domenica 5 aprile 2026

La nuova Rafah

Le macerie nella città di Tiro

Mattia Fontanella
Hanno fatto un deserto: il sud del Litani è la nuova Rafah
il manifesto, 5 aprile 2026 

A sud del fiume Zahrani, nella zona di evacuazione imposta unilateralmente da Israele, le strade sono vuote. L’autostrada può essere attraversata ad alta velocità, senza rallentamenti fino al ponte Qasmyieh sul fiume Litani bombardato il 22 marzo.

Si devia quindi sulla provinciale che scorre fra aspre colline a sinistra; a destra verdi bananeti fino all’azzurro del mare placido. La provinciale è attraversata in direzione nord da camioncini carichi di verdura e frutta, ma i camionisti e automobilisti non si fermano più nei negozi e i cafè a bordo strada: sono chiusi, offrono allo sguardo una lunga serie di serrande abbassate.

ARRIVATI AL LITANI, il piccolo ponte è presidiato dall’esercito libanese; i soldati in mimetica oliva controllano il passaggio, alle loro spalle una piccola base Unifil bianca e blu, mentre la strada è una prospettiva accompagnata dalle grandi bandiere verdi e gialle dei partiti sciiti libanesi.

Si entra così nel distretto di Tiro dove sull’asfalto appaiono i segni recenti degli attacchi israeliani: una stazione di benzina della Amana Company è sventrata da un profondo cratere (il portavoce dell’esercito israeliano Avichay Adraee aveva anticipato gli attacchi contro la compagnia accusata di legami con Hezbollah), più avanti due auto giacciono sfondate da due missili che hanno assassinato i conducenti poche ore prima.

La città di Tiro è deserta, pochissime auto e nessuno che cammini per strada. Le persone si incontrano attorno agli ospedali, a qualche forno rimasto aperto, ai negozietti di prossimità che non hanno chiuso.

Sul lungomare, dietro il famoso ristorante Abu Deeb che si ostina a servire le migliori shawarma al pollo di tutta la regione, tre uomini e una giovane donna con un uccellino in gabbia fumano la shisha, alternando risate a momenti preoccupati guardando una decina di chilometri a sud, verso Naqura: colonne di fumo e polvere sulle colline rivelano i combattimenti in corso e gli echi cupi delle esplosioni gli attacchi ben più vicini in direzione est.

Le notizie dal fronte sono confuse, le truppe israeliane avanzano ma vengono colpite dai guerriglieri libanesi. L’esercito israeliano sta cercando di rafforzare il fronte, creando avamposti nelle poche case che non rade al suolo, ma anche quelle aree sono soggette a continui attacchi.

LA STRATEGIA DICHIARATA israeliana è quella di creare una zona deserta, «tampone», dentro il territorio libanese, ma non è chiaro quanto in profondità possa inserirsi e quale funzione possa avere: creare una striscia di qualche chilometro esporrebbe i militari a una guerriglia continua; pensare di fare pulizia etnica fino al Litani, svuotando Tiro, villaggi cristiani e musulmani, campi profughi palestinesi non toglierebbe a Hezbollah la capacità di colpire in profondità viste le basi della guerriglia a nord del fiume.

Occupare una parte del territorio si inserisce però nel modus operandi visto già altrove nella regione: supportare partiti e milizie identitarie attentando alla sicurezza interna, esacerbare tensioni comunitarie, destabilizzare il paese e la sua economia, portare al collasso uno stato con istituzioni già precarie.

CIÒ CHE SI VEDE ORA nel sud è il rischio di ecocidio con danni alle fonti idriche, distruzione e avvelenamento del suolo e la pulizia etnica con la distruzione di villaggi e la minaccia di espulsione di centinaia di migliaia di persone ora stipate nelle case delle famiglie che le accolgono, nelle scuole diventate rifugi collettivi, o ai bordi delle strade. Chi resta per ora nella zona a sud del Litani è circa il 15% della popolazione residente.

Resta chi non vuole andarsene o chi non può: anziani, disabili, agricoltori con campi e animali, comunità cristiane che chiedono, invano, all’esercito libanese di non ritirarsi dai villaggi, il personale delle strutture sanitarie che vive dentro gli ospedali, i migranti senza documenti, o che devono continuare a lavorare per vivere.

All’ospedale Lebanese Italian di Tiro (che di italiano ha solo il nome scelto dal proprietario) sono ricoverati alcuni dei lavoratori siriani colpiti da un missile israeliano pochi giorni fa: una quindicina di operai agricoli stavano raccogliendo limoni in un campo, in pieno giorno, quando una esplosione ne ha uccisi cinque, i feriti sono stati portati in ospedale. Tre restano in terapia intensiva.

L’ospedale cerca di dimetterli al più presto per avere sempre letti disponibili, oggi occupati dalle vittime dei nuovi bombardamenti di ieri notte: due civili e quattro paramedici bombardati successivamente durante i soccorsi con la tecnica del double tap.

LA NOTTE VIENE considerato il momento più pericoloso. Durante la sera il quartiere cristiano del porto e il centro storico di Tiro, dove si trovano le rovine di una delle più antiche città del Mediterraneo, si popolano di chi vive negli altri quartieri e nei villaggi circostanti; ma chi non ha auto o tende dove dormire, o non può spostarsi, rischia di essere un bersaglio o una vittima collaterale delle decisioni dell’aviazione israeliana e dei suoi software che analizzano il numero di vittime innocenti accettabile per il supposto valore del bersaglio da colpire. Nelle zone da cui tutti gli abitanti sono stati espulsi, sia di giorno che di notte si procede alle demolizioni sistematiche.

Si osserva in Libano un vortice lessicale: poco tempo fa i generali annunciavano per Gaza la dottrina Dahiyie (nome del quartiere del sud di Beirut devastato dagli israeliani nel 2006) per descrivere una violenza totale su un’area densamente popolata, violenza usata come punizione collettiva e leva strategica del conflitto.

ORA CON I LIVELLI di sterminio inimmaginabili visti con il genocidio di Gaza, la leadership israeliana promette al mondo intero di far sperimentare al Libano la dottrina Rafah, la città meridionale di Gaza distrutta dalle bombe, depopolata e letteralmente rasa al suolo.

Una spirale di violenza lessicale e effettiva dove i rappresentanti dello stato israeliano propongono e brandizzano, a ogni nuova fase bellica, un ulteriore livello di crudeltà per seminare il terrore sulle popolazioni vicine.



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