sabato 15 febbraio 2020

Torino come un ricordo

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Bravo "Con Bobbio tra gli ex allievi del D’Aze (ma lui si nascondeva)"
Francesca Bolino, la Repubblica Torino, 15 febbraio 2020
 
 
Quella della facoltà di Scienze politiche di Torino è una lunga storia. E noi la raccontiamo attraverso la vita di Gian Mario Bravo, allievo di Luigi Firpo, che incontriamo nella Fondazione a lui dedicata. Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche dal 1971 e tra i maggiori studiosi del pensiero di Marx e Engels, Bravo ne è stato uno dei primi studenti, poi docente e per quasi vent’anni preside. È parte dell’anima e della storia di questa facoltà che si è intrecciata così tanto con la vita intellettuale e politica di Torino.
Ma cominciamo dall’inizio.
«Sono nato a Torino il 12 agosto del 1934. Abitavamo in Barriera Francia, via Salbertrand. Ho una sorella più grande di me di sette anni che si chiama Adriana. Mio padre, Giuseppe, era un chimico e lavorava in un’industria conciaria.
Mia mamma, Angiola, si prendeva cura della famiglia. Ho fatto i primi due anni di elementari e poi siamo poi sfollati nel 1942 a Villafranca d’Asti dove siamo rimasti fino al 1945. Il paese era vicino a un grande ponte della ferrovia Torino-Genova che è stato bombardato moltissime volte. Ricordo quando i tedeschi, durante i rastrellamenti, venivano a occupare la nostra casa e noi ci rifugiavamo in una piccola stanza, lasciando a loro tutto il resto».
Dove ha continuato gli studi al rientro a Torino?
«Le medie alla Pascoli e poi al d’Azeglio: quest’ultimo periodo, quello del liceo, è stato davvero formativo. Abbiamo avuto una bravissima insegnante di italiano, Azelia Arici, forse una tra le più significative professoresse di Torino. Era stata compagna e amica di Gramsci. Era monarchica, molto aperta e simpaticissima. È stata anche l’insegnante di Luigi Firpo. Ci portava spesso in gita, fuori città, per farci vedere mostre d’arte. Lottava spesso con il nostro preside, un ex fascista, che non condivideva assolutamente queste sue iniziative. Ricordo la mostra di Picasso, a Milano nel 1953: l’unica occasione di vedere esposto l’originale del "Guernica", poi trasferito in Spagna. E poi, sempre a Milano, siamo anche andati a vedere "L’opera da tre soldi" di Brecht».
Amici al liceo?
«Ho avuto come compagno di banco Valerio Zanone e insieme, per due anni, abbiamo fatto il famoso giornaletto del d’Azeglio, lo "Zibaldone". Nella primavera del ’54 abbiamo organizzato uno spettacolo al teatro Gobetti, tratto dall’opera di Wilde "L’importanza di chiamarsi Ernesto", riscuotendo un grande successo».
Che persona era Zanone?
«Forse uno dei più bravi della classe, soprattutto nelle materie classiche, greco e latino. Ricordo che odiava la matematica e le scienze. Era molto apprezzato dai docenti».
E nel 1954 si è iscritto all’Università facendo una scelta originale, seguendo il corso di Scienze Politiche che allora non era ancora una facoltà autonoma. Perché?
«Mi piaceva la politica. I miei genitori erano piccolo borghesi.
Mio papà cattolico e conservatore mi ha però lasciato la libertà di scegliere quali studi fare».
Allora che mondo era l’università?
«Seguivamo i corsi insieme a quelli di giurisprudenza, cosa che non mi è mai piaciuta».
Perché?
(Sorride). «Erano dei gran rompiscatole. Ricordo Giuseppe Grosso che insegnava storia di diritto romano. E poi c’erano i nostri professori che non avevano allievi perché eravamo pochissimi. Seguivo il corso di Luigi Firpo, storia delle dottrine politiche, ed ero da solo. Si era fatto dare il mio numero di telefono e mi chiamava a casa per dirmi che il tal giorno non sarebbe potuto venire. Ho seguito da solo anche il corso di storia moderna di Alessandro Galante Garrone».
Beh, un enorme privilegio però…
«Certo. E poi ho seguito anche le lezioni, da solo, di un allievo di Bobbio, Sergio Cotta, un cattolico intransigente, bravissimo, ma per tutta la durata del corso ha provato a convertirmi!».
E quando ha perso la fede?
«Leggendo Marx ed Engels al liceo. In realtà, però, il mio distacco dalla religione è avvenuto anche attraverso la frequentazione al liceo di alcuni gruppuscoli di sinistra».
E allora torniamo al D’Aze, il liceo classico D’Azeglio. Come si faceva politica allora al liceo?
«Zanone e io eravamo su due barricate opposte: io fino al 1981 sono stato iscritto alla sinistra socialista, anti nenniano, per intenderci. Mentre Zanone era liberale. Nel nostro liceo, ma non nella stessa classe, c’era un ragazzo che si chiamava Ezio Ferrero, figlio di un partigiano comunista che era stato ucciso. Siamo diventati molto amici. Lui, comunista convinto, mi aveva coinvolto in diverse attività politiche. Finita la maturità, a un certo punto, però è scomparso dalla vita cittadina: gli avevano offerto di andare a studiare economia, clandestinamente, a Mosca».
