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lunedì 5 maggio 2025

La scoperta della civiltà contadina



Nicola Lagioia, Perché il mio Carlo Levi non si è fermato a Eboli
La Stampa, 5 maggio 2025

Cristo si è fermato a Eboli è un cardine della letteratura italiana ed europea. È la scoperta di una diversa civiltà, un «viaggio al principio del tempo», il racconto di un popolo colonizzato fatto da chi, venuto dalla stirpe dei colonizzatori, si spoglia del proprio privilegio ricevendone in cambio una lingua nuova. È un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro antichissimo sbocciato nel cuore della modernità. Ed è un’evocazione, un discorso corale, un ponte tra mondi non riconciliati. Nessun lettore può inoltrarsi nei suoi capitoli e restare indifferente. Ed è, questo libro così umano, anche un problema che non siamo riusciti a risolvere.

Quando ero un ragazzo, e vivevo a Bari, i lettori di Carlo Levi con cui ero in contatto si dividevano in due categorie. C’erano quelli che si sentivano riscattati da Cristo si è fermato a Eboli perché aveva reso centrale, sul piano letterario, la civiltà contadina del Mezzogiorno. E poi c’erano quelli che, pur riconoscendo il valore del libro, gli imputavano la responsabilità di aver diffuso l’idea di un Meridione sprofondato nell’arretratezza.

Alla «vergogna nazionale» di cui parlò Palmiro Togliatti visitando Matera nel 1948 aveva insomma aperto retoricamente la strada proprio Levi, dicevano i suoi detrattori. Il Cristo era ambientato ad Aliano (trasformato in Gagliano per esigenze poetiche), ma la sua forza espressiva era tale da rendere la parte rappresentativa del tutto. Negli anni ’80 del Novecento – l’epoca in cui, da ragazzo, dovevo scegliere se guardare a Levi con sospetto o gratitudine – diverse zone della Basilicata e della Puglia (le due regioni, seppure diverse, venivano reputate sorelle) facevano ormai parte della piena modernità italiana, ma anche cercando tra quelli che avevano fatto il salto sociale era difficile trovare un ingegnere, un medico, un professore universitario, un principe del foro, un imprenditore di successo che non fosse figlio o nipote di contadini.

Una madre con il figlio a Teramo nel 1940

 

Il mondo raccontato da Carlo Levi era ancora molto vivo nella memoria della gente. Ricordo primari d’ospedale discettare di scienza medica, rischiarati dai lumi di Diderot e Voltaire, ma se un paziente chiedeva con troppa insistenza il giorno esatto in cui sarebbe guarito, allora quei medici cambiavano registro, e rispondevano con ironia: pescrille e pescruflo. («Crai è domani, e sempre», scrive Carlo Levi a proposito del modo in cui i contadini di Gagliano percepiscono il tempo, ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e maruflone; ed il settimo giorno è maruflicchio.

Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai. Nessuno può sapere con troppa precisione quando guarirà (o morirà) un malato. Un medico che abbia frequentato la civiltà contadina avrà speranze di evitare le trappole dello scientismo più sfrenato, l’altra faccia della superstizione.

Ho avuto un’educazione piccolo borghese, slanciata verso la modernità: liceo scientifico, università, collettivi studenteschi, concerti rock, mostre d’arte, cineforum. I miei nonni materni venivano tuttavia da lontano, erano coltivatori diretti, lavoravano la terra in microscopici fondi del sud barese. I loro padri erano stati braccianti, tra i padri dei loro padri c’erano i «cafoni all’inferno» di cui scrisse Tommaso Fiore quando riprese la leggenda del bracciante del Tavoliere il quale, una volta deceduto, fu spedito all’Inferno dove trovò condizioni migliori di quelle sperimentate nel latifondo. I giorni feriali frequentavo l’università. Il venerdì andavo al cinema. Il sabato andavo ad ascoltare Arto Lindsay (a Bari, in quel periodo, suonavano con regolarità Laurie Anderson, Robert Fripp, Roberto Gil, il meglio dell’avanguardia contemporanea). Provavo a immergermi nella cultura del mio tempo. La domenica mattina, però, andavo a trovare i nonni materni nell’entroterra e così piombavo, istantaneamente, in un’altra dimensione. Per conoscere le ultime novità musicali bastava recarsi in un negozio di dischi d’importazione, per i libri c’erano le librerie, le biblioteche.

