sabato 15 luglio 2017

La borghese Madame de Pompadour






Benedetta Craveri, Madame de Pompadour una piccola borghese alla conquista di Parigi, la Repubblica, 20 agosto 2014

FARE i conti con la Rivoluzione, cercare di capire le ragioni del prima e del dopo, rivendicare la continuità con un passato glorioso o liquidarlo per sempre in nome delle conquiste del 1789: da Tocqueville a Taine e Michelet, da Chateaubriand a Stendhal e Balzac, da Victor Hugo a Baudelaire, la Francia dell'Ottocento non ha smesso di interrogarsi, riflettere, su quell'Antico Regime da cui era ormai irrimediabilmente separata da un fiume di sangue.
Furono però Edmond e Jules de Goncourt, a partire dalla seconda metà degli anni 1850, a fare risorgere dalle sue ceneri la civiltà del Settecento e a restituirne l'immagine viva, gettando le basi del suo mito, così come, cent'anni prima, Voltaire aveva creato quello del Grand Siècle. Lo fecero servendosi di metodi che gli storici consideravano eterodossi, evocando un modo di vivere, di sentire, di pensare facendo ricorso tanto alla memorialistica e all'aneddotica che alla letteratura, tanto alle arti visive e decorative, che ai dati sulla vita quotidiana.
Libro dopo libro i Goncourt raccontarono infatti, in modo indimenticabile, il secolo in cui avrebbero voluto vivere.
La loro Madame de Pompadour, la biografia della celebre amante di Luigi XV, che Castelvecchi propone ora per la prima volta ai lettori italiani ne è un esempio eloquente tanto sul piano metodologico come su quello critico e costituisce ancora oggi una lettura appassionante.
Profondamente misogini, i due autori erano soliti cercare nella elegante leggerezza delle aristocratiche settecentesche un antidoto contro la opprimente femminilità ottocentesca, ma la Pompadour costituiva un caso a sé. Se da un lato ella appariva loro come la quintessenza della grazia rococò, dall'altro era il simbolo stesso dell'arrivismo borghese. Figlia di una classe sociale che nel corso del Settecento, oltre a concentrare nelle sue mani le ricchezze del paese, deteneva saldamente il monopolio della giustizia, dell'amministrazione, della cultura, in attesa di andare definitivamente al potere con la Rivoluzione, la bellissima Jeanne-Antoinette Poisson aveva infatti conquistato un nuovo primato. Per la prima volta, con lei, una borghese si era innalzata fino ai gradini del trono, diventando favorita reale.
Grazie all'amante della madre, un ricchissimo finanziere responsabile dell'edilizia pubblica, la piccola Poisson aveva ricevuto un'educazione di prim'ordine. Affidata ai migliori maestri, dotata di un'ottima preparazione letteraria, sapeva recitare, ballare, cantare, suonare come una vera professionista e, uniti all'avvenenza fisica, all'intelligenza e alla capacità di seduzione, questi sui eccezionali atout ne avevano fatto, come diceva sua madre, «un boccone da re». Diventata maîtresse en titre col nome di marchesa di Pompadour, la favorita riuscì a mantenersi saldamente al suo posto per oltre vent'anni. I Goncourt ce la descrivono come una donna animata dall'intelligenza, la volontà, la tenacia, della sua classe sociale ma, senz'altro movente che la sua smisurata ambizione. È sulle debolezze di Luigi XV — il suo tedio esistenziale, la sua ipocondria, il suo egoismo, la sua abulimia sessuale — che la marchesa costruì il suo potere. Un potere che nessuna favorita reale aveva esercitato fino ad allora e che fece della marchesa un ministro ombra con esiti fatali per la monarchia francese.
La biografia dei Goncourt è dunque un lungo, impietoso — a volte assai ingiusto — atto d'accusa contro questa borghese senza scrupoli, infiltratasi abusivamente a Versailles, che parla ai ministri a nome del sovrano e sceglie i generali, ma che è anche pronta a sovrintendere agli amori mercenari del re, pur di continuare a tenerlo in pugno. Né la sua apertura alle idee nuove, l'amicizia per Voltaire, la protezione offerta a fisiocrati e philosophes, il sostegno dato all' Encyclopédie le valgono un po' d'indulgenza. Ma nelle pagine finali del libro, il ritratto al vetriolo della favorita dà luogo a un clamoroso ribaltamento: «Madame de Pompadour ha davvero amato l'arte. L'arte, l'arte francese del suo tempo, è la sua distrazione, il suo passatempo, anche la sua consolazione. Sembra che la grazia e il gusto di tutte le cose della sua epoca le appartengano. Tutto il secolo è una grande reliquia della favorita ». Architettura, pittura, scultura, arti decorative, portano, in effetti, il marchio della marchesa, tutti i grandi artisti della sua epoca, da Boucher a Chardin, da Oudry a Vien, da Soufflot a Gabriel, hanno lavorato per lei e, grazie a lei, per la Corona. Per quanto i Goncourt ravvisino nella sua rapacità e nella sua mancanza di scrupoli il simbolo delle forze distruttive che hanno minato dal suo interno la più antica monarchia d'Europa, i due esteti amano troppo il Settecento per non rendere piena giustizia all'importanza del suo mecenatismo artistico.

