mercoledì 5 dicembre 2018

Lager in Libia


Paolo Borgna, Lager in Libia. L’orrore delle torture in una sentenza che ha fatto storia, Avvenire, 20 novembre 2018

Non si scrivono sentenze per scrivere la storia. Ma accade che, per scrivere la storia, certe sentenze siano utili. Tale è la sentenza emessa nell’ottobre 2017 dalla Corte d’Assise di Milano che, col crisma di una decisione giudiziaria al termine di un processo garantito, descrive l’inferno che già inchieste e reportage giornalistici, dossier Onu e denunce politiche avevano raccontato: la realtà dei centri libici di detenzione per migranti. A essa è ora dedicato anche un libro: L’attualità del male, La Libia dei Lager è verità processuale (a cura di Maurizio Veglio, Seb 27), in uscita proprio in questi giorni.
Perché una Corte italiana si occupa di fatti avvenuti in Libia? All’inizio, c’è un fatto casuale. Dei vigili urbani di Milano, un giorno del settembre 2016, di fronte alla stazione Centrale, vengono chiamati da un gruppo di cittadini somali che tiene bloccato un connazionale: si chiama Osman Matammud.
È l’uomo che, mesi prima, li aveva sequestrati e seviziati in un campo libico in cui erano transitati prima di arrivare irregolarmente in Italia. La Procura di Milano, raccolte le prime testimonianze, procederà solo dopo che il guardasigilli Orlando avrà dato l’autorizzazione (prevista, dall’art. 10 del nostro codice, per gravi reati commessi all’estero, quando il colpevole si viene a trovare in Italia). Seguirà una seria indagine in cui alle numerose testimonianze si affiancheranno perizie antropologiche e medico-legali (sui postumi delle torture) e l’esame delle immagini trovate sul cellulare sequestrato all’imputato. Nella sua requisitoria finale il pm Marcello Tatangelo – magistrato noto per la sua esemplare sobrietà di linguaggio – dirà di aver scoperto «una situazione paragonabile a quella di un lager nazista».
Sullo sfondo: il collasso di uno Stato autoritario che apre la strada a una proliferazione di governi autoproclamati e a un’anarchica economica fondata sulla schiavitù. Il viaggio, a bordo di pick-up, dal Sud subsahariano verso la Libia, di uomini e donne che già sanno di affrontare mesi di inferno ma disposti a pagare questo prezzo pur di raggiungere l’Europa. Responsabili della sicurezza di raffinerie che fanno i contrabbandieri e che diventano capi di milizie e poi responsabili di centri di detenzione. La simbiosi tra Guardia costiera libica (che intercetta in mare i migranti e li consegna ai centri detentivi) e le milizie locali coinvolte nei traffici. L’accordo tra il governo di al-Serraj e le milizie private al fine di interrompere il flusso di profughi; per cui «i trafficanti di ieri sono i poliziotti di oggi».
Ma non è tanto questo a scandalizzarci: la storia è piena di esempi di 'banditi' che, all’esito di rivolgimenti politici, diventano poliziotti. Ciò che scandalizza è come sono gestiti i campi (ricavati in fabbriche, magazzini abbandonati, hangar non areati) e cosa vi accade: la privazione della libertà a tempo indefinito (fuori da qualunque giurisdizione); la possibilità di essere liberati (e quindi messi sui barconi verso l’Europa) solo con il pagamento di denaro da parte dei familiari; la richiesta telefonica di invio di denaro ai parenti rimasti nei Paesi di origine, con pestaggi e sevizie 'in diretta' telefonica; la malnutrizione; la promiscuità; le condizioni igieniche che generano epidemie; gli stupri; le spranghe di ferro; le fruste; i sacchetti di plastica sulle spalle dei prigionieri, per far colare la plastica liquefatta incandescente sulle loro schiene; le scariche elettriche; e, infine, l’omicidio dei torturati i cui parenti non pagano; la persona umana ridotta a merce di scambio. Non si può, in poche righe, riassumere l’orrore che trasmettono queste pagine. Al termine della lettura, viene solo da dire: «Leggete questo libro, per favore. Non girate la testa dall’altra parte». Anche chi ritiene che l’accoglienza non possa essere illimitata. Anche chi teme che un assoluto e non governato diritto alla mobilità delle persone possa minare la coesione sociale dei Paesi europei (e per questo abbiamo bisogno di un grande piano Marshall per l’Africa, secondo progetti su cui Avvenire fa costante informazione). Anche chi pensa che, nei decenni scorsi, le élite europee abbiano sottovalutato l’impatto del fenomeno migratorio sulle fasce sociali più deboli delle nostre popolazioni (a cominciare dalla microcriminalità di strada). Anche costoro non possono non provare orrore di fronte alla tortura. Non possono evitare la domanda: «Ma è questo che noi vogliamo?» Non possono far finta di non capire che, se davvero vogliono difendere la civiltà occidentale, non possono accettare in silenzio che i valori su cui si fonda questa civiltà siano quotidianamente calpestati per milioni di persone.
Non possono dimenticare che, solo dopo secoli di tragedie della storia europea, abbiamo avuto il miracoloso incontro di umanesimi di diversa radice (religiosa, filosofica, culturale, politica) che hanno un comune codice genetico: il rifiuto che, in qualunque circostanza, «l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa» (Beccaria). Nei nostri Tribunali, giustamente, la connivenza non è complicità: assistere alla commissione di un reato senza intervenire (a meno che la legge ti attribuisca il dovere di farlo) non significa essere corresponsabili di quel reato. Ma di fronte al Tribunale della storia, quando i nostri nipoti giudicheranno il nostro silenzio davanti al male, ogni connivenza sarà chiamata complicità.