Per accedere al tipo di conoscenza di cui erano depositari i nonni la porta era più stretta. Ho insomma avuto il privilegio di conoscere la civiltà contadina. L’ho frequentata gli ultimi anni durante i quali i suoi rappresentanti sono stati vivi, attivi, impegnati a difendere spicchi sempre più ridotti di un mondo che è andato poi distrutto in via definitiva. Non ne facevo parte, ne sono stato accolto. Quando poi ho letto Carlo Levi non ho trovato traccia d’esotismo nelle sue pagine, e non mi sono risentito. Oggi qualcuno accuserebbe forse Levi di appropriazione culturale, e non sarebbe più lontano dal dire una cosa esatta. Ho avuto sempre un tuffo al cuore leggendo il Cristo, mi sono sentito riconosciuto, confortato, persino consolato. Ho constatato ogni volta con quanta cura, precisione, capacità di scavo (quindi di ascolto) Carlo Levi avesse affrontato una civiltà a lui aliena.

In seguito, lo stesso Sud avrebbe relegato in modo sciagurato quella cultura nel folkore quando si sarebbe dato il compito di rappresentarla (al «cafone» si andava sostituendo il «cozzalo», il termine dispregiativo con cui nei contesti metropolitani venivano qualificati i contadini, considerati ormai dei rozzi semianalfabeti senza più un ruolo nella nuova società; tanto che quel termine, «cozzalo», indicherà poi in modo generico chi in città, contadino o meno, si comporterà in modo goffo, inadeguato), e l’avrebbe condannata alla dismissione se non all’oblio quando si sarebbe trattato di ragionarne politicamente.

Tra i lettori di Levi ero tra quelli che si sentivano risarciti, non danneggiati, dalla sua opera. Eppure il tema del «risarcimento» è fuorviante. Cristo si è fermato a Eboli non è un libro destinato a chi, nato nel Mezzogiorno, senta il bisogno di sentirsi nobilitato nelle proprie origini. È forse più utile a chi quel Sud lo conosce meno. «Chi non capisce il sud non capisce niente non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa e forse del mondo», scriveva il sociologo Franco Chiarello affrontando l’opera di Franco Cassano. Ma non si tratta nemmeno solo di far conoscere la «luna dei Borboni» al resto del paese. Quello di Levi non è – mi sembra anche più chiaro oggi – un libro su un’Italia da migliorare sottraendo al degrado certe sue pur affascinanti aree geografiche, ma un’opera sapienziale sul costruire l’Italia (e l’Europa) anche attraverso la civiltà di quei luoghi remoti, e dunque, allo stato attuale, è un libro sul paese mancato, sul continente mancato.



mercoledì 27 novembre 2024

L'intrusa radicale

 


