lunedì 9 ottobre 2017

Tutto deriva dall'ozio




Fëdor Dostoevskij, I demoni [1871]

[Stepàn Trofímovič Verchovenskij]
«E alla fine, tutto deriva dall’ozio. Da noi tutto deriva dall’ozio, il male e il bene. Tutto deriva dal nostro grazioso ozio dei signori, colto e capriccioso! Sono trentamila anni che lo ripeto. Noi non sappiamo vivere del nostro lavoro. E perché laggiù ora hanno fatto tanto chiasso per una certa opinione pubblica “nata” da noi, credono forse che sia piovuta dal cielo di punto in bianco? Come mai non capiscono che per avere una opinione occorre prima di tutto il lavoro, il lavoro personale, la propria iniziativa, la propria esperienza! Senza lavoro non si ottiene mai nulla. Se lavoreremo, avremo anche la nostra opinione. Ma siccome non lavoreremo mai, un’opinione ce l’avranno per noi quelli che finora hanno lavorato al nostro posto, cioè quella stessa Europa, quegli stessi tedeschi che sono nostri maestri da due secoli. Inoltre la Russia è un equivoco troppo grande per poterlo risolvere senza tedeschi e senza lavoro. Sono ormai vent’anni che suono l’allarme e invito al lavoro! Ho dato la mia vita a questo invito e, folle, ci ho creduto! Ormai non ci credo più, ma suono e suonerò la campana fino alla fine, fino alla tomba; continuerò a dare strappi di corda, finché non suonerà la campana per la mia messa funebre!»
Leone Ginzburg
Nei Demonî la poesia si innesta sul tronco originario del libello politico, che ne viene profondamente modificato, ma non certo trasformato per intero: a Dostojevskij premeva soprattutto di potersi sfogare contro gli inconcludenti liberali della sua generazione e contro i rivoluzionari senza scrupoli che, di venti o trent’anni piú giovani, intorno al 1870 stavano sostituendo i suoi coetanei sulla scena politica russa; e in quell’epoca gli sembrava di non trovare mai parole abbastanza forti per svalutare e rimpicciolire, con la foga di autodenigrazione propria di certi suoi personaggi, le opinioni che aveva professate un tempo e gli uomini che gliele avevano ispirate.

giovedì 5 ottobre 2017

Il mare, acqua e meditazione




Valentina Pigmei, La parola sospesa tra il dire e il mare, Minima & Moralia, 3 ottobre 2017. Questo pezzo è apparso su Pagina 99.

