sabato 15 luglio 2017

La borghese Madame de Pompadour






Benedetta Craveri, Madame de Pompadour una piccola borghese alla conquista di Parigi, la Repubblica, 20 agosto 2014

FARE i conti con la Rivoluzione, cercare di capire le ragioni del prima e del dopo, rivendicare la continuità con un passato glorioso o liquidarlo per sempre in nome delle conquiste del 1789: da Tocqueville a Taine e Michelet, da Chateaubriand a Stendhal e Balzac, da Victor Hugo a Baudelaire, la Francia dell'Ottocento non ha smesso di interrogarsi, riflettere, su quell'Antico Regime da cui era ormai irrimediabilmente separata da un fiume di sangue.
Furono però Edmond e Jules de Goncourt, a partire dalla seconda metà degli anni 1850, a fare risorgere dalle sue ceneri la civiltà del Settecento e a restituirne l'immagine viva, gettando le basi del suo mito, così come, cent'anni prima, Voltaire aveva creato quello del Grand Siècle. Lo fecero servendosi di metodi che gli storici consideravano eterodossi, evocando un modo di vivere, di sentire, di pensare facendo ricorso tanto alla memorialistica e all'aneddotica che alla letteratura, tanto alle arti visive e decorative, che ai dati sulla vita quotidiana.
Libro dopo libro i Goncourt raccontarono infatti, in modo indimenticabile, il secolo in cui avrebbero voluto vivere.
La loro Madame de Pompadour, la biografia della celebre amante di Luigi XV, che Castelvecchi propone ora per la prima volta ai lettori italiani ne è un esempio eloquente tanto sul piano metodologico come su quello critico e costituisce ancora oggi una lettura appassionante.
Profondamente misogini, i due autori erano soliti cercare nella elegante leggerezza delle aristocratiche settecentesche un antidoto contro la opprimente femminilità ottocentesca, ma la Pompadour costituiva un caso a sé. Se da un lato ella appariva loro come la quintessenza della grazia rococò, dall'altro era il simbolo stesso dell'arrivismo borghese. Figlia di una classe sociale che nel corso del Settecento, oltre a concentrare nelle sue mani le ricchezze del paese, deteneva saldamente il monopolio della giustizia, dell'amministrazione, della cultura, in attesa di andare definitivamente al potere con la Rivoluzione, la bellissima Jeanne-Antoinette Poisson aveva infatti conquistato un nuovo primato. Per la prima volta, con lei, una borghese si era innalzata fino ai gradini del trono, diventando favorita reale.
Grazie all'amante della madre, un ricchissimo finanziere responsabile dell'edilizia pubblica, la piccola Poisson aveva ricevuto un'educazione di prim'ordine. Affidata ai migliori maestri, dotata di un'ottima preparazione letteraria, sapeva recitare, ballare, cantare, suonare come una vera professionista e, uniti all'avvenenza fisica, all'intelligenza e alla capacità di seduzione, questi sui eccezionali atout ne avevano fatto, come diceva sua madre, «un boccone da re». Diventata maîtresse en titre col nome di marchesa di Pompadour, la favorita riuscì a mantenersi saldamente al suo posto per oltre vent'anni. I Goncourt ce la descrivono come una donna animata dall'intelligenza, la volontà, la tenacia, della sua classe sociale ma, senz'altro movente che la sua smisurata ambizione. È sulle debolezze di Luigi XV — il suo tedio esistenziale, la sua ipocondria, il suo egoismo, la sua abulimia sessuale — che la marchesa costruì il suo potere. Un potere che nessuna favorita reale aveva esercitato fino ad allora e che fece della marchesa un ministro ombra con esiti fatali per la monarchia francese.
La biografia dei Goncourt è dunque un lungo, impietoso — a volte assai ingiusto — atto d'accusa contro questa borghese senza scrupoli, infiltratasi abusivamente a Versailles, che parla ai ministri a nome del sovrano e sceglie i generali, ma che è anche pronta a sovrintendere agli amori mercenari del re, pur di continuare a tenerlo in pugno. Né la sua apertura alle idee nuove, l'amicizia per Voltaire, la protezione offerta a fisiocrati e philosophes, il sostegno dato all' Encyclopédie le valgono un po' d'indulgenza. Ma nelle pagine finali del libro, il ritratto al vetriolo della favorita dà luogo a un clamoroso ribaltamento: «Madame de Pompadour ha davvero amato l'arte. L'arte, l'arte francese del suo tempo, è la sua distrazione, il suo passatempo, anche la sua consolazione. Sembra che la grazia e il gusto di tutte le cose della sua epoca le appartengano. Tutto il secolo è una grande reliquia della favorita ». Architettura, pittura, scultura, arti decorative, portano, in effetti, il marchio della marchesa, tutti i grandi artisti della sua epoca, da Boucher a Chardin, da Oudry a Vien, da Soufflot a Gabriel, hanno lavorato per lei e, grazie a lei, per la Corona. Per quanto i Goncourt ravvisino nella sua rapacità e nella sua mancanza di scrupoli il simbolo delle forze distruttive che hanno minato dal suo interno la più antica monarchia d'Europa, i due esteti amano troppo il Settecento per non rendere piena giustizia all'importanza del suo mecenatismo artistico.

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IL LIBRO
Madame de Pompadour
di Edmond e Jules de Goncourt ( Castelvecchi, pagg. 277 euro 19,50)

 http://machiave.blogspot.it/2014/01/amanti-e-regine-nella-storia-della.html

venerdì 14 luglio 2017

L'invenzione del paradiso borbonico

San Leucio


Giuseppe Galasso, Il paradiso borbonico? E' solo un'invenzione nostalgica, Corriere del Mezzogiorno, 13 luglio 2017

Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.
Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale».Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.
Si potrebbe continuare, ma conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).
Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
La quale onda rivela, intanto, sempre più la sua macroscopica e inattesa incapacità di dar luogo a un qualsiasi serio movimento politico di qualche, sia pur minima, consistenza. E già questo dice quanto sia debole la sua spinta culturale, benché agiti temi tra i più orecchiabili e utilizzabili in chiave demagogica e tra i più ascoltati e utilizzati a sostegno dei movimenti di tipo «leghista» in Italia e altrove («conquista piemontese» e sue violenze, rapina e sfruttamento dello Stato unitario a danno del Sud, e così via). Da ultimo, poi, si è aggiunto il tema della «nazione napoletana», senza, peraltro, mostrare una sufficiente informazione sulla sua antica e complessa storia, e come se fosse una postuma scoperta di oggi, mentre è il tema di tutta la maggiore e migliore storiografia meridionale, da Angelo di Costanzo nel ‘500 a Giannone nel ‘700, e poi a Cuoco e a Croce, nonché ai continuatori della stessa tradizione.
Tutto a posto, dunque? Tutto si spiega e si vanifica? Evidentemente no. Se nel breve giro di un paio di decenni si diffonde a tal punto una certa moda culturale, sia pure senza capacità di riflessi politici, allora vuol dire che qualcosa non va sotto il nostro cielo. Vuol dire che ci dev’essere un perché più profondo dell’atteggiamento di moda. Le risposte possono essere molte: la sprezzante sfida nordista della Lega, che non poteva non provocare una reazione meridionale; o la progressiva scomparsa del Mezzogiorno dalla più immediata e importante agenda politica italiana; o la conseguente sensazione di un’estrema, definitiva difficoltà a trovare nello Stato italiano, come si era sperato soprattutto dal 1945 al 1990, un modo di compensare e superare le gravi negatività della politica italiana verso il Mezzogiorno dopo il 1860, da subito denunciate dal pensiero meridionalistico; o, ancora, le difficoltà dovute alla non ancora superata crisi di questo Stato, che sul Mezzogiorno per forza di cose si sono ripercosse in peggiore maniera e misura.
La ragione eminente pare, però, sempre più la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Unione Europea non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. Si è verificato così il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte.
È su questo fronte che appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno.

mercoledì 12 luglio 2017

Hopper e Sally Storch

 Sally Storch vient d'une famille d'artistes avec des racines dans l'école de Paris du début du XXe siècle. Sa grand-tante Bertha Rihani a vécu et peint à Paris dans les années 1920 et a été amie de Henri Matisse et Kees Van Dongen en particulier. Une autre tante, peintre Stephanie Stockton, a assisté à l'Art Students League de New York . Storch a passé beaucoup de temps avec ses deux tantes, et la synthèse de ces deux femmes peintres fut particulièrement influentes pour elle.
La force motrice dans les peintures de Sally Storch est sa capacité de conteur. Son travail offre une vision pure des gens ordinaires sans sentimentalisme. Ses peintures sont composées de scénarios complexes, chaque personne vivant sa propre histoire. Elle leur permet d'aller dans leur vie privée, alors que nous en tant que spectateurs, nous tentons de démêler le récit.