Viktor Nekrasov, Sovietico in Italia, Vallecchi editore, Firenze 1960

… la genuina cucina italiana la conoscemmo qualche giorno dopo, ospiti di Linuccia Saba, la figlia del famoso poeta italiano Umberto Saba, ora morto. Non ricordo esattamente quello che ci fu offerto; ricordo soltanto che era tutto molto gustoso: Linuccia Saba è famosa per i suoi pranzi raffinati. Ma la sera trascorsa in in casa sua mi restò impressa non tanto per le pietanze che mi furono offerte, quanto per ciò che avvenne quando il pranzo finì.
Una breve nota scritta dalla nostra ospite e pubblicata sul giornale “Il Punto”, cominciava così:
“- Dei russi invitati a pranzo? – mi domandò la mia cuoca, e nei suoi occhi apparve la paura.
- Oggi da voi ci saranno veramente dei russi? – domandò la portiera, e i suoi occhi si accesero di un bagliore fanatico”.
Evidentemente, a provare questo interesse non furono solo la cuoca e la portiera della signora Saba, dal momento che alla fine del pranzo nell’accogliente appartamentino al sesto piano era difficile rigirarsi, tanti furono gli ospiti che arrivarono.
C’era anche Vasco Pratolini, l’autore del meraviglioso libro “Cronache di poveri amanti”, calmo, riservato, con lo sguardo un po’ triste sotto gli occhiali, e Giovanni Pirelli, il critico letterario Angelo Maria Ripellino, ancora giovanissimo, che parla correntemente il russo, autore di una ricca antologia di poesia russa. C’era, s’intende, anche Carlo Levi, sorridente e affabile, il principale animatore di questo incontro. Gli altri non li conoscevo.
Prendemmo posto in una piccola stanza arredata molto semplicemente, ma con gusto. E qui ebbe inizio una discussione che terminò, più o meno, alle tre di notte.
Non dirò che queste poche ore furono le più facili della mia vita. Il fatto è che, sebbene fossero passati pochi mesi dall’ottobre 1956, tutto quanto si riferisse all’Ungheria era ancora troppo fresco. I miei interlocutori, seduti tutt’intorno su divani, poltrone, tavoli e sul pavimento mi sottoposero per almeno due ore, ad un incrociato fuoco di fila. Non tocca a me giudicare quanto felici e convincenti siano state le mie risposte (…); ma alle due di notte eravamo tutti d’accordo che nessuno sarebbe riuscito a scuotere i rapporti amichevoli stabilitisi fra noi e che il modo migliore per rafforzarli era dire ciò che si pensa, difendere ciò in cui si crede, apertamente, francamente e fino in fondo.
Due mesi dopo, quando ero già a Kiev, lessi non senza sorridere, nel giornale italiano arciborghese “Il Mondo”, una specie di resoconto di quella serata. Anche in Italia avevamo sentito parlare di questo articolo, ma, chissà perché, non potemmo trovarlo. I nostri amici italiani, temendo evidentemente di guastarci l’umore, dicevano: Sciocchezze, non vale neppure la pena di leggerlo! E Carlo Levi, considerandosi fino a un certo punto il responsabile della serata, un po’ imbarazzato disse:
-Ma nessuno l’aveva invitata questa signora, benché si sia fermata “L’invitata”. Ne ha avuto sentore e si è presentata. Era impossibile non farla entrare.
È probabile che fosse veramente impossibile, ma, forse, sarebbe stato anche inutile, sebbene quando si va a un pranzo sia molto più piacevole trovarsi in una cerchia di gente che non stia seduta in un angolo con un block-notes. D’altra parte può anche darsi che l’”Invitata” non avesse alcun block-notes: la propria fantasia l’aveva sostituito felicemente. Lo giudico dal fatto che nell’articolo la mia persona era vestita, chissà perché, con una giubba di soldato, e io stesso ero descritto con l’aspetto “di un contadino siciliano”, con le mani muscolose e il viso scolpito come pietra, con folte sopracciglia sugli occhi neri”. Sinceramente mi piacque molto questo aspetto esotico attribuitomi, ma, ahimè, esso era così lontano dalla verità, quanto l’affermazione che alla serata erano presenti “due dell’ambasciata russa”. Ma che ci vuoi fare! Così è molto più interessante.
Il senso dell’articolo era racchiuso nella considerazione che sotto la grandine di domande che gli piovevano addosso “il povero scrittore russo” aveva incominciato a sudare, si era tolto la giacca, restando in giubbetto da soldato, e, avendo esaurito la riserva di lodi all’indirizzo del suo paese, passò al contrattacco, accusando gli italiani di far proiettare film antisovietici di produzione americana, non volendo più parlare d’altro. Tutto finì in modo tale che solo in strada al povero scrittore, sempre accompagnato da quei misteriosi “rappresentanti dell’ambasciata”, riuscì di respirare liberamente.