Quando lessi per la prima volta il celebre primo capitolo di “Moby Dick”, quello sulla potenza del mare e dell’acqua, pensai che fosse intrigante ma un po’ esagerato. Troppo americano. Troppo retorico. “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto”, si chiedeva Melville, “prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare? Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra?”. Innegabile che Melville sia un grande scrittore, eppure la sua mistica del mare mi suonò pomposa. “Acqua e meditazione sono sposate per sempre”, declamava Melville sempre in quel celebre primo capitolo.
Anni dopo, durante una traversata oceanica – per la quale non avevo alcuna preparazione né psicologica né nautica né avevo mai praticato la meditazione – la faccenda mi fu chiara: era quell’assenza di tempo, o meglio quel tempo svuotato da pensieri ossessivi, quella incredibile, benefica, riposante pulizia mentale. Quello stato di benessere, a cui in fondo noi tutti aspiriamo quotidianamente, chi facendo yoga, chi lavando i piatti, chi leggendo self help. Non era poi così misticheggiante Melville; e in ogni caso molto meglio della lirica disperazione di John Masefield, il poeta inglese e ex capitano di Marina che scrisse “Sea fever”: “Devo tornare sul mare, alla vita / di zingaro vagabondo; alla via/ delle balene e degli uccelli marini,/ dove il vento è una lama tagliente”.
Di ritorno dalla mia traversata, per spiegare ai “normali terrestri” la qualità della concentrazione che si ha in mezzo al mare, dicevo che se avessi voluto in quei giorni avrei potuto imparare il giapponese. Non è facile da far comprendere a chi non ha vissuto il mare aperto, anche soltanto un “primo viaggio come passeggero“. Fiumi di inchiostro sono stati scritti nel frattempo sugli effetti benefici dal mare. Conferenze, studi universitari, ricerche scientifiche. Il mare fa bene. “Il mare può ripulire da ogni male”, diceva Ifigenia, riferendosi al fratello Oreste dopo dall’assassinio di sua madre, lei davvero un po’ iperbolica.
Ne “La traversata” (Bompiani) di Andrew Miller, una donna silenziosa e anaffettiva, dopo il peggiore dei lutti, si mette in mare, da sola e attraversa l’oceano Atlantico, in un “viaggio nella ferita” a dir poco estremo. Se la navigazione in solitario è “uno stato d’animo”, come scrive Miller, e di certo non è per tutti, lo stato mentale “blue mind” è raccontato da in egual misura surfisti, velisti, pescatori, nuotatori in mare aperto: il mare è una medicina potente, è pura adrenalina, una droga, perfino.
Lo sostengono medici, neuro-scienziati, biologi, psicologi, cartoni animati. Nel lungometraggio d’animazione “Oceania” il mare è un autentico personaggio, muto ma determinato. Un po’ come il tappeto volante di Aladdin è compagno fidato della protagonista, è trasparente e dispettoso o salvifico. I creatori del film (gli stessi de “La Sirenetta”, che tra l’altro nella versione di Andersen è una delle storie di mare più seminali e struggenti di sempre) sono andati nel Pacifico e hanno studiato costumi e leggende locali, forse semplificandole un po’, ma il risultato è eccellente. Nella versione originale il cartone s’intitola “Moana”, come il nome della protagonista (in quella italiana si chiama meno rischiosamente Vaiana), che significa “nel blu più profondo”: secondo la cosmologia polinesiana infatti “moana” è l’ottavo e ultimo strato dell’oceano. In buona sostanza, per costruire una storia moderna sul mito dell’Oceano, gli americani sono andati proprio alla ricerca di quelle culture antichissime – polinesiana e maori – dove il culto del mare è un fatto assodato. E dai quali, sembrano dirci, quelli della Disney un po’ disneyamente, dovremmo imparare anche noi occidentali.
