sabato 2 giugno 2018

Pubblicità progresso: un capolavoro

Questo non è un invito allo spettacolo. E' una dichiarazione d'intenti o un programma di lavoro per tecnocrati della cultura. Certo non si rivolge al pubblico. Vuole rassicurare gli sponsor. Ci vuole un cervello aduso alla scrittura impegnata (e neutra quanto basta) d'ufficio, per tirare fuori parole come "incontro tra ricerca e intrattenimento", "veicolare il patrimonio culturale", "nuove grammatiche" (nientemeno), "dialogo tra '900 e contemporaneità" (e se fossero la stessa cosa?), "leva di innovazione civica" (povero Archimede!)... La neolingua qui fa scintille. Un capolavoro. 

Dalle ore 18.30 alle 21
Proiezione del Film “Aida”
Promuovere il dialogo sulla contemporaneità con uno sguardo alla nostra Storia sociale e culturale. È questo l’intento del cortometraggio “Aida” presentato in anteprima alle ore 19.45 nella Sala ‘900 del Polo. Un racconto intimo e popolare che, in pochi minuti, tratteggia un affresco collettivo dell’Italia del 2 giugno 1946 – un paese in apparenza molto lontano, eppure anche così familiare. Il progetto si inserisce in un più ampio percorso di incontro tra ricerca e intrattenimento che mira a veicolare il prezioso patrimonio culturale presente al Polo del ‘900 attraverso nuove grammatiche e verso nuovi pubblici.  Durata: 13’33’’
Prodotto da Cinefonie, Offi-Cine Veneto e Ouvert, con il contributo di Compagnia di San Paolo, nell’ambito del “Bando Polo del ‘900”, destinato ad azioni che promuovono il dialogo tra ‘900 e contemporaneità usando la partecipazione culturale come leva di innovazione civica e con il contributo di Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, Film Commission Torino Piemonte e Film Commission Vallée D’Aoste.

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/burocratese/cortelazzo.html

sabato 19 maggio 2018

La morte di Patroclo

 
 
 Iliade, libro XVI, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti
 
E tu rispondesti, sfinito, Patroclo cavaliere:
<<Sì, Ettore, adesso vantati:
a te hanno dato vittoria Zeus Cronide e Apollo, che m’abbatterono
facilmente: essi l’armi dalle spalle mi tolsero.
Se anche venti guerrieri come te m’assalivano,
tutti perivano qui, vinti dalla mia lancia;
mi uccise destino fatale e il figliuolo di Latona,
e tra gli uomini Euforbo: tu m’uccidi per terzo.
Altro ti voglio dire e tientelo in mente:
davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco
ti s’appressa la morte e il destino invincibile:
cadrai per mano d’Achille, dell’Eacide perfetto>>.
Mentre parlava così la morte l’avvolse,
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore.

domenica 6 maggio 2018

L'alba di una nuova epoca

G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione (1807)  


Del resto non è difficile a vedersi come la nostra età sia un’età di gestazione e di trapasso; lo spirito ha rotto i ponti con il mondo ultimo del suo essere e della sua immagine; esso sta per inghiottire il suo essere e la sua immagine nel passato e si condensa nel travaglio della sua concezione. Invero lo spirito non si trova mai in pace, preso com’è in un concepimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro – in un salto qualitativo – spezza la continuità di un progresso solo quantitativo, ed è allora che il bambino è nato; così lo spirito che si coltiva matura lento e silenzioso fino a produrre la sua nuova figura, dissolve pezzo per pezzo l’edificio del suo mondo precedente. Il suo squilibrio è denunciato da alcuni sporadici sintomi.  La noncuranza e la noia che invadono ciò che ancora sussiste, il vago presentimento di un ignoto sono segni premonitori di qualcos'altro che si prepara. Questo lento sgretolamento che finora non alterava la fisionomia del Tutto, viene interrotto dal sorgere del sole che, come in un lampo, fa apparire di colpo l'edificio del nuovo mondo. 
Solo che questo nuovo mondo, come il bambino appena nato, non ha ancora una realtà compiuta, ed è essenziale non trascurare questo punto. Il primo sorgere è anzitutto la sua immediatezza e il suo concetto. E, come un edificio è così poco compiuto quando sono gettate le sue fondamenta, allo stesso modo il concetto del Tutto alla sua prima comparsa è il Tutto medesimo. 

