I «Discorsi»: il vero libro di Machiavelli
Contini ritrovato. In un testo poco noto del 1968 il grande filologo mette da parte l’interpretazione dell’umanista come maestro di principi e tiranni
Michele
Ciliberto
Il
Sole 24ore, 12 aprile 2026
Il testo di Contini pubblicato in questo volumetto è, per molti
aspetti, interessante, originale, anche sorprendente; ed è
certamente – per riprendere un’espressione di Pasquali, che lo
stimava – un testo “stravagante”. Non è compreso
nella Bibliografia degli scritti, alla quale era molto attento,
ed è rimasto chiuso fino ad ora in un cassetto, da cui l’hanno
prelevato i curatori di questa pubblicazione. […] Il testo, una
lezione, risale al 1968, e sarebbe interessante capire a quale mese
di quell’anno fatale. Come si sa, furono proprio gli eventi
innescati nel 1968 nella vita italiana, a partire da quella
accademica, che spinsero Contini ad abbandonare l’Università di
Firenze e a trasferirsi nell’anno accademico 1975-76 alla Scuola
Normale. Quando tiene questa lezione, la situazione è, però, assai
diversa; al culmine della carriera, ordinario di Filologia romanza
nella Facoltà di lettere fiorentina – forse in quel momento la
migliore in Italia, per l’eccezionale qualità dei docenti –,
accademico dei Lincei, è un punto di riferimento della vita
culturale della, città e in generale dell’Italia. È, insomma, un
momento positivo della sua vita e della sua attività scientifica,
come si vede anche dalla sua Bibliografia, ed è in tale
contesto positivo che si inserisce questa lezione, e forse ciò aiuta
a spiegarne il tono piacevole, aperto, discorsivo.
La
lezione colpisce soprattutto per quello che Contini dice a proposito
di Machiavelli, sottolineando con grandissima energia che egli è
«l’autore di un libro». E questo libro non è il Principe,
ma sono i Discorsi. Il Principe è invece
un’«incidenza» nei Discorsi, «senza la cui cornice esso
diventa del tutto incomprensibile». Il Principe, insiste
Contini, è «un’applicazione dei Discorsi», un «conato di
corollario pragmatico». Sono affermazioni di notevole rilievo, se si
tiene conto della fortuna di Machiavelli, che in genere è stata
sempre concentrata sul Principe, lungo i secoli moderni ma anche
nel Novecento. Si capisce, del resto: è in questo testo che
Machiavelli si esprime in modo estremo, senza mezzi termini, a favore
del potere dell’uno, del capo, a tal punto da indurre il cardinal
Pole a dire che era un’opera scritta «con il dito del diavolo».
Ed è ancora il Principe che è stato alle radici del
machiavellismo, che con Machiavelli non c’entra niente e anzi ne è
per molti aspetti, oltre che un fraintendimento, una vera e propria
mistificazione. Non era semplice liberarsi da questa lunga
tradizione. Ma Contini lo fa con nettezza e decisione, ben conoscendo
il macigno che ha davanti e da cui vuole liberarsi. (...) Non penso,
comunque, che, in questo caso specifico, la ricerca delle fonti sia
indispensabile per capire la tesi di Contini. Ritengo che la strada
da seguire sia un’altra, e che sia resa chiara dall’insistenza
con cui sottolinea l’ispirazione repubblicana dei Discorsi, ma
anche – a ribadire la continuità di una posizione – del Discorso
sopra il riformare lo stato di Firenze.
Citazione
davvero straordinaria, nella quale è possibile cogliere, a mio
giudizio, un forte riflesso dei princìpi etici e civili di Contini e
anche un’eco delle sue esperienze politiche giovanili, importanti e
mai dimenticate – a cominciare dalla partecipazione alla repubblica
dell’Ossola, quale rappresentante del Partito d’Azione. Forse è
qui la radice di quel giudizio sui Discorsi. Rivolgendosi in
modo piacevole e brillante – e non conformista – a un pubblico
colto ma non di specialisti, Contini vuole distaccare Machiavelli
dal Principe, e per farlo sceglie due strade connesse:
sottolinea la centralità dei Discorsi e sostiene la totale
dipendenza del Principe dai Discorsi, togliendogli
autonomia teorica e consistenza specifica. Il Principe non
vive dunque di vita propria e non può essere la chiave per accedere
alla sostanza del pensiero di Machiavelli. Viene così messa da
parte, con gesto netto, l’interpretazione di Machiavelli –
maestro di principi e tiranni – che aveva dominato la fortuna della
sua opera. Non è quello del Principe il vero, il grande,
l’autentico Machiavelli.
Una
notevole novità, dunque, nella fortuna del Segretario fiorentino. E
in questa stessa strategia, che è insieme culturale e politica – e
ha un chiaro intento pedagogico –, rientra anche l’insistenza
sulla “provincialità” di Machiavelli, con cui si vuole, da una
parte, inserirlo nella tradizione italiana, dall’altra sottrarlo –
e in questo Contini si distanzia anche da Croce – alle astrazioni
speculative che l’hanno trasformato in un “momento”, in un
grado, della Vita dello Spirito universale. Va sottolineato un punto:
Contini parla di “provincialità”, non di provincialismo.(...) La
tradizione, la via italiana, si snoda attraverso stazioni locali,
come avviene nel caso di Machiavelli, fiorentino, e di Vico,
napoletano. E questa dimensione non è né un limite né una
riduzione della loro opera, anzi. È proprio a muovere di qui,
inserendosi nella storia particolare di cui entrambi fanno parte, che
l’uno e l’altro svolgono il loro pensiero, rendendolo universale.
Come dice Guicciardini, polemizzando con Machiavelli, l’Italia è
costituita da tante città e da tante regioni e non è quindi
riducibile a un modello unitario come quello che si è affermato in
Francia. Questa è l’originalità e la grandezza del nostro Paese.
E su questo Contini non avrebbe avuto nulla, penso, da obiettare.
Gianfranco
Contini
Dante
Machiavelli Vico
Premessa
di Michele Ciliberto, a cura di Jacopo Parodi e Anna Terroni
Nino
Aragno, pagg. 144 € 15. Abbiamo chiesto a Ciliberto di riassumere
una parte del suo testo

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