lunedì 11 dicembre 2017

Foglioline

Marina Di Guglielmo

 "Poi ci sono alcune foglioline, a forma di E, che indicano le donne presenti nel nostro movimento e il ruolo che svolgono nel Paese" Ha detto presentando il simbolo del nuovo partito di D’Alema. Le donne. Foglioline. Foglioline. Le donne.

Si sta come d’autunno
Sugli alberi le donne


La dichiarazione esatta di Grasso 

 Grasso: «C'è un liberi/libere, perché noi abbiamo come elemento fondante la parità di genere».Fazio: «Cioè, le foglioline...?».
Grasso: «Ci sono delle foglioline accanto alla I che danno l'idea dell'ambiente per le foglie, e questa E che dà la possibilità di individuare le donne come elemento fondante della nostra formazione politica, del resto le madri, sorelle, compagne, lavoratrici sono veramente coloro che possono aiutarci a cambiare questo paese».


 http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_dicembre_11/caffe-gramellini-si-sta-come-foglioline-grasso-liberi-uguali-462a4d38-deab-11e7-b187-5e2bcfb79ac2.shtml

domenica 26 novembre 2017

Il tempo dilatato della morte




Paolo Salza, Nessun dio ci fermerà, romanzo in via di pubblicazione

Mise in moto, determinata, fredda. Fece manovra grattando crudelmente il cambio e imboccò con furia la stretta strada che porta in salita alle sorgenti del Po.
“Tanto non va lontano …”, disse Elio ai carabinieri che l’avevano raggiunto, e riferì delle sue minacce di andarsene a lavorare al Rifugio.
I carabinieri pensarono di inseguirla ma, vista la pioggia, la direzione intrapresa e conoscendo i luoghi, si dissero d’accordo: accendendosi una sigaretta, tornarono al coperto.


* * *


Ma in Francesca stava prepotentemente prendendo luce la risposta a quel dannato “che fare?”: ora voleva solo farla finita ormai.
Elio ne sarebbe stato contento, stava per fargli un regalo inatteso, lo sapeva. Ma non se la sentiva più di vivere ancora, al diavolo lui e tutto quello che era successo dal matrimonio in poi: tutto per colpa del marito e anche sua, ammise vergognosa, della sua viltà.
Tirava le marce fino a strozzarle, ansimava forte nel vestito fradicio, premeva forte l’acceleratore e teneva le gambe irrigidite per tentare di fermarne il tremolio. Sentiva gli occhi dilatati, attenta solo alle curve che intravvedeva appena tra il buio e le lacrime: una volta le temeva, quelle curve, ora le affrontava con disperata spregiudicatezza.
S’impose di non pensare più, mai più. Basta.
Conosceva benissimo il punto prescelto, il punto che l’attendeva e che la stava chiamando imperiosamente a sé: quello dove la strada si affaccia senza parapetto su una ripidissima discesa rocciosa e poi su una voragine di dirupi.
Quando vi arrivò trattenne il respiro, di colpo girò tutto a sinistra il volante e poi lo mollò, premette sull’acceleratore, e si coprì gli occhi. Avrebbe lasciato fare alle cose, era deciso, nulla le interessava più: una martire cristiana davanti ai leoni del Colosseo.
“Ma le martiri erano sante, senza peccato!”, il pensiero l’attraversò fulmineo, seguito immediatamente dell’altro: “Anche questo che fai è peccato!”. Si disse che l’avrebbero perdonata, e comunque succedesse quel che doveva succedere, lei non ne poteva più.
Si dispose ad attendere la morte senza muovere un dito. Ma non fu così facile, non è mai così facile. Non appena l’auto iniziò la folle corsa verso il basso, i suoi buoni propositi di passività si scontrarono con la dura e dolorosa concretezza della tragedia cercata: al primo violento scossone urlò e cercò di tenersi al volante, che però girava impazzito per conto suo.
Il meccanismo del pensiero, prima represso, esplose. Avrebbe potuto bloccare lo sterzo, si disse. Ma che importanza aveva ormai, si chiese sforzandosi di ridere di sé.
Un’esplosione rocciosa sulla fiancata sinistra, un colpo terribile alla spalla, un dolore fisico mai provato prima, finestrino e cristallo anteriore deflagrarono ferendola al volto. Il sangue le oscurò la vista ma la pioggia tentò pietosamente di lavarglielo, quando un altro pietrone incrinò l’avantreno: si spensero il motore e tutte le luci. Finalmente si bloccò il volante, ma lei lo intravedeva a malapena e riusciva a stringerlo ormai solo col braccio destro, il sinistro faceva troppo male.
Sembrava una pesantissima appendice urlante a ogni nuovo sobbalzo, e cercava di tenerlo fermo. Che idiozia non muovere un braccio per evitare il dolore adesso, si disse. E provava ad alzarlo gemendo, come per dimostrare a sé stessa di essere più forte di quel ferroso cavallo selvaggio, ma senza riuscirci.
Fu scaraventata sulla destra dell’abitacolo, batté la testa contro qualcosa: subito le vennero in mente le emicranie di Isxaaq: “Ma stava male così?”.
Si ritrovò nel palmo il freno a mano. Forse senza volerlo lo tirò violentemente, ottenendo solo un breve prolungamento della tortura che si era inflitta: l’inerzia del mezzo sull’erba fradicia lo spingeva comunque in basso, anche se più lentamente, verso il costone che dava sull’abisso.
Si chiese se quel gesto automatico corrispondesse a un suo estremo tentativo di fermare la catastrofe, di salvare sé stessa insieme al bimbo che certo stava già risentendo del suo terrore: ma ne concluse che non lo sapeva proprio, per capirlo ci sarebbe voluto del tempo e lei non ne aveva più.
Ma ecco improvviso il silenzio: superato il costone, l’auto girava lentamente su sé stessa nel vuoto, verso il fondo. La sensazione di essere senza peso le dette la nausea, una fugace immagine mentale di astronauti in una navicella persa nel buio spazio infinito e infinitamente lontano da Elio.
“Ci fosse qua Isxaaq mi abbraccerebbe… potremmo abbracciarci tutti e tre assieme”, ma subito le riprese l’angoscia: la sua creatura come avrebbe potuto sentirsi, dentro di lei?
E lui, Isxaaq, dov’era adesso il suo corpo giovane e bello, il suo sorriso aperto e disarmante, dov’erano le sue carezze da bimbo? Il bimbo …
Già nei giorni precedenti, quando temeva o sperava d’essere incinta, pregustava carezze simili dalla minuscola vita che le stava in grembo, e per qualche momento, in quella giornata, s’era permessa di immaginare un futuro con un bimbo da amare. Ma: “Non te lo sei meritato!”, sbraitò una nazista dentro di lei, e si ritrasse sgomenta.
“Ma a Isxaaq cosa stanno facendo, quei balordi?”.
Riuscì ancora in un millesimo di secondo a visualizzare il tragitto dell’ultima parte della sua vita: da sposa vergine e mamma dei somali a puttana, e poi in quel burrone.
“Ma quanto durerà ancora?”.
Non dovette attendere molto.