L’invitato, Povero russo, Il Mondo, anno IX, n. 16, 16 aprile 1956


Il russo non era sprofondato nel divano ma stavo seduto con cautela come volendo sorvegliare oltre che gli interlocutori di fronte, anche quelli di destra e di sinistra: aveva la giacchetta aperta su una camicia grigioverde da soldato, grosse mani nodose e una faccia scura e scavata, con occhi neri dalle folte sopracciglia, con capelli neri dall’attaccatura bassa. Era un contadino siciliano. Accanto, gli sedeva l’interprete, al di là dell’interprete, Carlo Levi sorrideva a tutti e a se stesso. Poco lontano, chiacchieravano due dell’ambasciata russa. Tutto attorno, gli ospiti che erano in prevalenza socialisti, fissavano il russo diritto negli occhi che sfuggivano, formulando domande che l’interprete traduceva con voce sempre eguale. La padrona di casa, Linuccia Saba, è un’ottima cuoca, oltre che una pittrice intelligente, ed è una cuoca che non dimentica, quando cucina, di essere una pittrice: aveva preparato un pranzo squisito, e l’odore riempiva il piccolo appartamento e tutto era propizio alle conversazioni pigre. Ma nessuno era pigro, tranne l’unico comunista presente, il critico d’arte dai capelli rossi che tentò più volte di parlare di argomenti vari, più tranquilli. Si rifiutarono gli altri: il figlio di un intellettuale famoso, l’architetto, lo scrittore di recente uscito dal PCI. Attorno al russo, con le teste chine per non perdere una parola della lingua incomprensibile, chiedevano dell’Ungheria e della Polonia, della Russia e della Cina. Prima erano seduti un po’ in giro per la stanza, ora gli si stringevano attorno. Era un cerchio stretto, sempre più stretto. Il russo era uno scrittore noto non solo nel suo paese, ma anche in Europa: si chiama Nekrassov. Il suo libro è stato tradotto dall’editore Einaudi e dall’editore Feltrinelli, con titoli poco diversi. Vi si narra la storia di un reduce che torna dalla guerra e trova che le la moglie, in sua assenza, si è distratta: la vicenda è nota, quindi, ma è cosa nuova che accade nella casta Russia, dove mogli infedeli non esistono. Il reduce trova molte altre cose cambiate, e talune non vanno bene: questo è perciò un libro coraggioso e libero, nei limiti del possibile. Serrato in quel cerchio, ora Nekrassov rispondeva come un disco: rivoluzioni sono indispensabili, il sangue aiuta la grande causa, la destalinizzazione dimostra l’autocritica d’un popolo ancora in sviluppo e sempre in movimento. La soppressione dei kulaki fu un atto coraggioso. Il comunista aveva un evidente desiderio di distensione. “Sì – disse – Lukacs dovrebbe ora tornare in Ungheria”. Lo interruppe il figlio dell’industriale: Parlo a nome del movimento operaio – esclamò, urlò, sembrando, nonostante rimanesse seduto, che si fosse alzato in piedi – Lukacs non deve tornare in Ungheria”. Diceva Nekrassov, e l’interprete traduceva: “Io credo che dall’incontro tra i popoli molto bene possa nascere, che la fratellanza universale possa aumentare e l’Occidente va incontro all’Oriente e viceversa”. Nekrassov sudava. Si mosse a disagio sul divano, si tolse la giacca e rimase nella rude camicia da soldato: disse che in Italia era stato al cinema e aveva visto il film “Sottana di ferro” e aveva trovato strano che in Occidente si faccia ancora questo tipo di propaganda. Il comunista di nuovo cercò di disturbare qualcuno, ma lo scrittore V. C. commentò indignato: “Non si può giudicare un paese da un film brutto, che del resto nessuno di noi è andato a vedere”. Come non lo avesse sentito, Nekrassov continuò a parlare della pellicola.
Erano le due di notte. In piedi, con la faccia che appariva ancora più scavata, lo scrittore si guardava attorno con sospetto. I due cani che gli strusciarono sulle gambe lo fecero sussultare. Una signora gli sorrise ed egli distolse lo sguardo. . Ma il comunista diceva al figlio dell’industriale: “La tua giacchetta cade senza una piega. Devi essere nato bene, tu”. Era l’ora di andarsene ma nessuno voleva allontanarsi prima degli altri. Uscirono insieme, e finalmente lo scrittore russo respirò: perché lui, non conformista, capitato in un paese libero era riuscito a dare solo risposte conformiste. Si avvicinò ai russi dell’ambasciata.




domenica 17 febbraio 2019

Autunno in Agropoli


















Possiamo dare inizio al racconto partendo da una piccola ondata di arresti che colpì a Torino diversi antifascisti: il 15 maggio 1935 la polizia fermò Vittorio Foa, Cesare Pavese, Franco Antonicelli, Carlo Levi, Massimo Mila, Tina Pizzardo e altri ancora. L'operazione mirava a smantellare la rete clandestina del movimento antifascista "Giustizia e Libertà". Franco Antonicelli venne preso in quanto frequentava il gruppo che aveva dato vita alla rivista La Cultura, pubblicata dall'editore Einaudi: gruppo in gran parte formato proprio da esponenti di Giustizia e Libertà. Fu condannato a tre anni di confino, poi ridotti a uno, che scontò ad Agropoli dal marzo 1935 al marzo 1936. 