domenica 2 dicembre 2018

Il fantasma della bellezza perduta

Venere Medici
La vecchia è uno tra i personaggi che popolano il Candido (1759) di Voltaire. Compare nel capitolo VI e non sembra avere un altro nome fino a quando, nel capitolo XI, non viene posta al centro della scena: "Storia della vecchia" è il titolo. Lei prende subito la parola per affrontare il tema della sua apparenza fisica. Se il nome a lei attribuito poteva essere una sorta di stigma, ora arriva il risarcimento. La locuzione "non sempre" viene ripetuta per tre volte. Un esorcismo che dà luogo all'evocazione di una immagine ben diversa, che esprime lo splendore della bellezza trionfante. 












Io non sono stata sempre cogli occhi cisposi e orlati di scarlatto, il mio naso non è sempre andato a ritoccarsi col mento, nè sono stata sempre serva. Io sono figlia di papa Urbano decimo, e della principessa di Palestrina. Fui fino all’età di quattordici anni allevata in un palazzo, a cui tutti i castelli dei vostri baron tedeschi avrebbero potuto servire da stalla; e valeva più uno dei miei abiti che tutte le magnificenze della Vesfalia. Crescevo in bellezza, in grazia e in talento, in mezzo ai piaceri, agli ossequi ed alle speranze, e ispiravo già amore; e che petto! bianco, fermo, scolpito come quello della Venere de 'Medici; che occhi! che palpebre! che ciglia! che fiammelle scintillavano dalle mie pupille, e oscuravano il fulgore delle stelle! come di mi dicevano i poeti del luogo. Le donne che mi vestivano e mi spogliavano cadevano in estasi, guardandomi dal davanti e dalla schiena; e tutti gli uomini avrebbero voluto essere al loro posto.
 
Je n’ai pas eu toujours les yeux éraillés et bordés d’écarlate; mon nez n’a pas toujours touché à mon menton, et je n’ai pas toujours été servante. Je suis la fille du pape Urbain X et de la princesse de Palestrine. On m’éleva jusqu’à quatorze ans dans un palais auquel tous les châteaux de vos barons allemands n’auraient pas servi d’écurie; et une de mes robes valait mieux que toutes les magnificences de la Vestphalie. Je croissais en beauté, en grâces, en talents, au milieu des plaisirs, des respects, et des espérances: j’inspirais déjà de l’amour; ma gorge se formait; et quelle gorge! blanche, ferme, taillée comme celle de la Vénus de Médicis; et quels yeux! quelles paupières! quels sourcils noirs! quelles flammes brillaient dans mes deux prunelles, et effaçaient la scintillation des étoiles! comme me disaient les poëtes du quartier. Les femmes qui m’habillaient et qui me déshabillaient tombaient en extase en me regardant par devant et par derrière; et tous les hommes auraient voulu être à leur place. 

https://generazionediarcheologi.com/2015/10/19/uffiziarcheologia-la-vendetta-della-venere-medici/

giovedì 29 novembre 2018

Alle origini del neoliberismo

Ludwig von Mises

Paolo Di Motoli,
Neoliberalismo, tutto cominciò nella Camera di commercio a Vienna
il manifesto, 29 novembre 2018