A La Paz in Bolivia si festeggia ogni anno il Día del Mar, il 23 marzo. Ma il mare non c’è. O meglio non c’è più, da quando nel 1979 durante la Guerra del Pacifico i boliviani persero la loro costa in guerra contro il Cile. La ferita nella Nazione è talmente grossa che di recente è stata fatto un appello alla Corte Costituzionale dell’Aia per riavere l’accesso al mare, che nondimeno portava enormi vantaggi economici. La Bolivia ha ancora una marina militare che si tira i pollici sul Lago Titicaca. Ogni anni “bambini e soldati vanno in parata per le strade della capitale, perché solo ciò che è perduto ci appartiene in eterno, e forse neanche quello”, scrive Morten A. Stroksnes ne “Il libro del mare” (Iperborea). “Il mare se la cava bene senza di noi, siamo noi che senza di lui non ce la caviamo”, continua.
Nel libro di Ströksnes, che tiene in sé il simbolismo tipico della letteratura di mare, non c’è la balena bianca o il pescespada di Hemingway, ma lo squalo della Groenlandia, un essere ancestrale, l’animale più longevo del pianeta. Storia vera: due amici – uno dei quali è l’autore stesso – che vanno a pescare il pesce impossibile, ma si capisce che sono tutte scuse per raccontare gli abissi ancora inesplorati dall’uomo, l’ossessione per la preda, l’ansia dei marinai di tornare in mare (“I marinai a terra fanno pensare a ospiti irrequieti”) e ancora una volta il desiderio lacerante di tornare in mare.
Ströksnes ci spiega il mare in modo moderno, sottolineando anche l’emergenza ambientale che lo circonda, ma “senza piagnucolare su quanto è cattivo l’essere umano”, come ha scritto Fredrik Sjöberg. Per lo scrittore norvegese rimane il fatto che il mare è sostanzialmente crudele e indifferente (quella “sua insondabile crudeltà”, per dirla con Conrad): “Il mare nero, profondo e salato ci rotola incontro, freddo e indifferente, privo di qualsiasi empatia. Non di proposito, è solo se stesso. È ciò che fa ogni giorno, anche senza di noi, non si preoccupa delle nostre speranze, né delle nostre paure – e non gli importa niente delle nostre descrizioni. L’oscura pesantezza dell’oceano è una forza superiore. Molti si sono ritrovati in questa situazione, da quando alcuni nostri temerari antenati misero in acqua un tronco scavato, partirono pagaiando sulle onde sonnecchianti e arrivarono lontano, troppo lontano, dove le correnti erano più forti delle braccia e della pagaia. O forse, come noi, furono sorpresi da una burrasca. Dovettero provare tutti la stessa sensazione, lo stesso brivido freddo, quando capirono che il mare non ha sentimenti né memoria”.
Anche per Andrew Miller il mare è solo “la curva del mondo”. O forse addirittura, azzarda lo scrittore britannico, il mare ci fa così bene, ci riposa la mente e cura il cuore, proprio per la sua mancanza di senso: “Quando chiude gli occhi vede solo il mare, il suo moto incessante, né duro né calmo, né contrario né propizio, una visione libera da qualsiasi cosa che somigli a un senso”.
C’è anche chi come David Foster Wallace ne ha terrore e lo considera “come un nada primordiale, senza fondo – abissi popolati da esseri con denti affilati che risalgono verso di te alla velocità di una piuma che cade”. Per Wallace l’oceano è “salato come l’inferno e non è altro che “una gigantesca macchina di decomposizione”. Allora forse stiamo bene al mare, lo cerchiamo, ne facciamo un luogo del desiderio, cerchiamo il suo abbraccio nuotandoci dentro, proprio perché lui non ci chiede nulla in cambio, come un amante senza richieste. “Chi o cosa l’ha mai abbracciata come fa il mare?”, scrive ancora Miller.
Nuotare nel mare, come fa la protagonista de “La traversata”, ti connette con la tua mortalità. “Ti ricorda che potresti morire”, come mi ha raccontato una volta Philip Hoare, il più grande cantore contemporaneo del mare, a proposito delle sue folli nuotate al buio. Del resto “il mare è l’origine”, come scrive oggi Ströksnes, senza suonare niente affatto pomposo.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/03/umberto-saba-ulisse/