 


http://machiave.blogspot.it/2016/09/hopper-cape-cod.html

Sally Storch


Sally Storch


lunedì 10 luglio 2017

Vladimir Jankélévitch, filosofo del non so che




Roberto Esposito, La filosofia del non so che  Jankélévitch esploratore del pensiero quotidiano, la Repubblica, 10 febbraio 2012


In una stagione, come questa, caratterizzata dalla assoluta incertezza delle prospettivee quasi da un'inafferrabilità di ciò che sta al fondo dell' esperienza quotidiana, il pensiero di Vladimir Jankélévitch, espressamente rivolto alle figure del non-so-che e dell' incompiuto torna ad interpellarci. "Un lampo... poi la notte! - O fuggitiva beltà,/ per il cui sguardo all' improvviso sono rinato,/ non potrò vederti che nell' eternità?/ In un altro luogo, ben lontano di qui, e troppo tardi, mai forse!/ Perché ignoro dove fuggi, e tu non sai dove io vado". E' difficile trovare qualcosa che, più di questi versi di Baudelaire, dedicati A una passante (in I Fiori del male), restituisca l' ispirazione e la tonalità di fondo del filosofo, di cui, a pochi mesi di distanza da Il non-so-che e il quasi-niente, esce adesso, sempre da Einaudi, e ancora a cura e con una intensa introduzione di Enrica Lisciani Petrini, Da qualche parte nell' incompiuto.
Nelle pagine iniziali del libro- costituito da una lunga intervista fattagli dall' allieva e scrittrice Béatrice Berlowitz - , il filosofo descrive l' Occasione come un lampo fuggitivo, una traccia inafferrabile, una stella cadente che scompare nel momento stesso in cui si accende. In essa la novità irrompe, improvvisa, nel teatro del mondo, per poi esplodere in mille frammenti. Per afferrarla prima che si dissolva, bisogna attendere l' attimo propizio, anticipandola nei suoi movimenti repentini come il cacciatore con una velocissima preda. E' perciò che all' Occasione ci si avvicina sulla punta dell' anima - afferma Giovanni della Croce -, sapendo che difficilmente tornerà a battere una seconda volta alla nostra porta. E tuttavia non si deve scambiare quest' attenzione all' aspetto instabile delle cose, al rincorrersi abbagliante e caduco delle apparenze, con una sorta di relativismo etico.
L' intera vita di Jankélévitch sta a dimostrare il contrario. Iscritto nel 1940 al Front populaire, quando vengono promulgate le leggi razziali in Francia il filosofo ebreo-francese di origine russa entra in clandestinità per battersi nella Resistenza. Dopo la guerra il suo impegno, sempre nella sinistra, non viene mai meno, per trovare nel Sessantotto una nuova occasione di militanza, fino alla battaglia in difesa dell' insegnamento della filosofia nei Licei.
E allora? Come conciliare l' eleganza impalpabile, la seduzione dello charme, la leggerezza di una scrittura aderente fino alle più intime fibre al carattere chiaroscurale dell' esistenza, con la dura intransigenza etica delle sue scelte e anche con un testardo rigore filosofico? La curatrice italiana del libro lo spiega richiamandosi al plafond bergsoniano di Jankélévitch: considerando, come fa appunto Bergson, l' intera realtà un flusso temporale in continuo mutamento, egli esclude che si possa accedere all' essenza ultima delle cose, che resta così imperscrutabile ed ineffabile. Ma proprio per questo, all' interno dell' unico mondo in cui si snoda la nostra vita abbiamo piena libertà di comportamento e dunque tutta la responsabilità delle nostre azioni. Naturalmente, essendo la realtà stessa costituita da un tessuto mobile, sfrangiato e plurale, anche il nostro atteggiamento non potrà essere definito da un rigido schema normativo, dovrà tenere conto di situazioni diverse, aderendo alle infinite pieghe della vita come di volta in volta ci si presenta. Da qui non solo il rifiuto di ogni imperativo categorico di matrice kantiana, ma anche la dichiarata sintonia con un sociologo del quotidiano come Simmel - su cui si veda la recentissima monografia di Antonio De Simone, Conflitto e società (Liguori). Ciò che li unisce è una medesima sensibilità per i fenomeni più ordinari, pulviscolari, dell' esistenza - il tutto-il-giorno di tutti i giorni, come egli stesso si esprime. Al suo fondo vi è il rifiuto di ogni pretesa di conoscere l' intero significato di ciò che si sta facendo, della vita effettiva colta nel suo semplice farsi.
Se si chiede all' acrobata come fa a mantenersi sulla punta della guglia di Notre-Dame, egli perderà l' equilibrio e si schiaccerà al suolo, come la farfalla che, avvicinatasi troppo al fuoco, rischia di diventare un pizzico di ceneri. Ciò non vuol dire, per Jankélévitch, chiudersi nel recinto dell' assoluta immanenza - come accade, invece, a Deleuze lungo l' altra filiera che si origina da Bergson. Non a caso resta forte in lui il richiamo alla mistica ebraica, spagnola ed anche russa. Lo stesso tema del "non-so-che" è, del resto, riconducibile a quell' Angelus Silesius che in uno dei suoi primi distici del Pellegrino cherubico, scrive "Ciò che sono non lo so ancora, ciò che so, non lo sono più". Il punto da cogliere, per penetrare nel nucleo più intimo del discorso di Jankélévitch, in una forma che lo accosta ad autori altrettanto eterodossi come Georges Bataille e Michel Leiris, è che la sfera del mistico,o del sacro, non trascende il piano del quotidiano, ma fa tutt' uno con esso (si veda, di Leiris, lo straordinario testo Il sacro nella vita quotidiana, ora in Il collegio di sociologia, Bollati Boringhieri 1991). E' così che tutte quelle che possono sembrare delle aporie non sono altro che la paradossale convergenza dei contrari sottesa all' intera riflessione di Jankélévitch. Essi, tutt' altro che escludersi, o ricomporsi in una sintesi dialettica, si coappartengono, fino a costituire l' uno il cuore segreto dell' altro. Così accade, nella sfera dell' etica, per il rapporto, apparentemente antinomico, tra l'
esperienza del perdono e l' irredimibilità della colpa.
Una volta fatto, il male non si cancella: nulla può portare in vita l' esistenza violata o distrutta, come quella del popolo ebraico nel genocidio. Da questo punto di vista il crimine è in sé imperdonabile. Ma proprio ciò che è in sé imperdonabile sfida il perdono a toccare il suo margine più estremo, come un amore non ricambiato è, più di ogni altro, il "puro amore" - atto di dedizione assoluta, senza condizioni o ricompense. E' la stessa relazione contraddittoria che lega in un unico nodo musica e silenzio. Non soltanto la musica è circondata, scandita, inaugurata dal silenzio. Nel suo fondo inascoltato, è silenzio essa stessa. La musica vive del silenzio, come nei pianissimo di Albéniz, nei passaggi tonali di Debussy, nelle battute mute di Liszt. In queste pagine su musica e silenzio, musicali anche esse, Jankélévitch dà il meglio di se stesso. Il silenzio è origine, materia e fine della musica. Un respiro tacito che la penetra e l' avvolge spingendola oltre se stessa verso quell' ineffabile che esprime il mistero stesso della vita. E che altro è, la vita, per venire all' ultimo contrasto, se non insieme il contrario e il luogo elettivo della morte. Più che ciò che resiste alla morte, come ancora sosteneva il grande medico Bichat, la vita è ciò che resiste a qualcosa che è essa stessa. Essa è la prima contraddizione da cui tutte le altre provengono. Perciò l' immagine minacciosa dello scheletro con la falce è insieme errata e giusta. La morte non è un drago che aggredisca la vita dall' esterno, ma una forza della vita che, senza dirci come, dove e quando, nasce al suo interno fino ad inghiottirla nel suo vuoto di senso.


http://machiave.blogspot.it/2013/03/la-verita-la-grazia-il-silenzio.html


domenica 9 luglio 2017

La storia di Huey Long




Huey Long (1893-1935) was a powerful Louisiana governor and U.S. senator. A successful lawyer, he rose through the ranks of the Louisiana government to take over the state’s top post in 1928. The charismatic Long dominated virtually every governing institution within Louisiana, using that power to expand programs for underdeveloped infrastructure and social services. He entered the U.S. Senate in 1935, where he developed a fervent following for his promises of a radical redistribution of wealth. Long had launched his own national political organization and was prepared to run for the presidency when he was killed by the son-in-law of a political opponent. (http://www.history.com/topics/huey-long)


 