Lo storico del Wellesley college (Massachussets) Quinn Slobodian ha pubblicato di recente un testo (Globalist. The End of Empire and the Birth of Neoliberalism, Harvard University Press) che intende raccontare la nascita del neoliberalismo da un punto di vista differente rispetto alla vulgata comune anche tra gli scienziati sociali.
Secondo l’autore uno degli ostacoli principali nel raccontare il neoliberalismo, ponendosi dal punto di vista dei suoi animatori, è l’eccessiva fiducia nelle categorie interpretative del celebre storico dell’economia e antropologo Karl Polanyi.
L’INFLUENZA RETROATTIVA della sua opera più importante dal titolo La grande trasformazione ha prodotto una narrazione del neoliberalismo (pur precedendolo) come di un movimento teorico volto a «liberare» dalla società il mercato interpretato come fatto naturale e realizzando l’utopia di un mercato che si regolamenta da solo. Questa narrazione si è di fatto sovrapposta alle reali intenzioni degli stessi autori ascrivibili al neoliberalismo che invece pensavano al mercato come intreccio di relazioni che deve fare affidamento sulle reti istituzionali.
Secondo Slobodian, fin dai suoi esordi, il neoliberalismo austriaco non avrebbe cercato di abbattere lo stato, ma di creare un ordine internazionale ben strutturato in grado di salvaguardare la proprietà privata dalle ingerenze dei singoli stati. Questo pensiero era il frutto di una reazione di stampo conservatore al crollo dell’impero asburgico.
LO STORICO FA INIZIARE il neoliberalismo non dall’autonarrazione eroica che ne fecero i membri della Mont Pèlerin society (otto premi Nobel al suo interno) del 1947 che nella pubblicistica si è sempre battuta per il liberalismo e per la società aperta, ma dall’edificio della Camera di commercio di Vienna dove Ludwig Von Mises cominciò a lavorare a partire dal 1909.
MISES RITENEVA il crollo asburgico come una minaccia per la proprietà privata poiché questa era garantita in passato dall’imperatore mentre con la democrazia poteva essere messa in discussione e controllata dallo stato. L’avvento del fascismo venne salutato da Mises con sollievo e l’ordoliberale tedesco Wilhelm Röpke gli fece eco con ancora maggiore convinzione. Il teorico tedesco scrisse nel 1964 che i neri del sud Africa appartenevano a un livello di civiltà inferiore e che l’apartheid non era oppressivo e assieme alla Rhodesia era uno dei bastioni della civiltà bianca attaccata dal nuovo ordine postcoloniale. William Hutt, economista inglese ascrivibile alla scuola austriaca che lavorò alla Cape Town University teorizzava la difesa dell’occidente bianco, cristiano e caucasico da quello che chiamava in epoca postcoloniale «imperialismo nero». Slobodian non ci parla di Milton Friedman e delle politiche reaganiane ma dei neoliberali che da Vienna passarono a Ginevra (sede della Società delle Nazioni dal 1920) focalizzando il loro pensiero sulla politica globale.
DOPO GLI ECONOMISTI, pronti a mettere in discussione lo statuto epistemologico stesso della loro disciplina – poiché la sua istituzionalizzazione rischiava di per sé di portare a pianificazione e redistribuzione – venne una nuova generazione di giuristi come Ernst-Ulrich Petersmann che lavorarono per costruire ordini internazionali e intergovernativi per il commercio e la protezione legale della proprietà privata. Von Hayek in una lettera al Times di Londra del 1978 sosteneva che le libertà personali erano più ampie sotto il regime di Pinochet piuttosto che sotto Allende, avendo in mente proprio la difesa della proprietà privata.


mercoledì 28 novembre 2018

Ebbene, Signore, vi amo


Arlecchino.
Ah! Signora, non fosse entrato lui vi avrei detto cose splendide, e invece adesso troverò solo idee banali, a parte il mio amore che è straordinario. Ma riguardo al mio amore quand'è che il vostro gli farà compagnia?
Lisette.
C'è da sperare che questo accada.
Arlecchino.
Ma voi credete che possa accadere?
Lisette.
La domanda è piccante; mi mettete in imbarazzo: vi rendete conto?
Arlecchino.
Che volete? Brucio e grido al fuoco.
Lisette.
Se mi fosse permesso di spiegarmi così, rapidamente...
Arlecchino.
Per me, in coscienza potete farlo.
Lisette.
Il riserbo del mio sesso non vuole.
Arlecchino.

Adesso il riserbo non sembra tanto forte; lascia intravedere ben altre concessioni.
Lisette. 
Ma voi cosa mi chiedete?
Arlecchino.
Ditemi giusto un po' che mi amate. Insomma vi amo, fate eco, ripetete, Principessa.
Lisette.
Insaziabile! Ebbene, Signore, vi amo.
Arlecchino.
Ebbene, Signora, mi sento morire; sono confuso da tanta felicità, ho paura di dare i numeri. Mi amate! Che meraviglia!
Lisette.
 
