sabato 27 maggio 2017

Carmela




Edmondo De Amicis, Carmela, Sellerio, Palermo 1990 [1868]

La mattina seguente, appena levato il sole, uscì di casa. Non aveva ancora fatto dieci passi sulla piazza, quando si sentì tirare leggermente la falda della tunica. Si voltò, e vide a due passi da sé, ritta e immobile nell'atteggiamento del soldato che saluta, una fanciulla co' capelli rabbuffati e il vestito scomposto, alta, sottile e di forme bellissime; la quale gli teneva fissi in volto due grandi e vivi occhi neri, e sorrideva.
...
Era bella davvero. Era uno stupendo modello di quella fiera e ardita bellezza delle donne siciliane, da cui l'amore, più che ispirato, è imposto, e il più delle volte con uno di quegli sguardi lunghi eintenti, che par che scrutino il più profondo dell'anima, e tolgono a chi è guardato tanto ardimento quanto n'esprimono. Aveva i capelli e gli occhi nerissimi, e i movimenti dei sopraccigli e dei labbri subitanei, tronchi, pieni di forza e di vita. La sua voce sentiva leggermente dello stanco e del roco, e il suo riso del convulso. Dopo che aveva riso continuava a tenere per un po' di tempo la bocca aperta e gli occhi spalancati.

sabato 20 maggio 2017

Tania innamorata




 
Con Gramsci. Una nuova biografia (Feltrinelli, Milano 2017), Angelo d'Orsi torna anche sulle vicende sentimentali del personaggio da lui studiato. L'amica  Pia Carena ne esce ridimensionata, è nominata appena due volte e ogni volta quasi di sfuggita. Non così la cognata Tania Schucht. Mai la sostanza ultima del rapporto tra i due era stata messa in luce con una tale finezza di analisi.



... Il rapporto con Tania , a ben vedere, diventava via via più complesso, con una sorta di crescente identificazione tra la cognata e la moglie, di cui egli stesso segnalava la somiglianza fisica. Forse si crea, tra i due, un legame che non è soltanto connesso alla cura, ma a un insieme di sentimenti che è aggrovigliato, ma che comprende qualcosa di più dell'affetto. Il silenzio di Giulia e l'incapacità di Antonio di scriverle, legata a quel silenzio, da un canto, la presenza costante e fedele di Tania dall'altro, finiscono per scalfire la formalità della relazione parentale. E le lettere frequentissime (quelle di lei, soprattutto, per le restrizioni imposte al recluso) e i colloqui in carcere, radi, ma sempre più desiderati da entrambi, testimoniano una realtà sfaccettata. Tatiana non è soltanto un'Antigone in lotta contro il potere tirannico che sta uccidendo Antonio, non è semplicemente colei che cerca di dargli la forza di resistere, bensì appare anche come una donna innamorata e, in certo senso, ricambiata da quell'uomo che continua a rifiutare le attitudini di chi pretende di dare conforto al carcerato [...], quell'uomo che continua a dire di essere diventato insensibile (p.254).



Si veda poi Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937, Einaudi, Torino, pp.195-196, n. 52: ... Gramsci percepiva in Tania una forma d'innamoramento forse sollecitata da lui stesso all'inizio della loro relazione, che nei momenti più tragici della sua situazione, di fronte all'obiettiva inadeguatezza delle cure che Tania gli dedicava, provocava in lui un'eccessiva irritazione. Per valutare questo aspetto della loro relazione sarebbe necessario conoscere le vicende sentimentali di Tania. L'unica traccia di cui disponiamo, però, è una lettera del 20 marzo 1916 scritta in francese, probabilmente non spedita, a un destinatario ignoto, che ci pare manifesti una disponibilità alla sublimazione integrale: ... "Attraverso [l'amore per Voi] ho ripreso la mia incrollabile fede ora, nella bontà di tutta l'anima. Senza questo amore non mi resterebbe che il dolore. Io so quanto Voi siate degno di ogni devozione, di ogni tenerezza. Anche se Voi non mi amaste, io resterei in silenzio risparmiandoVi ogni noia. Perdonatemelo! Si tratterebbe della mia vita intera. Ma io saprei trattarVi come un fratello, come un professore onorato se Voi preferite, lasciatemi soltanto andare e venire, fatemi lavorare per Voi! E' impossibile ciò che vi chiedo? Potreste tuttavia concedermelo. [...]"