Franco Antonicelli, Autunno in Agropoli, tratto da Id., Il soldato di Lambessa, ERI, 1956, pp. 11-17.
Molti anni fa, prima della seconda guerra mondiale, un'occasione mi portò nell'Italia del Sud, giù dopo Salerno, e dopo la bellissima Paestum, e dove comincia il Cilento. L'occasione fu la stessa che in quei giorni condusse i miei amici Carlo Levi e Cesare Pavese press'a poco nei medesimi luoghi, al di là della famosa terra invalicata da Cristo. In quel lontano paese, mai sentito nominare prima, ci andai dunque per obbligo; ci fui mandato quasi come in una prigione, e vi godetti invece, lo dico con gratitudine, tutta la libertà che si può godere al mondo. Arrivai con una grossa valigia e fui ricevuto dal segretario comunale e dal vecchio podestà [Saverio Granito] che mi guardarono sospirando con diffidenza: come fossi in uno Stato Straniero mi consegnarono un passaporto di color rosso. Forse Levi e Pavese lo restituirono come era prescritto; io invece riuscii a portarmelo via e lo serbo ancora per ricordo. Però i miei due amici portarono via qualcosa di meglio per sé e per gli altri, cioè i due libri che scrissero, l'uno il celebre Cristo si è fermato a Eboli e l'altro il meno noto ma bellissimo racconto Il carcere. Quando lessi i due libri, io ebbi un rimescolio dentro: non era lo stesso paese, eppure riconoscevo le medesime persone, il paesaggio di selvatica bellezza, il tempo remoto e pressoché immobile della sua storia, le usanze quasi rituali, la psicologia semplice e astuta, dolce e superstiziosa, da primitivi, il senso fatalistico della vita, la pazienza e la pena, e il bisogno di generosità e di affetto e l'appassionata e inappagata aspirazione alla civiltà, e tutte quelle altre cose e apparenze che, comunque se ne parli e giudichi, fanno ancora estranei metà degli italiani all'altra metà. Bello, ho detto, il paese, sfarinato e decrepito per antichità, metà sulla spiaggia, metà in alto su una acropoli cui si accedeva per una scalinata e un arco ducale: il mare di Pesto lo circondava di silenzio vuoto e di seta celeste. Ma anche là (come nei luoghi di Levi e di Pavese) la gente mi diceva, sparlando tristemente della guerra d'Abissinia in corso: "Dotto', è questa l'Africa! Nui tenimmo 'a coda". La coda, come scimmie, bestie selvagge. Non uomini. Cristo non era giunto nemmeno là. Era infatti un paese povero anche quello, dove gli uomini guadagnavano - nel '35 - sì e no tre lire al giorno, le donne si sfiancavano a raccogliere olive per un poco d'olio in compenso e i bambini a dieci, dodici anni, ripetevano la prima elementare perché, denutriti, non afferravano nulla. La tubercolosi era un po' il male di tutti, il male di chi non ha da mangiare. Filosofi, o poeti, anche, un po' tutti; se chiedevi: "che state facendo?", uno, in ozio e affamato sul mezzogiorno, ti rispondeva: "mangio il sole". Ma non sto a ragionarci sopra di più: penso soltanto, con un rammarico che mi brucia, mi umilia ancora, di non aver ricavato nulla da quella mia esperienza, nulla, dico, di scritto, nulla da quei libretti di appunti dove raccoglievo impressioni, disegni, parole e canti. Eppure passa il tempo, molto tempo, e nella mia vita avverto quel riferimento, quel punto fermo: io mi muovo e quel punto è là. E' tutto quello che mi resta di allora. C'è dunque un nome nella mia vita, una memoria breve o lunga secondo la nostalgia del momento, un nome e una stagione che vorrei portarmi dietro fino all'ultimo giorno, e questo desidero tanto che già penso dipinta la mia tomba come quelle etrusche, con tutti i volti i segni e i titoli delle cose che vi ho godute. Questo nome è Agropoli, quel tempo è l'autunno. Tutto ciò naturalmente è falso e vero insieme e io non so che cosa resista di più preciso. 