martedì 26 settembre 2017

Aung San Suu Kyi, il crollo di un idolo


Hannah Beech, What happened to Myanmar’s Human-Rights Icon? The New Yorker,
October 2, 2017

… Suu Kyi has little alternative but to work with the people she once campaigned against. The euphoria that surrounded her ascent obscured how extensive the military’s power remains. The Army controls the ministries for defense, home affairs, and border affairs, and a quarter of the seats in parliament are reserved for men in uniform. Even ministries that are in civilian hands, such as finance, are full of holdovers from the previous regime, and much of the country’s budget is reserved for military use. Myanmar’s constitution, written by the military in 2008, presents additional difficulties. It allows the Army to declare a state of emergency and seize power, and it also contains a clause that makes Suu Kyi ineligible for the Presidency. (Her current official title, State Counsellor, is a workaround.) Suu Kyi wants to amend the Constitution and become President, but this requires military support. Her defenders often cite the precariousness of her constitutional position as a reason for her reluctance to speak out about Army abuses. While pushing the military for constitutional reform, she must also avoid antagonism and a return to military rule.
But her failure to condemn the military is not merely a matter of pragmatism. The Party she leads was co-founded by a former commander-in-chief of the armed forces, and several of Suu Kyi’s closest advisers are ex-officers. The N.L.D. is run with a military emphasis on loyalty and hierarchy. Few members dare to publicly criticize it, let alone its leader, for fear of expulsion. One Cabinet minister proudly told me, “For the most important decisions, the most important person must decide.” The culture of deference means that there is always a backlog of vital decisions at the State Counsellor’s door.
Although the N.L.D. has recruited young talent, party leaders are notable for their age and time served in prison. “She is surrounded by people who are too high level, not grassroots,” Sao Haymar Thaike, the childhood friend, told me. “She doesn’t have many good advisers. She only has her own thoughts. People are scared to give her information.”
For all Suu Kyi’s opposition to the junta, she remains a child of the military. The armed forces of today have their origin in the Burmese Independence Army, which her father founded, in 1941, in order to rid the country of the British. In her Shwedagon Pagoda speech, Suu Kyi reminded her listeners of this history. “Let me speak frankly,” she said. “I feel strong attachment for the armed forces. Not only were they built up by my father—as a child I was cared for by his soldiers.” She retains many of the military’s values, frequently stressing the importance of discipline and unity. In 2013, a year after she first won a parliamentary seat, she surprised observers by appearing among the generals to view the military parades that mark Myanmar’s Armed Forces Day.
I spoke to Jody Williams, who, in 2003, was the first Nobel Peace Prize laureate to be allowed to visit Suu Kyi. (Williams, the founder of the International Campaign to Ban Landmines, won the prize in 1997.) She noticed that Suu Kyi took a pragmatic view of the generals who had curtailed her freedom. “She said something to the effect of, ‘If we let the military go with big bank accounts, then that’s fine with me,’ ” Williams told me. “It’s not an uncommon way to think, but it was surprising to hear.” Williams was even more struck by what wasn’t said: “There was absolutely no discussion of human rights, of all the things that had made her into a global icon.”
Williams’s skepticism deepened when Suu Kyi visited New York, in 2012, and met with members of an N.G.O. that Williams had co-founded. “She was hostile to any question about human rights in her country,” Williams told me, recalling how a young Burmese activist had been dismayed after Suu Kyi stormed out of the meeting. “She was so excited to see her heroine,” Williams said. “When Aung San Suu Kyi displayed such hostility, the poor young woman just kept saying, ‘I can’t believe this, I can’t believe this, this is Aung San Suu Kyi?’ ”
Williams has come to think that both the earlier veneration of Suu Kyi as a secular saint of human rights and the current shock at her transformation are based on misinterpretation. “She allowed herself to be misread,” she said. Williams suspects that Suu Kyi’s aims have remained consistent since the period after 1988, when she returned to her homeland, assumed the mantle of her father, set her sights on leadership, and was robbed of victory. “Once she decided to be in the student movement, and then they won the election and it was taken from her, her mind went like a laser beam to getting into power,” Williams said. “That’s been her single ambition, other issues be damned.”
I once asked Aung San Suu Kyi what quality she most valued in people, and she responded, “Loyalty.” Many people attest to this. In Naypyidaw, I met the N.L.D. parliamentarian Kyaw Soe Lin. In 2003, during one of Suu Kyi’s periods of liberty, he was assigned to be her driver on a national tour. On May 30th, her convoy was attacked by well-armed assailants, in what is presumed to have been an assassination attempt ordered by a hard-line military faction. Some seventy people were killed and Suu Kyi’s neck was cut by flying glass. True to the principles of nonviolence, she ordered her guards not to fight back. Kyaw Soe Lin drove as fast as he could through several roadblocks but was eventually stopped at one.
After the incident, Suu Kyi was placed under house arrest again. Kyaw Soe Lin and seventeen others were flown, handcuffed and hooded, to a remote location near the Indian border. He was punched, kicked, and burned with cigarettes and candle wax—I could see the scars on his forearms—in an effort to force him to confess that the N.L.D. had been responsible for the violence. “I could hear the screams of others as they were tortured, but I stayed silent,” he said. He was held for months in a tiny room so water-logged that he could not lie down.
After Suu Kyi was permanently released from house arrest, Kyaw Soe Lin went to visit her. She held out a small plastic wrapper. It was from a packet of snacks he had given her on the day of the massacre. “She told me that she kept the bag of snacks to remember me by,” he said. “Every day, she would eat a little and then put it away.” Eventually, there was nothing left in the bag, but she kept it for eight years.
For her entire life, Suu Kyi has been faithful to the memory of a father she never knew and to a country that she’d seen little of between the ages of fifteen and sixty-five. The intransigence and the certitude that may now cause her to be remembered as an enemy of freedom are the same qualities that served her well in captivity. In the years alone in her house, her distance from active politics made her a perfect vessel for the hopes of her countrymen and for the idealistic projections of the wider world.
“Aung San Suu Kyi has the benefit of having become an icon without saying a whole lot,” Kenneth Roth, of Human Rights Watch, told me. “Havel came to his position by saying a lot, by being a moral voice. Aung San Suu Kyi didn’t say much at all. She was a moral symbol, and we read into that symbol certain virtues, which turned out to be wrong when she actually began speaking.” Suu Kyi was not an intellectual, like Havel, or a freedom fighter, like Mandela, or an organizer, like Walesa. And, unlike her father, she did not die before her legend could be tarnished.
In November, 2010, Suu Kyi’s younger son visited Myanmar for the first time since her release. He hadn’t seen her in a decade. Before he returned to England, he went to a pet shop in Yangon and bought her a brown-and-white puppy. Suu Kyi lavished attention on the dog, and foreign dignitaries discovered that bringing gifts for it tended to get meetings off to a good start. Since then, it has grown into an aggressive creature that growls and snaps at anyone who dares approach its owner. Suu Kyi is oblivious of the dog’s mean streak, and enjoys decking it out in sunglasses and kissing it when it sees her off at the airport. “I hate that dog,” one of her closest friends told me. “But she loves it like a child, because it’s faithful to her.”

