domenica 9 giugno 2019

La vittoria della socialdemocrazia danese


Gianpasquale Santomassimo

Avendo deciso da tempo, per dogmatismo europeista, che la politica economica e sociale dell'austerità non può essere disattesa, se non a parole che diventano flatus vocis, la visione del mondo della sinistra italiana, moderata e radicale, si è completamente rinserrata nella sfera valoriale ed etica, rubando il mestiere alle parrocchie e alle benemerite istituzioni di volontariato. 
Questo fa sì che quando una forza socialista come quella danese decide di infrangere i limiti imposti da Bruxelles, rilanciando sul terreno del welfare e dell'ecologia, ma proponendo una seria politica di controllo dei flussi immigratori che serva anche ad assicurare diritti e benefici agli immigrati che lavorano nel paese, il pilota automatico della sinistra senza popolo traduca tutto questo come "xenofobia", senza riuscire ancora a porre le basi per una dignitosa analisi della propria sconfitta.


Massimo Lizzi

I socialdemocratici danesi avrebbero vinto le elezioni con una politica rosso-bruna: ritorno al Welfare e linea dura contro l'immigrazione. Una politica che ha paura di condividere il Welfare con gli immigrati e non vede l'opportunità di mantenerlo e rafforzarlo proprio grazie a loro.
La "linea dura" è una politica assimilazionista e vessatoria sul piano simbolico: asilo obbligatorio per i figli degli immigrati dall'età di un anno, separati per almeno 25 ore settimanali dalle loro famiglie per essere educati ai valori culturali e religiosi danesi; esclusione dal servizio sanitario nazionale per le famiglie che si sottraggono al programma di educazione; pene più alte, persino doppie per i reati commessi nelle zone ghetto, i quartieri degli immigrati; espulsione per le famiglie che con i loro bambini si trattengono troppo nel paese d'origine; confinamento in un isolotto per i richiedenti asilo respinti; obbligo di stringere la mano ai funzionari pubblici nelle cerimonie di regolarizzazione per gli immigrati accolti, costringendoli dunque al contatto fisico con persone dell'altro sesso; esternalizzazione a paesi terzi, per il trattenimento delle quote di accoglienza spettanti alla Danimarca (tipo gli accordi con la Turchia).
Queste sono le misure "severe" o "rigorose" del governo danese di centrodestra, appoggiate e rilanciate dai socialdemocratici: aggravare la vita degli stranieri, in particolare quelli di origine musulmana, per scoraggiarne la permanenza e i nuovi arrivi. Misure al limite o oltre il limite del rispetto dei diritti civili e dei diritti umani, che prima o dopo si riverseranno sugli stessi danesi.


Ska Keller, un volto per l'Europa del futuro


Franziska Keller è nata il 22 novembre 1981 a Guben, in Brandeburgo, allora parte della Germania Est. Ha effettuato studi islamici, studi turchi ed ebrei alla Libera Università di Berlino e alla Sabancı Universitas di Istanbul. Si è laureata nel 2010.
Alle elezioni del 2009 è entrata a 27 anni a far parte del Parlamento europeo per il partito tedesco Alleanza '90/I Verdi, che aderisce al Partito Verde Europeo. Fa parte della Commissione per il commercio internazionale e della Delegazione alla commissione parlamentare mista UE-Turchia.
È stata la candidata dei Green Italia - Verdi Europei alla presidenza della Commissione alle elezioni europee del 2014 insieme a José Bové e, nota per il suo impegno contro la corruzione nell'Ue, nel febbraio 2018 ha partecipato alle proteste contro la corruzione in Bulgaria.
È stata eletta per condurre i Verdi anche alle elezioni europee del 2019 insieme all'olandese Bas Eickhout con un programma in dodici punti: lotta per il cambiamento climatico e sostegno alle energie rinnovabili, reddito minimo dignitoso, difesa dello stato di diritto e lotta alla corruzione, produzione di cibo privo di ogm e pesticidi, allevamenti senza crudeltà sugli animali, accesso gratuito a un'istruzione di qualità, posti di lavoro dignitosi per i giovani.[4]