Quando dico Agropoli vedo anzitutto quella groppa di delfino che si incurva sul mare e io la contemplo appoggiato a un tronco di fico che il vento ha fatto ormai liscio e cenerino. E vedo tutte le parti del paese, di sopra e di sotto, alla spiaggia e alla collina, e il sorecino e il salacaro, con le quattro paranze, e la Marina, e la piccola grotta di Trentove e l'arida foce del Téstene.
E quando dico autunno laggiù penso agli aquiloni di cui giorno per giorno segnavo il colore, la gara e il molle giro nell'aria. E tutto è diventato autunno, come tutto, al chiudersi della vita, l'ultimissimo giorno assumerà una forma sola, prescelta fra ogni altra con l'incarico mestissimo di dirci addio. E' diventato autunno anche l'estate che vi giunsi, l'inverno che vi trascorsi e quell'inizio di primavera che me ne andai.
L'estate, quando i ragazzini nudi si rotolano sul lido nell'odore rinsecchito delle alghe, i porci, fulminati dal sole, dormono soffiando sconciamente, e sopra, sull'alta rupe, il capo fra le nuvole ampie, passa come un patriarca il contadino col suo bastone ricurvo, "l'angino", e una donna con una cesta sul capo e la capra alla corda, sola animazione di una solitudine primitiva e di una vastità superstiziosa, e l'odore dei fichi impregnati di sole, distesi su cesti ovali e piatti come antichi scudi, ribolle dappertutto: anche questo è autunno, specialmente la sera, così precipitosa, così fuggevole, che il mare si rivoltola con un fievole respiro di vento e nella luce cerula che si alza dall'acqua si vedono le ombre degli uomini che vanno a riempire i secchi per lavare le barche, mentre dalla parte della campagna gli olivi sono in pace, le quercie annerite, la terra manda nel silenzio l'olezzo di un fiato ancora caldo e le canne sventolano al totem della luna che viene a visitare le sue offerte. 
Ma è autunno, perché la memoria è come un'anima solitaria che indugia a vivere e allora è così malinconica. E forse anche per il fatto che inaspettatamente uno di quei mattini ancora estivi e bianchissimi comincia uno strepitoso lamento e di stradina in stradina, dal promontorio alla spiaggia e ai campi squillano le zampogne, già adesso in giro per la questua del Natale. Don Antonio Caruccio, Vincenzino Tafuri, Fefele Caròla, Beppe 'u luongo, la guardia Michelangelo, Don Ignazio Volpe con i suoi grandi denti d'oro e la catenona d'oro sul panciotto da cacciatore, tutti vengono fuori: i bambini scattan via dalla scuola, il parroco della Madonna di Costantinopoli [la chiesa in cima alla rupe, poco oltre la porta ducale, salendo, guarda verso il mare; sulla sua minuscola facciata figura la scritta Ave maris stella] scende anche lui con bella grazia. E' nato lu patrone ri lo munno - gli angeli ri lu cielo festa fanno. Autunno è la primavera che è precoce e stagione piena di incertezza, allora che io scopersi per la prima volta con meraviglia la pelle sbucciata di una serpe sospesa fra i biancospini, delicata come una bava, lieve come un soffio, e presagio di non so quali, tenere, misteriose, metamorfosi. Ma autunno è in particolare l'inverno, l'inverno che non conosce la sorpresa della neve (un anno che nevicò per modo di dire tutto il paese fece vacanza fin quando non scomparve, da un'alba all'altra, ogni traccia), l'inverno che si ammucchia fra le nuvole e il sole, il grecale e lo scirocco, così che nessuno se ne accorge, se non fosse che la lontana isola di Capri, tartaruga in profilo, s'attuffa più presto al tramonto. E io sono stato quel pomeriggio alla foce