https://www.newyorker.com/magazine/2017/10/02/what-happened-to-myanmars-human-rights-icon?mbid=nl_170925_Daily&CNDID=49279735&spMailingID=12001141&spUserID=MTg2MTUwMzg0NDg3S0&spJobID=1242179844&spReportId=MTI0MjE3OTg0NAS2

sabato 23 settembre 2017

Pentastellati, i dubbi persistenti


Paolo Madron, Le Dimaiarie sono il requiem del Movimento 5 stelle, Lettera 43, 22 settembre 2017

Informa il programma che il congresso riminese del Movimento 5 stelle inizierà con una partita di calcetto tra militanti. Di calcetti (sugli stinchi) per la verità se ne stanno già dando in abbondanza fuori dal campo. Ma sono falli tattici, di ostruzione e non di cattiveria. Roberto Fico, il grande oppositore, si guarda bene dall’attaccare a viso aperto: tace, sguscia via, gioca morettianamente sino all’ultimo sulla decisione di esserci o di non farsi vedere: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo affatto? Tace anche un altro dei big, Alessandro Di Battista, che formalmente sta con Di Maio ma che ai suoi fa sapere di non essere per nulla contento del pasticciaccio che ha portato alla designazione del candidato premier.
L’IMPIANTO CHE NON REGGE. In effetti il clima della vigilia è surreale, condito com’è da una serie di incognite, disguidi e complottismi vari: reggerà la piattaforma Rousseau all’onda d’urto degli hacker, quanti voti si mangeranno le falle del sistema, siamo sicuri che un clic vale uno? Ma al di là delle tecnicalità, è tutto l’impianto simbolico che non regge. Far scegliere via web agli iscritti un vincitore già designato è roba che nemmeno i dorotei all’apice del loro splendore avrebbero potuto immaginare. Poi si può anche strologare sull’affluenza oltre le aspettative, tanto da dover prorogare l’apertura virtuale dei seggi, sull’entusiasmo della base nell’ora delle scelte fatali, come può essere quella di decidere chi mandare in caso di vittoria a Palazzo Chigi.
Ma è solo propaganda, tentativo di rimediare in zona Cesarini a una figuraccia mondiale. Che oltretutto pone un problema di natura identitaria grande come una casa. Nella sua strabordante prolissità narcisa, lo ha ribadito numerose volte Lettera43.it e lo ha riassunto bene il professor Becchi, ideologo grillino della prima ora poi diventato grande oppositore: i pentastellati erano nati come movimento e ora sono affetti da una snaturante metamorfosi che li sta trasformando in un partito. E queste primarie ne sono l’esempio più illuminante e ipocrita. Di Maio da tempo è stato incoronato dalla premiata ditta dei fondatori ma per salvare le apparenze la sua designazione deve passare per la Rete.
VERTICISMO DA VECCHIA NOMENCLATURA. Sarebbe bello, ma temiamo non sia così, che gli ortodossi alla Fico e compagni avessero rifiutato di correre non perché invidiosi della scelta fatta da Grillo e Davide Casaleggio, ma perché convinti che il modo in cui è avvenuta l’incoronazione di Di Maio sia quanto di più estraneo ai principi fondanti del movimento. Che sta passando dalla configurazione liquida, orizzontale, a un’organizzazione chiusa e verticista propria delle vecchie nomenclature. Quanto questo poi incida sul consenso di cui godono i 5 stelle tra gli elettori, granitico a tal punto che nemmeno le imbarazzanti figure rimediate a Roma, Genova e più di recente in Sicilia almeno a sentire i sondaggi sono riuscite a scalfire, saranno le Politiche di primavera a deciderlo.

https://www.ft.com/video/f29e8f29-24c7-4f41-a7b1-ebb0effdec83

James Politi and Hannah Roberts, Five Star Movement: the unanswered questions about Italy’s populist party, Financial Times, 19 settembre 2017 (segnalato da Fabio Bordignon)