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IL LIBRO
Madame de Pompadour
di Edmond e Jules de Goncourt ( Castelvecchi, pagg. 277 euro 19,50)

 http://machiave.blogspot.it/2014/01/amanti-e-regine-nella-storia-della.html

venerdì 14 luglio 2017

L'invenzione del paradiso borbonico

San Leucio


Giuseppe Galasso, Il paradiso borbonico? E' solo un'invenzione nostalgica, Corriere del Mezzogiorno, 13 luglio 2017

Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.
Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale».Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.
Si potrebbe continuare, ma conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).
Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
La quale onda rivela, intanto, sempre più la sua macroscopica e inattesa incapacità di dar luogo a un qualsiasi serio movimento politico di qualche, sia pur minima, consistenza. E già questo dice quanto sia debole la sua spinta culturale, benché agiti temi tra i più orecchiabili e utilizzabili in chiave demagogica e tra i più ascoltati e utilizzati a sostegno dei movimenti di tipo «leghista» in Italia e altrove («conquista piemontese» e sue violenze, rapina e sfruttamento dello Stato unitario a danno del Sud, e così via). Da ultimo, poi, si è aggiunto il tema della «nazione napoletana», senza, peraltro, mostrare una sufficiente informazione sulla sua antica e complessa storia, e come se fosse una postuma scoperta di oggi, mentre è il tema di tutta la maggiore e migliore storiografia meridionale, da Angelo di Costanzo nel ‘500 a Giannone nel ‘700, e poi a Cuoco e a Croce, nonché ai continuatori della stessa tradizione.
Tutto a posto, dunque? Tutto si spiega e si vanifica? Evidentemente no. Se nel breve giro di un paio di decenni si diffonde a tal punto una certa moda culturale, sia pure senza capacità di riflessi politici, allora vuol dire che qualcosa non va sotto il nostro cielo. Vuol dire che ci dev’essere un perché più profondo dell’atteggiamento di moda. Le risposte possono essere molte: la sprezzante sfida nordista della Lega, che non poteva non provocare una reazione meridionale; o la progressiva scomparsa del Mezzogiorno dalla più immediata e importante agenda politica italiana; o la conseguente sensazione di un’estrema, definitiva difficoltà a trovare nello Stato italiano, come si era sperato soprattutto dal 1945 al 1990, un modo di compensare e superare le gravi negatività della politica italiana verso il Mezzogiorno dopo il 1860, da subito denunciate dal pensiero meridionalistico; o, ancora, le difficoltà dovute alla non ancora superata crisi di questo Stato, che sul Mezzogiorno per forza di cose si sono ripercosse in peggiore maniera e misura.
La ragione eminente pare, però, sempre più la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Unione Europea non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. Si è verificato così il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte.
È su questo fronte che appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno.

mercoledì 12 luglio 2017

Hopper e Sally Storch

 Sally Storch vient d'une famille d'artistes avec des racines dans l'école de Paris du début du XXe siècle. Sa grand-tante Bertha Rihani a vécu et peint à Paris dans les années 1920 et a été amie de Henri Matisse et Kees Van Dongen en particulier. Une autre tante, peintre Stephanie Stockton, a assisté à l'Art Students League de New York . Storch a passé beaucoup de temps avec ses deux tantes, et la synthèse de ces deux femmes peintres fut particulièrement influentes pour elle.
La force motrice dans les peintures de Sally Storch est sa capacité de conteur. Son travail offre une vision pure des gens ordinaires sans sentimentalisme. Ses peintures sont composées de scénarios complexes, chaque personne vivant sa propre histoire. Elle leur permet d'aller dans leur vie privée, alors que nous en tant que spectateurs, nous tentons de démêler le récit.