del Téstene a guardare le ragazze che prendono alla riva del mare l'arenile e lo rovesciano sul fianco della strada. Tutte ragazze giovanissime, bei visi in forti ombre. Prendono e vanno, avanti e indietro. - Masto Cosimo, sei sette, otto! - gridano al guardiano il numero dei loro trasporti. Mastro Cosimo ha i sassolini minuti in varie tasche e tiene il conto. Se una si ferma, si fermano tante altre: fanno beffe e vezzi al guardiano. - Cammenate! - dice lui. Passano sulla strada carri dalle alte ruote rosse, decorati di un bastone a spine ricurve, per attaccarvi tante cose. Ma già il mare è d'un celeste fosco, e lo sfiora un lume come d'alba. Allora io salgo ad Agropoli alta, perché il vento mi porta il suono di una fisarmonica e i preludi delle canzoni "cilentane". Ecco dalla scala che dà al Sorecino viene giù con una lanterna Nicola detto "u' barone"; passa l'antica porta ducale, scende la lunga rotta scalinata, si perde giù nel buio. Anche il mare s'abbuia. Il cielo nero con le stelle,le poche luci tremanti per l'aria, e laggiù nelle montagne del Cilento ingolfate nella silenziosa oscurità le scarse luci dei paesi. Dalla scala del Sorecino si vede dentro una stanza, dove al lume d'una lampada ad olio stanno riuniti alcuni uomini su panchette intorno a una tavola.  E si slarga, si profonde il suono della fisarmonica, interminabile e gradevole, che mescola i canti di Natale e le lunghe ottave cilentane. La fussi vista, la fussi veruta - int'a nu bosco la mia pastorella - sono tre mesi ca l'aggio perduta - povera bimba [nenna] mia quant'era bella. Al caffè di sotto anche ci sono altri vecchi che sanno canzoni, il "cunto" della bella Giuditta, la storia di Fioravante e Rizieri, la storia di Petrusenella: Ignazio Volpe che sa le cilentane politiche del tempo dei Borboni, e un altro che ha ottant'anni e fa il forgiaro [fabbro], e prima il suo mestiere era d'essere chiamato qua e là nei paesi a suonare il violino. Lo tiene ancora appeso sopra il letto e quando non gli viene sonno lo prende e lo suona. Mezzo cieco, e ubriaco quando può esserlo, va ancora alle feste e guida le quadriglie con i suoi curiosi comandi: "panza a panza!",  "culo a culo!", per dire "ballate di fronte e di spalla". Allora le donne di Agropoli così belle e seducenti (insinua una maliziosa cronaca secentesca che "per la mollitie dell'aere" le ragazze non eran più tali a sedici anni). coi loro forti e sbracciati contadini e pescatori irrompono impetuose nella danza al canto stridulo delle cilentane, un'ottava intrecciata con l'altra dai gruppi dei cantatori, eccitate dal gridìo, dalla frenesia delle risa, dall'incessante fremito delle chitarre, dal cupo vino che passa di bicchiere in bicchiere. E a un certo momento, a mezzanotte o più in là, attraversa la nebbia leggera un sordo suono, soffocato dalla lontananza: è la "tofa", la bùccina del trappetaro che chiama le donne al trappeto - al frantoio - per la torchiatura delle olive. Allora le donne si alzano di botto, corrono a cercare le loro asine, montano il loro carico di olive e - "iàah iàah!" - gridando alle cavalcature si perdono nel buio verso la collina.E autunno e Agropoli è ancora il mattino quando, le gambe nude nel biancore dell'alba, il ventre sporgente, la testa rigida sotto il peso delle anfore, le agropolitane traversano la piazzetta della Marina con le sue ombrelle di acacie, deserta, vanno alla fontana - oh, perché mi hanno detto che non c'è più? - cantano e rissano, e poi lente, come in sonno, salgono e scendono, e scendono e salgono - l'antica scalinata.  
https://machiave.blogspot.com/2025/02/una-cartolina-di-antonicelli.html