Alessandro Casiccia


Sulla personalità di Huey Long e i tratti caratterizzanti la sua storia, si è riaccesa nel 2017 l’attenzione della stampa e in genere dei media. Facendo ampio ricorso all’abusata espressione “populismo”, sono stati operati accostamenti e si son volute trovare analogie diverse: sul piano storico, con l’esperienza successiva di George Wallace (che già abbiamo visto) e ancor più con quella attuale di Donald Trump; sul piano letterario un riferimento ricorrente è con il romanzo di Sinclair Lewis It can’t happen here, tradotto una prima volta in Italia come Qui non è possibile e recentemente ristampato con il titolo Da noi non può succedere. La storia è quella di un politico carismatico e demagogico che riesce a raggiungere la presidenza promettendo di fare grande l’America varando grandi riforme sociali; e finisce con l’instaurare una dittatura personale incarcerando gli avversari e deformando l’”eccezione” americana.
Dal romanzo si trassero un’opera teatrale nel 1936, e un ilm TV nel 1968. Ma ispirato alla vicenda di Long fu anche il romanzo di Robert Penn Warren Tutti gli uomini del re: da cui un film di Robert Rossen nel 1949 e uno di Steven Zaillian nel 2006. Si narra l’ascesa e la caduta di un politico che prima diviene governatore di uno stato del sud e aumenta la sua popolarità sollevando dalla miseria i diseredati ma poi viene trascinato in un vortice di compromessi e corruzione da cui nessuno potrà salvarlo. E finisce assassinato. (Il titolo viene da una filastrocca per bambini introdotta da Lewis Carrol nella seconda storia di Alice.)
E’ probabile però che le elaborazioni letterarie e cinematografiche della parabola Huey Long non ne abbiano realmente colto il senso. Ma soprattutto impropri oltremodo sono gli attuali accostamenti a Trump. Le riforme introdotte nei primi anni trenta dal governatore della Louisiana riguardarono l’occupazione, la sicurezza sociale, la progressività del prelievo fiscale, la ridistribuzione della ricchezza (Share our wealth fu denominato un suo programma). La sanità, e l’istruzione divennero gratuite. E poterono trarne vantaggio non solo i bianchi disagiati ma anche gli afroamericani. Quest’ultimo punto fu quello che irritò i membri del Ku Klux Klan, normalmente favorevoli, nel Sud, al Partito Democratico. Quanto ciò possa poi contribuire a far più luce sull’attentato è impossibile dirlo. Troppo tempo è passato. Forse l’atteggiamento pesantemente critico di parte del mondo intellettuale e politico su esperienze di quel tipo è anche riconducibile al classico tema dell’intervento pubblico nell’economia. Presenza che da un lato stava per attuarsi in misura seppur limitata nel corso del New Deal, ma d’altro lato appariva (e soprattutto oggi appare) difficilmente compatibile con le versioni convenzionali della cultura puritana. Ma ancor più incompatibile con l’ “antistatalismo” neoliberista pervicacemente dominante. Nonostante tutto.

http://www.wtnews.it/4403/rubriche/tutti-gli-uomini-del-re


venerdì 7 luglio 2017

Irma Brandeis trasposta

La sezione di letteratura al Bard College. Irma Brandeis è in alto, al centro. L'uomo che tiene tra le mani un libro aperto, alla destra di lei, è Saul Bellow.

D. M. Hertz, Eugenio Montale, the Fascist Storm and the Jewish Sunflower, University of Toronto Press, 2013, pp. 247-248

It is commonly assumed that Irma Brandeis was the model for Domna Rejnev, one the main characters in McCarthy's Groves of Academe.  

Mary McCarthy, The Groves of Academe, Harcourt Inc., Orlando (Florida) 1992 [1952], pp. 37-38

Domna Rejnev was  the youngest member of the Literature department, a Radcliffe B.A., twenty-three years old, teaching Russian literature and French. To deter familiarities, she wore a plan smock in her office that gave her something of the look of a young woman scientist or interne. Her grandfather had been a famous Liberal, one of the Leaders of the Cadet party in the Duma; her father, a well-educated man, a friend of Cocteau and Diaghileff, sold jewelry for a firm in Paris. She herself was a smoldering anachronism, a throwback to one of those ardent young women of the Sixties who cut their curls short, studied Hegel, crossed their mammas and papas, reproved their suitors, and dreamed resolutely of a "new day" for peasants, workers and technicians. Like her prototypes, she gave the appearance of stifling in conventional surroundings; her finely cut, mobile nostrils quivered during a banal conversation as though, literally, seeking air. Her dark, stark, glossy hair was worn short and lose, without so much as a bobby-pin; she kept ruffling an impatient hand through it to brush it back from their eyes. She had a severe, beautiful, clear-cut profile, very pure ivory skin, the color of old piano-keys; her lips, also, were finely drawn and a true natural pink or rose. Her very beauty had the quality, not of radiance or softness, but of incorruptibility; it was the beauty of an absolute or of a political theorem. Unlike most advanced young women, she dressed quietly, without tendentiousness - no ballet-slippers, bangles, dirndls, flowers in the hair. She wore dark suits of rather heavy, good material, cut somewhat full in the coat-skirts: the European taylor-made. Only her eyes were an exception to this restraint and muted gravity of person; they were grey and queerly lit from within, as by some dangerous electricity; she had a startling intensity of gaze that never wavered from his object, like that of a palmist or a seer.

domenica 2 luglio 2017

Indietro tutta


regressione  Ritorno a stadi precedenti rispetto all’oggetto, allo sviluppo della libido o a quello dell’Io. Il concetto di r. è stato inizialmente proposto da Freud nell’interpretazione dei sogni, in un triplice senso: r. topica, nel senso dello schema dell’apparato psichico (conscio, preconscio, inconscio); r. temporale, nel senso di un ritorno a formazioni psichiche più antiche; r. formale, nel senso che modi di espressione più arcaici vengono sostituiti a quelli abituali. La r. topica vale particolarmente per il sogno, mentre quella temporale si adatta allo schema di una successione di tappe dello sviluppo psicosessuale o della relazione d’oggetto.
Adattamento e regressione. Progressione e r. sono due fasi o processi necessari per l’adattamento alla dimensione del reale. L’equilibrio individuale impone che quando il mondo esterno pone problemi o richieste si sia in condizione di rispondere, così come si deve rispondere a esigenze provenienti dalla propria realtà interiore.Quando l’individuo è in equilibrio psichico è in grado di rispondere alle mutevoli sollecitazioni; in sostanza il rapporto tra dimensione inconscia e Io funziona in modo adeguato e la direzione psichica, la libido, ha un andamento progressivo. Quando l’individuo non riesce più a rispondere alle richieste, la spinta progessiva si interrompe e prevale il meccanismo regressivo.
Aspetti clinici. La libido riceve nel processo regressivo una sorta di concentrazione. In sostanza nell’individuo si instaura una polarità prevalente, per cui simboli e immagini che hanno origine dall’interno finiscono con il dominare. Gli elementi simbolici hanno il valore di soluzione, anche se parziale, del problema e componenti ereditati (archetipi) emergono quando vengono attraversate le fasi importanti della crescita e dello sviluppo psichico. Alla prima fase di r., dopo che l’Io psichico è in grado di rendere migliore la comunicazione fra coscienza e inconscio, segue una nuova fase di regressione. Se la r. persiste non si ha un’adeguata capacità di interpretare i simboli e nascono situazioni di conflitto, con tensioni che si concretizzano assumendo il valore di disturbi della psiche (nevrosi). Se le esigenze interne sono prevalenti e non controllate, la realtà esterna è vista come ostile e in qualche modo distruttiva, per cui emergono limitazioni di comportamento (attacchi di panico, agorafobia, claustrofobia, ecc.). Se, al contrario, la tendenza è verso il mondo esterno, se cioè il soggetto finisce con il mettere da parte la propria dimensione interiore, le pulsioni interne finiranno con l’emergere anche in forme potenti e genereranno quel complesso di disturbi che causano la sintomatologia psicosomatica. (treccani.it)


http://www.treccani.it/enciclopedia/aufhebung_%28Dizionario-di-filosofia%29/

domenica 25 giugno 2017

La sconfitta prossima ventura



Non si tratta di fare gli uccelli di malaugurio. Renzi ha in mente uno scenario che potrebbe non verificarsi: Grillo come avversario principale. Ora la destra ha la vittoria a portata di mano, non vorrà farsela sfuggire. Per sconfiggere i 5 Stelle poi ci vorrebbe ben altro che il temporeggiamento alla Fabio Massimo. "Una robusta ripresa economica, un forte calo della disoccupazione giovanile, una stretta su corruzione e malaffare", o una seria controffensiva sul tema della casta, sono tutti obiettivi che il PDR non è in grado di perseguire in modo credibile. Per questo sembra avere già perso. E, se proprio dovesse a sorpresa vincere, sarebbe costretto a navigare tra gli scogli. Obiettivo vero: stare a galla, non porre mano ai problemi del Paese.  


