sabato 18 aprile 2026

La Gioconda mito e ripulsa

FERNANDA PALMA
Un’icona universale dentro (e fuori) il Museo: la “Gioconda”

I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), a cura di B. Alfonzetti, G. Baldassarri e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014

Già Giorgio Vasari nelle Vite, nel corso della sezione dedicata a Leonardo, probabilmente pur non avendola mai vista, sosteneva che la Gioconda fu «dipinta d’una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice» in quanto «Nella qual testa, chi voleva vedere quanto l'arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, perché quivi erano contrafatte [sic] tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipingere». Si soffermava poi su un’attenta descrizione della Monna Lisa, che sembra prendere vita attraverso le parole dell’autore:
«Gli occhi avevano que’ lustri e quelle acquitrine che di continuo si veggono nel vivo, et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi e i peli, che non senza grandissima sottigliezza si posson fare; le ciglia, per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali; il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo; la bocca, con quella sua sfenditura, con le sue fini unite dal rosso della bocca con l’incarnazione del viso, che non colori ma carne pareva veramente; nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi».
Nella letteratura ottocentesca la Gioconda attraverso il suo sorriso appena accennato, la sua espressione ambigua acquisisce vita autonoma: comincia a brillare di luce propria ‘fuori il museo’ tra le carte di scrittori, divenendo un’icona ‘charmante et dangereuse’, ‘être étrange’, ‘Sphynx de beauté’ caratterizzata da un fascino corrotto e malato. Fu Walter Pater, il primo a identificare nella Monna Lisa ‘il tipo di donna fatale’, una «bellezza che procede dall’interno e – che – s’imprime sulla carne».11 Nella sua immagine enigmatica confluiscono l’animalismo della Grecia, la lussuria di Roma, il misticismo del Medio Evo con la sua ambizione spirituale e i suoi amori ideali, il ritorno del mondo pagano, i peccati dei Borgia. Ella è - quindi - più vetusta delle rocce tra le quali siede; come il vampiro, fu più volte morta ed ha appreso i segreti della tomba.
In linea con le letture ottocentesche di Barrés e Séailles e in particolare con il ritratto letterario di Pater, D’Annunzio, sulla figura e sul mito storico di Monna Lisa, costruisce attraverso la sua opera l’immagine a più volti del femminile. Le protagoniste dei sui versi e dei suoi romanzi presentano gli stessi tratti: una natura multanime e medusea, un’ambiguità sessuale, un ‘fascino deleterio e rovinoso’, caratteristiche che rendono la donna agli occhi del poeta una ‘Nemica’, come appare evidente nella lirica Anima con labbra. Parlando della Gioconda ad Andrea Sperelli, finita di scrivere il 10 agosto 1889 e pubblicata nello stesso anno. Il poeta è vittima di una creatura misteriosa, simile a «[…] l’Essere ambiguo, il prodigioso Mito/ che Leonardo amò nella sua mente». Infatti «lo sguardo» della Monna Lisa, «suscitava un affanno indefinito / mordeva il cuore», «senza mai tregua, né tristi né liete/ sorridevan le labbra». D’Annunzio appare completamente affascinato dall’immagine mortifera della Gioconda, da cui è fortemente attratto e di cui è vittima consapevole. La Monna Lisa presenta per l’appunto i tipici tratti della cosiddetta ‘bellezza medusea’, ‘Erma bifronte’, intrisa di corruzione e melanconia, la cui fascination of corruption Walter Pater associava alla Gioconda, che da allora in poi diventerà l’emblema della belle dame sans merci. Allo stesso tempo però il suo sorriso appena accennato in linea con Gautier e Swinburne «sigla la dimensione misterica della conoscenza […]: “O tu che soffri, il tuo soffrire è atroce; / ma non saprai giammai perché sorrido”».
[Roberto] Longhi non lascia spazio ad equivoci: la tradizione pittorica fiorentina a suo avviso nel dipinto vinciano non è un elemento intrinseco, ma addizionale. È la sua carica psicologica ad avere il sopravvento e non l’arte. Monna Lisa già definita «simulacro di donna», comunica un senso «non di pienezza, ma di gonfiezza e di conseguente vacuità interiore» e con tono ironico e provocatorio prosegue, «Nessuno ci toglierebbe di mente che non ci sia un principio d’infezione sotto questa giallognola, molliccia, soffice come un portaspilli – che non ci sia una frode nel peso di questa pallida pagnottella». Ed infine dopo un’attenta disamina della posizione assunta dalla dama nel dipinto, Longhi sposta l’attenzione sull’altra ‘Lisa’, la Lise Tréhot ritratta da Pierre Auguste Renoir, presentata al Salon del 1868. Una «signora semplice e alla mano, che nell’anno 1867 si soffermava in un recesso della foresta di Fontainebleau» e quindi «molto meno ambiziosa dell’altra». L’intervento si chiudeva così con la descrizione della ‘seconda Lisa’. L’accostamento al dipinto di Renoir è volutamente polemico, ma del tutto in linea con il pensiero artistico di Longhi e al clima di quegli anni.


In estate di Pierre-Auguste Renoir

In estate

Autore: Pierre-Auguste Renoir
1868

Berlino, Nationalgalerie
Pierre-Auguste Renoir, uno dei massimi artisti impressionisti, realizzò questo dipinto nel 1868: fu l'unico che espose al Salon di quell'anno ed è un ritratto di Lise Tréhot, modella che posò per l'artista per diversi anni (nel 1868 aveva vent'anni d'età) e che con Renoir ebbe anche una relazione. La ragazza è ritratta in abiti gitani (una canottiera e una gonna a righe), con la spalla destra della canottiera che scende in modo un po' provocatorio.

La ragazza siede all'ombra di alcune piante (sulla sedia notiamo la firma del pittore), ha lo sguardo perso nel vuoto, poggia con disinvoltura le mani sulle ginocchia, i capelli sono in alto legati da un nastrino rosso ma scendono sulle spalle in modo disordinato. Il dipinto brilla per la sua intensità e per il suo elevato grado di naturalismo. Oggi è conservato presso la Nationalgalerie di Berlino.

Finestre sull'Arte, 25 giugno 2013


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