Es ist übrigens nicht schwer, zu sehen, daß unsre Zeit eine Zeit der Geburt und des Übergangs zu einer neuen Periode ist. Der Geist hat mit der bisherigen Welt seines Daseins und Vorstellens gebrochen und steht im Begriffe, es in die Vergangenheit hinab zu versenken, und in der Arbeit seiner Umgestaltung. Zwar ist er nie in Ruhe, sondern in immer fortschreitender Bewegung begriffen. Aber wie beim Kinde nach langer stiller Ernährung der erste Atemzug jene Allmählichkeit des nur vermehrenden Fortgangs abbricht – ein qualitativer Sprung – und itzt das Kind geboren ist, so reift der sich bildende Geist langsam und stille der neuen Gestalt entgegen, löst ein Teilchen des Baues seiner vorgehenden Welt nach dem andern auf, ihr Wanken wird nur durch einzelne Symptome angedeutet; der Leichtsinn wie die Langeweile, die im Bestehenden einreißen, die unbestimmte Ahnung eines Unbekannten sind Vorboten, daß etwas anderes im Anzuge ist. Dies allmähliche Zerbröckeln, das die Physiognomie des Ganzen nicht veränderte, wird durch den Aufgang unterbrochen, der, ein Blitz, in einem Male das Gebilde der neuen Welt hinstellt. 
Allein eine vollkommne Wirklichkeit hat dies Neue sowenig als das eben geborne Kind; und dies ist wesentlich nicht außer acht zu lassen. Das erste Auftreten ist erst seine Unmittelbarkeit oder sein Begriff. Sowenig ein Gebäude fertig ist, wenn sein Grund gelegt worden, sowenig ist der erreichte Begriff des Ganzen das Ganze selbst.

... Non ci rendiamo conto che viviamo in un’epoca di trasformazione, in cui si stanno accumulando le condizioni di una nuova nascita; sentiamo ogni tanto i gemiti di un parto che sta per venire, non lo abbiamo ancora visto, «ma io sono certo, dice Hegel, che lo spirito, cioè il divenire dell’uomo, sta per generare una nuova era, che poi sboccerà all’improvviso».
Hegel è un filosofo rivoluzionario, per lui la storia presenta discontinuità: procede silenziosamente per anni, anche per secoli, poi, all’improvviso, emerge un’epoca nuova. È chiaro che ha presente l’esempio della Rivoluzione francese, per la quale si era entusiasmato con Schelling e Hölderlin di cui era compagno di studi. Ha in mente l’immagine dello spirito dell’uomo che ha cercato di prendere la direzione della storia con la Rivoluzione francese, e si aspetta lo sboccio di un’età nuova. Dunque: «Esso disgrega frammento dopo frammento l’edificio del suo mondo precedente, e il vacillare di quest’ultimo si lascia presagire soltanto attraverso dei sintomi sporadici; la leggerezza e la noia, che invadono ciò che ancora sussiste» [vien fatto di pensare alla leggerezza e alla noia di tanti intellettuali italiani ed europei i quali scoraggiano dall’uso dell’intelletto e dallo studio della filosofia perché sono oramai scettici e annoiati di tutto, e li vedo rappresentati già in questo passo di Hegel], «il vago presentimento di un ignoto, sono i segni che annunciano che qualcosa di diverso si va preparando. Questo graduale processo di sbriciolamento, che non alterava la fisionomia dell’intero, viene interrotto dall’aurora che, come un lampo, d’un tratto presenta alla vista la struttura del nuovo mondo». (Antonio Gargano)

http://www.iisf.it/scuola/idealismo/Hegel_fen.htm

martedì 3 aprile 2018

L'arroccamento

 
Fabio Bordignon, Pd: se stare "fuori" non basta, Il mattino di Padova, 1 aprile 2018