Antonio Polito, Leader e alleanze, quanto pesa il voto. Prodi e Berlusconi i veri protagonisti, Corriere della Sera, 25 giugno 2017

... Il segretario del Pd si trova oggi nella per lui singolare condizione di essere più popolare nei circoli del suo partito che tra gli elettori. Dal referendum perso in poi, è come se il Pd avesse divorziato dall’opinione pubblica in attesa della vera rivincita elettorale, quando il leader spera di poter convogliare su di sé tutti i voti contro Grillo. La improvvisa competizione del Cavaliere sullo stesso terreno anti-grillino e il ritorno della tela di Prodi, creano però più di una complicazione al piano.
È l’inizio della fine del M5s? No. Per niente. Guai a confondere le elezioni. Queste sono amministrative, si sceglie tra candidati sindaci, e il Movimento l’ha dimenticato, anteponendo le vendette interne alla credibilità esterna. Così ha perso Genova, che poteva essere sua, si è condannato all’irrilevanza a Palermo, capitale della Sicilia che vorrebbe conquistare a novembre, e ha fatto harakiri a Parma, dove si è lasciato stracciare dal suo ex sindaco, Pizzarotti, cacciato solo perché è un essere pensante. Ma se guardate ai sondaggi, capirete che le elezioni politiche sono un’altra cosa. Il M5S è un animale strano, un predatore che approfitta delle debolezze altrui e prospera in un ambiente adatto alla caccia. Solo una robusta ripresa economica, un forte calo della disoccupazione giovanile, una stretta su corruzione e malaffare, potrebbero segnarne un rapido declino. Tutte condizioni auspicabili ma, ne converrete, difficili da realizzarsi entro l’anno nuovo.

lunedì 19 giugno 2017

Il significato dell'astensione


 
Paolo Segatti, Elettori a intermittenza, Il Mulino, 19 giugno 2017

Le analisi dell’istituto Cattaneo relative al primo turno delle elezioni amministrative hanno mostrato un forte calo della partecipazione rispetto alle precedenti consultazioni. Una diminuzione dell’affluenza tra i 30 e i 20 punti percentuali a seconda della zona geopolitica rispetto a quella dei primi anni Novanta, come mostra il grafico. Cosa ci dice questa forte diminuzione circa la propensione a esercitare il proprio diritto di voto da parte degli italiani? Evidentemente che il voto amministrativo sta perdendo attrazione per un numero crescente di italiani. Ma questo dato suggerisce un calo generalizzato della partecipazione di entità simile per ogni tipo di consultazione? Andrei cauto.  Poco più di sei mesi fa, come ci aveva informato sempre il Cattaneo, la partecipazione al referendum sulla riforma costituzionale è stata eccezionalmente elevata. Ovviamente referendum e amministrative sono consultazioni diverse, ma dal punto delle motivazioni individuali che spingono alla partecipazione sono entrambe consultazioni alle quali gli elettori tendono ad attribuire una rilevanza bassa. Del resto in molti dei precedenti referendum l’affluenza è stata inferiore a quella di queste amministrative.  Se invece in occasione di quel referendum il tasso di affluenza è salito a livelli giudicati eccezionali, ciò vuole dire che la mobilitazione messa in campo dalle forze politiche è stata decisiva. Sarebbe stato utile porre all’attenzione dei lettori questo dato, per segnalare che a cambiare in sei mesi non sono stati ovviamente gli elettori e i loro atteggiamenti verso la politica, ma le scelte delle forze politiche e quindi il clima politico nel quale si è votato a queste amministrative.  Il che avrebbe consentito forse una nota di ottimismo circa lo stato della cultura civica degli elettori italiani. Ma forse sarebbe stato ancora più utile comparare l’andamento nello stesso arco di tempo dell’affluenza alle politiche negli stessi comuni.  Non per fare confronti impropri tra tipi diversi di elezione, ma per mostrare che certo in entrambi i tipi di elezione l’affluenza scende, ma non scende nella stessa misura elezione dopo elezione. L’affluenza alle amministrative scende di più di quella alle politiche. Il che vuole dire che nell’ultimo quarto di secolo un certo numero di elettori tende a votare meno alle amministrative di quanto faccia alle politiche. Ma questo non significa affatto che questi elettori escano per sempre dall’arena elettorale. Se l’affluenza alle successive politiche è più alta di quella alle precedenti amministrative, ciò significa che molti poi sono tornati a votare. Andrebbero chiamati elettori intermittenti per caratterizzare il loro entrare ed uscire dall’area della partecipazione elettorale. Non sono elettori persi per sempre all’esercizio del diritto di voto.  Quanti siano gli intermittenti rispetto agli elettori costanti e agli astensionisti assidui è difficile dirlo sulla base di un confronto tra tassi di partecipazione.
Studi di qualche anno fa mostrano che sono di più degli astensionisti assidui e sono in crescita significativa dalla metà degli anni Novanta. Si tratta di un aggregato socialmente e politicamente eterogeneo la cui crescita è il risultato del fatto che le nuove generazioni di elettori non hanno maturato la stessa abitudine al voto dei loro padri. In particolare se si tratta di elezioni sentite meno importanti. In fatto poi che l’aggregato degli elettori intermettenti sia in crescita dalla metà degli anni Novanta fa pensare che al suo interno vi potrebbe essere un segmento non piccolo di elettori che decide di andare a votare o meno alle elezioni ritenute meno importanti a seconda del giudizio che dà delle prestazione del partito o della coalizione che ha votato alle precedenti elezioni.  Infatti è proprio dalla metà degli anni Novanta che agli elettori italiani è data la possibilità di valutare chi è responsabile delle cose fatte con una chiarezza maggiore di quanto accadeva quando i governi duravano meno di anno. Quello italiano sta dunque diventando un elettorato che né vota né si astiene avendolo deciso una volta per sempre per ogni tipo di elezione. Possiamo discutere all’infinito se questo sia una cosa normativamente negativa. Per me entro una certa misura lo è.  Ma questo non dovrebbe impedirci di cogliere anche un aspetto positivo. Perché votare ad intermittenza può essere l’esito del fatto che un certo numero di italiani si prende la libertà di punire, astenendosi, chi hanno votato per le cose che ha fatto o non fatto.  Un comportamento che nasce un difetto se volete di cultura civica, ma che migliora la qualità della democrazia. A una condizione. Che chi governa sia in grado di raccogliere il segnale di questi elettori. Certo che se a ogni calo di partecipazione anche in elezioni amministrative l’opinione pubblica è intasata da commenti dai toni epocali, nei quali non manca mai il riferimento al mitico «partito dell’astensione», è possibile che il segnale non venga colto o venga colto in modo distorto, come quando di fronte a un problema si reagisce parlando d’altro.

venerdì 16 giugno 2017

Gramsci, il romanzo familiare

...«Nino mi chiamo», il libro a fumetti sulla vita di Antonio Gramsci scritto da Luca Paulesu e pubblicato da Feltrinelli...
...Una singolare biografia a vignette che racconta l’esistenza e il pensiero del fondatore del pci...
«Si tratta – spiega Paulesu – di una graphic novel strutturata in maniera particolare. Il fumetto è supportato da una parte scritta piuttosto sostanziosa nella quale non solo racconto la vita di Gramsci, ma anche l’evoluzione delle sue teorie. Ogni tavola presenta una vignetta che ha come protagonista Nino; a piè di pagina troviamo delle note a piè di pagina nelle quali ho inserito brani presi dalle lettere, dagli scritti giovanili e anche lunghe parti tratte dai Quaderni del carcere».
...Le tavole sono molto più che una semplice «fantabiografia». Luca Paulesu, avvocato e vignettista, è un discendente di Antonio Gramsci. Nipote di Teresina, amata sorella del politico, ha potuto attingere ai suoi ricordi personali per creare Nino. «Ho abitato a Ghilarza – racconta – fino ai 9 anni, ci sono poi tornato per molte estati e ho vissuto la costruzione del museo un po’ come un prolungamento dei miei spazi familiari. Ho scritto queste pagine anche attraverso i miei ricordi infantili, mescolandoli alla memoria di come l’avventura di vita e il pensiero di Antonio si siano trasmessi all’interno della nostra famiglia». 