Potrei essere a mia volta sorpresa dalla rapidità del vostro omaggio. Forse vi piacerò di meno quando ci conosceremo meglio.
Arlecchino.
Ah, Signora, quando avverrà sarò io a rimetterci; ci sarà molto da sottrarre.
Lisette.
Mi supponete più qualità di quelle che realmente posseggo.
Arlecchino.
E voi, Signora, non sapete nulla dei miei difetti, mi dovrei solo inginocchiare per parlarvi.
Lisette.
Ricordate che non siamo padroni del nostro destino.
Arlecchino.
I padri e le madri fanno tutto di testa loro.
Lisette.
Per me, il mio cuore vi avrebbe scelto in qualunque stato vi foste trovato.
Arlecchino. 
E' libero di scegliermi ancora.
Lisette.
Posso lusingarmi che fareste lo stesso con me?
Arlecchino.
Ahimè! Quand'anche foste una qualsiasi Mariella o Rosetta, quand'anche vi vedessi scendere in cantina con la candela in mano, sareste sempre la mia Principessa.
Lisette.
Potessero durare sentimenti così belli!
Arlecchino.
Per fortificarli da entrambi i lati, giuriamo di amarci per sempre, nonostante tutti gli
errori di ortografia da voi commessi sul mio conto.
Lisette.
Ho più interesse che voi a fare quel giuramento, e lo faccio con tutto il cuore.
Arlecchino si inginocchia.
La vostra bontà mi abbaglia e mi prosterno davanti ad essa.
Lisette.
Smettetela. Non posso soffrirvi in quella postura, sarei ridicola se vi lasciassi stare così.  Alzatevi. Ecco di nuovo qualcuno.




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Arlequin. Ah ! Madame, sans lui j’allais vous dire de belles choses, et je n’en trouverai plus que de communes à cette heure, hormis mon amour qui est extraordinaire. Mais à propos de mon amour, quand est-ce que le vôtre lui tiendra compagnie ?

Lisette. Il faut espérer que cela viendra.

Arlequin. Et croyez-vous que cela vienne  ?

Lisette. La question est vive; savez-vous bien que vous m’embarrassez ?

Arlequin. Que voulez-vous? Je brûle et je crie au feu.

Lisette. S’il m’était permis de m’expliquer si vite…

Arlequin. Je suis du sentiment que vous le pouvez en conscience.

Lisette. La retenue de mon sexe ne le veut pas.

Arlequin. Ce n’est donc pas la retenue d’à présent; elle donne bien d’autres permissions.

Lisette. Mais que me demandez-vous ?

Arlequin. Dites-moi un petit brin que vous m’aimez. Tenez je vous aime moi, faites l’écho, répétez Princesse.

Lisette. Quel insatiable ! Eh bien, Monsieur, je vous aime.

Arlequin. Eh bien, Madame, je me meurs; mon bonheur me confond, j’ai peur d’en courir les champs. Vous m’aimez ! Cela est admirable !

Lisette. J’aurais lieu à mon tour d’être étonnée de la promptitude de votre hommage. Peut-être m’aimerez-vous moins quand nous nous connaîtrons mieux.

Arlequin. Ah, Madame, quand nous en serons là, j’y perdrai beaucoup; il y aura bien à décompter.

Lisette. Vous me croyez plus de qualités que je n’en ai.

Arlequin. Et vous, Madame, vous ne savez pas les miennes, et je ne devrais vous parler qu’à genoux.

Lisette. Souvenez-vous qu’on n’est pas les maîtres de son sort.

Arlequin. Les pères et mères font tout à leur tête.

Lisette. Pour moi, mon cœur vous aurait choisi dans quelque état que vous eussiez été.

Arlequin. Il a beau jeu pour me choisir encore.

Lisette. Puis-je me flatter que vous soyez de même à mon égard ?

Arlequin. Hélas ! Quand vous ne seriez que Perrette ou Margot, quand je vous aurais vue le martinet à la main descendre à la cave, vous auriez toujours été ma Princesse.

Lisette. Puissent de si beaux sentiments être durables !

Arlequin. Pour les fortifier de part et d’autre, jurons-nous de nous aimer toujours, en dépit de toutes
les fautes d’orthographe que vous aurez faites sur mon compte.

Lisette. J’ai plus d’intérêt à ce serment-là que vous, et je le fais de tout mon cœur.

Arlequin, se met à genoux. Votre bonté m’éblouit et je me prosterne devant elle.

Lisette. Arrêtez-vous ; je ne saurais vous souffrir dans cette posture-là, je serais ridicule de vous
y laisser ; levez-vous. Voilà encore quelqu’un.