lunedì 18 settembre 2017

Fake news e calunnia




Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario

C’è un punto di Mein Kampf, una ventina di righe di un cinismo perfetto, sulla utilità della calunnia impiegata vigorosamente. I nuovi metodi totalitari di dominio sullo spirito delle masse riprendono i procedimenti della grande pubblicità commerciale aggiungendovi, su un fondo di irrazionalismo, una violenza forsennata. La sfida alla intelligenza umilia quest’ultima e ne prefigura la disfatta. L’affermazione enorme e inattesa sorprende l’uomo medio, il quale non concepisce che si possa mentire in quel modo. La brutalità lo intimidisce e riscatta in certo qual modo l’impostura; l’uomo medio, mentre vacilla sotto il colpo, ha la tentazione di dirsi che dopotutto quella frenesia deve avere una giustificazione superiore, che oltrepassa la sua comprensione. Il buon successo di simili tecniche è evidentemente possibile soltanto in epoche torbide, e a condizione che le minoranze coraggiose, che incarnano il senso critico, siano bene imbavagliate o ridotte all’impotenza dalla ragione di stato e dalla mancanza di risorse materiali.
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Cesare Sterbini / Beaumarchais, L’aria di don Basilio nel Barbiere di Siviglia, atto primo
La calunnia e’ un venticello,
un’auretta assai gentile
che insensibile, sottile,
leggermente, dolcemente
incomincia a sussurrar.

http://www.aria-database.com/libretti/barber06_calunnia.txt
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Calunniate, calunniate, qualcosa resterà
C’est la devise que l’on est convenu d’attribuer à Bazile, bien qu’elle ne se trouve pas formulée dans sa fameuse tirade sur la calomnie dans le Barbier de Séville (acte II, scène VIII) de Beaumarchais, pièce représentée pour la première fois le 23 février 1775.
Ce dicton était cependant déjà populaire au commencement du XVIIe siècle. Francis Bacon (1561-1626), dans son traité De la dignité et de l’accroissement des sciences (1623), livre VIII, chapitre II, à la suite d’une étude sur les paraboles de Salomon, passe en revue quelques proverbes et s’exprime ainsi :
« Comme on dit ordinairement : Va ! calomnie hardiment, il en reste toujours quelque chose (audacter calumniare, semper aliquid haeret) ; on peut dire aussi par rapport à la jactance : Crois-moi, vante-toi hardiment, il en reste toujours quelque chose. » (Traduction du Panthéon littéraire)

http://www.france-pittoresque.org/article-calomniez-calomniez-il-en-restera-toujours-quelque-chose-100171843.html

domenica 17 settembre 2017

Marx il primitivo




Dino Messina, Marx il "primitivo": un fondamentale libro di Ettore Cinnella, Corriere della Sera, 2 agosto 2014