Franca Cassine

http://www.lastampa.it/2013/01/14/cronaca/appuntamenti/compagno-nino-l-avventura-di-gramsci-diventa-fumetto-njXp7SozoTxH7es1FBYnSP/pagina.html
 

Ciuffo
Peluso

Levine


Guttuso



Manzù


Wiaz


Costantini



Qualche considerazione sulle diverse opere. A aprire la rassegna è un profilo tracciato da Piero Ciuffo nel 1921. Siamo al tempo dell'Ordine Nuovo. Sorriso sarcastico suggerito dalle labbra ridotte a una linea, occhiali a pince-nez, folte sopracciglia e tanti tanti capelli. Quest'ultimo è un tratto che ritorna poi in Guttuso, in Levine e in Wiaz. Autori che, a parte forse Guttuso, non conoscevano il disegno di Ciuffo. I capelli colpiscono nelle foto di Gramsci e si prestano anche a un uso allegorico, possono alludere alla folla dei pensieri. Ciuffo era andato oltre suggerendo nei riccioli intorno alla testa l'azione del vento e un moto da lingue di fuoco o da fiammelle. Peluso nel 1924 ritrae Gramsci di spalle e lo fa più giovane, simile a uno scolaretto che si applica. Ci sono sempre tanti capelli. Guttuso nel 1967 sembra pensare di più al profilo di un intellettuale romantico, c'è qualcosa del musicista tedesco al tempo di Schubert. Con Levine, sempre nel 1967, siamo all'immagine sacra maneggiata con una certa ironia. Vestito da uniforme cinese al tempo delle guardie rosse, foresta di capelli alla Angela Davis, mani giunte in un gesto di preghiera, una falce sul capo come un'aureola. L'immagine di Wiaz è la più surreale e al tempo stesso la più profonda con il duplice richiamo al tema della prigione fisica e mentale. Ma il personaggio raffigurato supera la sua condizione di prigioniero, spunta fuori dalle sbarre e saluta attraverso la dronte con il pugno chiuso: è un intellettuale militante, decisamente. Con Manzù, nel 1977, continua la santificazione, senza ironia e dando luogo a un volto angelico, puro, con i capelli mossi e neppure tanto numerosi. Infine c'è il bambino Gramsci di questi ultimi anni. Gianluca Costantini si rifà al Gramsci scolaro del quale esiste una traccia fotografica. Grande compostezza, sguardo un po' triste, meditabondo, la vivacità è tutta nei capelli appena scarmigliati in alto. Con Luca Paulesu, il bambino dal carattere forte e il prigioniero si sovrappongono. La maglia appena visibile è rossa e i capelli si trasformano tutto intorno alla testa in lingue levate verso l'alto. Insomma lo spessore del personaggio si ritrova nella varietà significativa delle rappresentazioni grafiche.

Giovanni Carpinelli

mercoledì 7 giugno 2017

Nella testa dei kamikaze


Soren Solow, Plongée dans la tête des kamikaze, Le Monde, 7 giugno 2017

Après chaque attentat commandité ou inspiré par l’organisation Etat islamique (EI), cette dernière publie un message exposant ses « éléments de langage ». Elle y martèle l’idée que ses opérations extérieures constituent une réponse aux bombardements de la « coalition internationale » en Syrie et en Irak, qui fragilisent son assise territoriale et la subsistance même du Califat autoproclamé.
Cette lecture, parfaitement encadrée par ses organes de propagande, constitue l’argument central de l’EI pour légitimer les attentats de Paris, Bruxelles, Manchester ou Londres, et susciter de nouvelles vocations.
Mais comment les candidats au martyre intègrent-ils ce mot d’ordre ? Comment justifient-ils auprès de leurs proches le massacre de civils ? Quels sont les ressorts qui les convainquent, in fine, de sacrifier leur vie à cette cause ?

Un tissu complexe

Le Monde a analysé la façon dont les terroristes de Paris et de Bruxelles avaient justifié leurs missions en confrontant des lettres laissées à leurs proches, les déclarations des rares membres de cette cellule à avoir été interpellés et des éléments de propagande. Entre considérations géopolitiques, impératifs religieux et rêveries mystiques, leurs propos forment un tissu complexe décrivant le processus de fabrication d’un kamikaze.
Un argumentaire ambigu, dans lequel le « djihad défensif » glisse insensiblement vers sa version offensive, la protection des musulmans désinhibant le désir d’une victoire finale de l’islam contre la « mécréance ».
Sur cette base idéologique martelée par la propagande de l’EI se greffent des causes plus intimes : un sentiment de culpabilité qui, transcendé par la promesse d’un au-delà purificateur, achève de les convaincre de consentir au sacrifice ultime.
Parmi les documents retrouvés par les enquêteurs figurent trois lettres manuscrites adressées par Salah Abdeslam à sa mère, à sa sœur et à sa petite amie. Les policiers ont également exhumé d’un ordinateur des fichiers enregistrés par les frères Ibrahim et Khalid El Bakraoui, qui se sont fait respectivement exploser à l’aéroport de Zaventem et dans le métro de Bruxelles, le 22 mars 2016. Là encore, les kamikazes s’adressent à des femmes : mère, sœur et compagne.

Le « djihad défensif » : la défense des opprimés

Le document le plus élaboré de cette correspondance est un enregistrement sonore de trente-trois minutes, réalisé par Ibrahim El Bakraoui, intitulé « Pour ma mère ». Dans ce message posthume, l’aîné de la fratrie anticipe les condamnations de responsables religieux et présente le djihad comme une réponse à l’oppression dont seraient victimes les musulmans.
« Donc voilà, maman, tu vas entendre tout et n’importe quoi de la part des gens, donc je voudrais clarifier une ou deux situations (…). Il y a des personnes qui ont des barbes de deux mètres, qui connaissent Ie Coran par cœur, voilà, qui pratiquent, euh, I’islam on va dire ça comme ça. Mais ils mentent sur Allah et son Messager (…). Ils vont nous traiter de monstres, euh, de non-musulmans. Malgré qu’on a pas de science, malgré qu’on connaît pas Ie Coran par cœur, on a un cœur qui vit et (…) lorsqu’on voit les musulmans qui sont persécutés depuis des décennies (…) et que ces gens-là n’ont jamais déclaré Ie djihad dans Ie sentier d’Allah, mais qu’ils se permettent de critiquer les gens qui combattent, (…) notre rendez-vous avec eux Ie jour de la résurrection et devant Allah, exalté soit-il, on verra les arguments qu’ils vont avancer. »
L’engagement djihadiste d’Ibrahim El Bakraoui, tel qu’il l’exprime, trouve son origine dans un sentiment de révolte et d’humiliation. A en croire les déclarations aux enquêteurs d’un de ses complices, Mohamed Abrini, cette colère sourde préexistait à la création de l’EI. « Ce genre de détermination, je l’avais déjà avant quand je voyais Ie massacre en Palestine », explique le seul membre du commando à ne pas avoir déclenché sa bombe à l’aéroport de Bruxelles.
  • Le Califat, promesse de réparation historique
Ce sentiment d’impuissance face aux souffrances des musulmans a atteint son acmé avec le déclenchement de la guerre civile syrienne. Il trouvera concomitamment une issue avec la proclamation du « califat », le 29 juin 2014, perçu comme une promesse de réparation des humiliations passées.
Dans son message à sa mère, Ibrahim El Bakraoui présente ainsi l’EI comme un espoir de revanche historique : « Maintenant, nous, gloire à Dieu, depuis des centaines d’années, on a perdu l’Andalousie, on a perdu la Palestine, on a perdu, euh, tous les pays musulmans en fait, l’Afghanistan, l’lrak, la Syrie, Ie Maroc, il est gouverné par un tyran, la Tunisie, l’Algérie tous les pays, gloire à Dieu, il y a un Etat islamique qui a été créé. »
Cette fierté retrouvée de l’oumma (la communauté des musulmans), près d’un siècle après l’abolition du dernier califat ottoman, en 1924, Khalid El Bakraoui tente de l’expliquer à son épouse dans une lettre d’adieu manuscrite : « Sache Nawal qu’il y a toujours eu des Etat islamique. Le dernier a été detruit début des annes 1920, mais ensuite les gens ont abandonner le djihad et Allah depuis n’a cesser de nous humilier (…) Mais aujourd’hui nous avons un Etat islamique qui a remporter beaucoup de victoir. »
  • « Œil pour œil, dent pour dent »
Les promesses du nouveau « califat » seront rapidement contrariées, deux mois seulement après sa création, par la formation d’une coalition internationale visant à endiguer sa propagation. Les membres de cette offensive militaire deviennent aussitôt une cible privilégiée de l’EI. A compter de cette date, l’organisation multiplie les appels à frapper les pays occidentaux, au premier rang desquels la France.
Cette lecture des attentats comme une réponse aux bombardements est développée devant les enquêteurs par Osama Krayem, qui affirme avoir renoncé à la dernière minute à déclencher sa bombe dans le métro de Bruxelles : « Tant qu’il y aura des coalitions et des bombardements contre I’Etat islamique, iI y aura des attentats. Il y aura une riposte de la part de I’Etat islamique. Ils ne vont pas offrir des fleurs ou du chocolat », explique-t-il.
« Le “djihadisme”, comme vous l’appelez, moi j’appelle cela l’islam », insiste-t-il, avant de présenter le meurtre d’innocents comme une réponse aux victimes civiles de la coalition : « C’est triste parfois de dire qu’on peut faire la même chose à une population parce que leur gouvernement fait la même chose avec notre population. Les civils en Syrie, ce ne sont pas des combattants. C’est là que l’Etat [islamique] dit : “Œil pour œil et dent pour dent”. »
Si le nombre de civils tués par la coalition en Irak et en Syrie est impossible à établir de façon précise, il a été estimé par l’ONG indépendante Airwars dans une fourchette comprise entre 3 530 et 5 637 victimes depuis le début de l’intervention, en août 2014. Cette réalité est abondamment exploitée par les cercles djihadistes sur les réseaux sociaux – photos de corps déchiquetés à l’appui – pour justifier la campagne d’attentats visant l’Occident.