venerdì 24 maggio 2019

L'influenza delle reti sociali sulla fortuna dei partiti


Simone Lorenzati
TORINO - I populismi tra Stati Uniti ed Italia. Questo era il tema del corso di formazione per giornalisti svoltosi ieri sera al Toolbox Coworking, di Torino. L'incontro, partecipato attivamente sia dai giornalisti presenti sia dal pubblico (era una iniziativa aperta) ha visto la presenza di Jacopo Iacoboni, giornalista de La Stampa, di Gianluca Paolucci, vicecaporedattore all'economia e finanza de La Stampa, di Leonida Reitano, dottore di ricerca in sociologia della comunicazione e di Stefano Tallia, giornalista Rai e segretario dell'Associazione Stampa Subalpina. Ed è stato proprio Iacoboni ad aprire le danze sottolineando come “l'influenza social, sopratutto dei siti di fake news, sia stata negata fino al 2015. In seguito, in sostanza dall'estate del 2016, si è toccato con mano quanto queste abbiano influito sulla vittoria di Trump o sul referendum italiano dello stesso anno”. Iacoboni ha ricordato come siano stati proprio Facebook e Twitter a registrare delle anomalie quali, ad esempio, il sito Russia Today come il più cliccato in Italia in quel periodo (anche se, fino ad allora, erano gli stessi dirigenti dei social, deresponsalizzandosi, a non considerarsi una media company). “Ora, però, le cose sono cambiate. Proprio in questi giorni Facebook ha chiuso circa 500 pagine che veicolavano fake news, di cui 23 in Italia. Di queste 13 diffondevano contenuti politici pro Lega e pro Cinque Stelle, arrivando ad avere, in totale, ben due milioni e quattrocentomila followers” ha proseguito, parlando di giornalismo anglosassone, molto diverso da quello italiano (con un forte gap culturale in tal senso), come esempio per stanarle. Iacoboni ha sostenuto che alla base di questi siti vi siano sia associazioni sia stati (Russia in primis, ma anche Iran). “Ovviamente sia il Movimento 5 Stelle sia la Lega hanno avuto benefici da questi siti di disinformazione. Il tutto è iniziato almeno nel 2016, i frutti si sono poi visti il 4 marzo dello scorso anno. Non sono siti ufficiali, ma sono in grado di smuovere moltissimo l'opinione pubblica, specie quella che si limita ai social come fonte informativa”. Iacoboni ha, quindi, ricordato la nascita di 500 falsi profili, grossomodo un anno fa, allorché il Presidente Mattarella bocciò la nomina di Savona a Ministro dell'Economia, venendo da questi subissato di insulti. “Ora le due forze, che maggiormente hanno beneficiato di questo tipo di disinformazione detengono anche le nomine per apparati vari. Insomma dalla presidenza della Rai di Foa, dal Guardian definito sovranista diffusore di fake news, fino a La 7, dove la loro presenza è incessante. Influenza e dominio sui media tradizionali e su quelli 2.0. Questo è lo schema che ha dato la vittoria a Trump: secondo una ricerca statunitense il 18% degli americani, prima dell'ultima elezione presidenziale, si è informato su Fox News, l'8.5 sui social e solamente il 2.5 sul New York Times e sul Washington Post”. In questo le due forze attualmente al governo viaggiano unite ma in modo differente: il Movimento 5 Stelle, infatti, ha una piattaforma più decentralizzata (in apparenza secondo Iacoboni) mentre la Lega è decisamente centralizzata su Luca Morisi, social media manager di Salvini (“operazioni come il VinciSalvini sono tutte tese a carpire informazioni sui followers, e sui potenziali, del leader leghista”). Certo anomalie sono presenti come, ad esempio, il fatto che i siti (di disinformazione) russi traducano le loro