 


http://machiave.blogspot.it/2016/09/hopper-cape-cod.html

Sally Storch


Sally Storch


lunedì 10 luglio 2017

Vladimir Jankélévitch, filosofo del non so che




Roberto Esposito, La filosofia del non so che  Jankélévitch esploratore del pensiero quotidiano, la Repubblica, 10 febbraio 2012


In una stagione, come questa, caratterizzata dalla assoluta incertezza delle prospettivee quasi da un'inafferrabilità di ciò che sta al fondo dell' esperienza quotidiana, il pensiero di Vladimir Jankélévitch, espressamente rivolto alle figure del non-so-che e dell' incompiuto torna ad interpellarci. "Un lampo... poi la notte! - O fuggitiva beltà,/ per il cui sguardo all' improvviso sono rinato,/ non potrò vederti che nell' eternità?/ In un altro luogo, ben lontano di qui, e troppo tardi, mai forse!/ Perché ignoro dove fuggi, e tu non sai dove io vado". E' difficile trovare qualcosa che, più di questi versi di Baudelaire, dedicati A una passante (in I Fiori del male), restituisca l' ispirazione e la tonalità di fondo del filosofo, di cui, a pochi mesi di distanza da Il non-so-che e il quasi-niente, esce adesso, sempre da Einaudi, e ancora a cura e con una intensa introduzione di Enrica Lisciani Petrini, Da qualche parte nell' incompiuto.
Nelle pagine iniziali del libro- costituito da una lunga intervista fattagli dall' allieva e scrittrice Béatrice Berlowitz - , il filosofo descrive l' Occasione come un lampo fuggitivo, una traccia inafferrabile, una stella cadente che scompare nel momento stesso in cui si accende. In essa la novità irrompe, improvvisa, nel teatro del mondo, per poi esplodere in mille frammenti. Per afferrarla prima che si dissolva, bisogna attendere l' attimo propizio, anticipandola nei suoi movimenti repentini come il cacciatore con una velocissima preda. E' perciò che all' Occasione ci si avvicina sulla punta dell' anima - afferma Giovanni della Croce -, sapendo che difficilmente tornerà a battere una seconda volta alla nostra porta. E tuttavia non si deve scambiare quest' attenzione all' aspetto instabile delle cose, al rincorrersi abbagliante e caduco delle apparenze, con una sorta di relativismo etico.
L' intera vita di Jankélévitch sta a dimostrare il contrario. Iscritto nel 1940 al Front populaire, quando vengono promulgate le leggi razziali in Francia il filosofo ebreo-francese di origine russa entra in clandestinità per battersi nella Resistenza. Dopo la guerra il suo impegno, sempre nella sinistra, non viene mai meno, per trovare nel Sessantotto una nuova occasione di militanza, fino alla battaglia in difesa dell' insegnamento della filosofia nei Licei.
E allora? Come conciliare l' eleganza impalpabile, la seduzione dello charme, la leggerezza di una scrittura aderente fino alle più intime fibre al carattere chiaroscurale dell' esistenza, con la dura intransigenza etica delle sue scelte e anche con un testardo rigore filosofico? La curatrice italiana del libro lo spiega richiamandosi al plafond bergsoniano di Jankélévitch: considerando, come fa appunto Bergson, l' intera realtà un flusso temporale in continuo mutamento, egli esclude che si possa accedere all' essenza ultima delle cose, che resta così imperscrutabile ed ineffabile. Ma proprio per questo, all' interno dell' unico mondo in cui si snoda la nostra vita abbiamo piena libertà di comportamento e dunque tutta la responsabilità delle nostre azioni. Naturalmente, essendo la realtà stessa costituita da un tessuto mobile, sfrangiato e plurale, anche il nostro atteggiamento non potrà essere definito da un rigido schema normativo, dovrà tenere conto di situazioni diverse, aderendo alle infinite pieghe della vita come di volta in volta ci si presenta. Da qui non solo il rifiuto di ogni imperativo categorico di matrice kantiana, ma anche la dichiarata sintonia con un sociologo del quotidiano come Simmel - su cui si veda la recentissima monografia di Antonio De Simone, Conflitto e società (Liguori). Ciò che li unisce è una medesima sensibilità per i fenomeni più ordinari, pulviscolari, dell' esistenza - il tutto-il-giorno di tutti i giorni, come egli stesso si esprime. Al suo fondo vi è il rifiuto di ogni pretesa di conoscere l' intero significato di ciò che si sta facendo, della vita effettiva colta nel suo semplice farsi.
