lunedì 28 ottobre 2019

Corinna nella metro



Claudio Pasceri, Un pomeriggio alla metro, Bagatelle blog, 27 ottobre 2019
Mercoledì scorso, il giorno 23 ottobre, nell’ambito di EstOvest Festival si è svolto un concerto (anzi, si sono svolti due “micro concerti”) piuttosto sui generis presso la Stazione della Metropolitana di Porta Nuova. Si è esibita la straordinaria interprete Corinna Canzian in brani di breve durata per violino solo. La musicista veneta è passata da pagine di J S Bach a Bernd Alois Zimmermann della Sonata per violino , dai Capricci di Salvatore Sciarrino a improvvisazioni sue proprie, fino ad una melodia armena intitolata Havun Havun. La capacità di trovare grande intensità d’espressione e chirurgica penetrazione interpretativa per ogni autore sono risultate notevoli. Tutto ciò in una stazione della metropolitana, affollata e piuttosto rumorosa, com’è del resto ovvio che sia il pomeriggio di un giorno di lavoro.

Credits: Stefano Di Marco | EstOvest Festival 2019


Elegantemente vestita, come per un’esibizione destinata ad una sala da concerto tradizionale, Corinna Canzian ha suonato con la massima attenzione, senza mai snobbare un appuntamento così particolare. In fondo ogni luogo può diventare adeguato, se l’interprete non tradisce la musica. Molti aspetti, legati alle specifiche caratteristiche di ciascun autore delle musiche, alle modalità di ascolto dei differenti passanti ed a elementi più esplicitamente sociologici , sono risultati di particolare interesse. Malgrado la grandezza di J S Bach non sia certo qui in discussione,  ha comunque sorpreso come la melodia di una sua giga per violino solo abbia saputo “farsi largo” tra una moltitudine di differenti stimoli sonori ed attirare a sé l’attenzione di molti avventori in un batter d’occhio. Eppure c’erano rumori di treni in arrivo e in partenza, annunci dall’altoparlante riguardante gli orari di viaggio, il vociare di molte persone alle prese con i rispettivi apparecchi cellulari e molto altro ancora. Nessun altro autore, nella giornata, mi è sembrato abbia saputo catturare con la medesima disinvoltura l’orecchio di un buon numero di persone. D’altro canto gli “effimeri” Capricci di Sciarrino risultavano i più camaleontici, i più pronti a “mimetizzarsi” tra le sonorità aeree e fischianti dell’auditorium temporaneo che si era venuto a creare. Gli armonici e i delicati percorsi sonori che scaturivano dal violino sembravano essere la versione umana e commovente dei suoni più algidi e freddi che, come ogni giorno, si verificavano in quegli spazi. Zimmermann invece “reclamava” attenzione, con una melodia forse poco consueta per ascoltatori non troppo avvezzi alla musica cosiddetta contemporanea, ma con un pathos difficilmente equivocabile.

Credits: Stefano Di Marco | EstOvest Festival 2019


Risultava interessante, facendo attenzione ai viaggiatori di passaggio, come alcuni di loro osservassero più che ascoltare. In certi casi erano incuriositi dallo stendardo, grande e colorato, del Festival EstOvest-Le Strade del Suono, altre volte da una giovane donna (la nostra violinista) così impegnata a gesticolare col suo strumento in un ambiente apparentemente inappropriato. Talvolta le passavano così vicino che si sarebbe detto di vedere dei pesci in un acquario, sguscianti e decisi, sicuri di non incocciare nell’ostacolo davanti a loro. Alcune persone hanno mostrato interesse per l’esibizione musicale, altre hanno quantomeno rilevato che qualcosa di non troppo abituale si stava verificando, altre ancora si sono dimostrate completamente estranee a tutto ciò, non hanno minimamente mostrato segni di una qualche empatia , hanno tirato dritto.
Il “non-luogo” prestato ai micro concerti di Corinna Canzian si è rivelato fitto di percorsi possibili, di letture e di interpretazioni di un fenomeno naturale e assolutamente proprio alla specie umana, l’atto dell’incontro e dello scambio.
Claudio Pasceri è violoncellista e Direttore artistico di EstOvest Festival

sabato 5 ottobre 2019

L'ambivalenza assoluta del Bisconte



Salvatore Merlo, Perché nessuno può fare dieci domande a Conte sul caso Mifsud, Il Foglio, 
5 ottobre 2019