notizie in lingua italiana prima che in molte altre lingue (siamo al quarto posto, prima la Germania seguita da Ucraina e Bulgaria). Insomma l'impatto è ormai innegabile, la domanda che ora ci si pone è capire quanto questo influenzi l'opinione pubblica. “C'è un lungo filo conduttore che lega Russia, le elezioni italiane, Trump, i rapporti geopolitici con la Cina e la Brexit, queste sono reti internazionali ormai visibili ad occhio nudo” ha concluso Iacoboni. “Io vedo meno sinergie tra Lega e Movimento 5 Stelle. Secondo me è solo un'alleanza di scopo nell'ottica del sovranismo internazionale, ma terminerà a breve. Vero è, però, anche che io nemmeno immaginavo possibile questo Governo, in questo Iacoboni ci ha preso più del sottoscritto” ha invece esordito Paolucci. “A mio avviso ciò che lega le due forze della maggioranza sono sostanzialmente gli interessi economico/finanziari, non mi pare dietro ci sia chissà quale meccanismo di manipolazione. Certo la Russia, che è comunque una realtà infinitamente più complessa rispetto al monolite putiniano che viene spesso descritto, necessita che terminino le sanzioni internazionali. Tempo fa ha anche dovuto chiedere un prestito ad IntesaSanPaolo per ottemperare ad obblighi di pagamento. Ecco in quest'ottica Putin rischia a livello economico, e qui la pressione ha un senso. Perché di certo un'Europa unita è un dito in un occhio per questo tipo di politica” ha concluso Paolucci. “La cosa sorprendente è che ci siamo trovati ad indagare per inchieste differenti, l'una di tipo politico e l'altra economico. Io sul Movimento 5 Stelle, Paolucci sulla Lega, per poi ritrovarci a contatto con lo stesso piccolo e ristretto gruppo di persone. Valga per tutti il caso di Federico Arata, venuto fuori sul caso Siri, ma che io avevo segnalato già un anno fa, essendo il ponte tra leghisti, grillini e quella rete sovranista internazionale legato a doppio filo con Bannon” ha ripreso Iacoboni. “Ricordate il programma politico di Terza Posizione? Ebbene ora ci siamo molto vicini” è stato l'esordio con botto di Reitano. “Un vero e proprio squadrismo digitale, quello che un tempo era il Sismi filo Arabo. Il substrato che lega l'estrema destra alla Lega e al Movimento 5 Stelle è enorme. Eppure per scardinare questo meccanismo basterebbero 40 mila euro e una trentina di ragazzi, come è avvenuto col blog di Puente”. La sinistra, secondo i tre, è decisamente indietro rispetto al duo di Governo e per di più, partendo tardi, ha trovato solo più pochissimo spazio, seppur virtuale, libero. Reitano e Iacoboni concordano sulle tre matrici che legano le forze della maggioranza: il no all'immigrazione, l'anti-europeismo (seppur ora più sfumato) e la lotta anti elite. “E' un unico corpo elettorale, seppure su due brand differenti. Del resto sia secondo Diamanti, sia secondo Pagnoncelli, gli elettori 5 Stelle hanno scelto, in una eventuale politica priva del loro partito, nel 40% dei casi la Lega, mentre il Pd solamente nel 5% dei casi. Scotti, la link university, la vicinanza con Casa Pound. E' un mondo che si tiene insieme”. “Certo è che le condizioni socio-economiche, e non solo tutto ciò di cui abbiamo parlato oggi, hanno influito sulle elezioni dello scorso anno. Senza dimenticare che, ad esempio, il linguaggio, e anche alcune politiche tout court, di Minniti, non erano poi così diverse da quelle odierne” ha, infine, concluso l'incontro Stefano Tallia. Di fatto aprendo un altro enorme argomento di discussione che però, purtroppo, per motivi di tempo, non si è potuto più affrontare.




