Francesca De Benedetti
Trionfo di Magyar, l’Ungheria cambia pagina: Orbán ammette la sconfitta. Smacco per gli alleati globali
Domani, 13 aprile 2026
BUDAPEST – «Viktor Orbán si è congratulato con me per la vittoria». Lo ha annunciato alle 21 circa Péter Magyar, mentre i numeri già facevano sognare a lui una super-maggioranza, agli ungheresi e all’Europa una svolta. Pochi minuti dopo, il leader di Fidesz ha messo la faccia sulla sconfitta, «la accetto» ha detto presentandosi con la sua squadra davanti a telecamere e supporter. Andrà all’opposizione, ha confermato, anche se «mai ci arrenderemo». Superata la mezzanotte e a scrutinio quasi totale, la proiezione del futuro parlamento consegnava a Tisza ben 138 seggi su 199, confermando così per Magyar i due terzi abbondanti coi quali anche la Costituzione può essere modificata (anche per questo la maggioranza è «super»), con una situazione capovolta per Fidesz, che dal 2022 aveva ereditato la mega-maggioranza e ora si ritrova invece con soli 55 seggi. L’unico altro partito che è riuscito a entrare in parlamento, superando la soglia del 5 per cento, è l’estrema destra di Mi Hazánk, come previsto.
Cambiare quasi nulla e così cambiare comunque tutto: è la scommessa vinta da Magyar. La sola idea che Orbán sloggiasse dopo 16 anni ininterrotti di governo ha scatenato questa domenica una partecipazione record, file ai seggi come in quel 2023 in cui Tusk mise fine all’era Pis in Polonia. «Un’affluenza così in Ungheria non si vedeva dagli anni Novanta», ha rivendicato a ora di cena Magyar dal podio, «ottimista». Fino all'ultimo il leader di Fidesz, in consapevole difficoltà, aveva chiamato al voto «i patrioti, tutti», mentre la turbodestra globale incrociava le dita: «Votate per l’amico di mio padre», si era messo a implorare pure Donald Trump junior, come se non fossero bastate le uscite del padre, dell’intera amministrazione, il sostegno del Cremlino, di Netanyahu, l’endorsement di Meloni al congresso di Fidesz di gennaio e Salvini a insistere sullo stesso chiodo, Le Pen, AfD, chi più ne ha a destra più ne metta.
L’Ungheria ha scelto la scommessa di Magyar.
Un cambio di epoca
Influencer globale e teorico della «democrazia illiberale» quando ancora non era così di moda, autocrate smaccato da anni anche se per lungo tempo l’Europa ha preferito non vedere, il leader di Fidesz ha una biografia politica che ha l’unica coerenza della rincorsa spregiudicata del potere. Già nel 1993, quando il suo partito allora liberale ottenne una sede, fu venduta a una banca per dare i soldi al padre di Orbán, Győző. La vera natura dell’orbanismo – autocrate e corrotto – era lì, sotto gli occhi di tutti, in pieno centro in via Váci 38. Dal 2010 l’autocrate si è preso tutto, l’economia, i media, la costruzione del discorso, l’immaginario, ma gli ungheresi sanno che ha anche tolto. Economia sempre più buia, sanità e welfare disastrosi, fondi Ue congelati, isolamento europeo.
Perciò Magyar – conoscendo gli anni di assuefazione e la tendenza destrorsa dell’elettorato – sapeva che cambiando quasi nulla – lui che richiama allo stesso apparato ideologico di Fidesz, che viene dallo stesso contesto, che dà prova di stile accentratore e opaco, che ha abbastanza cinismo da gestire senza rotture pure la transizione con Mosca, che esibisce lo stesso slancio filo Usa – avrebbe potuto far leva sulla stanchezza degli ungheresi e sulla rabbia delle nuove generazioni, cambiando così comunque tutto.
«Non importa l’uomo, importa il cambiamento», come avevano detto i giovanissimi budapestini al concerto di venerdì. Setacciare coi comizi cittadina per cittadina, villaggio per villaggio, a ritmi forsennati, è servito al fondatore di Tisza per mantenere «l’onda», come lui stesso l’ha chiamata quando il sorpasso su Fidesz è cominciato, a ottobre 2024. E questo 12 aprile è diventata tsunami politico. «Mi avete sempre protetto, proteggetemi anche ora», ha detto il premier ungherese ai suoi supporter alla vigilia. Magyar minaccia di «indagare» i corrotti e gli scandali, lo tsunami fa sentire le scosse di assestamento da settimane, mesi. Pezzi di esercito e servizi, per non parlare dei cambi di giacca dell’ultima ora dei sindaci di paese una volta fidesziani convinti, sono usciti allo scoperto per Tisza, indicando i sommovimenti, gli spostamenti dalla parte del possibile vincente.
Una scelta di campo
L’idea che Tisza possa essere un Fidesz dei primi duemila, senza esasperazioni filorusse e quindi anti Ue, spiega gli entusiasmi in giro per l’Europa ed è in fin dei conti anche la vera debolezza strategica di Orbán, che ha varcato le porte del Cremlino 17 anni fa e che, finita l’era merkeliana dell’appeasement con Berlino, finisce per essere troppo esposto verso Mosca per l’Ue, dunque pure per gli ungheresi europeisti.
