lunedì 29 dicembre 2014

Immagini di vita campestre nella Divina Commedia




Il ramarro

Come ’l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
Inf., XXV, 79-81

= Come il ramarro, cambiando siepe sotto il sole estivo, sembra un fulmine quando attraversa la via,

le lucciole

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,                        
come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:     
Inf., XXVI, 25-30

= Quante sono le lucciole che il contadino, quando si riposa sulla collina nella stagione (estate) in cui il sole tiene meno nascosta a noi la sua faccia, nell'ora (la sera) in cui la mosca lascia il posto alla zanzara, vede giù nella valle dove egli vendemmia e ara;

le pecore

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;   
Purg., III, 79-81

= Come le pecorelle escono dall'ovile, a una, a due, a tre, e le altre stanno indietro timorose e tengono il muso e l'occhio in basso;

la rana (e le cicogne)

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;                                        
livide, insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna. 
Inf., XXXII, 31-36

= E come la rana gracida col muso a pelo d'acqua d'estate, quando la contadina sogna spesso di spigolare; così le anime dolenti e livide erano immerse nel ghiaccio fino a dove appare il rossore (al viso), battendo i denti come fanno le cicogne.

gli storni

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali;                   
Inf., V, 40-42

= E come d'inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti malvagi;
 


Giotto, Natività, particolare








domenica 28 dicembre 2014

"il manifesto", tracce di una storia



Pietro Ingrao, Lucio Magri
Rossanda, Pintor, Magri
"La decisione di dar vita a un quotidiano, che uscì nell'aprile del '71, accelerò lo sviluppo dell'organizzazione politica ... Fu anche un grande evento giornalistico e editoriale, pioniere, grazie soprattutto a Filippo Maone, nelle nuove tecnologie: nessun gruppo della nuova sinistra aveva tentato di realizzare un progetto così ambizioso, senza mezzi (partimmo con 47 milioni di lire, raccolte una per una, con un solo contributo corposo: un milione ciascuno da Yves Montand e da Simone Signoret)."     Luciana Castellina, Prefazione in Lucio Magri, Alla ricerca di un altro comunismo, il Saggiatore 2012

Rossana Rossanda, Aldo Natoli
Riccardo Barenghi, Luigi Pintor
Luigi Pintor, Federica Sciarelli, Valentino Parlato






















Jacopo Jacoboni
Divorzio dell'ultimo grande. Anche Valentino Parlato lascia "il manifesto"
La Stampa, blog Arcitaliana, 13 dicembre 2012


Nella storia gloriosa del manifesto è sempre circolata una battuta-birignao che chiunque sia stato vicino a quel collettivo, anche alle singole persone che l'hanno fondato, si sentiva subito raccontare. "Cosa pensa Rossana, cosa scrive Luigi, dov'è Valentino?". La penna era Pintor, l'intellettuale, la filosofa era Rossanda, l'uomo del fare, il finanziatore, quello che sapeva tenere i contatti anche in partibus infidelium - per esempio con banchieri e imprenditori del capitalismo all'italiana - beh, quello è sempre stato Valentino Parlato.
Colpisce così due volte la notizia ultimissima: anche Valentino - come tutti l'hanno sempre chiamato, dai fattorini di via Tomacelli a grandi imprenditori che, pur nel totale dissenso, lo hanno talvolta aiutato a far vivere il giornale - lascia il quotidiano, alle prese con la crisi più grave della sua storia. Parlato in sostanza se ne va dicendo che avrebbe dovuto seguire già l'addio della Rossanda. E se le sue parole sono meno polemiche di quella della fondatrice, gli argomenti però paiono durissimi. "Cara Norma, la crisi non è solo di soldi, ma anche di soldati e di linea. Anche la riunione del 4 novembre non so che fine abbia fatto". E' il motivo per cui "quel che state facendo, sulla nuova cooperativa e sul possibile rilancio del giornale, non mi convince affatto". La risposta della Rangeri, che sta coordinando questa fase difficilissima, è gentile ma amara non meno. Norma rivendica la scelta della direzione di concentrarsi innanzitutto sulla costituzione di una nuova cooperativa, "è quello il nostro agire politico, il modo per tenere aperto uno spazio di confronto per tutti". Ripete anche un impegno che assunse fin dall'inizio: superato lo scoglio della nuova cooperativa, la direzione avrà esaurito il suo compito. Insomma, non è una quesitone di poltrone (ma nessuno l'ha mai minimamente pensato). Evidentemente, sono rassicurazioni che non bastano.
Dopo Rossanda, dopo lo storico caporedattore Marco D'Eramo, dopo l'addio di Ale Robecchi, il corsivista puntuto, e di Vauro, il vignettista geniale (entrambi approdati al Fatto quotidiano, traslazione sintomatica e non casuale), capita dunque quello di un altro, pesantissimo, del gruppo dei fondatori. E' difficile da oggi pensare di poter parlare di manifesto senza chiedere lumi a Valentino, acquartierato nella sua ridotta a Monti, ma sempre coinvolto nella vita del giornale, sempre disponibile a illuminare, far capire, e anche a sperare. C'è davvvero qualcosa che non va più, se anche Valentino ha perso quella speranza.
Vauro Senesi



