lunedì 13 aprile 2026

L' esistenza labile


Per capire la scena che stiamo per raccontare bisogna avere bene in mente il contesto in cui si svolge. Nella Grande Guerra i soldati al fronte erano dei condannati a morte. Potevano sopravvivere, certo, ma le probabilità di perdere la vita erano molto alte. Per questo l'infermeria era un luogo fortunato, posto al riparo dalle sorprese della prima linea. I soldati arrivavano a desiderare le ferita giusta, quella che non ti uccide ma ti obbliga a prendere le distanze dal pericolo. In un clima dominato dalla precarietà dell'esistenza, la morte diventava molto presto dopo le prime esperienze di vita nelle trincee un evento ordinario. Il combattente viveva alla giornata, puntava ad assicurarsi migliori condizioni di vita nella misura del possibile. La morte o la disgrazia fisica di un commilitone tra gli altri poteva essere un'occasione per ereditare i suoi scarponi, per esempio. È il senso di un famoso episodio che si verifica in Niente di nuovo sul fronte occidentale (1928), il romanzo di Erich Maria Remarque. Il protagonista Paul  Bäumer assiste al ferimento e al successivo ricovero in ospedale di un suo commilitone e amico, ex compagno di scuola tra l'altro, Franz Kemmerich. Viene allora decisa l'amputazione di una gamba. Kemmerich indossa un paio di scarponi di cuoio pregiato, molto superiori per qualità a quelli previsti nella normale dotazione. Mentre Kemmerich è ancora in agonia, un altro commilitone, Müller, si fa avanti reclamando per sé le calzature che si stanno rendendo disponibili. Più che la vita o la morte di un proprio simile quello che conta è il benessere immediato contro ogni indulgenza al sentimento.      Nel Fuoco (1916) di Henri Barbusse un intero capitolo è dedicato a una visita in infermeria, al posto di soccorso. Sfilano i personaggi più vari, l'aviatore con lo sguardo perduto, uno zuavo con un braccio al collo, due coloniali che si sorreggono l'un l'altro, un malato che sputa sangue, un uomo senza piedi. Segue una scena raccapricciante di budella e viscere raccolte da un grosso sergente di sanità, in un lungo vicolo cieco pieno di gemiti. Il narratore incontra poi Farfadet, un commilitone che sta perdendo l'uso degli occhi. Infine si arriva all'episodio più significativo. Siamo sempre alla vita che si svaluta, come nella vicenda degli scarponi. Qui però il bene che passa di mano non è un oggetto qualsiasi, per quanto prezioso, è l'identità stessa di un uomo. Le circostanze sono molto particolari. Il narratore si sposta, si butta giù un po' più lontano, in un vuoto e incrocia "due uomini coricati che parlano sottovoce; mi sono così vicini che li sento senza ascoltarli. Sono due soldati della legione straniera, dall'elmetto e dal pastrano giallo scuro".
 — Le chiacchiere sono chiacchiere – dice sprezzante uno dei due. – Stavolta ci resto. È finita: ho l'intestino bucato. Se fossi in uno spedale, in una città, mi opererebbero in tempo e si potrebbe aggiustare. Ma qua! Sono stato beccato ieri. Siamo a due o tre ore dalla strada di Béthune, nevvero? E di strada ce n'è, quante ore ci vogliono, dì un po',  per arrivare ad un'ambulanza dove ti possono operare? E poi, quand'è che verranno a prenderci? Non è colpa di nessuno, tu capisci; ma bisogna vedere le cose per come stanno. Oh! da questo momento in poi, lo so bene, non posso stare peggio di adesso. Soltanto che non si può tirare avanti, perchè ho un buco tutto per il lungo nel pacchetto delle budella. Tu, la tua zampa andrà a posto, oppure te ne metteranno un'altra. Io invece sto per morire. —
Questa la situazione, dunque, queste le circostanze che danno luogo a una curiosa proposta. Il soldato promesso a morte certa offre all'altro in regalo la propria identità: 
— Ascolta, Dominique, tu hai fatto una brutta vita. Rubavi e avevi la sbronza violenta. Hai una brutta fedina penale.
Dopo qualche schermaglia verbale spunta l'idea:
— Io sono senza famiglia come te. Non ho nessuno, tranne Luisa; che non è della mia famiglia, visto che non siamo sposati. E non ho condanne all'infuori di qualche punizione militare. Il mio nome è pulito. — E poi? Me ne infischio. — E poi, io ti dico: prendi il mio nome. Prendilo. Visto che siamo tutt'e due senza famiglia, te lo regalo. — Il tuo nome? — Ti chiamerai Leonard Carlotti, ecco tutto. 
Il resto sono modalità precise dello scambio, tu prendi il mio libretto personale, io prendo il tuo. "Potrai vivere dove vorrai, salvo che al mio paese, dove mi conoscono un poco, a Longueville in Tunisia".
Quello che colpisce, in entrambi i racconti, in Remarque come in Barbusse, è una particolarità della costruzione narrativa. Il personaggio che sta per ecclissarsi è ancora sulla scena in un primo tempo. Kemmerich non assiste alla sua spoliazione, mentre Leonard Carlotti compie di sua iniziativa il bel gesto che anticipa la sua scomparsa finale. In un caso come nell'altro la vita umana, l'esistenza del singolo, sembra diventare un fattore secondario. Si può parlare di una esistenza labile, resa tale dalle circostanze della guerra.

Nessun commento:

Posta un commento