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Marivaux, Pierre Carlet de Chamblain de narratore e commediografo francese (Parigi 1688-1763). Fece i suoi primi studi a Limoges, dove il padre, magistrato, era stato trasferito, e a Parigi si dedicò ai corsi di diritto, frequentando in pari tempo i salotti letterari. Marivaux cominciò la sua attività con romanzi di valore assai modesto: Pharsamond ou Les folies romanesques (1714), Homère travesti ou l'Iliade en vers burlesques (1716), parodia che mostrò la sua scelta per i moderni nella “Querelle des Anciens et des Modernes”. Dopo aver satireggiato, cominciò a mostrare notevoli doti psicologiche in articoli sul Nouveau Mercure e trovò la sua strada nel teatro, in particolare coi comici italiani. L'avvio, tentato nel dramma Annibal (1720) fu infelice, mentre miglior esito ebbe l'Arlequin poli par l'amour (Arlecchino educato dall'amore) dello stesso anno. Era la premessa ai capolavori che in breve seguirono: La surprise de l'amour (1722), La double inconstance (1727), Le jeu de l'amour et du hasard (1730), Les fausses confidences (1737), Epreuve (1740). Marivaux nella sua opera volle staccarsi dal teatro di  Molière e trattò l'amore non come il tema necessario all'intrigo, ma da protagonista assoluto, analizzandolo. Marivaux è il poeta dell'amore nascente, il cantore dei turbamenti dell'animo, del dominio del cuore in ogni suo palpito più nascosto. Nel complesso si può dire che Marivaux è un moralista, una specie di Teofrasto moderno, dietro il grande esempio di La Bruyère e di altri osservatori del cuore umano. Nelle sue commedie la donna ha quasi sempre la parte principale e la prima eccellente interprete delle sue finezze amorose fu Silvia Baletti, forse a lui legata sentimentalmente. L'amore nel teatro di Marivaux nasce quasi sempre all'insaputa dei protagonisti. Così è nel primo capolavoro, La surprise de l'amour, tra Lelio e la contessa, così è ne Le jeu de l'amour et du hasard dove Silvia e Dorante finiscono per ritrovarsi attratti dal cuore nonostante i travestimenti, così è ne Les fausses confidences tra il barone e la baronessa. La perennità del tema e la sottigliezza della trattazione fanno di Marivaux un autore intramontabile. Il suo stile delicato, vicino al preziosismo, ma ai limiti di esso, stabilisce quel confine che gli imitatori non hanno saputo rispettare abbandonandosi a quel marivaudage spesso sinonimo di leziosismo. Se come romanziere Marivaux fu infelice nelle prime prove, notevole fu invece nella Vie de Marianne (1731-41) e nel Paysan parvenu (1735-36). Il primo, rimasto incompleto, storia delle avventure della protagonista narrate in età avanzata a un'amica, è però guastato da un moralismo troppo facile nel proclamare il trionfo del bene sul male; il secondo, storia di Jacob, in parallelo alla vita di Marianne, è lo specchio di un secolo dove per trionfare occorre piacere alle dame. Anche questo secondo romanzo subì aggiunte da parte di altri autori, vivente Marivaux, e gode di una rinnovata attenzione della critica. Accolto all'Accademia nel 1743, Marivaux visse dimenticato gli ultimi anni della sua vita. (sapere.it)