“A grandi linee – scriveva Karl Marx nel 1859 -, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e moderno possono essere designati come epoche progressive della formazione economica della società”. Secondo la concezione della storia enunciata dal filosofo di Treviri (1818-1883) nelle opere della maturità, “Per la critica dell’economia politica” (1859) e i “Grundisse” (1857-1858), manoscritti rimasti inediti per quasi un secolo, il modo di produzione borghese era una tappa necessaria del processo economico, la sola da cui avrebbe potuto scaturire la rivoluzione proletaria. Una concezione deterministica (ed eurocentrica) che tuttavia non fu del tardo Marx, come per primi notarono in Italia Bruno Bongiovanni e in Gran Bretagna Teodor Shanin e ora Ettore Cinnella, uno dei maggiori studiosi della cultura e della storia russe nel saggio “L’altro Marx”, appena edito da Della Porta (pagine 181, euro 15).
Scopo del libro di Cinnella è dimostrare, attraverso una serie di carteggi con gli amici e corrispondenti russi, come l’autore del “Capitale” nell’ultimo decennio di vita abbandonò il suo determinismo per arrivare a una rivalutazione delle forme economiche cosiddette primitive. Al centro della questione ci sono il ruolo della comune agricola russa (l’obscina) e i rapporti con il movimento populista. L’autore racconta il complesso rapporto di Marx (e Engels) con i corrispondenti russi: da una iniziale diffidenza se non una vera e propria ostilità verso il mondo slavo, il filosofo tedesco maturò prima un graduale interesse all’approfondimento dello studio del modo di produzione nell’impero zarista, al punto da imparare in tarda età il russo, poi un radicale cambiamento.
Cruciali in questa evoluzione intellettuale sono tre nomi: Nikolaj Francevic Daniel’son, “colto e serio economista, noto soprattutto per la violenta polemica di Lenin contro di lui”, che si sobbarcò il peso della traduzione in russo del “Capitale” e fornì al filosofo che abitava a Londra una serie di testi sui quali egli avrebbe aggiornato le sue teorie; lo studioso Maksim Maksimovic Kovalevskij, autore del libro “La proprietà comunitaria della terra: cause, svolgimento e conseguenze della sua dissoluzione”, uscito a Mosca nel 1979 e che fu alla base della definitiva “conversione” di Marx; infine, la rivoluzionaria Vera Zasulic, responsabile di un attentato contro il governatore di Pietroburgo. Fu questa audace rivoluzionaria, uscita insperatamente assolta dal processo, a scrivere a Marx il 16 febbraio 1881 un’angosciata lettera in cui chiedeva al padre del comunismo lumi sulla “comune rurale”: “delle due l’una, o questa comune rurale, affrancata dalle smodate esazioni del fisco, dai tributi ai signori e dagli arbìtri dell’aministrazione, è capace di svilupparsi in senso socialista, vale a dire di organizzare gradualmente la produzione e la distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche… o se è destinata a perire, al socialista in quanto tale non resta che abbandonarsi a calcoli più o meno malcerti per appurare tra quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia…”.
La risposta di Marx fu sorprendente: “L’analisi data nel “Capitale” non offre motivi né a favore né contro; ma lo studio speciale che io vi ho dedicato, e i cui materiali sono andato cercando nella fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Ma perché possa svolgere tale funzione, bisognerebbe dapprima eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da ogni parte e, poi, garantirle le condizioni normali d’uno sviluppo spontaneo”.
A questo punto la vicenda della corrispondenza tra l’anziano filosofo e la rivoluzionaria russa storia si tinge di giallo. La lettera di Marx fu ricopiata e spedita a Georgij Valentinovic Plechanov, che aveva preso le distanze dal movimento rivoluzionario populista in nome del marxismo. Ma il padre del marxismo russo cominciò la sua carriera occultando la lettera di Marx. Le prime notizie dell’importante documento si ebbero a partire dal 1911 quando alcuni abbozzi della lettera a Vera Zasulic furono trovati tra le carte lasciate dal filosofo tedesco al genero Paul Lafargue.
Il cambio di prospettiva dell’ultimo Marx, osserva Cinnella, non riguardano soltanto l’obscina, ma tutto le comunità precapitalistiche. Il filosofo aveva letto, grazie a Kovalevskij, l’”Ancient Society” dell’antropologo Lewis Henry Morgan e si era convinto che forme vitali di economia erano state distrutte non solo da fattori economici ma soprattutto da brutali interventi politici.
A proposito delle comunità rurali russe, commenta in conclusione Ettore Cinnella, “fu lo Stato bolscevico – il quale diceva di ispirarsi a Marx – a progettare e attuare negli anni Trenta del Novecento, il furioso assalto al mondo contadino, che provocò un’ecatombe umana di proporzioni gigantesche e distrusse le basi materiali dell’economia sovietica”.

https://palomarblog.wordpress.com/2017/08/10/marx-sulla-rivoluzione-russa/
https://www.azioniparallele.it/16-ritagli/letti/175-musto-ultimomarx.html