Un giallo. E non l’ha più rivisto?
«È ricomparso, all’improvviso, e pubblicamente, come interprete dal russo dell’allora capo della Fiat Vittorio Valletta, durante la trattativa in occasione della costruzione dello stabilimento a Togliattigrad, nel ‘63. Io l’ho incontrato in seguito: era diventato trotskista e anticomunista. È poi morto tragicamente negli anni Ottanta. E si sospetta che sia stato ucciso dal Kgb. Ma non saprei dirle di più».
Per la sua generazione, nell’Italia del dopo guerra, l’università è stata anche un campo di formazione politica.
«Certamente. Sono stato il segretario dell’Interfacoltà, come si diceva allora il Parlamentino universitario. Era organizzato in raggruppamenti di sinistra che sono rimasti clandestini, fino alla nascita dell’Ugi, unione goliardica italiana, esperienza che Vittorio Emiliani ha raccontato nel libro "I Cinquattottini"».
Ne ha parlato su queste pagine anche Guido Bodrato che ha definito i "cinquattottini" la generazione migliore. È d’accordo?
«Sì, è stato uno spaccato di un’Italia straordinariamente vitale. Ma Bodrato era con la Fuci, mentre noi per conquistare il potere e avere più voti ci eravamo alleati con i monarchici di "Viva V.e.r.d.i…"».
Torniamo alla carriera universitaria. Lei è stato assistente di un grande maestro come Bobbio. Com’era?
«Le racconto questo aneddoto.
Appena terminato il liceo, ero entrato nell’associazione degli ex allievi D’Azeglio che esiste tuttora.
Ero stato eletto come rappresentante dei giovani e Bobbio come presidente. Si organizzavano spesso cacce al tesoro automobilistiche oppure balli allo Sporting club. Ma lui, essendo molto timido e riservato e non sapendo come confrontarsi con quegli "avvenimenti", aveva chiesto a me di fargli da segretario.
E poi lo seguivo nelle molte conferenze che teneva per i giovani all’Unione Culturale assieme ad Alessandro Galante Garrone e suo fratello Carlo e ad Alessandro Passerin d’Entrèves».
E questa singolare apertura con i giovani che denota sensibilità pedagogica, è tornata anche attraverso le parole di Bruno Manghi. In una delle nostre interviste ha raccontato che da semplice studente era andato a chiedere consiglio a un professore che aveva ascoltato al Gioberti. E questo professore gli aveva dedicato tempo e attenzione. Questo professore era Bobbio e lei era il suo assistente.
«È vero, Bobbio ascoltava i giovani e desiderava stare in mezzo a loro.
E proprio assieme ad Alessandro Passerin d’Entrèves e Luigi Firpo, durante gli anni dell’università, nel 1952 aveva fondato l’Istituto di Scienze Politiche in via Po 18, un luogo pensato, appunto, per i giovani».
E Firpo che persona era?
«Un grandissimo oratore. Le sue lezioni erano le più frequentate dell’università soprattutto dagli studenti-lavoratori. Era amato, seguito da tutti. Un vero affabulatore. Ricordo le famose lezioni su Machiavelli e sul filosofo Giovanni Botero… ma, contrariamente a Bobbio, incuteva vera soggezione nei suoi studenti».
Professore, ma in mezzo ai libri, alle carte, alle idee, all’ardore per la politica, a un certo punto ci sarà stato anche l’amore!
(Sorride). «Ho conosciuto una fanciulla nel 1962 a Torino grazie ad alcuni amici. E poi ci siamo sposati in comune nel 1966. E nel 1969 è arrivato Giangiacomo. E la mia vita è cambiata perché mi sono innamorato di lui. Poi però il matrimonio è naufragato ed io sono rimasto con Giangiacomo».
Lei ha dedicato la sua vita allo studio del pensiero di Marx e Engels. Si è a lungo occupato di idee rivoluzionarie e ha vissuto in una città come Torino, in cui il conflitto sociale è sempre stato molto acceso. C’è qualche teoria su cui lei ha indagato che ha poi visto ricadere nella lotta sindacale?
«Le rispondo parlandole di ciò che ho fatto. Nel 1972, Giorgio Ardito, allora segretario della V Lega di Mirafiori, aveva organizzato corsi di formazione per gli operai a cura di giovani intellettuali. Si tenevano ai cambi di turno: uno dalle 10 a mezzanotte per quelli che uscivano alle dieci e l’altro da mezzanotte alle due del mattino per quelli che sarebbero entrati alle due. Io ho fatto alcune lezioni sulla rivoluzione industriale, sulla nascita del sindacalismo in Inghilterra e sul marxismo e le altre dottrine sociali. Per me è stato un’esperienza meravigliosa. Quegli operai erano molto attenti e curiosi…».
Da tutta questa esperienza ne ha ricavato un motto?
«No, non ce l’ho. Sono statalista, sono un uomo delle istituzioni».

