sabato 27 maggio 2017

Carmela




Edmondo De Amicis, Carmela, Sellerio, Palermo 1990 [1868]

La mattina seguente, appena levato il sole, uscì di casa. Non aveva ancora fatto dieci passi sulla piazza, quando si sentì tirare leggermente la falda della tunica. Si voltò, e vide a due passi da sé, ritta e immobile nell'atteggiamento del soldato che saluta, una fanciulla co' capelli rabbuffati e il vestito scomposto, alta, sottile e di forme bellissime; la quale gli teneva fissi in volto due grandi e vivi occhi neri, e sorrideva.
...
Era bella davvero. Era uno stupendo modello di quella fiera e ardita bellezza delle donne siciliane, da cui l'amore, più che ispirato, è imposto, e il più delle volte con uno di quegli sguardi lunghi eintenti, che par che scrutino il più profondo dell'anima, e tolgono a chi è guardato tanto ardimento quanto n'esprimono. Aveva i capelli e gli occhi nerissimi, e i movimenti dei sopraccigli e dei labbri subitanei, tronchi, pieni di forza e di vita. La sua voce sentiva leggermente dello stanco e del roco, e il suo riso del convulso. Dopo che aveva riso continuava a tenere per un po' di tempo la bocca aperta e gli occhi spalancati.

sabato 20 maggio 2017

Tania innamorata




 
Con Gramsci. Una nuova biografia (Feltrinelli, Milano 2017), Angelo d'Orsi torna anche sulle vicende sentimentali del personaggio da lui studiato. L'amica  Pia Carena ne esce ridimensionata, è nominata appena due volte e ogni volta quasi di sfuggita. Non così la cognata Tania Schucht. Mai la sostanza ultima del rapporto tra i due era stata messa in luce con una tale finezza di analisi.



... Il rapporto con Tania , a ben vedere, diventava via via più complesso, con una sorta di crescente identificazione tra la cognata e la moglie, di cui egli stesso segnalava la somiglianza fisica. Forse si crea, tra i due, un legame che non è soltanto connesso alla cura, ma a un insieme di sentimenti che è aggrovigliato, ma che comprende qualcosa di più dell'affetto. Il silenzio di Giulia e l'incapacità di Antonio di scriverle, legata a quel silenzio, da un canto, la presenza costante e fedele di Tania dall'altro, finiscono per scalfire la formalità della relazione parentale. E le lettere frequentissime (quelle di lei, soprattutto, per le restrizioni imposte al recluso) e i colloqui in carcere, radi, ma sempre più desiderati da entrambi, testimoniano una realtà sfaccettata. Tatiana non è soltanto un'Antigone in lotta contro il potere tirannico che sta uccidendo Antonio, non è semplicemente colei che cerca di dargli la forza di resistere, bensì appare anche come una donna innamorata e, in certo senso, ricambiata da quell'uomo che continua a rifiutare le attitudini di chi pretende di dare conforto al carcerato [...], quell'uomo che continua a dire di essere diventato insensibile (p.254).



Si veda poi Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937, Einaudi, Torino, pp.195-196, n. 52: ... Gramsci percepiva in Tania una forma d'innamoramento forse sollecitata da lui stesso all'inizio della loro relazione, che nei momenti più tragici della sua situazione, di fronte all'obiettiva inadeguatezza delle cure che Tania gli dedicava, provocava in lui un'eccessiva irritazione. Per valutare questo aspetto della loro relazione sarebbe necessario conoscere le vicende sentimentali di Tania. L'unica traccia di cui disponiamo, però, è una lettera del 20 marzo 1916 scritta in francese, probabilmente non spedita, a un destinatario ignoto, che ci pare manifesti una disponibilità alla sublimazione integrale: ... "Attraverso [l'amore per Voi] ho ripreso la mia incrollabile fede ora, nella bontà di tutta l'anima. Senza questo amore non mi resterebbe che il dolore. Io so quanto Voi siate degno di ogni devozione, di ogni tenerezza. Anche se Voi non mi amaste, io resterei in silenzio risparmiandoVi ogni noia. Perdonatemelo! Si tratterebbe della mia vita intera. Ma io saprei trattarVi come un fratello, come un professore onorato se Voi preferite, lasciatemi soltanto andare e venire, fatemi lavorare per Voi! E' impossibile ciò che vi chiedo? Potreste tuttavia concedermelo. [...]"