giovedì 23 maggio 2019

Cos'è una rivoluzione. Henri-Évrard de Dreux-Brézé



Après l'ouverture des États, il devient très vite l'objet de l'hostilité des députés du Tiers état qui lui reprochent des humiliations volontaires, sur demande de la Cour. L'affrontement culmine lors de la séance royale du 23 juin 1789, quand Louis XVI décide de disperser l'Assemblée. Devant le refus des députés du Tiers et de quelques députés du clergé, Henri-Evrard de Dreux-Brézé vient rappeler l'ordre du roi à Bailly, doyen du Tiers État.

Le comte de Mirabeau s'avance alors et aurait dit: «Allez dire à votre maître que nous sommes ici par la volonté du peuple, et que nous n'en sortirons que par la force des baïonnettes.» La formulation exacte de cette apostrophe est très contestée. Ainsi, le Moniteur, dans son compte rendu de la séance publié le 25 juin 1789, rapporte une version beaucoup plus longue, qui correspond globalement à celle rapportée par Mirabeau lui-même dans une lettre à ses commettants:
«Oui, Monsieur, nous avons entendu les intentions qu'on a suggérées au Roi; et vous qui ne sauriez être son organe auprès des États généraux, vous qui n'avez ici ni place ni voix, ni droit de parler, vous n'êtes pas fait pour nous rappeler son discours. Cependant, pour éviter toute équivoque et tout délai, je vous déclare que si l'on vous a chargé de nous faire sortir d'ici, vous devez demander des ordres pour employer la force; car nous ne quitterons nos places que par la puissance des baïonnettes.»
Selon les recherches d'Emmanuel de Waresquiel, Dreux-Brézé, excédé de cette résistance, aurait répondu à Mirabeau: «Merde!».




Famosa la sua [di Mirabeau] dichiarazione durante la sessione regale del 23 giugno 1789, a Henri-Évrard de Dreux-Brézé, gran maestro di cerimonie, venuto a consegnare l'ordine di scioglimento dell'Assemblea costituente firmato dal re Luigi XVI e che Le Moniteur riportò due giorni dopo in questo modo:
«Sì, signore, noi abbiamo sentito i propositi che sono stati suggeriti al re; e voi che sareste in grado di essere il suo emissario presso gli Stati generali, voi che non avete qui né posto né voce, né diritto di parlare, voi non siete adatto a riportarci le sue parole. Tuttavia, per evitare ogni equivoco e ogni ritardo, io vi dichiaro che se siete stato incaricato di farci uscire di qui, voi dovete chiedere degli ordini per usare la forza; perché noi lasceremo i nostri posti soltanto a causa della potenza delle baionette.»

domenica 19 maggio 2019

Il vero artista e il suo destino





Thomas MannTonio Kröger (1903), traduzione di Emilio Castellani, Mondadori, Milano 2012

Non parlate di "mestiere", Lisaveta Ivànovna! La letteratura non è affatto una vocazione; è una maledizione, perché lo sappiate. E quando principia a farsi sentire questa maledizione? Presto, terribilmente presto. A un’epoca in cui si potrebbe ragionevolmente pretendere di vivere d’amore e d’accordo con Dio e con il mondo, uno comincia a sentirsi segnato, a rendersi conto d’essere in incomprensibile contrasto con gli altri, coi normali, con la gente ordinaria; sempre più fondo si scava l’abisso d’ironia, d’incredulità, d’opposizione, di lucidità, di sensibilità, che lo separa dagli uomini; la solitudine lo inghiotte, e da quel momento non c’è più possibilità d’intesa. Che destino! Ammesso che nel cuore gli sia rimasto quel tanto di vita, quel tanto d’amore che basti a giudicarlo orribile!… La vostra consapevolezza si infiamma, perché in mezzo ad una massa di migliaia voi sentite che un marchio vi sta impresso in fronte, e capite che a nessuno passa inosservato. Ho conosciuto un attore geniale, che nei suoi rapporti umani doveva lottare contro un morboso senso di timidezza, di precarietà. Tali erano, in quell'artista completo e uomo immiserito, le conseguenze di un esasperato sentimento di sé, insieme alla mancanza di una parte da sostenere; di un compito inerpretativo... Un artista, un vero artista – non uno che abbia l’arte per professione borghese, ma per cui l’arte sia predestinazione e condanna – è distinguibile tra una folla umana allo sguardo meno esperto. Il sentimento di essere a parte, di non fare tutt’uno con gli altri, d’essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e d’impacciato insieme gli sta dipinto in viso. Alcunché di simile potrebbe cogliersi nei tratti di un principe che passi in abiti borghesi attraverso la moltitudine. Non c’è abito borghese che tenga, Lisaveta! Uno può mascherarsi, camuffarsi finché vuole, vestirsi come un addetto d’Ambasciata o un sottotenente della Guardia in permesso: basterà che alzi gli occhi, che debba pronunciare una parola, perché ciascuno sappia che quello non è un uomo, bensì qualcosa di straniero, di scostante, di diverso…»

Charles BaudelaireL'albatro (1857)traduzione di Giovanni Raboni


Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
indolenti compagni di viaggio delle navi
in lieve corsa sugli abissi amari.
L’hanno appena posato sulla toldae già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,pietosamente accanto a sé strascinacome fossero remi le grandi ali bianche.
Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E comico e brutto, lui prima così bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!



Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali di gigante.

sabato 11 maggio 2019

E' difficile dire


Sperimentazione innovativa: due domande diverse per le intenzioni di voto
A pochi giorni dal “black-out” pre-elettorale, si è da poco conclusa la rilevazione campionaria CISE Osservatorio Politico (CAWI, N=1000, estratti da panel online con quote per sesso, età, titolo di studio, e ponderazione aggiuntiva per voto 2018). Questo sondaggio mostra anche dati interessanti sulle opinioni degli italiani sull’Europa, che restituiscono un’immagine di atteggiamento pro-europeista, ma critico e per certi versi sfiduciato. Ma veniamo anzitutto alle intenzioni di voto.
In questa occasione abbiamo sperimentato due domande di tipo diverso. La prima – relativa alle intenzioni di voto per eventuali elezioni politiche – con un formato tradizionale. La seconda – relativa alle europee – con un’innovativa “simulazione di scheda elettorale”, ovvero presentando (in una sola schermata: si tratta di un’indagine Web) tutti i simboli di partito. Già in partenza ci aspettavamo delle differenze: a prescindere dal fatto che le due domande fossero relative a una diversa elezione, ci aspettavamo che la domanda “simulazione”, con tutti i simboli, anche di partiti minori, avrebbe portato più voti ai partiti piccoli.

Lega primo partito, ma in un caso sotto il 30%

Così è stato. La tabella 1 ci mostra le intenzioni di voto desunte dalle due domande. In entrambi i casi primo partito è la Lega. Tuttavia, con stime leggermente inferiori ad altri sondaggi (verosimilmente anche dovuto alle specificità del nostro campione) e, soprattutto, scendendo nel caso della simulazione di scheda per le europee sotto il 30%, pur restando saldamente il primo partito. E’ difficile dire se questa relativa debolezza della Lega sia dovuta a peculiarità del nostro campione o della nostra sperimentazione di scheda elettorale, oppure all’avere intercettato un temporaneo momento di debolezza dovuto al caso Siri, o infine se si tratta invece di un segnale di allarme, magari legato alla scelta di Salvini di caratterizzare la Lega maggiormente a destra (Congresso delle famiglie di Verona, polemiche sulla casa editrice del libro-intervista a Salvini) rispetto alla capacità osservata in precedenza di cogliere consensi in modo trasversale basandosi su un profilo post-ideologico.
Tab. 1 – Intenzioni di voto alle politiche ed alle europee del 2019: sondaggio CISE Osservatorio Politico maggio 2019 (CAWI – N=1000)[1]
europee_tab1
https://cise.luiss.it/cise/2019/05/09/sondaggio-cise-lega-primo-partito-ma-appena-intorno-al-30-e-il-sorpasso-pd-si-allontana/