sabato 1 febbraio 2020

Terrone, beat, extraparlamentare



Nino De Amicis nasce il 28 aprile 1955 a Raiano, in provincia dell’Aquila.
Nove anni dopo la sua nascita si trasferisce con i genitori, i tre fratelli e la sorella a Torino, dove il padre ha trovato lavoro come operaio alla Bertone, pregiata carrozzeria che collabora con le più note case automobilistiche. Trovano alloggio in un quartiere di periferia, in un palazzo di recente costruzione dove vivono molti meridionali emigrati come loro. Quasi un terzo dello stipendio del padre se ne va per l’affitto, ma a poco a poco la famiglia riesce a concedersi qualche acquisto importante, come il frigorifero e la televisione. Non si spreca nulla: i cartoni di imballaggio dei due elettrodomestici vengono usati come armadi nella camera dei ragazzi.
Nonostante gli occasionali scontri con chi gli dà del terrone, Nino riesce a integrarsi bene nella sua nuova città, aiutato anche dal fatto che a scuola trova come compagni quasi esclusivamente figli di operai, come lui.
Studia con passione e nel 1973 si diploma in un istituto magistrale.
Intanto inizia a frequentare collettivi di estrema sinistra, in particolare i circoli anarchici e di Lotta Continua. Lui e i suoi compagni partecipano a varie vertenze sindacali e solidarizzano puntualmente con gli operai in sciopero che però, racconta Nino nella sua autobiografia, guardano con una certa ironia e curiosità questi strani giovani che indossano l’eskimo e abiti lisi. Nel 1977, pur non abbandonando i collettivi di sinistra, Nino prende le distanze dal progressivo aumento della violenza che caratterizza le loro manifestazioni.
Ottenuta l’abilitazione all’insegnamento inizia a lavorare come maestro elementare e, potendo finalmente godere di un po’ di stabilità economica, decide di iscriversi all’Università di Torino. Nel 1981 si laurea in materie letterarie e diventa professore di italiano alle scuole superiori.
Nel 1983 si sposa e dalla relazione nascono due figli, Enrico e Francesco.
Nel 2002 scrive la propria memoria, intitolata Terrone beat extraparlamentare, incentrata sul racconto dell’emigrazione della famiglia De Amicis a Torino e delle proprie esperienze politiche giovanili. L’anno successivo consegna il suo scritto all’Archivio Diaristico Nazionale.

lunedì 27 gennaio 2020

Piange il citofono




Bertolt Brecht

Impara la cosa più semplice! Per quelli
il cui tempo è venuto
non è mai troppo tardi!
Impara l’abbicì: non basta, è vero,
ma imparalo! Non avvilirti!
Comincia! Devi sapere tutto!
Tocca a te assumere il comando. Impara, uomo all’ospizio!
Impara, uomo in prigione!
Impara, donna in cucina!
Impara, sessantenne!
Tocca a te assumere il comando.
Frequenta la scuola, senzatetto!
Procurati sapere, tu che hai freddo!
Affamato, impegna il libro: è un’arma.
Tocca a te assumere il comando.