Le djihad « offensif » : la soumission des mécréants

Cette approche « militaire » du djihad défensif permet aux sympathisants de l’EI de tuer sans remords : ils ne se vivent pas comme des terroristes, mais comme des soldats. A les lire plus en détail, cependant, le mobile affiché de leur combat dérive insensiblement vers une issue plus radicale : la soumission des mécréants.
C’est là que se glissent toute l’ambiguïté et la perversité de l’idéologie de l’EI. L’argument humanitaire sert à toucher au « cœur » les nouvelles recrues ; la propagande fait ensuite son œuvre pour les transformer en armes de destruction. Dans les lettres laissées par les kamikazes, le sentiment d’une fierté retrouvée des musulmans glisse systématiquement vers un désir de conquête.
« Donc nous les musulmans, I’islam, c’est une religion de paix, comme ils ne font que le répéter, explique Ibrahim El Bakraoui à sa mère. Mais les musulmans, c’est pas des serpillières. Les musulmans, quand tu leur donnes une claque, ils te donnent pas I’autre joue, au contraire, ils répondent agressivement », poursuit-il, avant de conclure sur cet avertissement : « Tant que la loi d’Allah elle n’est pas respectée, les musulmans ils doivent se lancer de toute part et combattre pour l’islam. »
Il développe ensuite le sentiment profond qui sous-tend son engagement : « Ces gens-là, on doit avoir une haine envers eux parce que ce sont des mécréants. Ils veulent pas croire en Allah (…). Premièrement, on doit les détester, et deuxièmement, on doit leur faire la guerre (…). En fait, une fois qu’on aura le dessus sur eux, là on leur propose les trois conditions : soit ils acceptent l’islam, soit ils payent la jizya [taxe imposée aux gens du livre], c’est-à-dire qu’ils s’humilient de leurs propres mains, comme Allah, exalté soit-il, a dit dans le Coran, soit ils nous combattent. »
L’extension du « djihad défensif » – initialement cantonné à la défense des terres musulmanes – à des attaques visant des pays non musulmans n’a pas toujours été de soi. Cette dérive a longtemps suscité un vif débat au sein de la mouvance djihadiste. Elle a été popularisée par Al-Qaida à la fin des années 1990, avant d’être adoptée et amplifiée par l’EI.
« La défense des pays musulmans occupés a toujours fait consensus dans la mouvance djihadiste, explique Kévin Jackson, chercheur au Centre d’analyse du terrorisme. Les attentats hors du champ de bataille ont en revanche été plus difficiles à justifier d’un point de vue théologique et stratégique, et moins mobilisateurs en termes de recrutement. Les groupes djihadistes ont donc construit toute leur propagande autour du djihad défensif, y compris lorsqu’il s’agit de justifier des attentats dans des pays en paix. »
  • « Pourquoi nous vous haïssons »
Cette exportation du « djihad défensif » vers l’Occident sert aujourd’hui d’alibi à un « djihad offensif » qui ne dit pas son nom, l’objectif affiché de protection de l’islam devant, à terme, mener à sa propagation. Ce glissement a été formalisé par l’EI dans un article intitulé « Pourquoi nous vous haïssons, pourquoi nous vous combattons », publié par l’organe de propagande Dabiq, en juillet 2016.
L’article développe son titre en six points. Les trois premiers ont trait à la nature de l’Occident : « Nous vous haïssons, d’abord et avant tout parce que vous êtes des mécréants » ; « Nous vous haïssons parce que vous vivez dans des sociétés libérales et sécularisées qui autorisent ce qu’Allah a interdit » ; « Pour ce qui concerne la frange athée, nous vous haïssons et vous faisons la guerre parce que vous ne croyez pas en l’existence de notre Seigneur ». Les trois points suivants font référence aux actions prêtées à l’Occident : les « crimes contre l’islam », les « crimes contre les musulmans » et « l’invasion » des terres musulmanes.
La liste se conclut sur cette clarification : « Ce qu’il est important de comprendre ici, c’est que même si certains assurent que votre politique extérieure est à l’origine de notre haine, cette cause est secondaire, raison pour laquelle nous ne l’exposons qu’en fin de liste. En réalité, même si vous cessez de nous bombarder, de nous emprisonner, de nous torturer, de nous diffamer, de prendre nos terres, nous continuerons à vous détester parce que la cause principale de cette haine ne cessera pas tant que vous n’aurez pas embrassé l’islam. »

Le ressort psychologique : impuissance et culpabilité

Ainsi la propagande de l’EI fait-elle insensiblement dériver ses soldats d’un combat humanitaire vers sa finalité totalitaire : l’annihilation de toute altérité. La seule paix envisagée est la pax islamica. Ce basculement ne séduit cependant qu’une minorité de candidats, mettant en lumière les ressorts psychologiques propres au processus de radicalisation. Une dimension intime évidemment rejetée par les intéressés.
« Quel était I’état d’esprit des EI Bakraoui ?, demande à Osama Krayem la juge belge chargée de l’enquête sur les attentats de Bruxelles.
Ce sont des gens ordinaires. D’ailleurs lbrahim me disait que sans cette coalition, ces musulmans qui se font opprimer là-bas, il aurait eu une vie ordinaire avec des enfants. Je crois qu’à un certain moment il a changé de comportement. (…) Khalid El Bakraoui, sa femme était enceinte. (…) Le terrorisme n’est pas une personnalité, en fait. Vous pouvez lire l’histoire des musulmans, à aucun moment ce sont les musulmans qui ont pris l’initiative d’attaquer ou de faire du mal. »
Osama Krayem affirme que le terrorisme n’est pas « une personnalité ». Mais qu’est-ce qui a finalement convaincu Ibrahim El Bakraoui de renoncer à sa « vie ordinaire » et son frère Khalid d’abandonner sa femme enceinte pour se faire exploser ? Comme nombre de candidats au djihad, les frères El Bakraoui étaient des délinquants, très éloignés de la religion, avant leur conversion à l’islam radical.
« Beaucoup de délinquants se sentent en réalité coupables, explique le psychanalyste Fethi Benslama, auteur d’Un furieux désir de sacrifice. Le surmusulman (2016, Seuil). Or, les religions monothéistes jouent sur la culpabilité. En arabe, religion se dit din, qui signifie “dette”. Leur entrée dans le djihad peut atténuer ce sentiment en leur offrant une cause. Il s’opère ensuite ce qu’on pourrait appeler un renversement moral de culpabilité : l’hostilité intérieure se transforme en hostilité extérieure et autorise l’agression d’autrui dans un sentiment de toute- puissance. »
  • « Plus musulmans que les vrais musulmans »
A travers ses publications, l’EI ne cesse de jouer sur ce ressort à l’intention des musulmans vivant en Occident, leur reprochant de préférer le confort de leur vie matérielle au combat sur le sentier d’Allah. Une culpabilisation qui porte parfois ses fruits : « Maintenant, nous, comment on peut rester chez nous à la maison, manger et boire alors que les musulmans n’ont pas trouvé un morceau de pain, explique Ibrahim El Bakraoui à sa mère. Comment est-ce qu’on peut rester chez nous à la maison en train de dormir, faire comme si de rien n’était ? »
Devant les enquêteurs, Mohamed Abrini a analysé, avec une distance étonnante, l’évolution de ses amis de quartier qui se sont fait exploser à Paris et à Bruxelles. Il explique comment une réalité perçue – l’injustice faite aux musulmans – s’articule avec des causes plus intimes dans l’engagement djihadiste.
« Concernant leur changement d’attitude, je pense qu’une chose se passe chez beaucoup de jeunes avec tout ce qui se passe dans Ie monde. Ces gens-là n’ont jamais prié de leur vie, ils n’ont jamais été à la mosquée et ils ont perdu tout un temps à faire des péchés (…). Quand ils rentrent dans la religion, pour moi ces gens-là veulent se rattraper. Ils veulent être plus musulmans que les vrais musulmans. Il y en a, ça leur travaille la conscience. Ils voient tous les péchés commis. Et ils savent que Ie martyre efface tous les péchés à partir de la première goutte de sang qui tombe sur Ie sol. »

