sabato 18 aprile 2026

Il vero libro di Machiavelli

 


I «Discorsi»: il vero libro di Machiavelli

Contini ritrovato. In un testo poco noto del 1968 il grande filologo mette da parte l’interpretazione dell’umanista come maestro di principi e tiranni

Michele Ciliberto
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

 Il testo di Contini pubblicato in questo volumetto è, per molti aspetti, interessante, originale, anche sorprendente; ed è certamente – per riprendere un’espressione di Pasquali, che lo stimava – un testo “stravagante”. Non è compreso nella Bibliografia degli scritti, alla quale era molto attento, ed è rimasto chiuso fino ad ora in un cassetto, da cui l’hanno prelevato i curatori di questa pubblicazione. […] Il testo, una lezione, risale al 1968, e sarebbe interessante capire a quale mese di quell’anno fatale. Come si sa, furono proprio gli eventi innescati nel 1968 nella vita italiana, a partire da quella accademica, che spinsero Contini ad abbandonare l’Università di Firenze e a trasferirsi nell’anno accademico 1975-76 alla Scuola Normale. Quando tiene questa lezione, la situazione è, però, assai diversa; al culmine della carriera, ordinario di Filologia romanza nella Facoltà di lettere fiorentina – forse in quel momento la migliore in Italia, per l’eccezionale qualità dei docenti –, accademico dei Lincei, è un punto di riferimento della vita culturale della, città e in generale dell’Italia. È, insomma, un momento positivo della sua vita e della sua attività scientifica, come si vede anche dalla sua Bibliografia, ed è in tale contesto positivo che si inserisce questa lezione, e forse ciò aiuta a spiegarne il tono piacevole, aperto, discorsivo.
La lezione colpisce soprattutto per quello che Contini dice a proposito di Machiavelli, sottolineando con grandissima energia che egli è «l’autore di un libro». E questo libro non è il Principe, ma sono i Discorsi. Il Principe è invece un’«incidenza» nei Discorsi, «senza la cui cornice esso diventa del tutto incomprensibile». Il Principe, insiste Contini, è «un’applicazione dei Discorsi», un «conato di corollario pragmatico». Sono affermazioni di notevole rilievo, se si tiene conto della fortuna di Machiavelli, che in genere è stata sempre concentrata sul Principe, lungo i secoli moderni ma anche nel Novecento. Si capisce, del resto: è in questo testo che Machiavelli si esprime in modo estremo, senza mezzi termini, a favore del potere dell’uno, del capo, a tal punto da indurre il cardinal Pole a dire che era un’opera scritta «con il dito del diavolo». Ed è ancora il Principe che è stato alle radici del machiavellismo, che con Machiavelli non c’entra niente e anzi ne è per molti aspetti, oltre che un fraintendimento, una vera e propria mistificazione. Non era semplice liberarsi da questa lunga tradizione. Ma Contini lo fa con nettezza e decisione, ben conoscendo il macigno che ha davanti e da cui vuole liberarsi. (...) Non penso, comunque, che, in questo caso specifico, la ricerca delle fonti sia indispensabile per capire la tesi di Contini. Ritengo che la strada da seguire sia un’altra, e che sia resa chiara dall’insistenza con cui sottolinea l’ispirazione repubblicana dei Discorsi, ma anche – a ribadire la continuità di una posizione – del Discorso sopra il riformare lo stato di Firenze.
Citazione davvero straordinaria, nella quale è possibile cogliere, a mio giudizio, un forte riflesso dei princìpi etici e civili di Contini e anche un’eco delle sue esperienze politiche giovanili, importanti e mai dimenticate – a cominciare dalla partecipazione alla repubblica dell’Ossola, quale rappresentante del Partito d’Azione. Forse è qui la radice di quel giudizio sui Discorsi. Rivolgendosi in modo piacevole e brillante – e non conformista – a un pubblico colto ma non di specialisti, Contini vuole distaccare Machiavelli dal Principe, e per farlo sceglie due strade connesse: sottolinea la centralità dei Discorsi e sostiene la totale dipendenza del Principe dai Discorsi, togliendogli autonomia teorica e consistenza specifica. Il Principe non vive dunque di vita propria e non può essere la chiave per accedere alla sostanza del pensiero di Machiavelli. Viene così messa da parte, con gesto netto, l’interpretazione di Machiavelli – maestro di principi e tiranni – che aveva dominato la fortuna della sua opera. Non è quello del Principe il vero, il grande, l’autentico Machiavelli.
Una notevole novità, dunque, nella fortuna del Segretario fiorentino. E in questa stessa strategia, che è insieme culturale e politica – e ha un chiaro intento pedagogico –, rientra anche l’insistenza sulla “provincialità” di Machiavelli, con cui si vuole, da una parte, inserirlo nella tradizione italiana, dall’altra sottrarlo – e in questo Contini si distanzia anche da Croce – alle astrazioni speculative che l’hanno trasformato in un “momento”, in un grado, della Vita dello Spirito universale. Va sottolineato un punto: Contini parla di “provincialità”, non di provincialismo.(...) La tradizione, la via italiana, si snoda attraverso stazioni locali, come avviene nel caso di Machiavelli, fiorentino, e di Vico, napoletano. E questa dimensione non è né un limite né una riduzione della loro opera, anzi. È proprio a muovere di qui, inserendosi nella storia particolare di cui entrambi fanno parte, che l’uno e l’altro svolgono il loro pensiero, rendendolo universale. Come dice Guicciardini, polemizzando con Machiavelli, l’Italia è costituita da tante città e da tante regioni e non è quindi riducibile a un modello unitario come quello che si è affermato in Francia. Questa è l’originalità e la grandezza del nostro Paese. E su questo Contini non avrebbe avuto nulla, penso, da obiettare.

Gianfranco Contini
Dante Machiavelli Vico
Premessa di Michele Ciliberto, a cura di Jacopo Parodi e Anna Terroni
Nino Aragno, pagg. 144 € 15. Abbiamo chiesto a Ciliberto di riassumere una parte del suo testo



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