lunedì 6 maggio 2019

Hannah Arendt in ricordo del poeta Auden


Hannah Arendt, Remembering W. H. Auden, The New Yorker, January 12, 1975

Incontrai Auden tardi. Tardi sia per me che per lui. Eravamo entrambi in quell’istante nel quale la semplice e comprensiva intimità amicale che formiamo da giovani non ci è più disponibile: non resta abbastanza davanti a noi, né potremmo sperarlo, e quindi non condividiamo l’intimità. Perciò fummo eccellenti amici ma senza confidenze. Di più, in lui vi era una riserva che scoraggiava la familiarità – né da tedesca misi alla prova questo silenzio british. Piuttosto, lo rispettai lieta, quasi fosse la segretezza necessaria al grande poeta, uno che era riuscito a imporsi di non parlare in prosa, in modo sciatto e casuale, di cose sulle quali poteva discorrere in modo più soddisfacente tramite una concentrazione densa e poetica.
Sarà la reticenza la deformazione professionale del poeta? Nel caso di Auden questo sembrava verosimile perché molti dei suoi lavori, con totale semplicità, sorgono dalla parola parlata, dagli idiomi quotidiani – come “Lay your sleeping head, my love, Human on my faithless arm.” [Deponi il tuo capo assonnato, amore mio, sul mio semplice braccio senza fede]. Questo genere di perfezione è molto rara; la troviamo nelle migliori poesie di Goethe e anche, decisamente, in quelle di Puskin, giacché la loro caratteristica è essere intraducibili. Simili poesie d’occasione sono slegate dall’originale e poi si dissolvono in una nuvoletta banale. Qui tutto dipende da “gesti fluenti che elevano i fatti dal prosaico al poetico” – un punto evidenziato dal critico Clive James nel saggio su Auden apparso sul numero del Dicembre 1973 di Commentary. Se questo stile fluente è raggiunto, siamo convinti magicamente che il linguaggio quotidiano sia latentemente poetico e, ammaestrati dallo sciamanesimo poetico, apriamo per bene le orecchie ai veri misteri della lingua. Anni fa Auden mi risultò intraducibile: fui convinta della sua grandezza. Tre traduttori tedeschi si erano dati da fare e avevano fatto stramazzare senza troppi scrupoli una delle mie poesie favorite, “If I could tell you”, la quale sorge in modo naturale da giri di frase colloquiali come “Time will tell” e “I told you so”:
Time will say nothing but I told you so.
Time only knows the price we have to pay;
If I could tell you I would let you know.
If we should weep when clowns put on their show,
If we should stumble when musicians play,
Time will say nothing but I told you so.
The winds must come from somewhere when they blow,
There must be reasons why the leaves decay;
Time will say nothing but I told you so.
Suppose the lions all get up and go,
And all the brooks and soldiers run away;
Will Time say nothing but I told you so?
If I could tell you I would let you know.
[Il tempo non lo dirà, io te lo dicevo. / Solo il tempo sa il prezzo da pagare; / se lo sapessi te lo direi. // Se dovessimo piangere quando i clown si danno da fare, / se dovessimo inciampare quando suonano i musicisti, / il tempo non lo dirà, io te lo dicevo. // Il vento verrà pure da qualche parte se ora soffia qui, / ci saranno cause che fan gialle le foglie; / Il tempo non lo dirà, io te lo dicevo. // Ora pensa che i Leoni prendono e se ne vanno, / e tutti i ruscelli e soldati se ne fuggono; / il tempo non lo dirà, ma io? / Potessi dirtelo, lo sapresti]
Vederlo alla fine caduto in miseria, senza una giacca o un paio di scarpe di riserva, mi fece capire vagamente perché si nascondesse dietro il motto “Enumera le tue fortune”; pure, trovavo difficile capire appieno perché rimanesse in miseria senza riuscire a far nulla in quelle circostanze assurde che gli rendevano insopportabile quel che gli rimaneva da vivere. Era ragionevolmente famoso e una simile ambizione non contò mai troppo per lui perché era il meno vanesio tra gli autori che conoscevo – del tutto immune alle vulnerabilità infinite che sappiamo essere prodotte dalla gretta vanità. Non dico che fosse umile; nel suo caso era la confidenza con se stesso che lo proteggeva dagli adulatori e questa sua qualità esisteva prima di ogni riconoscimento e di ogni fama, prima addirittura di ogni successo.