Roma. “Noi dobbiamo solo restare fermi il più possibile”, arieggia un anonimo ex sottosegretario della Lega, sprofondato su una delle poltroncine del Transatlantico, “questa faccenda di Trump, Conte e i servizi segreti per noi è un cortocircuito”. Eppure Matteo Salvini scalpita, evoca il Copasir, vorrebbe consumare la sua vendetta su Giuseppe Conte, sul premier che avrebbe messo i vertici dei servizi segreti italiani nelle mani dell’Amministrazione americana per fare un favore personale a Donald Trump. Vorrebbe urlare, il capo della Lega, colpire duro, denunciare, ribaltare così la storia di Savoini e dei rubli, tirare un morso all’uomo che lo ha defenestrato dal Viminale. Ma l’unica cosa che in realtà il capo della Lega ha capito di poter mordere è la sua stessa lingua. Tanto che nella foga, tirando mozzichi all’aria, alla fine addenta soltanto la vecchissima storia del curriculum tarocco del premier, le parcelle, gli incarichi Rai e quelli da avvocato: “Ne risponda in Aula”. D’altra parte “cosa possiamo dire alla gente?”, si mette a ridere l’ex sottosegretario leghista. “Critichiamo Conte perché avrebbe aiutato Trump a delegittimare la Clinton? I nostri elettori risponderebbero dicendo che Conte ha fatto bene”. E così intorno a Conte si consuma un gioco paradossale e contraddittorio che è la fortuna di quest’uomo la cui parabola politica sfida la fisica e rimanda piuttosto alla fortuna, perché l’unica persona che avrebbe interesse a demolirlo, in realtà non può demolirlo, ma contemporaneamente anche quelli che avrebbero interesse a difenderlo, non possono difenderlo. Zingaretti, Franceschini, Orlando non possono far altro che turarsi le orecchie e cercare di addormentarsi, per non vedere, non sentire, non parlare… shhh.
Ci sono le elezioni americane, le primarie tra gli amici democratici d’oltreoceano, cosa potrebbe mai fare il Pd: aiutare Giuseppe Conte a difendere quel “mostro” di Trump che cercava prove in Ucraina per screditare Joe Biden, cioè l’ex vicepresidente di Barack Obama? Meglio tacere, il più possibile, tra rossori e sollevamenti di sopracciglia, esitazioni e delicati eufemismi, mignoli alzati e gonne tirate giù per non scoprire le ginocchia. Un po’ come fa Repubblica, il giornale Agit-Prop della nuova sinistra grillopiddina, che ieri addirittura non pubblicava nemmeno un rigo su trentasei pagine a proposito delle notizie che nel frattempo riempivano i giornali americani, dal New York Times al Washington Post fino ai grandi siti d’informazione specializzata come Politico e Daily Beast. Fosse stato Silvio Berlusconi, ai bei tempi del conflitto d’interessi, a far incontrare i capi dei servizi segreti con un ministro di Erdogan all’ambasciata turca… altro che dieci domande sul Bunga bunga, altro che campagna giornalistica sul rapimento di Abu Omar (e lì si trattava di sicurezza nazionale, non di un’interferenza negli affari interni di un paese amico).
Similmente, facendo violenza alla sua natura spavalda, nemmeno Matteo Salvini cerca di trascinare Conte sotto i riflettori, e d’altra parte cosa mai potrebbe denunciare: che anche Trump faceva parte dell’evanescente complotto ordito da Conte assieme al Pd, Mattarella e gli euroburocrati per far fuori la Lega dal governo? Salvini ha il coraggio e il cinismo della contraddizione, ha pure molta contundente fantasia, ma questo proprio non può farlo. E infatti non si rivolge alle piazze, evita l’argomento nei comizi in questi giorni di campagna elettorale in Umbria, ma chiede invece che il presidente del Consiglio parli al Copasir, al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, che è un po’ come organizzare una partita di calcio a porte chiuse: niente pubblico, niente telecamere, niente microfoni. Un rito mirabilmente gratuito, una rincorsa che è pura rappresentazione, teatro.
Così alla fine tutta questa faccenda stordente, questo universo incapace di esprimersi, afono, tra la museruola che Salvini si sta imponendo a fatica e l’imbarazzo cigolante della sinistra, questa condizione irreale per cui Conte non può essere né attaccato né difeso, appare come la metafora dell’ambivalenza assoluta del governo del Bisconte. Il suo vizio, e la sua forza. Insieme. Dell’incontro clandestino tra il ministro americano William Barr e i capi dei servizi segreti italiani mandati da Conte non resterà altro che confusione. E silenzio.