Ci sarebbe molto altro da dire sul risultato delle elezioni in Emilia Romagna. Una questione a parte riguarda le dispute sulla vera sinistra. I risultati dei cespugli a sinistra del Pd sono eloquenti:
Bergamini (Rizzo), 0,44
Collot (Potere al popolo), 0,30
Lugli (Rifondazione), 0,26.
Nell’ora della débâcle, non serve neppure evitare il richiamo al comunismo nel nome. Il candidato che dei tre ottiene il migliore risultato si presenta a nome del Partito comunista.



domenica 5 gennaio 2020

I falchi iraniani

Alberto Negri
Questa è l'ora dei falchi, non delle colombe
il manifesto, 5 gennaio 2020

… Ora manca solo la Cisgiordania, e il gioco è fatto: triturati i palestinesi, i siriani, gli iracheni, strangolati gli iraniani con le sanzioni, faremo spazio a un unico guardiano della regione, affiancato dall'Arabia Saudita del principe assassino Mohamed bin Salman cui tutti stringeranno la mano al prossimo G-20 di Riad.
Ma i falchi iraniani non sono fessi. Hanno tenuto botta per vent'anni nella regione con un budget militare che è sei-sette volte inferiore a quello dei sauditi incapaci di qualunque successo in Yemen. Sono maestri della guerra asimmetrica e nel colpire i bersagli dopo lunghe attese. Nell'ora dei falchi Trump scoprirà cheil suo sconnesso e lungo addio al Medio Oriente riserverà amare sorprese.

lunedì 28 ottobre 2019

Corinna nella metro



Claudio Pasceri, Un pomeriggio alla metro, Bagatelle blog, 27 ottobre 2019
Mercoledì scorso, il giorno 23 ottobre, nell’ambito di EstOvest Festival si è svolto un concerto (anzi, si sono svolti due “micro concerti”) piuttosto sui generis presso la Stazione della Metropolitana di Porta Nuova. Si è esibita la straordinaria interprete Corinna Canzian in brani di breve durata per violino solo. La musicista veneta è passata da pagine di J S Bach a Bernd Alois Zimmermann della Sonata per violino , dai Capricci di Salvatore Sciarrino a improvvisazioni sue proprie, fino ad una melodia armena intitolata Havun Havun. La capacità di trovare grande intensità d’espressione e chirurgica penetrazione interpretativa per ogni autore sono risultate notevoli. Tutto ciò in una stazione della metropolitana, affollata e piuttosto rumorosa, com’è del resto ovvio che sia il pomeriggio di un giorno di lavoro.

Credits: Stefano Di Marco | EstOvest Festival 2019


Elegantemente vestita, come per un’esibizione destinata ad una sala da concerto tradizionale, Corinna Canzian ha suonato con la massima attenzione, senza mai snobbare un appuntamento così particolare. In fondo ogni luogo può diventare adeguato, se l’interprete non tradisce la musica. Molti aspetti, legati alle specifiche caratteristiche di ciascun autore delle musiche, alle modalità di ascolto dei differenti passanti ed a elementi più esplicitamente sociologici , sono risultati di particolare interesse. Malgrado la grandezza di J S Bach non sia certo qui in discussione,  ha comunque sorpreso come la melodia di una sua giga per violino solo abbia saputo “farsi largo” tra una moltitudine di differenti stimoli sonori ed attirare a sé l’attenzione di molti avventori in un batter d’occhio. Eppure c’erano rumori di treni in arrivo e in partenza, annunci dall’altoparlante riguardante gli orari di viaggio, il vociare di molte persone alle prese con i rispettivi apparecchi cellulari e molto altro ancora. Nessun altro autore, nella giornata, mi è sembrato abbia saputo catturare con la medesima disinvoltura l’orecchio di un buon numero di persone. D’altro canto gli “effimeri” Capricci di Sciarrino risultavano i più camaleontici, i più pronti a “mimetizzarsi” tra le sonorità aeree e fischianti dell’auditorium temporaneo che si era venuto a creare. Gli armonici e i delicati percorsi sonori che scaturivano dal violino sembravano essere la versione umana e commovente dei suoni più algidi e freddi che, come ogni giorno, si verificavano in quegli spazi. Zimmermann invece “reclamava” attenzione, con una melodia forse poco consueta per ascoltatori non troppo avvezzi alla musica cosiddetta contemporanea, ma con un pathos difficilmente equivocabile.