Se si chiede all' acrobata come fa a mantenersi sulla punta della guglia di Notre-Dame, egli perderà l' equilibrio e si schiaccerà al suolo, come la farfalla che, avvicinatasi troppo al fuoco, rischia di diventare un pizzico di ceneri. Ciò non vuol dire, per Jankélévitch, chiudersi nel recinto dell' assoluta immanenza - come accade, invece, a Deleuze lungo l' altra filiera che si origina da Bergson. Non a caso resta forte in lui il richiamo alla mistica ebraica, spagnola ed anche russa. Lo stesso tema del "non-so-che" è, del resto, riconducibile a quell' Angelus Silesius che in uno dei suoi primi distici del Pellegrino cherubico, scrive "Ciò che sono non lo so ancora, ciò che so, non lo sono più". Il punto da cogliere, per penetrare nel nucleo più intimo del discorso di Jankélévitch, in una forma che lo accosta ad autori altrettanto eterodossi come Georges Bataille e Michel Leiris, è che la sfera del mistico,o del sacro, non trascende il piano del quotidiano, ma fa tutt' uno con esso (si veda, di Leiris, lo straordinario testo Il sacro nella vita quotidiana, ora in Il collegio di sociologia, Bollati Boringhieri 1991). E' così che tutte quelle che possono sembrare delle aporie non sono altro che la paradossale convergenza dei contrari sottesa all' intera riflessione di Jankélévitch. Essi, tutt' altro che escludersi, o ricomporsi in una sintesi dialettica, si coappartengono, fino a costituire l' uno il cuore segreto dell' altro. Così accade, nella sfera dell' etica, per il rapporto, apparentemente antinomico, tra l'
esperienza del perdono e l' irredimibilità della colpa.
Una volta fatto, il male non si cancella: nulla può portare in vita l' esistenza violata o distrutta, come quella del popolo ebraico nel genocidio. Da questo punto di vista il crimine è in sé imperdonabile. Ma proprio ciò che è in sé imperdonabile sfida il perdono a toccare il suo margine più estremo, come un amore non ricambiato è, più di ogni altro, il "puro amore" - atto di dedizione assoluta, senza condizioni o ricompense. E' la stessa relazione contraddittoria che lega in un unico nodo musica e silenzio. Non soltanto la musica è circondata, scandita, inaugurata dal silenzio. Nel suo fondo inascoltato, è silenzio essa stessa. La musica vive del silenzio, come nei pianissimo di Albéniz, nei passaggi tonali di Debussy, nelle battute mute di Liszt. In queste pagine su musica e silenzio, musicali anche esse, Jankélévitch dà il meglio di se stesso. Il silenzio è origine, materia e fine della musica. Un respiro tacito che la penetra e l' avvolge spingendola oltre se stessa verso quell' ineffabile che esprime il mistero stesso della vita. E che altro è, la vita, per venire all' ultimo contrasto, se non insieme il contrario e il luogo elettivo della morte. Più che ciò che resiste alla morte, come ancora sosteneva il grande medico Bichat, la vita è ciò che resiste a qualcosa che è essa stessa. Essa è la prima contraddizione da cui tutte le altre provengono. Perciò l' immagine minacciosa dello scheletro con la falce è insieme errata e giusta. La morte non è un drago che aggredisca la vita dall' esterno, ma una forza della vita che, senza dirci come, dove e quando, nasce al suo interno fino ad inghiottirla nel suo vuoto di senso.