Geoffrey Grigson, nel Times Literary Supplement, riporta questo dialogo tra il giovanissimo Auden e il suo relatore a Oxford. “Tutor: ‘E cosa farà, Mr. Auden, quando lascerà l’università? Auden: ‘Farò il poeta.’ Tutor: ‘Bene, in questo caso troverà utile aver insegnato Inglese.’ Auden: ‘Non capisce. Farò il grande poeta’”. Questa confidenza non lo lasciò mai, ma non gli proveniva da confronti con gli altri o dal tagliare per primo il traguardo; era naturale, ben connessa, ma non identica, con la sua enorme abilità a trattare la lingua, e a farlo rapidamente, quando gli andava a genio. E poi non gli andava nemmeno a genio, perché non esibiva la perfezione finale, né vi aspirava. Sempre tornava alle sue vecchie poesie, d’accordo con Valéry quando dice che una poesia non è mai chiusa per sempre, ma solo abbandonata. In altre parole Auden era benedetto da quella rara confidenza in se stesso che non abbisogna di ammirazione e di buone opinioni altrui; e che può benissimo reggere l’autocritica senza cadere nel trabocchetto del dubbio perpetuo su se stessi. E la cosa spesso la confondiamo con l’arroganza: Auden non fu mai arrogante tranne quando qualche volgarità lo provocava; allora si proteggeva con i modi rudi e abbastanza improvvisi, tipici dell’inglese di razza. […]
Auden era più saggio di Brecht, ma non era sveglio quanto lui. Auden sapeva che “la poesia non fa accadere nulla”. Per lui era piena insensatezza che il poeta avocasse a sé speciali privilegi o chiedesse permessi che siamo felici di elargire in gratitudine a tutti. Nulla era maestoso in Auden quanto la sua integra sanità e la sua salda reputazione per la sanità; ai suoi occhi tutti i generi di follia erano assenza di disciplina – indecente, indecente usava dire. Il fatto principale era non avere illusioni, non accettare pensieri (tantomeno se sistematici) che ci chiudessero gli occhi davanti alla realtà. Auden rigettò le sue immature credenze leftist per gli eventi che sappiamo: processi a Mosca, patto Hitler-Stalin, esperienze di guerra civile spagnola. Furono gli eventi a mostrare tutta la sinistra come “disonesta e vergognosa”, come ebbe a scrivere introducendo Collected Shorter Poems. Così è chiaro per sempre da dove saltava fuori il suo:
History to the defeated
may say alas but cannot help nor pardon.
[La storia agli sconfitti / sta bene se lo dite ma non giova né perdona.]
E questo equivaleva a dire che “quel che accade è tutto per il meglio”. Auden protestava di non aver mai creduto in questa pessima dottrina, anche se qui sono in dubbio perché quei versi sono troppo buoni, troppo precisi per essere stati prodotti dalla sola efficacia retorica; inoltre, Auden sarebbe stato l’unico a scostarsi dall’ottimismo dei leftist degli anni Venti e Trenta, se veramente avesse creduto alla poesia e non al senso di quello che scriveva. Comunque sia venne il tempo in cui
In the nightmare of the dark
All the dogs of Europe bark . . .
Intellectual disgrace
Stares from every human face—
[Nell’incubo del buio / Tutta Europa latra . . . / Disgrazia di chi pensa / La noti su tutti i volti]
Ed era il momento in cui sembrava che il peggio sarebbe successo e il male fosse l’unico a cavarsela. Il patto Hitler-Stalin era la svolta da sinistra; ora andavano abbandonate tutte le fedi nella storia quale tribunale finale che giudica le sorti terrene.
Negli anni Quaranta furono in molti a rivoltarsi contro le loro credenze, ma lo fecero dopo Auden, e in ogni caso pochi capirono quel che fosse andato storto dentro il meccanismo fideistico. Ma costoro non smisero del tutto le loro devozioni nella storia e nel successo: semplicemente e di fatto, cambiarono treno. Il treno socialista e comunista era andato male, e presero il biglietto per un viaggio nelle terre del Capitale, dove trovarono Freud insieme a qualche truciolo marxista, un treno ben sofisticato insomma. All’opposto, Auden si fece cristiano e quindi lasciò pure lui il treno della storia. Non so se Stephen Spender abbia ragione a ribadire che la fede fosse la sua stringente necessità; suppongo che questa necessità fosse semplicemente scrivere versi e tutto sommato sono ragionevolmente certa che la sua sanità, il grande senso che illuminava tutta la sua prosa saggistica e di recensore sia debitore verso l’ortodossia e il suo scudo protettivo. […]
Certamente sembra poco probabile che il giovane Auden, quando decise di dover diventare un grande poeta, conoscesse il prezzo da pagare, e penso che verso la fine – quando la semplice forza fisica del cuore se ne svaniva e non gli faceva reggere le emozioni che comunque aveva il talento per trasformare in elogio – considerasse il prezzo come troppo caro. In ogni caso noi, i suoi lettori, possiamo solo essere grati che pagò fino all’ultimo centesimo per la gloria durevole della lingua inglese. E i suoi amici possono trovare qualche consolazione nello scherzo sublime che Auden tende loro dall’altra parte del mondo – per molte ragioni, il poeta confidò a Spender che “la sua anima saggia e incosciente scelse per conto suo il giorno ideale per andarsene”. La saggezza di sapere “quando vivere e quando morire” non è concessa ai mortali ma Wystan, siamo indotti a credere, potrebbe averla ricevuta quale suprema ricompensa, quella che gli dèi crudeli elargiscono al loro servitore più fedele.
 *Traduzione italiana di Andrea Bianchi