Credits: Stefano Di Marco | EstOvest Festival 2019


Risultava interessante, facendo attenzione ai viaggiatori di passaggio, come alcuni di loro osservassero più che ascoltare. In certi casi erano incuriositi dallo stendardo, grande e colorato, del Festival EstOvest-Le Strade del Suono, altre volte da una giovane donna (la nostra violinista) così impegnata a gesticolare col suo strumento in un ambiente apparentemente inappropriato. Talvolta le passavano così vicino che si sarebbe detto di vedere dei pesci in un acquario, sguscianti e decisi, sicuri di non incocciare nell’ostacolo davanti a loro. Alcune persone hanno mostrato interesse per l’esibizione musicale, altre hanno quantomeno rilevato che qualcosa di non troppo abituale si stava verificando, altre ancora si sono dimostrate completamente estranee a tutto ciò, non hanno minimamente mostrato segni di una qualche empatia , hanno tirato dritto.
Il “non-luogo” prestato ai micro concerti di Corinna Canzian si è rivelato fitto di percorsi possibili, di letture e di interpretazioni di un fenomeno naturale e assolutamente proprio alla specie umana, l’atto dell’incontro e dello scambio.
Claudio Pasceri è violoncellista e Direttore artistico di EstOvest Festival

sabato 5 ottobre 2019

L'ambivalenza assoluta del Bisconte



Salvatore Merlo, Perché nessuno può fare dieci domande a Conte sul caso Mifsud, Il Foglio, 
5 ottobre 2019

Roma. “Noi dobbiamo solo restare fermi il più possibile”, arieggia un anonimo ex sottosegretario della Lega, sprofondato su una delle poltroncine del Transatlantico, “questa faccenda di Trump, Conte e i servizi segreti per noi è un cortocircuito”. Eppure Matteo Salvini scalpita, evoca il Copasir, vorrebbe consumare la sua vendetta su Giuseppe Conte, sul premier che avrebbe messo i vertici dei servizi segreti italiani nelle mani dell’Amministrazione americana per fare un favore personale a Donald Trump. Vorrebbe urlare, il capo della Lega, colpire duro, denunciare, ribaltare così la storia di Savoini e dei rubli, tirare un morso all’uomo che lo ha defenestrato dal Viminale. Ma l’unica cosa che in realtà il capo della Lega ha capito di poter mordere è la sua stessa lingua. Tanto che nella foga, tirando mozzichi all’aria, alla fine addenta soltanto la vecchissima storia del curriculum tarocco del premier, le parcelle, gli incarichi Rai e quelli da avvocato: “Ne risponda in Aula”. D’altra parte “cosa possiamo dire alla gente?”, si mette a ridere l’ex sottosegretario leghista. “Critichiamo Conte perché avrebbe aiutato Trump a delegittimare la Clinton? I nostri elettori risponderebbero dicendo che Conte ha fatto bene”. E così intorno a Conte si consuma un gioco paradossale e contraddittorio che è la fortuna di quest’uomo la cui parabola politica sfida la fisica e rimanda piuttosto alla fortuna, perché l’unica persona che avrebbe interesse a demolirlo, in realtà non può demolirlo, ma contemporaneamente anche quelli che avrebbero interesse a difenderlo, non possono difenderlo. Zingaretti, Franceschini, Orlando non possono far altro che turarsi le orecchie e cercare di addormentarsi, per non vedere, non sentire, non parlare… shhh.
Ci sono le elezioni americane, le primarie tra gli amici democratici d’oltreoceano, cosa potrebbe mai fare il Pd: aiutare Giuseppe Conte a difendere quel “mostro” di Trump che cercava prove in Ucraina per screditare Joe Biden, cioè l’ex vicepresidente di Barack Obama? Meglio tacere, il più possibile, tra rossori e sollevamenti di sopracciglia, esitazioni e delicati eufemismi, mignoli alzati e gonne tirate giù per non scoprire le ginocchia. Un po’ come fa Repubblica, il giornale Agit-Prop della nuova sinistra grillopiddina, che ieri addirittura non pubblicava nemmeno un rigo su trentasei pagine a proposito delle notizie che nel frattempo riempivano i giornali americani, dal New York Times al Washington Post fino ai grandi siti d’informazione specializzata come Politico e Daily Beast. Fosse stato Silvio Berlusconi, ai bei tempi del conflitto d’interessi, a far incontrare i capi dei servizi segreti con un ministro di Erdogan all’ambasciata turca… altro che dieci domande sul Bunga bunga, altro che campagna giornalistica sul rapimento di Abu Omar (e lì si trattava di sicurezza nazionale, non di un’interferenza negli affari interni di un paese amico).
Similmente, facendo violenza alla sua natura spavalda, nemmeno Matteo Salvini cerca di trascinare Conte sotto i riflettori, e d’altra parte cosa mai potrebbe denunciare: che anche Trump faceva parte dell’evanescente complotto ordito da Conte assieme al Pd, Mattarella e gli euroburocrati per far fuori la Lega dal governo? Salvini ha il coraggio e il cinismo della contraddizione, ha pure molta contundente fantasia, ma questo proprio non può farlo. E infatti non si rivolge alle piazze, evita l’argomento nei comizi in questi giorni di campagna elettorale in Umbria, ma chiede invece che il presidente del Consiglio parli al Copasir, al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, che è un po’ come organizzare una partita di calcio a porte chiuse: niente pubblico, niente telecamere, niente microfoni. Un rito mirabilmente gratuito, una rincorsa che è pura rappresentazione, teatro.
Così alla fine tutta questa faccenda stordente, questo universo incapace di esprimersi, afono, tra la museruola che Salvini si sta imponendo a fatica e l’imbarazzo cigolante della sinistra, questa condizione irreale per cui Conte non può essere né attaccato né difeso, appare come la metafora dell’ambivalenza assoluta del governo del Bisconte. Il suo vizio, e la sua forza. Insieme. Dell’incontro clandestino tra il ministro americano William Barr e i capi dei servizi segreti italiani mandati da Conte non resterà altro che confusione. E silenzio.