http://machiave.blogspot.it/2013/03/la-verita-la-grazia-il-silenzio.html


domenica 9 luglio 2017

La storia di Huey Long




Huey Long (1893-1935) was a powerful Louisiana governor and U.S. senator. A successful lawyer, he rose through the ranks of the Louisiana government to take over the state’s top post in 1928. The charismatic Long dominated virtually every governing institution within Louisiana, using that power to expand programs for underdeveloped infrastructure and social services. He entered the U.S. Senate in 1935, where he developed a fervent following for his promises of a radical redistribution of wealth. Long had launched his own national political organization and was prepared to run for the presidency when he was killed by the son-in-law of a political opponent. (http://www.history.com/topics/huey-long)


 

Alessandro Casiccia


Sulla personalità di Huey Long e i tratti caratterizzanti la sua storia, si è riaccesa nel 2017 l’attenzione della stampa e in genere dei media. Facendo ampio ricorso all’abusata espressione “populismo”, sono stati operati accostamenti e si son volute trovare analogie diverse: sul piano storico, con l’esperienza successiva di George Wallace (che già abbiamo visto) e ancor più con quella attuale di Donald Trump; sul piano letterario un riferimento ricorrente è con il romanzo di Sinclair Lewis It can’t happen here, tradotto una prima volta in Italia come Qui non è possibile e recentemente ristampato con il titolo Da noi non può succedere. La storia è quella di un politico carismatico e demagogico che riesce a raggiungere la presidenza promettendo di fare grande l’America varando grandi riforme sociali; e finisce con l’instaurare una dittatura personale incarcerando gli avversari e deformando l’”eccezione” americana.
Dal romanzo si trassero un’opera teatrale nel 1936, e un ilm TV nel 1968. Ma ispirato alla vicenda di Long fu anche il romanzo di Robert Penn Warren Tutti gli uomini del re: da cui un film di Robert Rossen nel 1949 e uno di Steven Zaillian nel 2006. Si narra l’ascesa e la caduta di un politico che prima diviene governatore di uno stato del sud e aumenta la sua popolarità sollevando dalla miseria i diseredati ma poi viene trascinato in un vortice di compromessi e corruzione da cui nessuno potrà salvarlo. E finisce assassinato. (Il titolo viene da una filastrocca per bambini introdotta da Lewis Carrol nella seconda storia di Alice.)
E’ probabile però che le elaborazioni letterarie e cinematografiche della parabola Huey Long non ne abbiano realmente colto il senso. Ma soprattutto impropri oltremodo sono gli attuali accostamenti a Trump. Le riforme introdotte nei primi anni trenta dal governatore della Louisiana riguardarono l’occupazione, la sicurezza sociale, la progressività del prelievo fiscale, la ridistribuzione della ricchezza (Share our wealth fu denominato un suo programma). La sanità, e l’istruzione divennero gratuite. E poterono trarne vantaggio non solo i bianchi disagiati ma anche gli afroamericani. Quest’ultimo punto fu quello che irritò i membri del Ku Klux Klan, normalmente favorevoli, nel Sud, al Partito Democratico. Quanto ciò possa poi contribuire a far più luce sull’attentato è impossibile dirlo. Troppo tempo è passato. Forse l’atteggiamento pesantemente critico di parte del mondo intellettuale e politico su esperienze di quel tipo è anche riconducibile al classico tema dell’intervento pubblico nell’economia. Presenza che da un lato stava per attuarsi in misura seppur limitata nel corso del New Deal, ma d’altro lato appariva (e soprattutto oggi appare) difficilmente compatibile con le versioni convenzionali della cultura puritana. Ma ancor più incompatibile con l’ “antistatalismo” neoliberista pervicacemente dominante. Nonostante tutto.

http://www.wtnews.it/4403/rubriche/tutti-gli-uomini-del-re


venerdì 7 luglio 2017

Irma Brandeis trasposta

La sezione di letteratura al Bard College. Irma Brandeis è in alto, al centro. L'uomo che tiene tra le mani un libro aperto, alla destra di lei, è Saul Bellow.

D. M. Hertz, Eugenio Montale, the Fascist Storm and the Jewish Sunflower, University of Toronto Press, 2013, pp. 247-248

It is commonly assumed that Irma Brandeis was the model for Domna Rejnev, one the main characters in McCarthy's Groves of Academe.  