domenica 25 novembre 2018

Daniela delle Montagne, un ritratto



Simone Lorenzati



COLLE DI NAVA – Capita a tutti, nella vita, di voler inseguire un sogno, magari quello che si considera il lavoro della vita. Ma non tutti, però, provano poi davvero a coronare questa speranza. Daniela Balsamo, 39 anni, è titolare dell'azienda agricola Daniela delle Montagne e delle capre. E fin qui non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse per il percorso che l'ha portata a questa attività. Pinerolese di nascita ma cresciuta a Piossasco, paese che abbandona alla volta di Torino all'età di 17 anni.
Si diploma al Liceo Classico Cavour di Torino, iscrivendosi successivamente alla facoltà, sempre torinese, di Biologia. Balsamo decide di dare una svolta alla propria vita nel 2005, trasferendosi ad Arma di Taggia. Ma il vero cambiamento, sia di ambiente sia di lavoro, avviene ormai dieci anni fa, ossia nel 2008. Daniela decide di andare ad abitare sul Colle di Nava (località nota ai torinesi che amano la zona dell'imperiese) e di “riprendere ciò che, addirittura, avevo in mente dalla scuola elementare”, esordisce.
Già perché la scuola primaria frequentata da Balsamo, assolutamente sperimentale, prevedeva tre quarti delle lezioni all'interno di cascine nel pinerolese-torinese. “Ho imparato fin da piccola come si arava, come si seminava il grano, come si allevavano i maiali e cose simili. Questa passione, inoltre, è cresciuta nel periodo in cui sono stata scout, spessissimo in montagna. E così ho seguito quella specie di richiamo interiore che mi invitava a venire qui sul Nava, e a provare per davvero a seguire la mia strada”.
Certo vi sono stati, e vi sono a volte, momenti non esattamente piacevoli. “Per me, il clou della negatività è la macellazione. Perché saperlo in astratto, rispetto alla consapevolezza quotidiana, è cosa assai diversa” prosegue Balsamo che si ritiene pur sempre soddisfatta della scelta compiuta un paio di lustri fa. Giornate di lavoro che iniziano con la sveglia tra le 4 e le 5 del mattino, che non terminano mai prima delle 23.30 di sera, caratterizzate da una fatica fisica decisamente superiore ad ogni altra tipologia di attività svolta in precedenza. I sacrifici a livello di tempo, economico e fisico passano, tuttavia, in secondo piano rispetto alla bellezza del mondo che la circonda e che Daniela descrive con un entusiasmo davvero palpabile. Facendo l'allevatore “all'antica”, cioè non in batteria né a livello intensivo, il guadagno finale è, però, piuttosto relativo. Se poi, come successo lo scorso anno, causa siccità, il prezzo del fieno cresce in modo abnorme, ecco che quella parte di ricavo viene immediatamente reinvestita. Balsamo, nonostante l'innegabile bellezza di molte sue capre, spiega anche perché non abbia mai voluto partecipare, con qualcuna tra queste, a qualche concorso. “La mia è una scelta di totale rispetto verso gli animali, non amo portarli a gare o a concorsi. Se vogliamo, sebbene più di una persona mi abbia consigliato di farlo, è il motivo per cui sono in qualche modo fuggita dal mondo cittadino e quotidiano. Questa incessante concorrenza, in moltissimi campi, la respingo al mittente”, dettaglia.
Inoltre sarebbe piuttosto forte il rischio di “contagio”, venendo a contatto con altri animali, cosa che, ad esempio, porta, chi visita l'Azienda agricola di Balsamo, a poter visitare le stalle unicamente se dotato di calzari.
Insomma nessun rimpianto ripensando alla decina di anni trascorsi in supermercato, “le mie quaranta capre sono ciò che mi dà la forza di alzarmi al mattino, e sono anche il numero giusto per gestirle in prima persona autonomamente”. Certo il fieno va comprato perché in montagna è impensabile che un allevamento possa autosostentarsi, ed il rapporto con animali e montagna prevede anche raccolta differenziata unitamente ad un riciclo enorme (anche se questo comporta inevitabili “perdite di tempo”), in maniera tale che i confini tra lavoro e stile di vita diventino davvero labili. “Mi considero parte delle famiglia delle capre, senza dubbio alcuno. Nonostante il mondo vada sempre più globalizzandosi ritengo che ci sia spazio per una realtà come la mia, specie in considerazione del fatto che dispongo di un numero notevole di prodotti”.
Ovvio che la prospettiva, però, sia assolutamente particolare, dal momento che il prezzo, ad esempio, del formaggio di Balsamo, non è minimamente proporzionale al numero di ore ed alla quantità di lavoro che dietro a quel prodotto è presente. “E' la mia vita. Non ci sono grossi ricavi, anzi. Tuttavia non la scambierei con nessuna altra attività al mondo”.
Balsamo rifornisce cinque negozi, qualche ristorante e parecchi clienti privati, cosa che le permette di non avere grandi scorte in magazzino. Attualmente trenta, delle sue quaranta capre, sono in lattazione, il che significa circa cento litri di latte, leggasi dieci kg di formaggio fresco (con la stagionatura, invece, ovviamente la materia diminuisce ancora), al giorno. Capre al pascolo, mungitura, la fabbricazione del formaggio, tutte cose che Daniela compie da sola. “Io punto sulla qualità, chiaramente, anche dei miei animali, e non sulla quantità. Ho capre che mangiano molto, ma sempre al pascolo e sempre cibo naturale di derivazione boschiva” spiega ancora.
E adesso, dopo parecchio studio, la produzione prevede otto tipi differenti di formaggio (tra cui erborinati, caprino spalmabile ed un primo sale derivante da una particolarissima lavorazione), tipologie che la stessa Balsamo ha voluto creare in prima persona. Ovvio non sono sempre tutti ed otto disponibili, variando gli stessi a seconda delle stagioni (sono un paio, massimo tre, quelli presenti) ed in base al fatto che la stagionatura avvenga in cantina, con relativa variazione di temperatura, senza poi dimenticare le caratteristiche stesse del latte, anch'esse cangianti a seconda del periodo dell'anno. Ortaggi e verdura (patate, porri, cavoli), infine, ed un ottimo yogurt, completano la lista di prodotti che arrivano dal Colle di Nava. Ma tra le montagne di confine, a ben guardare, c'è un sottile filo che lega azienda e prodotti ad un sogno maturato nella pianura torinese.