martedì 24 settembre 2019

Il patto del 1939 in sintesi
























Gianpasquale Santomassimo

... farei sommessamente osservare che nelle reazioni di sdegno che comprensibilmente abbiamo potuto leggere in questi giorni è presente anche una forma di sottovalutazione e fraintendimento della portata del patto Molotov-Ribbentrop che riproduce una diffusa giustificazione ufficiale retrospettiva di quell'accordo. In pratica, si ripropone la tesi di un semplice (e salutare) espediente, per guadagnare tempo e preparare la difesa da un attacco nazista che inevitabilmente si dà per scontato. Le cose non stanno proprio così. L'accordo prevede la spartizione della Polonia e l'acquisizione di altri territori, prelude all'attacco alla Finlandia che vedrà mutevoli fortune.
Ma soprattutto va notato che se da parte tedesca c'è la consapevolezza del carattere tattico di un accordo destinato ad essere rapidamente rovesciato, da parte sovietica si crede davvero al carattere durevole dell'alleanza. Non c'è la preparazione bellica asserita retrospettivamente, anzi al momento dell'attacco le linee verranno sfondate con troppa facilità. Con quegli eccessi di zelo tipici del potere sovietico si organizzano manifestazioni di amicizia talvolta imbarazzanti: ad esempio un grande Festival wagneriano a Mosca, con la rappresentazione di tutte le opere del grande compositore, alla presenza di ambasciatore e dignitari del Reich.
Eccessi di zelo si registrano anche da parte dei comunisti francesi, che assumono un atteggiamento collaborativo e vengono meno alle cautele della clandestinità. Qualcuno, come è noto, va a lavorare volontario in Germania.
Più in generale, si impone a tutto il movimento comunista di replicare l'interpretazione della prima guerra mondiale come conflitto tra imperialismi contrapposti, con una forzatura evidente dopo l'esperienza della guerra civile spagnola e la creazione di un vasto fronte antifascista, che di fatto viene dissolto. I rapporti tra i partiti antifascisti si bloccano e verranno riannodati con qualche fatica dopo il 1941.
I pochi dissidenti verranno espulsi, e sarà solo la saggezza di Togliatti a consentire il rientro a pieno titolo di Terracini e della Ravera.