Mary McCarthy, The Groves of Academe, Harcourt Inc., Orlando (Florida) 1992 [1952], pp. 37-38

Domna Rejnev was  the youngest member of the Literature department, a Radcliffe B.A., twenty-three years old, teaching Russian literature and French. To deter familiarities, she wore a plan smock in her office that gave her something of the look of a young woman scientist or interne. Her grandfather had been a famous Liberal, one of the Leaders of the Cadet party in the Duma; her father, a well-educated man, a friend of Cocteau and Diaghileff, sold jewelry for a firm in Paris. She herself was a smoldering anachronism, a throwback to one of those ardent young women of the Sixties who cut their curls short, studied Hegel, crossed their mammas and papas, reproved their suitors, and dreamed resolutely of a "new day" for peasants, workers and technicians. Like her prototypes, she gave the appearance of stifling in conventional surroundings; her finely cut, mobile nostrils quivered during a banal conversation as though, literally, seeking air. Her dark, stark, glossy hair was worn short and lose, without so much as a bobby-pin; she kept ruffling an impatient hand through it to brush it back from their eyes. She had a severe, beautiful, clear-cut profile, very pure ivory skin, the color of old piano-keys; her lips, also, were finely drawn and a true natural pink or rose. Her very beauty had the quality, not of radiance or softness, but of incorruptibility; it was the beauty of an absolute or of a political theorem. Unlike most advanced young women, she dressed quietly, without tendentiousness - no ballet-slippers, bangles, dirndls, flowers in the hair. She wore dark suits of rather heavy, good material, cut somewhat full in the coat-skirts: the European taylor-made. Only her eyes were an exception to this restraint and muted gravity of person; they were grey and queerly lit from within, as by some dangerous electricity; she had a startling intensity of gaze that never wavered from his object, like that of a palmist or a seer.

domenica 2 luglio 2017

Indietro tutta


regressione  Ritorno a stadi precedenti rispetto all’oggetto, allo sviluppo della libido o a quello dell’Io. Il concetto di r. è stato inizialmente proposto da Freud nell’interpretazione dei sogni, in un triplice senso: r. topica, nel senso dello schema dell’apparato psichico (conscio, preconscio, inconscio); r. temporale, nel senso di un ritorno a formazioni psichiche più antiche; r. formale, nel senso che modi di espressione più arcaici vengono sostituiti a quelli abituali. La r. topica vale particolarmente per il sogno, mentre quella temporale si adatta allo schema di una successione di tappe dello sviluppo psicosessuale o della relazione d’oggetto.
Adattamento e regressione. Progressione e r. sono due fasi o processi necessari per l’adattamento alla dimensione del reale. L’equilibrio individuale impone che quando il mondo esterno pone problemi o richieste si sia in condizione di rispondere, così come si deve rispondere a esigenze provenienti dalla propria realtà interiore.Quando l’individuo è in equilibrio psichico è in grado di rispondere alle mutevoli sollecitazioni; in sostanza il rapporto tra dimensione inconscia e Io funziona in modo adeguato e la direzione psichica, la libido, ha un andamento progressivo. Quando l’individuo non riesce più a rispondere alle richieste, la spinta progessiva si interrompe e prevale il meccanismo regressivo.
Aspetti clinici. La libido riceve nel processo regressivo una sorta di concentrazione. In sostanza nell’individuo si instaura una polarità prevalente, per cui simboli e immagini che hanno origine dall’interno finiscono con il dominare. Gli elementi simbolici hanno il valore di soluzione, anche se parziale, del problema e componenti ereditati (archetipi) emergono quando vengono attraversate le fasi importanti della crescita e dello sviluppo psichico. Alla prima fase di r., dopo che l’Io psichico è in grado di rendere migliore la comunicazione fra coscienza e inconscio, segue una nuova fase di regressione. Se la r. persiste non si ha un’adeguata capacità di interpretare i simboli e nascono situazioni di conflitto, con tensioni che si concretizzano assumendo il valore di disturbi della psiche (nevrosi). Se le esigenze interne sono prevalenti e non controllate, la realtà esterna è vista come ostile e in qualche modo distruttiva, per cui emergono limitazioni di comportamento (attacchi di panico, agorafobia, claustrofobia, ecc.). Se, al contrario, la tendenza è verso il mondo esterno, se cioè il soggetto finisce con il mettere da parte la propria dimensione interiore, le pulsioni interne finiranno con l’emergere anche in forme potenti e genereranno quel complesso di disturbi che causano la sintomatologia psicosomatica. (treccani.it)


http://www.treccani.it/enciclopedia/aufhebung_%28Dizionario-di-filosofia%29/