giovedì 9 aprile 2026

Tregua, guerra e diplomazia

Massimo Recalcati
La lezione della tregua

la Repubblica 10 aprile 2026

Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua accade nel mezzo della guerra e dunque non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è nello stesso tempo un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra.

La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro, della fine del conflitto, ma in realtà prepara il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non lavora per la pace ma per il massacro totale.

La storia lo insegna: la tregua può diventare un inganno, una maschera. Non ogni tregua è infatti finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di proseguirla con altri mezzi. Quando questo accade la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione.

E tuttavia sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra versione della tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola.

In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma dell’azione politico-diplomatica. L’imperativo militare cede il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È un movimento fragile, esitante, ma decisivo.

Beirut (Libano), 9 aprile: una foto di famiglia in una casa bombardata
Beirut (Libano), 9 aprile: una foto di famiglia in una casa bombardata 

La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione di una liberazione senza strascichi dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla ripresa della vita ordinaria. Piuttosto la tregua scava un intervallo che non può cancellare l’orrore. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma infatti resta e non può essere dimenticato.

Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano.

Beit Lahia (Striscia di Gaza): una famiglia a tavola nella casa distrutta
Beit Lahia (Striscia di Gaza): una famiglia a tavola nella casa distrutta (ansa)

È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine che si è definitivamente compiuto. Sarebbe più corretto invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace prevenendo la tentazione “umana troppo umana” della guerra.

È proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non può mai essere un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura instabile della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale.

Per questa ragione nessuna pace può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da prevenire ed evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte.

È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace — ogni forma umana di pace — dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura tremendamente incompiuta della tregua.

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