martedì 3 novembre 2015

Il mito del popolo primitivo in Carlo Levi

Matteo Marchesini
C. Levi, Morante, Pasolini
La realtà come mito
Doppiozero, 21 ottobre 2015





Tra i motivi romantici che la modernità decadente ha più estenuato, incanalandovi la sua tendenza estetizzante e regressiva, c’è il vagheggiamento di una vitalità incorrotta, premorale e infantile, magari col risvolto o la maschera del populismo. E c’è, soprattutto, la natura tutta letteraria di questo mito. Ci si mostra nell’atto di tornare alle origini, o di raccogliere intorno a sé un popolo primitivo; ma a tutto ciò non corrisponde né una conversione religiosa né un progetto politico. Rimane un gesto lirico: la Poesia si traveste da mistica e azione, mescolando fissazione narcisistica e fascinazione per una realtà in apparenza estranea alla Storia.
[...] Cristo si è fermato a Eboli (1945). Nelle sue pagine, sospese tra prosa d’arte e neorealismo, Levi racconta il proprio confino del 1935-’36 in un villaggio lucano, e mette a punto quella forma di reportage lirico-narrativo-saggistico, a taglio mitologico e antropologico, che gli servirà poi per descrivere la Sicilia, la Sardegna, la Russia, la Germania, e soprattutto il rapido tramonto delle speranze repubblicane.
Il Cristo si fonda su un contrasto tra due civiltà. Da una parte c'è quella a cui appartiene suo malgrado il narratore: cristiana, moderna e industriale, fiduciosa nel progresso; dall'altra parte quella contadina di Gagliano, pagana e immersa in un immutabile tempo ciclico. La Storia, “invenzione” della prima, è per la seconda appena la serie astrusa delle dominazioni, sopportate con una passività sonnambula da cui la risvegliano solo le effimere rivolte dei briganti. Ma anche in Lucania, la mitica immobilità di latifondi e plebi è stata ormai scalfita dal nuovo Stato, idolo sia delle destre sia delle sinistre, che lo considerano la soluzione dei mali del sud, mentre per l’autonomista Levi è parte del problema, perché pretendendo di uniformare realtà inconciliabili condanna il potere centrale a una tirannica impotenza, e le periferie soggiogate a una disperata servitù. A Gagliano lo Stato ha il volto di una caricaturale piccola borghesia burocratica, cioè del ceto per eccellenza «lontano dalla vita, idolatrico e astratto»: un ceto che non possedendo né i mezzi e la cultura delle classi elevate né la concretezza dei cafoni, s’aggrappa alla retorica e perde il senso della realtà. Nulla lo rappresenta meglio del pisciatoio di cemento armato che il podestà don Luigino ha installato nella piazza di un paese senz’acqua né impianti igienici, e che nessuno utilizza in modo proprio fuorché il narratore, torinese come la ditta (Renzi) da cui è uscito. Nella descrizione di questo obelisco o meteorite assurdo, Levi offre il meglio di sé. Il suo acume sociologico è infatti inscindibile dalla rappresentazione fisica, dal materico impasto di espressionismo generico e di lirico realismo che lo caratterizza anche come pittore. Con la sua versatilità talentuosa di novecentesco D’Azeglio, lo scrittore-artista-politico riduce così a una misura da terzapagina di lusso le suggestioni delle avanguardie moderne: i contadini lucani sono le sue esotiche maschere negre. Ma appunto per questo, più che realtà determinate sono emblemi a disposizione del narciso felice e giovesco che vi teorizza sopra, e che «assente Cristo fece/la parte del Signore», come scrive in un ritratto satirico Alfonso Gatto: un Signore, aggiunge Gatto additando perfidamente il corollario populista, che «splende come suole/risplendere chi scalda/i poveri a parole». Ostentando una segreta complicità con questi poveri, Levi suggerisce che la propria aristocratica cultura è molto più immediatamente vicina agli analfabeti di quanto non lo sia la prosaica amministrazione pubblica vanamente impegnata a introdurli nella Storia. L’uso simbolico delle Lucanie del mondo diventa poi ancora più esplicito nell’Orologio (1950), dove il contrasto di civiltà si fissa in uno schema ideologico. Siccome dei contadini, più che la specifica condizione sociale, gli interessa la spontanea inadattabilità allo Stato moderno, Levi li infila qui in un pittoresco gruppo “autonomista” in cui trovano posto non solo gli operai, ma perfino certi imprenditori e baroni, tutti produttori (poco importa se storditi di fatica o votati al lavoro creativo) da opporre ai «luigini», alla piccola borghesia «ameboide» e parassita dei letterati cortigiani e dei burocrati servi o tiranni.