C’è un dato che colpisce, in queste prime, convulse settimane della nuova legislatura: la totale assenza del Partito democratico. Colpisce perché a ritrovarsi improvvisamente ai margini – anzi, tagliato fuori dalla frenetiche trattative tra leader e compagini parlamentari - è quello che è stato un attore centrale, per alcune fasi addirittura l’unico attore rilevante sulla scena politica, onnipresente con i suoi uomini e il suo capo.
All’inizio era la logica della responsabilità: la responsabilità del primo partito di opposizione, durante la crisi del 2011. Poi, all’indomani delle Politiche 2013, la responsabilità di chi era arrivato primo, senza vincere. Così, all’interno di una coalizione sempre meno “grande”, il Pd è diventato, a tutti gli effetti, il partito di governo. Di più: il partito delle istituzioni, il partito del sistema. Questo cambio di immagine è ancora più esplicito se si considera la traiettoria complessiva del renzismo. Il leader fiorentino è colui che arriva da Fuori! – con il punto esclamativo, nella copertina del libro pubblicato nel 2011. È l’insurgent che indica la porta alle vecchie oligarchie: il Fuori! del rottamatore equivale al tutti a casa grillino. In questo senso, Renzi è in perfetta sintonia con lo spirito del tempo: persino le sue mosse più spregiudicate e “cattive” sono premiate dall’elettorato. Tuttavia, proprio l’ingresso nel palazzo è il peccato originale che segna il percorso successivo. Nel quale la spinta al rinnovamento e l’apertura alla società si trasformano in progressivo arroccamento nelle stanze del potere. Diventano, agli occhi di molti elettori, bulimia di potere, volontà di occupare ogni spazio di visibilità e influenza.
Il risultato del 4 marzo fotografa, nella sua composizione territoriale, sociale, degli orientamenti, questa metamorfosi. Il Pd è un partito lontano dalle periferie - geografiche e sociali - incapace di intercettare un malessere che non ha solo un volto di tipo economico, ma anche radici di matrice culturale: si pensi alle paure legate all’immigrazione. Più in generale, è il partito di coloro che hanno maggiore fiducia nei confronti delle istituzioni, nazionali ed europee. In sintesi, rappresenta tutto ciò che va contro lo spirito del tempo.
Alla luce di questo percorso, appare persino scontato che il Pd, in questa fase, scelga di tenersi lontano - il più possibile - dal gran ballo delle alleanze parlamentari. Provi a resistere alla tentazione di partecipare alla spartizione di posizioni e incarichi. Respinga gli appelli alla responsabilità. E decida di rimanere, dopo tanto tempo, veramente fuori: da tutto. Rischia così l’irrilevanza? Sicuramente sì. Ma potrebbe essere l’unica chance di sopravvivenza.
Stare fuori, aspettando gli errori degli avversari, però, non basta. Per provare a ripartire, serve una nuova visione: una “idea” di Paese. E serve una leadership. Le due cose vanno insieme, e insieme sembrano del tutto assenti. La vecchia leadership, all’opposto, sembra fare da “tappo” rispetto a qualsiasi ipotesi di rilancio. Difficile dire se e quale ruolo avranno, in futuro, il renzismo e i renziani: i veri sconfitti del #4marzo. Difficile però, al contempo, prevedere se l’opposizione interna riuscirà a prendere in mano un partito che, ad oggi, rimane ampiamente personalizzato (per non dire militarizzato).
Entrambe le parti, tuttavia, hanno un interesse comune: ripartire dal Pd. O meglio, da quel che rimane della forma-partito immaginata nel 2007. E che ne ha garantito le (alterne) fortune, in alcune brevi stagioni. Ripartire dalla base, ristretta ma comunque ampia. Una comunità che in passato ha sempre risposto all’appello, quando è stata coinvolta. Ecco allora la parola d’ordine: ri-attivare e in parte ripensare i meccanismi di coinvolgimento, continuo, e di confronto, aperto. Tornare a frequentare i luoghi di vita delle persone: sul territorio e in rete. Ma senza rete di protezione: per nessuno. Ripartire dal basso, prima di sprofondare.