sabato 24 novembre 2018

Savushun, una storia persiana





Francesca Cusumano, Suvashun: primo romanzo di una donna in Iran


Suvashun una storia persiana è il primo romanzo storico e di impegno civile dell’Iran  scritto, per di più da una donna, nel 1969. La cornice è quella dell’occupazione militare di Shiraz nel ’41 da parte delle truppe russe e inglesi che decidono di intervenire contro lo Shah Reza Khan,  sospettato di volersi alleare con la Germania, mettendo a disposizione dei nazisti le riserve di petrolio del suo paese. Sono gli anni della seconda guerra mondiale con intere città europee distrutte e bombardate dalla follia nazista. L’episodio iraniano che pure resta nella storia interna come una ferita ancora aperta nei confronti degli inglesi, ha  poca risonanza ed è poco conosciuto. A  Simin Daneshvar va  il merito di averlo riportato alla luce.
Padre fisico,  madre pittrice, Simin Daneshwar appartiene a una famiglia di intellettuali che le assicura la migliore educazione possibile a Tehran dove frequenta la scuola inglese Mehr Ain. Poi si iscrive all’università di Letteratura Persiana. Dopo la morte del padre, per supportare economicamente la famiglia, comincia a scrivere testi e articoli per Radio Tehran e per il giornale Iran e a lavorare come assistente in relazioni internazionali presso il Ministero degli Affari Esteri. Poi diventa traduttrice  di autori europei, fra cui Chechov e  Moravia. Scrive la sua tesi “Beauty as Treated in Persian Literature”, sotto la guida di Fatemeh Sayyah, la prima docente donna in un’università iraniana.
Ci sono tutte le premesse perché Simin diventi una protagonista tra le donne iraniane, la prima ad esempio, che quando scoppia la rivoluzione khomeinista e con essa l’obbligo del velo per le donne, chiederà, senza successo peraltro, che venga revocata un’imposizione che non è prevista in nessun passaggio del Corano.
Nel 1950 si sposa con Jalal al-Ahmad, più giovane di lei e già noto scrittore iraniano, al quale resterà indissolubilmente legata in un sodalizio di “testa e di cuore”. Contrariamente alla tradizione familiare iraniana continua la sua formazione, dopo il matrimonio, negli Stati Uniti. E’ studente Fulbright presso la Stanford University, dove segue il corso di scrittura creativa con Wallace Stegner. Durante quel soggiorno scrive in inglese e pubblica due racconti brevi. Una volta rientrata in Iran entra, come insegnante di storia dell’arte, a far parte del collegio docenti del Dipartimento di Archeologia presso l’Università di Tehran. Ma ai servizi segreti iraniani, la tristemente nota Savak dei tempi dello Shah, il suo metodo di insegnamento non piace e la costringono a rassegnare le dimissioni. A questo punto Simin si dedica completamente alla scrittura, carriera che non si interrompe nemmeno negli anni in cui vive sotto al  regime islamico, ricorrendo ad espedienti come quello di far parlare nei suoi scritti una “donna folle” alla quale dunque è permesso di esprimersi liberamente, in quanto dichiaratamente pazza e dunque “non attendibile”. Allo stesso tempo la scrittrice, morta l’8 marzo del 2012, appoggerà incondizionatamente le aperture progressiste del presidente riformista Mohammad Kathami.
L’eccezionalità di un libro come Suvashun è il fatto che la storia viene raccontata dal punto di vista di Zari, una donna che appartiene a una famiglia benestante e “illuminata” di Tehran.  Sottomettersi e soffrire, ribellarsi e morire”. Questo il dilemma che opprime Zari  che cerca di bilanciare l’amore per la sua famiglia e per suo marito, che vuole proteggere a tutti i costi, e l’amore per il suo paese. Di fronte a sé due esempi: quello di Yosuf, marito idealista e sognatore che arriva fino alla morte pur di non arrendersi al “nemico” e quello di suo cognato che,  invece, fa affari con gli inglesi e ne approfitta per arricchirsi e godere di una protezione incondizionata, anche se temporanea. Indecisa tra queste due posizioni, Zari affronta la realtà a faccia aperta solo dopo che il marito viene assassinato. “Hanno ucciso mio marito ingiustamente dice alla polizia durante la processione funebre. Il minimo che si possa fare è piangerlo. Il lutto non è proibito, lo sai. Durante la sua vita, eravamo sempre spaventati e cercavamo di [non] farlo spaventare a sua volta. Ora che è morto, di cosa abbiamo più paura?