La voie du martyre : une place au paradis

Parmi les membres de la cellule des attentats de Paris et Bruxelles, seuls trois candidats au martyre ont renoncé ou ont échoué à se faire exploser : Salah Abdeslam à Paris, Mohamed Abrini à l’aéroport de Zaventem et Osama Krayem dans le métro bruxellois. A en croire ce dernier, c’est leur plus faible religiosité qui serait susceptible d’expliquer ces échecs :
« Salah Abdeslam et Abrini, ils ne sont pas au même niveau que les frères El Bakraoui, explique-t-il à la juge.
– Que voulez-vous dire par “pas Ie même niveau” ?, demande la magistrate.
– Je parle de la foi. C’est la foi qui pousse les gens à résister. Les gens qui atteignent un certain niveau dans la foi sont prêts à rentrer dans l’ennemi sans peur, et je crois que les frères El Bakraoui y étaient. Salah et Abrini je ne crois pas. Les frères El Bakraoui avaient atteint un certain degré dans la foi et étaient prêts à mourir. »
Dans son message à sa mère, Ibrahim El Bakraoui évoque, avec force détails, l’histoire d’un compagnon du Prophète tué lors d’une bataille contre les « mécréants ». Ce récit mystique vise à lui faire comprendre que le martyr est « Ie bien-aimé d’Allah » et gagnera sa place au paradis : « Y a encore plein d’autres compagnons, on pourrait rester des heures à parler d’eux, mais pour que t’as un exemple, Hamza Abou Taleb, on I’appelle Ie lion d’Allah, Jafar Ibn Abou Taleb, on I’appelle I’homme aux deux ailes. Allah, exalté soit-il, va Ie doter de deux ailes au paradis car il a perdu ses deux bras dans une bataille et ainsi de suite on en a plein, je te jure, on a en plein. »
  • « Cette vie d’ici-bas est un test »
Si Salah Abdeslam ne s’est pas fait exploser à Paris, les trois lettres découvertes dans une planque du quartier bruxellois de Forest, le 15 mars 2016, attestent de son intention de mourir en martyr.
Nettement moins élaborés que ceux des frères El Bakraoui, ses courriers sont empreints d’un mysticisme rudimentaire. A sa sœur, il explique que « cette vie d’ici-bas est un test » visant à départager le croyant, promis au paradis, de l’incroyant, voué à l’enfer : « Comment pourrai-je échanger cette vie d’ici-bas contre l’au-delà ? Le paradis est meilleur », conclut-il.
La lettre adressée à sa mère, longue de deux pages, comporte dix-sept mentions du mot « Allah » ou « Dieu » : « Si tu crois au destin tu comprendras qu’Allah m’a guidée et choisie parmi ses serviteurs, écrit-il. Dieu a acheté des croyants, leur personne et leurs biens, en échange du paradis (…) Allah dit aussi : “Et ne dites pas de ceux qui sont morts dans le sentier d’Allah qu’ils sont morts, au contraire ils sont vivants mais vous en êtes inconscients.” J’ai moi aussi pris ce chemin car il est celui de la Vérité. Qui s’en écarte aura pour refuge l’enfer. »
La peur de l’enfer apparaît ici comme un levier décisif du passage à l’acte : c’est en payant de sa vie que le martyr s’acquitte de sa « dette » (« Dieu a acheté des croyants ») et accède à l’au-delà. Par son sacrifice, l’ancien pécheur devient l’élu.
Loin de se réduire à un nihilisme, le djihadisme est une aspiration inquiète : le kamikaze ne désire pas tant le néant qu’une autre vie, augmentée, soulagée de l’angoisse du châtiment. En traversant une mort qui n’est qu’apparente, il accède à la « vérité ».

L’au-delà : une promesse de jouissance éternelle

La vision de l’au-delà véhiculée par l’EI ne se résume cependant pas à sa vertu purificatrice : elle est avant tout une promesse de félicité éternelle. Dans sa lettre à sa femme, Khalid El Bakraoui insiste ainsi sur le réconfort garanti aux martyrs : « Allah nous dit dans le Coran : “La jouissance de la vie présente ne sera que peu de chose, comparée à Au-delà”. »
Cette « jouissance » peut être interprétée de façon littérale, c’est-à-dire sexuelle. En avril 2014, l’EI avait ainsi publié l’interview vidéo d’un combattant français qui a entrevu le paradis après avoir été grièvement blessé au combat. L’entretien est intitulé « Abou Yassin raconte ce qu’il a vu dans son rêve ! » :
« Raconte-nous ce que tu as vu lorsque tu as été blessé ?, demande le « journaliste » de l’EI.
J’ai vu une houri [vierge du paradis, récompense des bienheureux]. Elle était belle, mes frères, je vous jure, elle était belle, raconte Abou Yassin.
– Allah Akbar !
– Elle avait de grands yeux noirs, j’ai vu sa poitrine, excusez-moi… [Rires du « journaliste ».] Forte, très forte, mon ami.
– A la grâce de Dieu !
– Elle était belle, je vous jure, elle était très belle, je voyais tout, elle portait un hidjab bleu.
– Un hidjab bleu, qui couvrait ses cheveux ?
– Oui, bleu. Belle mon ami, très belle, j’ai vu, excusez-moi, ses fesses, belles, tout était beau, je jure que… [Rires du « journaliste »] Je voulais la prendre, je suis tombé cinq fois de suite dans l’extase, je me suis réveillé de mon intervention, et j’ai vu que sur mon pantalon…
– Allah Akbar ! [Rires.]
– Je me suis réveillé de mon intervention, et j’ai vu du sperme sur mon pantalon.
– Hum… Allah Akbar ! (…)
– Ecoute mon ami, Dieu est généreux, je te jure que j’étais mort et j’ai vu défilé toute ma vie devant moi. Toute ma vie, c’est une catastrophe…
– Depuis que tu étais petit ?
– Oui, j’ai vu tous les péchés devant moi.
– Gloire à Dieu !
– On me disait que soit dans trois mois, ou trois ans, je vais tomber en martyr.
– Si Dieu veut, dans trois mois », l’encourage le « journaliste ».
« L’islamisme entretient, à travers le paradis, l’imaginaire phallique d’un lieu de jouissance absolue pour les hommes, sans manque, sans loi, donc sans péché, interprète le psychanalyste Fethi Benslama. Cette promesse a notamment pour fonction de les inciter à sacrifier leurs pulsions dans le bas monde, dans l’espoir d’une compensation complète dans l’autre monde. La mort n’est plus la mort. Elle est un triomphe total sur l’ennemi extérieur, mais aussi intérieur : le surmoi, cette instance qui surveille, critique et contraint, source de la morale et de la culpabilité. »
Le songe d’Abou Yassin aux portes de l’au-delà décrit le stade ultime de la fabrication d’un kamikaze. Une fois intégré l’argumentaire politico-religieux légitimant le djihad, c’est la garantie d’une place au paradis qui achève de convaincre le candidat au martyr. Le sentiment d’impuissance face aux injustices a laissé place à un fantasme de toute-puissance, la culpabilité à une promesse de jouissance licite et sans limite.

En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/societe/article/2017/06/07/dans-la-tete-des-kamikazes_5139774_3224.html#yb6FjxQmQK4UWevv.99

