in cui apparve il secondo volume de La mia battaglia , ma anche un notevole glossario e un completo indice dei nomi. Inoltre ognuno dei 27 capitoli in cui è suddiviso il Mein Kampf viene introdotto da una sinossi contenente genesi, riassunto, analisi, parole chiave, bibliografia e un approfondimento in due sezioni: analisi retorica e analisi storico-culturale.

A parere del curatore Vincenzo Pinto, la cultura italiana "non ha ritenuto l'opera degna di rilevanza, finendo per mitizzare un testo molto disprezzato e sottovalutato", commettendo lo stesso errore compiuto dalla Germania di Weimar che lo fece oggetto di feroci stroncature: un libro "noioso, confuso, scritto male e fumoso" lo definì un recensore, mentre un altro parlò di "un guazzabuglio di frasi costruite male oppure sbagliate dal punto di vista grammaticale, che non ha alcun valore intellettuale". Contro tale superficiale e autolesionistico atteggiamento di colpevole incomprensione, La mia battaglia intende guardare in faccia l'incarnazione del "male" scoprendo che non è né metafisico né folle ma terribilmente "umano, troppo umano".

Niente esoterismo, niente magia, dunque. Hitler ha usato l'ebreo per creare il suo movimento populista facendo dell'ebreo il "nemico" della civiltà occidentale. Per riuscire a "scardinare in profondità il meccanismo retorico che alimenta il messaggio hitleriano", come spiega Pinto, esso va vivisezionato. Hitler e come lui anche altri politici populisti non possono essere "compresi attraverso una logica deduttiva o induttiva, semmai serve quella abduttiva", "nel senso indicato filosoficamente da Charles S. Peirce, elaborato storicamente da Carlo Ginzburg e semanticamente da Umberto Eco". Scopriremo così che l'antisemitismo di Hitler non è un semplice assioma del nazionalsocialismo, né il prodotto (più o meno distorto) di singoli episodi della vita reale. È invece "la deduzione "a ritroso" del medico detective che analizza i "presagi": i sintomi di decadenza fisica e morale lo portano a "scoprire" una "malattia" più profonda che va "giustificata" sul campo. Qui sta la grande forza del mito nazionalsocialista nelle democrazie di massa, ma anche la sua intrinseca debolezza: è l'espressione di un sentimento atavico (il bisogno di un capro espiatorio) che può essere risvegliato, ma che può anche essere messo a tacere dalle armi dei "semplici" fatti".

Nel saggio intitolato La tecnica dei nostri miti politici - l'ultimo scritto prima di morire nel 1945, nel suo esilio americano - Ernst Cassirer sostiene che nel periodo tra le due guerre mondiali sarebbe avvenuto non solo un mutamento radicale nelle forme della vita politica e sociale ma anche una completa trasformazione nelle forme del pensiero politico giacché "il tratto forse di maggior rilievo, ed è insieme il più allarmante, nell'evoluzione della nostra vita politica è il sorgere improvviso di un nuovo potere: il potere del
pensiero mitico". Una diagnosi stilata dal grande pensatore tedesco per decifrare l'enigma Hitler e più in genere il fenomeno del totalitarismo, e che suona terribilmente attuale in un mondo in cui l'agire politico è dominato da un nuovo potere: quello delle fake news.