mercoledì 13 settembre 2017

Victor Serge rivoluzionario



David Bidussa, Il sogno infranto del 1917, Il Sole 24ore, 14 gennaio 2017

Victor Serge, o meglio la memoria di Victor Serge, è la prova più bruciante della nostra ipocrisia. Chi di noi non sostiene infatti che la prova della propria fermezza stia nel «non venire a patti»? Se fosse così Victor Serge dovrebbe essere una figura essenziale nel Pantheon di immagini del Novecento. Ma non c’è.
Eppure non è vero che sia solo per questo che alla fine Victor Serge – una figura che non si può non citare come esempio di ciò che significa indisponibilità «a venire a patti» – è collocato «di lato» nella galleria degli intellettuali del Novecento. In molti, se devono pensare a un intellettuale che non si adegua, inquieto, citerebbero George Orwell, Arthur Koestler, Albert Camus o Ignazio Silone. Serge non compare in quella galleria. Perché? Certo, si dirà, non è stato facile nemmeno per loro entrare nella memoria pubblica. E tuttavia, pur con difficoltà, alla fine Orwell, Koestler, Camus e Silone sono diventati parte di un sapere condiviso. In breve, «non si può non averli letti». Per Serge non è così. Significa che non basta «non venire a patti», o forse che «non venire a patti» non è la categoria appropriata per capire come si costruisce un Pantheon e che quindi altre questioni vanno proposte.
La domanda intorno alla «questione Serge» non è mia, è di Susan Sontag (in un saggio scritto nel 2004, alla vigilia della sua morte e che forse ci resta come suo testamento),e mi sembra non solo pertinente ma anche ineludibile.
Sontag si chiede perché Victor Serge sia stato dimenticato, o comunque abbia avuto meno fortuna di altri. E prova a darsi delle risposte: Perché è un esule e dunque nessuno può rivendicarlo appieno? Perché non fu uno scrittore impegnato in modo discontinuo nella militanza, «bensì un attivista e un agitatore tutta la vita»? Perché ha scritto tantissimo e la maggior parte della sua scrittura non è letteraria? Perché nessuna letteratura nazionale può rivendicarlo?
Persino la sua morte fu triste scrive Sontag. «Trasandato, malnutrito, sempre più afflitto dall’angina – aggravata dall’altitudine di Città del Messico – una notte ebbe un infarto mentre era per strada, riuscì a fermare un taxi, e morì sul sedile posteriore. Il tassista lo depositò in un posto di polizia: ci vollero due giorni prima che la sua famiglia venisse a sapere quello che gli era successo e potesse recuperare la salma».
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Come recita un vecchio adagio, Serge seppe «scegliersi i giusti nemici». Questo è il punto della questione, insieme a un altro, che Aldo Garosci – presentando nel 1956 la prima edizione italiana di un altro grande libro di Serge – Memorie di un rivoluzionario (La nuova Italia)- ha intuito e proposto e che poi a lungo è rimasto inevaso. La sua premessa parte dalle ultime righe de Il caso Tulaev (Fazi 2005) il romanzo uscito postumo nel 1948, per molti aspetti un vero capolavoro, insieme a Buio a Mezzogiorno di Koestler, ma appunto meno fortunato di questo. Lì, uno dei protagonisti sfoglia gli appunti di Kiril Rublev, il rivoluzionario che non ha «confessato», e che per questo è stato ucciso, in cui rivendica allo stesso tempo la propria lucidità nell’aver sfidato il mondo con la rivoluzione e di non essersi piegato, pur comprendendo la logica schiacciante del potere che lo vuole morto.
«Ci fu impossibile – scrive Rublev – adattarci alla fase della reazione, dato che eravamo al potere circondati da una leggenda veridica nata dalle nostre imprese, eravamo tanto pericolosi che è stato necessario distruggerci, non soltanto fisicamente, creando attorno ai nostri cadaveri la leggenda del tradimento». (Ivi, p. 415)
È una logica, secondo Aldo Garosci, che rende gli oppositori prigionieri di se stessi, perché si fermano sulla soglia. Limitandosi a «giocare il gioco assurdo della democrazia in un ambiente e in un clima che democratico non poteva restare; il gioco assurdo della fedeltà al partito che ogni giorno di più si rivelava come un nemico della libertà operaia». In questa logica, se il partito rimaneva l’unica ancora di salvezza, allora ne discendeva che l’analisi non poteva che fermarsi sulla soglia della categoria di «degenerazione», ovvero evitando di mettere in discussione il carattere «proletario» dell’Urss, come avviene infatti nella struttura logica e teoretica della critica di Trockij allo stalinismo. Serge, osserva Garosci, si salvò in parte proprio perché in lui «la parte dell’Occidente, la parte libertaria e liberale era assai più profondamente radicata che nei suoi compagni di lotta, e costituiva assieme un non indifferente appoggio esterno e una tavola di salvezza ideale a cui aggrapparsi». È un processo che diventa evidente negli anni dell’esilio messicano, tra 1941 e 1947, soprattutto a contatto con quel vasto mondo di esuli dell’antifascismo internazionale che non si sentono a casa né a Mosca, né in Gran Bretagna, né negli Stati Uniti e che prima di tutto sono alla ricerca appassionata di un ordine da dare alle loro molte sconfitte.
Quel processo inizia nel 1933, alla vigilia del suo secondo arresto in Unione Sovietica, quando in una lettera agli amici francesi scrive: «Nel momento attuale ci troviamo sempre di più di fronte a uno Stato totalitario, castocratico, assoluto, ubriacato dalla sua potenza, per il quale l’uomo non conta. Questa macchina formidabile si fonda su una duplice base: una “pubblica sicurezza” onnipotente che ha ripreso le tradizioni delle cancellerie segrete del diciottesimo secolo e un “ordine”, nel senso clericale del termine, burocratico di esecutori privilegiati».
Quella lettera è il testo che indica il primo momento da cui si origina la traiettoria che lo porta verso la sua riflessione antitotalitaria. Quel processo ha il suo primo punto di bilancio con Da Lenin a Stalin, che esce per la prima volta nel 1937 e che segna un prima e un dopo.