domenica 1 aprile 2018

Il maoismo digitale




David Allegranti, Così si può battere il "maoismo digitale" del M5s. La ricetta di Giuliano da Empoli, Il Foglio, 17 maggio 2017


Roma. Tra i milioni di voti del M5s, ci sono elettori delusi da riconquistare, populisti riluttanti – come il fondamentalista del libro di Moshin Hamid – da recuperare. Elettori che pure hanno le loro ragioni, finiti nelle maglie di un movimento “tecnicamente totalitario”, scrive Giuliano da Empoli nel suo nuovo libro sul grillismo, un pamphlet, in libreria da domani con il titolo “La rabbia e l’algoritmo” (Marsilio, 92 pagine, 12 euro). Ed è totalitario per vocazione, “nel senso che ambisce a rappresentare non una parte, ma la totalità del ‘popolo’”. Lo scrittore, creatore del think tank Volta, suggerisce una strategia teorica per fronteggiare il partito di Grillo, nato in un paese, l’Italia, che “è la Silicon Valley del populismo globale”.

Finora, ci sono stati tre tentativi di risposta al grillismo. “La tentazione giacobina”; “la tentazione elitaria”; “la tentazione dorotea”. La prima consiste nell’inseguire i grillini sul loro terreno, diventando più populisti, più antipolitici e più giacobini di loro, adottando un frame che quindi darà solo vantaggi agli inseguiti e non agli inseguitori. La seconda consiste nell’attribuire il successo del M5s all’ignoranza e alla manipolazione, come se il Movimento prendesse milioni di voti per qualche centinaio di troll su Twitter e Facebook. La terza consiste “nell’asserragliarsi nel bunker del sistema, in un grande revival nostalgico della Prima Repubblica”. Le tre tentazioni, portate alle estreme conseguenze, dice da Empoli, sono destinate a fallire. Così come è destinata a fallire la sola opera di denuncia costante delle contraddizioni, degli abusi e delle violazioni dei principi democratici del M5s. All’origine del successo del populismo grillino c’è una formidabile capacità di attrazione della rabbia che un tempo, come ha rilevato il filosofo Peter Sloterdijk, era propria dei partiti di sinistra, che “sono stati per tutto il Novecento i collettori privilegiati della rabbia popolare”. Recentemente, il Pd aveva recuperato quella capacità, dice da Empoli. “Nei suoi momenti migliori – le primarie del 2012 e poi soprattutto i primi mesi del governo Renzi e le elezioni europee del 2014 – il Pd ha saputo intercettare la rabbia degli scontenti, che è all’origine del successo di Grillo e degli altri trumpisti”. Renzi ha adottato, fin dall’inizio, “alcuni atteggiamenti tipici dello stile populista”, restando però “l’unico leader moderato a essere riuscito – almeno per una fase – a intercettare l’energia della rabbia popolare per portarla nella direzione di un programma di riforme e di apertura… Certo, col passare del tempo la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla pesante sconfitta del referendum”.

Resta dunque tuttora intatto problema di come superare il “maoismo digitale”, come definisce da Empoli l’ideologia grillina riprendendo le idee del tecnologo Jaron Lanier. La prima operazione che le élite devono compiere è “prendere sul serio il populismo”, il che “non significa prendere sul serio i leader populisti, che sono quasi tutti pagliacci. Vuol dire prendere sul serio gli elettori populisti e le ragioni della loro rabbia”. Quegli elettori sono il soggetto ideale dell’egemonia grillina; non il militante convinto che ripete a pappagallo le teorie di Casaleggio, ma “il cittadino X che non crede più a nulla, perché tutti mentono e non ci si può fidare di nessuno”. E per quanto demenziali siano le ricette che propongono, “l’intuizione dei nuovi populisti non è priva di senso”. Fino a quando “i fautori dell’apertura non riusciranno a dimostrare che i diritti del singolo, anziché essere più compressi com’è accaduto negli ultimi anni, possono svilupparsi anche in un contesto aperto, sarà difficile riconciliare una quota crescente dell’opinione pubblica con qualsiasi tipo di integrazione sovranazionale”. Nessun progetto politico può prescindere oggi “dall’esigenza di restituire ai cittadini un certo grado di controllo sulla direzione della loro vita”. I populisti hanno reso esplicite domande e dubbi su alcuni processi che le élite giudicavano ineluttabili e che invece Brexit e vittoria di Trump hanno reso possibili: l’integrazione europea, la globalizzazione. Ma “se vogliono riconquistare il rispetto delle persone, le élite devono smetterla di produrre sempre e solo incertezza e tornare a proporre un certo grado di stabilità. La celebrazione acritica del cambiamento in quanto tale finisce con generare la reazione opposta”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/25/social-network-rabbia-sociale-e-delirio-di-onniscienza-le-nuove-patologie/1621555/