lunedì 5 giugno 2017

Un buon momento per Pisapia

il rischio resta quello dell'armata Brancaleone


STEFANO FOLLI, L'alternativa Pisapia, La Repubblica 31 maggio 2017

GIULIANO Pisapia è sembrato a lungo prudente e attendista. Secondo qualcuno fin troppo prudente e attendista, al limite dell'ambiguità. Viceversa stava solo aspettando il momento opportuno per cominciare il suo cammino. Dove questo sentiero lo porterà, è presto per dirlo; ma il primo passo è stato compiuto. Matteo Renzi può credere che il "Campo progressista", più o meno allargato, non lo danneggerà per via della ghigliottina del 5 per cento pronta a calare sulla testa dei temerari. Ma forse un dubbio lo ha sfiorato, se è vero che ha tentato più volte di trattenere Pisapia nell'area del Pd.
Ora il quadro è chiaro. L'intesa Renzi-Berlusconi sulla legge elettorale vorrebbe anticipare la "grande coalizione" della prossima legislatura, salvo il dettaglio che per il momento i voti sembrano insufficienti. Vedremo cosa decideranno gli italiani. Intanto però l'abbraccio fra i due ha aperto uno spazio a sinistra. Spazio che con il sistema maggioritario avrebbe avuto un respiro modesto, mentre il proporzionale autorizza il tentativo del Campo, anzi lo rende quasi inevitabile.
Pisapia, che non ha mai militato nel Pd, potrebbe avere un ruolo non secondario nei prossimi mesi. A patto di rimanere fedele a se stesso e al suo progetto originario. In primo luogo, quindi, il Campo non dovrà trasformarsi in un partito, né assumere i connotati di una sinistra ideologica. In altre parole, l'ex sindaco non ha interesse a diventare il protettore di un ceto politico fuoriuscito dal Pd che aspira a ritagliarsi uno spazio nel prossimo Parlamento. La sua sfida — che resta molto difficile — ha bisogno di orizzonti aperti e soprattutto di un'impronta di relativa novità. Il che non esclude gli scissionisti ex Pd, almeno alcuni di loro, ma li colloca in una cornice non scontata. Ossia una specie di "nuovo Ulivo", come viene ripetuto spesso. La definizione è un po' per addetti ai lavori, ma in pratica significa un ombrello aperto a raccogliere fermenti sparsi nella società, oltre a figure politiche che non si riconoscono nel renzismo, specie nella versione ultima.
Forse non è un caso che Romano Prodi di questi tempi sia piuttosto attivo nel dibattito pubblico. Da poco è apparso un saggio ("Il piano inclinato", Il Mulino) in cui si ricolloca il tema del lavoro al centro del dibattito pubblico. Quasi la piattaforma di un movimento "laburista", volto a occupare il vuoto che il "partito di Renzi", come lo chiama Ilvo Diamanti, lascia nel mondo del centrosinistra. È un fatto che alcuni nomi che guardano con attenzione all'iniziativa di Pisapia sono vicini a Prodi. Come Franco Monaco. E il "manifesto" del Campo che circola in queste ore è firmato da figure eterogenee. Alcune fanno parte di Articolo 1-Mdp, altre sono tuttora nel Pd ma con un piede sull'uscio, come Mucchetti. Tutti cercano una nuova identità e sperano di trovarla grazie al tratto cortese e alla caparbietà dell'ex sindaco di Milano.
Di fatto si sta creando una nuova tensione nel Pd. Il modo con cui ci si avvia alla fine della legislatura e soprattutto le prospettive del dopo rendono plausibili altri rimescolamenti, altri possibili abbandoni. Pisapia non è ancora un polo d'attrazione decisivo per gli ulivisti e i "laburisti", ma potrebbe diventarlo in tempi rapidi. Starà a lui, in seguito, trovare una sintesi fra le diverse anime senza rinserrarsi nel solito partitino di reduci. Questo rischio sembra ben presente al diretto interessato. È evidente che Pisapia non si è allontanato dall'orbita di Renzi per finire in quella di Massimo D'Alema. Quell'impronta di novità irrinunciabile per Pisapia sarebbe subito perduta se si trasmettesse all'opinione pubblica l'impressione che tutto si riduce a una resa dei conti fra Renzi e, appunto, D'Alema. Anzi, il primo avrebbe fra le mani un eccellente argomento per la campagna elettorale. Una campagna che sarà durissima.
Pisapia e gli altri devono saperlo e prepararsi. L'appello al "voto utile" sarà incessante. Ad esso il "nuovo Ulivo" risponderà proponendo al Pd, dopo il voto, un'alleanza di centrosinistra con un programma sociale. Con quali voti? Al momento non si sa. Ma, del resto, anche la super-coalizione non ha i consensi necessari.

http://www.unita.tv/opinioni/dalema-pisapia-cosa-rossa-sinistra-bivio-ulivo/

sabato 3 giugno 2017

Fiera e splendida


D.H. Lawrence, Mare e Sardegna, 1921


Sono divertenti, queste donne e ragazze contadine, così scattanti e ribelli. Hanno dorsi dritti come muretti e sopracciglia nette, decise. Si comportano con divertente circospezione. Nessuna dissimulazione orientale, in loro. Sfrecciano per strada come fieri, rapidi uccelli, e si ha l'impressione che non ci metterebbero niente a darvi un colpo in testa. La tenerezza, grazie a Dio, non pare una qualità dei sardi. L'Italia invece è così tenera: come la pastasciutta: metri e metri di morbida tenerezza che tutto avvolge e confonde. Qui gli uomini non idealizzano molto le donne, a quanto sembra. Non fanno gli occhi languidi e maliziosi: lo sguardo da "il-mio-cuore-ai-vostri-piedi" tipico dei maschi italiani. Quando un uomo di qui guarda una donna, allora attenzione, signora mia. Il culto servile della "madonna" non mi pare nel carattere dei sardi. Queste donne devono stare in guardia, conservare ben dritta la spina dorsale e dure le nocche. L'uomo, se può, farà il maschio dominatore e la donna, dal canto suo, non si lascerà dominare tanto facilmente. Ed ecco dunque l'antica, bella e marziale divisione dei sessi. E' veramente rincuorante e splendida, dopo tanti appiccicosi miscugli, dopo la smidollata adorazione della "madonna". Il sardo non cerca la "nobildonna ideata secondo un nobile schema". No, grazie. Vuole quella giovane signora laggiù, cocciuta com'è. C'è anche più gusto che con una Carmen, che si concede troppo facilmente. In queste donne c'è qualcosa di schivo, ribelle, inafferrabile. E fiera e splendida è la divisione tra i sessi, ognuno d'essi fermamente deciso a difendersi dall'attacco, così che l'incontro ha un certo sapore forte e selvaggio, ognuno essendo all'altro pericolosamente ignoto. E al tempo stesso il coraggio e l'orgoglio che è in ognuno affrontano il salto pericoloso e la lotta.
Datemi l'antico, forte modo d'amare. Sono nauseato a morte di sentimenti e di nobiltà, di tutto questo pasticcio di maccheroni che è il corteggiamento moderno.

venerdì 2 giugno 2017

La Sardegna, un mondo a parte



D.H. Lawrence, Mare e Sardegna, 1921

...  La Sardegna, che non assomiglia ad alcun luogo. La Sardegna che non ha storia, né età, né razza, nulla da offrire. Vada per la Sardegna. Dicono che né romani né fenici né greci né arabi conquistarono mai la Sardegna. Essa sta fuori, fuori del cerchio della civiltà. Come i paesi baschi. Certo ora è italiana, con le ferrovie e gli autobus. Ma c'è ancora una Sardegna non conquistata. E' dentro la rete della civiltà europea, ma non è stata ancora tirata in secco. E la rete si fa vecchia e lacera. Molti pesci sgusciano dalle maglie della vecchia civiltà europea. Come la grande balena russa. E forse anche la Sardegna. La Sardegna, dunque. Vada per la Sardegna.


... è così diverso dalla Sicilia: non v'è traccia del soave incanto greco-italiano, del fascino e della grazia, dello splendore. E' tutto un po' nudo e duro, freddo e giallo... un po' come Malta, ma senza l'animazione straniera di Malta.
... Ma ancora mi ricorda Malta, perduta tra tra Europa e Africa, senza far parte di nessuna terra. Non appartiene a nessuna terra, mai fatto parte di una terra. Della Spagna, per lo più, e degli arabi e dei fenici. Ma come se non avesse mai avuto un proprio vero destino. Senza destino. Rimasta fuori del tempo e della storia.


... Lo stesso per il bestiame. La Sardegna, terra del bestiame, piccola Argentina del Mediterraneo, ora è quasi spopolata. Colpa della guerra, dicono gli italiani. E anche della dissipazione idiota e irresponsabile di chi dirigeva la guerra.


... incredibile come sono desolate e deserte le vaste distese della Sardegna. Selvagge, sono a macchie d'erica e di corbezzoli e di una specie di mirto, alte fino al petto. Poi, di nuovo i grigiastri terreni arabili dove si coltiva il grano. E' come la Cornovaglia, come la regione occidentale della Cornovaglia.
... Guardavo dalla finestra della nostra stanza e quasi non credevo ai miei occhi, tanto tutto era simile all'Inghilterra, alle regioni brulle della Cornovaglia o alle alture del Derbyshire. Dietro la stazione c'era un piccolo chiuso, un po' trascurato, con due pecore. E parecchie case coloniche dall'aria abbandonata, proprio come in Cornovaglia. Poi l'ampia, abbandonata stradadi campagna si allungava tra margini d'erba e bassi muri a secco, verso una fattoria di pietra grigia con un ciuffo d'alberi e un nudo villaggio di pietra, in lontananza. Si alzò, giallo, il sole, e la nuda campagna scintillò, azzurrastra e restia. I bassi, verdi pendii dei colli erano divisi in campi, con bassi muretti a secco e fossati. Qua e là si ergeva, solitario, un fienile di pietra con accanto pochi alberi nudi e sperduti. Due cavalli dall'arruffato pelo invernale pascolavano nell'erba arruffata, e un ragazzo se ne veniva con due secchi di latte da chissà dove per l'ampia strada nuda orlata d'erba: ed era in pieno la Cornovaglia, o un pezzo d'Irlanda, così che l'antica nostalgia delle regioni celtiche cominciò a svegliarsi dentro di me. Oh, quei vecchi muri a secco a divisione dei campi:pallidi, di granito sbiancato! Quell'erba scura, triste, quel cielo nudo! I cavalli sconsolati nel mattino invernale! E' strano ilpaesaggio celtico, molto èiù emozionante e inquietante dello splendore dolce che ha l'Italia, o la Grecia. Così doveva essere il mondo prima che si alzasse il sipario della storia