segreti,
bugie e qualche atto mancato
Susie
Boyt. Tre generazioni di donne stanno insieme in un breve romanzo che
riesce a dare conto della complessità dei rapporti famigliari e non
solo
Sara
Sullam
Il Sole 24ore, 26 aprile 2026
Tre generazioni di donne – nonna, madre, nipote – abbandoni, segreti, tossicodipendenza. Potrebbero essere gli ingredienti di una corposa tragedia familiare. E invece no: in Ti voglio bene, mi manchi (traduzione di Ilaria Dagnini Brey), con grazia e delicatezza, senza sconti sulla durezza della vita, ma con una capacità narrativa che disinnesca ogni tentazione di semplice compatimento, Susie Boyt riesce a tenere insieme tutto (e tutte) in sole 192 pagine, e a ritrarre con lucidità la complessità dei rapporti familiari e non. Non è cosa da poco, ma Boyt, pur al suo esordio in Italia, è una scrittrice navigata, che ai temi dell’assenza, del lutto e della cura ha dedicato diversi libri. È autrice di diversi romanzi, nonché del memoir My Judy Garland Life (2009). Ha curato una nuova edizione di Il giro di vite e altri racconti di Henry James, scrittore che, afferma, le ha spiegato la vita. E, non da ultimo è la bisnipote di Freud, figlia del pittore Lucian Freud, sorella della scrittrice Esther Freud. Ma lasciamo da parte la biografia, e godiamoci il romanzo.
Siamo a Londra, tra gli anni 90 e i primi Duemila: Ruth, insegnante di letteratura inglese, vive con la nipote Lily, figlia di sua figlia Eleanor, da anni tossicodipendente e allontanatasi dalla madre da adolescente. Ruth ha mantenuto a fatica una relazione con Eleanor (che ha cresciuto da sola), e dopo la nascita di Lily ha deciso senza troppi indugi di prendere con sé la nipote, gesto a cui Eleanor non ha opposto particolare resistenza. Il romanzo, narrato in prima persona da Ruth, racconta della gioiosa fatica di crescere Lily, bambina e poi adolescente modello. Malgrado la difficilissima situazione di Eleanor, presenza tanto evanescente quanto minacciosa, nonna e nipote vivono rendendosi felici e contente.
C’è ampio spazio per la bellezza della vita, una vita di donne mai rinchiuse solo nello spazio domestico, ma che si muovono per Londra (altra protagonista del romanzo) con noi lettori al seguito, o che lasciano il segno nelle aule scolastiche a colpi di letteratura inglese. C’è spazio per le amicizie, come quella profonda tra Ruth e la collega Jean. La tragedia non è mai saliente, anche se la morte aleggia sempre: per dirla con una celebre frase di Virginia Woolf: «Volevo scrivere della morte, ma la vita ha fatto irruzione come sempre». C’è un talento – mi si conceda un ricorso esplicito ai caratteri nazionali – del tutto British nel rappresentare la vita in tutta la sua complessità, con understatement e humour. C’è qualcosa del cinema di Mike Leigh, di cui molti ricorderanno il magistrale Segreti e bugie (1996), anch’esso incentrato su un difficile rapporto madre-figlia.
Segreti e bugie, appunto. Ruth è una narratrice abile, ci tiene attaccati alle pagine e non ci lascia fino a quando esala l’ultimo respiro. A prima vista, Ti voglio bene, mi manchi potrebbe sembrare un romanzo sulla gioia che danno i bambini (quando sono come Lily), sulla fortuna di avere una seconda possibilità dopo quello che si percepisce come un fallimento, sulla generosità di Ruth, su una figura materna quasi santificata. Tutto questo c’è, è innegabile, ma Ti voglio bene, mi manchi non si risolve in un romanzo facilmente consolatorio. Senza che ce ne accorgiamo – talvolta senza che se ne accorga in tempo nemmeno Ruth – affiorano nel testo affondi nel passato, rivelazioni che ci mettono a parte di segreti ed episodi cruciali e non certo privi di tensione. Segreti che nulla tolgono alla forza di Ruth, al suo amore “mancato” per Eleanor: semplicemente, danno una profondità diversa al personaggio e al romanzo, e mostrano come una narrazione sola sia per forza piena di buchi, omissioni (volontarie o meno), atti mancati (famille oblige). «Io non so se sono una buona o cattiva persona», dice Ruth, «ma sapevo quello che volevo»: è lei stessa a stabilire un patto ben preciso con i lettori.
Nessun segreto viene rivelato a Lily, e probabilmente nemmeno a Eleanor. Ti voglio bene, mi manchi non ha rivelazioni finali e risolutive, non servono. Perché il punto non è la rivelazione, bensì la mossa improvvisa di Boyt verso la fine del romanzo, in cui è Lily a passare, senza soluzione di continuità e lasciando i lettori orfani della guida di Ruth, alla prima persona della narrazione e a offrire la propria storia: altrettanto parziale, altrettanto ricca, semplicemente diversa, in grado di cogliere doppi sensi e complessità. Lo si vede bene nell’episodio che dà il titolo al romanzo. Ruth e Lily sono nel giardino di una chiesa, e si fermano davanti a una vecchia tomba, la cui lapide reca l’iscrizione «Loved and missed» (e qui va detto che il titolo italiano, che traduce la frase con «ti voglio bene, mi manchi», perde il doppio senso e vira verso il sentimentale). Lily scoppia a ridere, e Ruth, stupita, le chiede perché: «perché sembra che le persone abbiano provato ad amarsi, ma un bersaglio si è mosso, oppure la mira non era buona, e l’amore insomma non si è realizzato, non è andato a buon segno?» È una domanda che resta aperta, e va bene così.
Con il romanzo di Boyt Bollati aggiunge un ulteriore titolo di qualità a un catalogo inglese di tutto rispetto, che negli anni ha saputo portare al pubblico italiano voci nuove, tra cui uno scrittore del Nord come Ben Myers (Giorni sempre più bui, Blu come te, All’orizzonte), o Eliza Clark (Penitenza e Maschi a pezzi), o riconoscerne di preziose, come Boyt.
Susie
Boyt
Ti
voglio bene, mi manchi
Bollati
Boringhieri, pagg.
192, € 18

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