FERNANDA PALMA
Un’icona universale dentro (e fuori) il Museo: la “Gioconda”
I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), a cura di B. Alfonzetti, G. Baldassarri e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014
Già
Giorgio Vasari nelle Vite, nel corso della sezione dedicata a
Leonardo, probabilmente pur non avendola mai vista, sosteneva che la
Gioconda fu «dipinta d’una maniera da far tremare e temere ogni
gagliardo artefice» in quanto «Nella qual testa, chi voleva vedere
quanto l'arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva
comprendere, perché quivi erano contrafatte [sic] tutte le minuzie
che si possono con sottigliezza dipingere». Si soffermava poi su
un’attenta descrizione della Monna Lisa, che sembra prendere vita
attraverso le parole dell’autore:
«Gli
occhi avevano que’ lustri e quelle acquitrine che di continuo si
veggono nel vivo, et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi
e i peli, che non senza grandissima sottigliezza si posson fare; le
ciglia, per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove
più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non
potevano essere più naturali; il naso, con tutte quelle belle
aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo; la bocca, con
quella sua sfenditura, con le sue fini unite dal rosso della bocca
con l’incarnazione del viso, che non colori ma carne pareva
veramente; nella fontanella della gola, chi intentissimamente la
guardava, vedeva battere i polsi».
Nella
letteratura ottocentesca la Gioconda attraverso il suo sorriso appena
accennato, la sua espressione ambigua acquisisce vita autonoma:
comincia a brillare di luce propria ‘fuori il museo’ tra le carte
di scrittori, divenendo un’icona ‘charmante et dangereuse’,
‘être
étrange’, ‘Sphynx de beauté’ caratterizzata da un fascino
corrotto e malato. Fu Walter Pater, il primo a identificare nella
Monna Lisa ‘il tipo di donna fatale’, una «bellezza che procede
dall’interno e – che – s’imprime sulla carne».11 Nella sua
immagine enigmatica confluiscono l’animalismo della Grecia, la
lussuria di Roma, il misticismo del Medio Evo con la sua ambizione
spirituale e i suoi amori ideali, il ritorno del mondo pagano, i
peccati dei Borgia. Ella è - quindi - più vetusta delle rocce tra
le quali siede; come il vampiro, fu più volte morta ed ha appreso i
segreti della tomba.
In
linea con le letture ottocentesche di Barrés e Séailles e in
particolare con il ritratto letterario di Pater, D’Annunzio, sulla
figura e sul mito storico di Monna Lisa, costruisce attraverso la sua
opera l’immagine a più volti del femminile. Le protagoniste dei
sui versi e dei suoi romanzi presentano gli stessi tratti: una natura
multanime e medusea, un’ambiguità sessuale, un ‘fascino
deleterio e rovinoso’, caratteristiche che rendono la donna agli
occhi del poeta una ‘Nemica’, come appare evidente nella lirica
Anima con labbra. Parlando della Gioconda ad Andrea Sperelli, finita
di scrivere il 10 agosto 1889 e pubblicata nello stesso anno. Il
poeta è vittima di una creatura misteriosa, simile a «[…]
l’Essere ambiguo, il prodigioso Mito/ che Leonardo amò nella sua
mente». Infatti «lo sguardo» della Monna Lisa, «suscitava un
affanno indefinito / mordeva il cuore», «senza mai tregua, né
tristi né liete/ sorridevan le labbra». D’Annunzio appare
completamente affascinato dall’immagine mortifera della Gioconda,
da cui è fortemente attratto e di cui è vittima consapevole. La
Monna Lisa presenta per l’appunto i tipici tratti della cosiddetta
‘bellezza medusea’, ‘Erma bifronte’, intrisa di corruzione e
melanconia, la cui fascination of corruption Walter Pater associava
alla Gioconda, che da allora in poi diventerà l’emblema della
belle dame sans merci. Allo stesso tempo però il suo sorriso appena
accennato in linea con Gautier e Swinburne «sigla la dimensione
misterica della conoscenza […]: “O tu che soffri, il tuo soffrire
è atroce; / ma non saprai giammai perché
sorrido”».
[Roberto] Longhi
non lascia spazio ad equivoci: la tradizione pittorica fiorentina a
suo avviso nel dipinto vinciano non è un elemento intrinseco, ma
addizionale. È la sua carica psicologica ad avere il sopravvento e
non l’arte. Monna Lisa già definita «simulacro di donna»,
comunica un senso «non di pienezza, ma di gonfiezza e di conseguente
vacuità interiore» e con tono ironico e provocatorio prosegue,
«Nessuno ci toglierebbe di mente che non ci sia un principio
d’infezione sotto questa giallognola, molliccia, soffice come un
portaspilli – che non ci sia una frode nel peso di questa pallida
pagnottella». Ed infine dopo un’attenta disamina della posizione
assunta dalla dama nel dipinto, Longhi sposta l’attenzione
sull’altra ‘Lisa’, la Lise Tréhot ritratta da Pierre Auguste
Renoir, presentata al Salon del 1868. Una «signora semplice e alla
mano, che nell’anno 1867 si soffermava in un recesso della foresta
di Fontainebleau» e quindi «molto meno ambiziosa dell’altra».
L’intervento si chiudeva così con la descrizione della ‘seconda
Lisa’. L’accostamento al dipinto di Renoir è volutamente
polemico, ma del tutto in linea con il pensiero artistico di Longhi e
al clima di quegli anni.
In estate di Pierre-Auguste Renoir
In estate
Autore:
Pierre-Auguste Renoir
1868
Berlino,
Nationalgalerie
Pierre-Auguste
Renoir, uno dei massimi artisti impressionisti, realizzò questo
dipinto nel 1868: fu l'unico che espose al Salon di quell'anno ed è
un ritratto di Lise Tréhot, modella che posò per l'artista per
diversi anni (nel 1868 aveva vent'anni d'età) e che con Renoir ebbe
anche una relazione. La ragazza è ritratta in abiti gitani (una
canottiera e una gonna a righe), con la spalla destra della
canottiera che scende in modo un po' provocatorio.
La ragazza siede all'ombra di alcune piante (sulla sedia notiamo la firma del pittore), ha lo sguardo perso nel vuoto, poggia con disinvoltura le mani sulle ginocchia, i capelli sono in alto legati da un nastrino rosso ma scendono sulle spalle in modo disordinato. Il dipinto brilla per la sua intensità e per il suo elevato grado di naturalismo. Oggi è conservato presso la Nationalgalerie di Berlino.
Finestre sull'Arte, 25 giugno 2013


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