venerdì 26 dicembre 2014

Clausewitz, la guerra reale

La guerra di una comunità - di popoli interi e segnatamente di popoli civili - viene fuori sempre da una situazione politica e viene suscitata soltanto da un motivo politico. E' dunque un atto politico. Se fosse un atto compiuto in sé, immutato, un'espressione assoluta di violenza - quale si deve dedurre dal suo mero concetto - allora dovrebbe prendere il posto della politica, dal primo momento in cui è suscitata da essa come qualcosa di assolutamente indipendente. Dovrebbe cacciarla e seguire soltanto le proprie leggi, come una mina che, una volta innescata, non segue altra direzione e indicazione che quella che gli è stata predisposta. In effetti si è pensato così ogni qualvolta che una mancanza di armonia tra politica e conduzione della guerra ha portato a distinzioni teoriche di questo genere. Ma non è così, anzi questa rappresentazione è fondamentalmente sbagliata. La guerra del mondo reale [...] non è l'estremo che libera la sua tensione in un'unica scarica, ma è l'agire di forze che non si dispiegano completamente in modo uguale e in egual misura.  
Carl von Clausewitz, Della guerra, 1832


Mario Ragionieri

Generalmente si pensa che il modello teorico della guerra sia quello che Clausewitz chiama guerra assoluta, mentre il modello reale dovrebbe essere costituito dalla guerra come strumento della politica. Se la guerra fosse solo strumento della politica la guerra sarebbe limitata e la violenza bellica sarebbe condizionata dalla importanza degli obiettivi politici da raggiungere; in questo modo avremmo una subordinazione totale della guerra alla politica. In pratica però difficilmente si realizzano le condizioni per cui la guerra è sempre subordinata alla politica. Nella decisione di iniziare una guerra entrano in giuoco purtroppo anche altri fattori, spesso irrazionali ed emotivi, come pure la carenza di informazioni ed errori di valutazione. Un altro fattore importante che entra in giuoco è quello per cui sia il capo politico che quello militare sono certi di avere il completo dominio ed il controllo delle organizzazioni che dipendono da loro e che sono costituite da esseri umani e non da semplici macchine. Questo purtroppo comporta che la razionalità di ogni comportamento strategico può avere solo una limitata razionalità.
Tutto questo impedisce che l'esito della guerra possa essere predeterminato anche solo in linea di massima e che conseguentemente la decisione di entrare in guerra si possa basare solo su un razionale e preciso confronto tra guadagni, rischi e costi. Nel corso di un conflitto, vuoi per tutta una serie di motivi anche quelli sopra esposti, succede che sono gli obiettivi militari estremi ad imporsi ai politici. Caso classico è la teoria di Roosevelt del "victory first" nella Seconda Guerra Mondiale per cui all'escalation della violenza si accompagna quella dei fini.
Dunque in pratica la teoria di Clausewitz della guerra come strumento della politica costituisce un modello estremo come quello della guerra assoluta.
Questo modello estremo sarebbe in pratica quello che assumerebbe la guerra nel caso in cui potesse essere solo un puro strumento della politica completamente determinabile e controllabile con metodi razionali. La guerra politica e la guerra assoluta costituiscono i due limiti entro i quali può spaziare la guerra reale. Ne deriva che la guerra reale costituisce un qualcosa che si colloca fra i due estremi ; è una combinazione che può avvenire con varie gradazioni di intensità, fra violenza armata e l'attività politica, fra la passione e la razionalità.

Raymond Aron 
Paix et guerre entre les nations, première partie, chapitre I

Clausewitz éprouve devant la guerre poussée à l'extrême une sorte d'horreur sacrée, de fascination, com­parable à celle que les catastrophes cosmiques éveillent dans l'âme. La guerre dans laquelle les adversaires vont jusqu'au bout de la violence, afin de vaincre la volonté ennemie qui obstinément résiste, est, aux yeux de Clausewitz, gran­diose et horrible à la fois. Chaque fois que de grands intérêts seront aux prises, la guerre se rapprochera de sa forme absolue. Philosophe, il ne s'en félicite ni ne s'en indigne. Théoricien de l'action raisonnable, il rappelle aux chefs de guerre et de paix le principe que tes uns et les autres doivent respecter : le primat de la poli­tique, la guerre n'étant qu'un instrument au service de buts fixés par la politique, un moment ou un aspect des relations entre États, chaque État devant obéir à la politique, c'est-à-dire à l'intelligence des intérêts durables de la collectivité. Convenons d'appeler stratégie la conduite d'ensemble des opérations militaires, convenons d'appeler diplomatie la conduite du commerce avec les autres unités politiques. Stratégie et diplomatie seront toutes deux subordonnées à la poli­tique, c'est-à-dire à la conception que la collectivité ou ceux qui en sont respon­sables se font de « l'intérêt national ». En temps de paix, la politique se sert des moyens diplomatiques, sans exclure le recours aux armes, au moins à titre de menace. En temps de guerre, la politique ne donne pas congéà la diplomatie, puisque celle-ci conduit les relations avec les alliés et les neutres et qu’implicite­ment elle continue d'agir à l'égard de l'ennemi, soit qu'elle le menace d'écrase­ment, soit qu'elle lui ouvre une perspective de paix.