https://www.piuculture.it/2018/07/suvashun-una-storia-persiana-il-primo-romanzo-scritto-da-una-donna-in-iran/
https://www.ibs.it/suvashun-storia-persiana-libro-simin-daneshvar/e/9788899612276

domenica 18 novembre 2018

Razzismo quotidiano, una testimonianza



Farian Sabahi
pagina fb Sì Torino va avanti, 16 novembre 2018

Questo governo ha sdoganato il razzismo. Tanti, dal medico piacentino alla truccatrice romana, non esitano a esprimersi contro gli immigrati, con una sconosciuta appena incontrata.
Ieri mattina ho preso Italo da Torino Porta Nuova alle 11:20 in direzione di Roma. A Milano sale un signore distinto. Ha il posto accanto a me, ma sceglie di sedersi altrove per stare comodo. Nel giro di poco il treno si riempe, si avvicina e inizia a chiacchierare. Viene interrotto dall'altoparlante: in carrozza 3 serve un medico. Si alza, ritorna: sul posto c'erano già altri due colleghi, “nulla di grave”. Ma alla stazione di Reggio Emilia arriva l'ambulanza. Il mio vicino di posto racconta di essere un medico, di Piacenza. Aveva studiato da patologo, ma alla fine ha preferito fare il medico di famiglia per stare vicino alla mamma. Avanti con gli anni, alla pensione gli manca poco. Con un po' di ritardo, stiamo per arrivare a Roma.
Sono tre ore che leggo materiali sull'Arabia Saudita, il dottore piacentino sbircia la copertina di un libro. Dopo averci girato intorno, la domanda è diretta:
“Lei di che cosa si occupa?”
“Di Medio Oriente”
“E come mai va a Roma?”
“Domattina sarò ospite di Uno Mattina, per discutere di Arabia Saudita”
“Interessante! Anni fa avevo letto un libro, diceva che i vu' cumpra vengono dal Marocco in Italia non per cercare lavoro, i soldi per il cellulare li hanno, ma per diffondere la loro religione e invaderci, per farci tutti musulmani.”
Gli rispondo, scettica: “Faccia attenzione a quello che legge, c'è tanta porcheria...”
E lui insiste: “Ma io ci credo, è vero, tutti 'sti immigrati sono qui per prenderci la nostra terra, vogliono fare l'Europa musulmana...”
Di fronte a tanta ignoranza, sorrido. Cerco di spiegargli che molti immigrati non sono nemmeno praticanti. Non lo era mio padre arrivato nel 1961 a Torino. Ma il dottore di Piacenza non vuole sentire ragione e insiste con lo sproloquio razzista. Mi chiede che cosa fosse saltato in mente a mia madre di sposare uno straniero, uno che viene da quei paesi là. Gli spiego che, come lui, anche mio padre ha studiato medicina, si è laureato in Italia ed è un affermato professionista nel suo settore. La sua vita, papà l'ha passato inseguendo le sue passioni. E io le mie, a cominciare dagli studi. Ma a un certo punto perdo la pazienza: sorriso a trentadue denti, gli dico: “Sì, siamo qui a invadervi, armati di cultura”. Il treno sta per fermarsi a Termini, siamo in coda per scendere dal treno. Ad ascoltare lo sproloquio razzista del dottore piacentino sono altri passeggeri. Lui cerca di barcamenarsi con le scuse: “Non volevo offenderla, mi scusi”.
Stamattina, ore 8:30 a Saxa Rubra. A truccarmi è Paola, che ancora non conoscevo. Ci presentiamo, mi chiede di che cosa devo parlare a Uno Mattina per regolarsi se procedere con trucco leggero o più accentuato. Mi chiede il perché del nome “Farian”, le spiego che è un nome iraniano. Domanda se ho sposato un iraniano.
“No, a essere iraniano è mio padre”
E parte lo sproloquio razzista della truccatrice:
“Ah no! Io con uno straniero non mi sarei mai sposata! Per me la razza è importante. Sono di Roma e non mi sarei mai sposata con uno straniero. Da qui non me ne andrei mai. Immagini se avessi sposato uno straniero e mi avesse portato via dalla mia città, dal mio paese! Non mi piace mescolare, amo la mia cultura, è la migliore… ma poi io sono tollerante, io alla mia razza ci tengo, voi fate quello che volete… ”
Morale della favola: sarebbe meglio evitare di rivolgere parola agli sconosciuti… nonna lo diceva sempre…