martedì 9 maggio 2017

Sono nella musica


Siamo in un modesto locale della provincia francese (J.-P. Sartre, La nausea, 1938, Mondadori, Milano 1984, pp. 48-50). Qui, grazie al piccolo gesto di una cameriera che gira la manovella di un fonografo, sta per compiersi un miracolo della sospensione destinato a durare il tempo di una canzone ma a perdurare nel tempo della memoria e della coscienza. 
Antoine Roquentin, il protagonista del romanzo, crede che da quel fonografo stiano per sopraggiungere le note  della “Cavalleria rusticana”, com’è accaduto alcuni giorni prima.  Ma no, non è la Cavalleria.  E’ il jazz, anzi più precisamente “un vecchio ragtime”  anni ’20, “Some of these days”, cantato da una donna di colore con una voce graffiante, con un bel ritornello che “si getta avanti come una scogliera contro il mare”, il ritmo è suadente e incalzante, “tanto è forte la necessità di questa musica che nulla può interromperla, nulla che provenga da questo tempo dove il mondo s’è arenato”.
Quello che accade a Roquentin è che la sua nausea, quella nausea che sente dentro di sé, fuori di sé, attorno a sé, che accompagna malinconicamente le sue giornate, che morde col tedio la sua vita, “ è scomparsa … Di colpo … Nel tempo stesso la durata della musica si dilatava, si gonfiava come una tromba d’aria. Colmava la sala con la sua trasparenza metallica. Schiacciando contro i muri il nostro tempo miserabile. Io sono dentro la musica”. E fuori dall’esistenza. (Stefano Cazzato)

http://www.romainjazz.it/index.php/editoriale/53-sartre-tempo-della-musica

Maddalena gira la manovella del fonografo. Purché non si sia sbagliata, purché non abbia messo come l'altro giorno la romanza della Cavalleria rusticana. No, è proprio questa, riconosco il motivo dalle prime battute. E' un vecchio ragtime con ritornello cantato. L'ho sentito fischiettare da soldati americani per le vie di La Rochelle. Dev'essere di prima della guerra. Ma l'incisione è molto più recente. Con tutto ciò è il più vecchio disco della collezione, un disco Pathé con punta di zaffiro. 
Tra un momento ci sarà il ritornello: è sopratutto questo che mi piace e la maniera improvvisa con cui si getta avanti come una scogliera contro il mare. Per ora suona soltanto il jazz, non v’è melodia, solo note, una miriade di piccole scosse. Non hanno sosta, un ordine inflessibile le fa nascere e le distrugge, senza mai lasciar loro l’agio di riprendersi, di esistere per se stesse. Corrono, s’inseguono, passando mi colpiscono con un urto secco, e s’annullano. Mi piacerebbe trattenerle, ma so che se arrivassi ad afferrarne una, tra le dita non resterebbe che un suono volgare e languido. Devo accettare la loro morte; devo perfino volerla: conosco poche impressioni più aspre e più forti.
Comincio a riscaldarmi, a sentirmi felice. Non è ancor nulla di straordinario, è una piccola felicità di Nausea: si estende sul fondo della pozza vischiosa, sul fondo del nostro tempo - il tempo delle bretelle color malva e delle panche sfondate -  è fatto d'istanti larghi e molli, che ai margini s'allargano in una macchia oleosa. Appena nato è già vecchio, mi per di conoscerlo da vent'anni.
C'è un'altra felicità: esternamente, v'è questa striscia d'acciaio, l'esigua durata della musica che traversa il nostro tempo da parte a parte, e lo respinge, e lo lacera con le sue secche, piccole punte; c'è un altro tempo.
- Il signor Randu gioca cuori, e tu passi la maniglia.
La voce scivola e sparisce. Nonv'è nulla che morda sul nastro d'acciaio, né la porta che si apre, né la zaffata d'aria fredda che scorre sulle mie ginocchia, né l'arrivo del veterinario con la sua nipotina: la musica buca queste forme vaghe e passa attraverso. Appena seduta, la bambina è stata afferrata: si tiene rigida, i grandi occhi aperti, ascolta strofinando il pugno sulla tavola. 
Ancora qualche secondo e la negra concerà a cantare. Ciò sembra inevitabile, tanto forte è la necessità di questa musica: nulla può interromperla, nulla che provenga da questo tempo ove il mondo s'è arenato; cesserà da sé, più tardi. Questa bella voce mi piace non per la sua pienezza o per la sua tristezza, ma specialmente perché è l'avvenimento che tante note hanno preparato, tanto in anticipo, morendo per farla nascere. E tuttavia sono inquieto; basterebbe così poco perché il disco s'arrestasse: che si spezzasse una molla, che il cugino Adolfo avesse un capriccio. Com’è strano, com’è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla e tutto può spezzarla.
L'ultimo accordo s'è annullato. Nel breve silenzio che segue sento acutamente che ci siamo, che è accaduto qualcosa. 
Silenzio.

Some oh these days 
You will miss me honey. 


Quello che è accaduto è che la Nausea è scomparsa. Quando la voce s’è levata, nel silenzio, ho sentito il mio corpo indurirsi e la Nausea è svanita. Di colpo: è stato quasi doloroso diventar così duro, tutto rutilante. Nel tempo stesso la durata della musica si dilatava, si gonfiava come una tromba d’aria. Colmava la sala con la sua trasparenza metallica, schiacciando contro i muri il nostro tempo miserabile. Io sono dentro la musica. Negli specchi roteano globi di fuoco; anelli di fumo li circondano velando e svelando il duro sorriso della luce. Il mio bicchiere di birra s'è rimpicciolito, si accoscia sulla tavola: ha un aspetto denso, indispensabile. Voglio prenderlo e soppesarlo, stendo la mano... Mio Dio! E' questo, soprattutto, che è cambiato, sono i miei gesti.