Nel 2009 Orbán varca le porte del Cremlino e in quel preciso punto della storia – prima ancora del voto del 2010 che lo riporta al governo – mette a punto l’idea di una Budapest equilibrista, con l’Ue nella misura in cui l’Ue paga, ma con Mosca e poi pure con Pechino se conviene. Alle elezioni del 2022 la Cina e la Russia avevano già fatto dell’Ungheria il loro cavallo di Troia nell’Ue, tra fabbriche di batterie cinesi (Catl), banche russe e cinesi in piena capitale, e soprattutto per il ruolo sabotatore nelle decisioni europee. Ad aprile di quattro anni fa, quando Orbán vinse, la sua posizione verso Putin era già evidente. Alla Balna, quartier generale di Fidesz ora come allora, il megafono del premier, Zoltán Kovács, interrogato da Domani sui rapporti con la Russia in pieno massacro in Ucraina, augurava «che siano il più normali e pragmatiche possibile».
Non ci sarebbe stato neppure bisogno delle registrazioni rese pubbliche in questa campagna elettorale da un consorzio di media, nelle quali si sente il premier dirsi «al servizio» di Putin e il ministro degli Esteri offrire a Lavrov documenti del Consiglio Ue, per sapere che Péter Szijjártó, premiato con medaglia dell’amicizia da Mosca, era un gancio putiniano in Europa.
Cosa è cambiato allora? Cosa ha reso intollerabile la già nota anomalia orbaniana, spesso sfruttata dagli stessi leader europei per mediazioni sotto traccia? La vera variabile sta nei rapporti deteriorati con l’Europa, spostatasi nel frattempo in direzione di Polonia e Baltici, ovvero nello sgretolamento della politica di appeasement con Orbán praticata dalla Germania almeno fino ad Angela Merkel (anche nel 2025, nel presentare il libro a Budapest, è stata accolta con tutti gli onori dall’autocrate).
Sotto la guida di Merkel, la Germania aveva visto nell’Ungheria prima di tutto lo sbocco delle sue manifatture automobilistiche, con basso costo del lavoro e condizioni favorevoli (che Fidesz garantiva). Anche nel Partito popolare europeo (dove la Cdu siede) negoziare piuttosto che bacchettare Orbán era la norma. Per questo – non perché non fossero chiare già dall’inizio – le derive autocratiche dell’Ungheria erano tollerate in Ue, con lo stesso spirito con cui il Ppe e von der Leyen fanno finta di non vedere le derive orbaniane della loro alleata tattica Giorgia Meloni.
Era stata proprio Merkel, a fine mandato e con la presidenza di turno Ue in mano, a contrattare con l'autocrate l’ennesimo dei compromessi. Quando il premier teneva in ostaggio i piani di ripresa pandemici con l’ennesimo veto, lei con la complicità di von der Leyen promise che il meccanismo per condizionare l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto (approvato nel 2020) sarebbe stato innescato verso l’Ungheria solo dopo il voto del 2022. Patto a cui von der Leyen tenne fede, attivandolo infatti pochi giorni dopo.
Fondi congelati
Ecco come mai solo in queste elezioni il tema dei fondi Ue congelati (eppur in parte sbloccati da Bruxelles per compromessi) si aggiunge e pesa assieme ai dati pesanti sull’economia, aumentando le insofferenze popolari. Nel frattempo, nell’èra post Merkel, il Ppe dal 2021 con Orbán ha divorziato, e anche in funzione filoatlantica ha coltivato i rapporti con Meloni – vera continuatrice della strategia orbaniana nel post orbanismo – sperando così di gestire le arrembanti destre estreme.
Magyar si è infilato da sùbito sotto l’ombrello del Ppe, pur contrattando una sorta di autonomia di necessità rispetto al gruppo, giustificata cioè dall’idea di assecondare un elettorato impregnato di propaganda orbaniana. L’ex fidesziano non ha mai davvero rotto con l’apparato ideologico di provenienza (Ucraina compresa) come si è visto anche dai voti difformi di Tisza rispetto al Ppe in Europarlamento. Anche in futuro non c’è da aspettarsi la brusca rottura di un incantesimo orbaniano: Péter Magyar, pensando a una transizione da gestire, ha già detto che non smetterà d’improvviso di comprare energia russa (anche se riconosce che Mosca è l’aggressore di Kiev). A Budapest i più avvezzi alle mosse sotto traccia ironizzano che il Cremlino, fiutata la sconfitta dell’alleato, avrà già pensato ad aprire un canale con il leader alternativo.
Senza la protezione tedesca dei tempi d’oro, l’autocrate ha scommesso dall’inizio e fino all’ultimo sulla «golden age» di Trump, anche per la fitta infrastruttura che accomuna le estreme destre e di cui Budapest è uno snodo chiave. Ma per il tycoon quel che conta è la convenienza – «Magyar? Non lo conosco», aveva detto ambiguamente a fine 2025, mentre il premier ungherese alla Casa Bianca contrattava il prezzo dell’endorsement – e ha sfruttato la debolezza dell’amico in declino per strappare gli ennesimi affari (accordi energetici e via dicendo).
Il leader di Tisza non ha solo garantito a Washington che in caso di vittoria avrebbe messo questa relazione al primo posto, ma ha anche significativamente preparato per il ministero degli Esteri una figura che con quel mondo ha contatti stretti, sia culturali che economici (ha pure lavorato per una compagnia di gnl), Anita Orbán, ex Fidesz, dichiaratamente filoatlantica.





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