http://machiave.blogspot.it/2016/12/in-principio-fu-il-trauma.html

domenica 22 ottobre 2017

Il bar Pietro, una storia







Apro La Stampa, mi tuffo nella cronaca di Torino, sorpresa: c'è a pagina 50 un articolo sul bar Pietro, che si trova in via San Domenico 24bis. Prima non era lontano dal Tribunale, ora è vicino al Polo del Novecento. Pietro, l'antica anima del locale, parla piemontese e sembra aver insegnato il sardo alla moglie. Poi vengono la contaminazione veneziana, Giovanna, Filippo, lo spritz. Certo, è andata così. Quasi una storia banale alla fine. Infine arrivano gli aneddoti. Viene voglia di intonare quella vecchia canzone di Leo Ferré, quella che dice: 

Avec le temps, va, tout s'en va
On oublie le visage et l'on oublie la voix
Le coeur, quand ça bat plus,
C'est pas la pein' d'aller chercher plus loin
Faut laisser faire et c'est très bien
Avec le temps...
Avec le temps, va, tout s'en va




Col tempo, col tempo tutto se ne va
Ti dimentichi il viso ti dimentichi la voce e il cuore quando non batte più
Non vale la pena di andare a cercar lontano
Bisogna lasciar perdere e va bene così
Col tempo ...
Col tempo tutto se ne va

Già, col tempo. Fatto sta che, qui e adesso, il tempo non ha ancora compiuto la sua opera distruttrice e, tra i muri del bar, circola un'aria diversa. No, no, non quella della tabula rasa. Intanto qui una lavagna c'è e sopra c'è la storia minuta del bar, una storia che passa e va come i disegni di Filippo. 
Poi le parole non sono tutto, quattro parole in un articolo di giornale passano e vanno anche loro come tutto il resto. Gli aneddoti, le facce, le parole scambiate in questo o quel dialetto, o lingua. 
Oltre le parole c'è la storia incorporata dietro le maschere dei singoli protagonisti. Non sarà forse mai raccontata. Richiederebbe un libro con molti capitoli. Duecento pagine non basterebbero, ce ne vorrebbero altre cento e poi altre cento. Perché ci sono le persone, i cani, gli amici di Venezia e quelli di Torino, e i sardi che continuano a frequentare il locale. Allora forse si capirebbe il segreto del bar. Perché non è un posto tra gli altri. Perché lì la vita ha cercato di ritrovare se stessa in un mutato contesto, con Pietro, con Giovanna, con Filippo. Altro che Pre/tesTo. C'entra pure Pre/tesTo, ma bisogna andare oltre. Dentro la vita che tra i muri del bar riacquista senso, sera dopo sera. Un senso che sfugge al viaggiatore frettoloso. E che invece balugina tra i tavoli come se fosse un'intrusa. Una frase fatta diceva e dice: Cherchez la femme. Al bar Pietro quella frase cambia e diventa: Cherchez la vie, elle est là, sous vos yeux.
 



 

Avec le temps, va, tout s’en va
Col tempo, va via, tutto se ne va via
On oublie le visage et l’on oublie la voix
ci si dimentica dei volti e della voce
Le coeur, quand ça bat plus,
il cuore, quando non batte più,
C’est pas la pein’ d’aller chercher plus loin
non vale la pena di andare a cercare più in là
Faut laisser faire et c’est très bien
bisogna lasciar stare e va bene così
Avec le temps…
con il tempo...

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