giovedì 25 dicembre 2014

L'amicizia secondo Montaigne

Perché era lui; perché ero io  

Del resto, quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza e vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite. Nell'amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l'una con l'altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la connessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere se non rispondendo: 'Perché era lui; perché ero io'. C'è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l'uno all'altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l'uno all'altro.

Si può aggiungere Voltaire?

[L’amicizia] E’ un contratto tacito fra persone sensibili e virtuose. Dico sensibili perchè un monaco, un solitario, può essere una persona dabbene e vivere senza conoscere l’amicizia; dico virtuose perchè i malvagi hanno solo dei complici, i libertini dei compagni di bisboccia, gli affaristi dei soci, i politici raccolgono dei faziosi, la maggior parte degli sfaccendati ha delle relazioni, i principi hanno dei cortigiani: solo gli uomini virtuosi hanno degli amici. Cetego era complice di Catilina, e Mecenate cortigiano di Ottaviano; ma Cicerone era amico di Attico. (Dictionnaire philosophique)


Etienne de la Boétie

C’est cela que certainement le tyran n’est jamais aimé ni n’aime. L’amitié, c’est un nom sacré, c’est une chose sainte : elle ne se met jamais qu’entre gens de bien et ne se prend que par mutuelle estime, elle s’entretient non pas tant par bienfaits que par bonne vie. Ce qui rend un ami assuré de l’autre, c’est la connaissance qu’il a de son intégrité: les répondants qu’il en a c’est son bon naturel, la foi et la constance. Il ne peut y avoir d’amitié là où est la cruauté, là où est la déloyauté, là où est l’injustice ; et pour les méchants, quand ils s’assemblent, c’est un complot, non pas une compagnie ; ils ne s’entraiment pas, ils s’entrecraignent, ils ne sont pas amis, mais ils sont complices. (Discours de la servitude volontaire)

http://www.cairn.info/revue-imaginaire-et-inconscient-2007-2-page-15.htm 
Sull'importanza di La Boétie per la genesi degli Essais, F. Garavini, Montaigne, Dictionnaire des philosophes, Encyclopaedia Universalis, pp. 1083-84.
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Pietro Citati

Prima di cominciare a scrivere gli Essais , Montaigne conobbe Étienne de La Boétie: nel 1559, quando aveva ventisei anni, La Boétie era un poco più anziano di lui: l'amicizia durò, intensissima, per quattro o cinque anni; e poi finì improvvisamente con la morte di La Boétie, lasciando Montaigne in un infinito dolore.
L'amicizia cominciò lentamente, alludendo a qualcosa di imprecisabile e senza volto. Poi diventò «non so quale forza inespicabile e fatale, mediatrice di questa unione». Montaigne non aveva mai conosciuto né conoscerà mai nulla di simile: il mistero, la fatalità, la sovranità astrale nei sentimenti umani, lui che abitava di solito negli ondeggiamenti e nelle variazioni dell'anima. Se vogliamo usare le dubbie parole del linguaggio filosofico, fu una grande amicizia stoica.
Nel Rinascimento neoplatonico, che Montaigne costeggiò, una tenerezza sensuale e lirica invadeva le anime. Ma l'amicizia di Montaigne per La Boétie non aveva nulla di neoplatonico. Era un'amicizia assoluta: un'amicizia perfetta e indivisibile. «Se mi si chiede perché l'amo, sento che non posso, esprimermi se non rispondendo: "perché è lui"; "perché sono io". Ciascuno si dava al proprio amico, tanto intensamente che non gli restava nulla da spartire con gli altri». Le due anime si immersero l'una nell'altra fin nel profondo delle viscere: non solo Montaigne conosceva l'anima dell'amico come la sua, ma certo si sarebbe affidato a lui più volentieri che a se stesso. C'è un'espressione bellissima che torna continuamente negli Essais : tuffarsi, perdersi. «Mi tuffai e mi persi nella sua volontà e lui si tuffò e si perse nella mia»: «viveva, godeva, vedeva per me e io per lui, altrettanto pienamente che se fosse stato per me». L'amicizia era l'assoluta conquista dell'altro e l'assoluta perdita di sé: la perfetta conquista di sé e la perfetta perdita dell'altro.
Quando La Boétie morì nel 1563, Montaigne comprese che il suo compito era, in primo luogo, quello di diventare il guardiano della tomba dell'amico. Non smise mai: diciotto anni dopo la sua morte, aveva ancora fitte dolorosissime e intollerabili, pensando a quell'anima e a quel volto amici. Non faceva che languire sulla traccia del proprio ricordo.