venerdì 23 marzo 2018

Palla al centro




E' divertente leggere le vicende politiche in corso usando gli strumenti analitici elaborati in base all'esperienza della prima Repubblica. Con la sua mossa di ieri, Berlusconi si è posto al centro del sistema tripolare, ponendo ai margini i Cinquestelle. Il Pd torna in gioco, perché detiene i voti necessari per l'accesso del centrodestra a Palazzo Chigi. Il Pd consegue una rendita di posizione. Ha meno voti dei Cinquestelle, ma si trova a essere l'alleato ideale del partito intorno al quale ruota il sistema politico nella sua forma del momento. Siamo al pluralismo centripeto secondo Farneti (1978):
l’idea di fondo del pluralismo centripeto è che il centro sociale e politico è alimentato, nella sua qualità di punto di riferimento costante di ogni maggioranza governativa, dall’eterogeneità, dalle contraddizioni e dalle tensioni dei due poli del sistema dei partiti, della destra e della sinistra (Il sistema dei partiti, p. 229). 
I due poli diventavano i due forni nel linguaggio di Andreotti. Cosa è cambiato da ieri? Sono cambiati i ruoli all'interno dello schema. Fino a ieri Di Maio pensava di avere lui i due forni a disposizione per poter governare il paese. Ieri si è scoperto che il partito capace di occupare una posizione centrale è Forza Italia. Berlusconi e non Di Maio può disporre dei due forni. E Berlusconi ha fatto in modo che i Cinquestelle venissero a trovarsi in una posizione di minoranza solitaria.
Adesso i due poli non sono più rappresentabili come destra e sinistra. C'è un polo di destra annesso al centro: la Lega alleata di Forza Italia nella coalizione che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Al posto della sinistra esterna rispetto all'area di governo vera e propria, al posto del Pci dunque, troviamo ora i Cinquestelle, un partito antiestablishment.
Che cosa dovrebbe fare il Pd a questo punto? Può presentarsi come la minoranza dinamica che punta a diventare essa stessa il centro del sistema al posto di Forza Italia. Possiamo chiamare "Craxi" questa ipotesi. Chiameremo "De Martino" l'altra ipotesi: la minoranza annessa al Centro può diventare portatrice, in parte e con vari mutamenti, delle istanze rappresentate dal partito escluso (nella prima Repubblica il Pci, adesso i Cinquestelle).  Il Pd renziano non può in nessun modo sperare di togliere consensi ai Cinquestelle, anche per questo la via craxiana sembra sbarrata. Un Pd diversamente concepito e rappresentato da un leader avveduto può invece diventare l'elemento capace di sbloccare il sistema, ridando spazio al futuro. Non è molto facile realizzare un obiettivo simile. In passato il partito di Bersani, senza nuove elezioni, è diventato in poco tempo il partito di Renzi. In teoria il miracolo si potrebbe ripetere. Al momento non si vede l'eroe capace di rovesciare il gioco a vantaggio di una prospettiva aperta al futuro. Chi vivrà vedrà.

http://www.lastampa.it/2018/03/23/cultura/opinioni/editoriali/silvio-mette-in-trappola-i-due-vincitori-D12vYIik5jSide3eyeEXxM/pagina.html
https://palomarblog.wordpress.com/2018/03/24/passaggio-al-futuro/

domenica 11 marzo 2018

Sulle orme di Dostojevskij



Anna Momigliano, La letteratura naturale di Elif Batuman, Studio, 11 marzo 2018 

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.
Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.
I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.
È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».