martedì 9 maggio 2017

Sono nella musica


Siamo in un modesto locale della provincia francese (J.-P. Sartre, La nausea, 1938, Mondadori, Milano 1984, pp. 48-50). Qui, grazie al piccolo gesto di una cameriera che gira la manovella di un fonografo, sta per compiersi un miracolo della sospensione destinato a durare il tempo di una canzone ma a perdurare nel tempo della memoria e della coscienza. 
Antoine Roquentin, il protagonista del romanzo, crede che da quel fonografo stiano per sopraggiungere le note  della “Cavalleria rusticana”, com’è accaduto alcuni giorni prima.  Ma no, non è la Cavalleria.  E’ il jazz, anzi più precisamente “un vecchio ragtime”  anni ’20, “Some of these days”, cantato da una donna di colore con una voce graffiante, con un bel ritornello che “si getta avanti come una scogliera contro il mare”, il ritmo è suadente e incalzante, “tanto è forte la necessità di questa musica che nulla può interromperla, nulla che provenga da questo tempo dove il mondo s’è arenato”.
Quello che accade a Roquentin è che la sua nausea, quella nausea che sente dentro di sé, fuori di sé, attorno a sé, che accompagna malinconicamente le sue giornate, che morde col tedio la sua vita, “ è scomparsa … Di colpo … Nel tempo stesso la durata della musica si dilatava, si gonfiava come una tromba d’aria. Colmava la sala con la sua trasparenza metallica. Schiacciando contro i muri il nostro tempo miserabile. Io sono dentro la musica”. E fuori dall’esistenza. (Stefano Cazzato)

http://www.romainjazz.it/index.php/editoriale/53-sartre-tempo-della-musica

Maddalena gira la manovella del fonografo. Purché non si sia sbagliata, purché non abbia messo come l'altro giorno la romanza della Cavalleria rusticana. No, è proprio questa, riconosco il motivo dalle prime battute. E' un vecchio ragtime con ritornello cantato. L'ho sentito fischiettare da soldati americani per le vie di La Rochelle. Dev'essere di prima della guerra. Ma l'incisione è molto più recente. Con tutto ciò è il più vecchio disco della collezione, un disco Pathé con punta di zaffiro. 
Tra un momento ci sarà il ritornello: è sopratutto questo che mi piace e la maniera improvvisa con cui si getta avanti come una scogliera contro il mare. Per ora suona soltanto il jazz, non v’è melodia, solo note, una miriade di piccole scosse. Non hanno sosta, un ordine inflessibile le fa nascere e le distrugge, senza mai lasciar loro l’agio di riprendersi, di esistere per se stesse. Corrono, s’inseguono, passando mi colpiscono con un urto secco, e s’annullano. Mi piacerebbe trattenerle, ma so che se arrivassi ad afferrarne una, tra le dita non resterebbe che un suono volgare e languido. Devo accettare la loro morte; devo perfino volerla: conosco poche impressioni più aspre e più forti.
Comincio a riscaldarmi, a sentirmi felice. Non è ancor nulla di straordinario, è una piccola felicità di Nausea: si estende sul fondo della pozza vischiosa, sul fondo del nostro tempo - il tempo delle bretelle color malva e delle panche sfondate -  è fatto d'istanti larghi e molli, che ai margini s'allargano in una macchia oleosa. Appena nato è già vecchio, mi per di conoscerlo da vent'anni.
C'è un'altra felicità: esternamente, v'è questa striscia d'acciaio, l'esigua durata della musica che traversa il nostro tempo da parte a parte, e lo respinge, e lo lacera con le sue secche, piccole punte; c'è un altro tempo.
- Il signor Randu gioca cuori, e tu passi la maniglia.
La voce scivola e sparisce. Nonv'è nulla che morda sul nastro d'acciaio, né la porta che si apre, né la zaffata d'aria fredda che scorre sulle mie ginocchia, né l'arrivo del veterinario con la sua nipotina: la musica buca queste forme vaghe e passa attraverso. Appena seduta, la bambina è stata afferrata: si tiene rigida, i grandi occhi aperti, ascolta strofinando il pugno sulla tavola. 
Ancora qualche secondo e la negra concerà a cantare. Ciò sembra inevitabile, tanto forte è la necessità di questa musica: nulla può interromperla, nulla che provenga da questo tempo ove il mondo s'è arenato; cesserà da sé, più tardi. Questa bella voce mi piace non per la sua pienezza o per la sua tristezza, ma specialmente perché è l'avvenimento che tante note hanno preparato, tanto in anticipo, morendo per farla nascere. E tuttavia sono inquieto; basterebbe così poco perché il disco s'arrestasse: che si spezzasse una molla, che il cugino Adolfo avesse un capriccio. Com’è strano, com’è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla e tutto può spezzarla.
L'ultimo accordo s'è annullato. Nel breve silenzio che segue sento acutamente che ci siamo, che è accaduto qualcosa. 
Silenzio.

Some oh these days 
You will miss me honey. 


Quello che è accaduto è che la Nausea è scomparsa. Quando la voce s’è levata, nel silenzio, ho sentito il mio corpo indurirsi e la Nausea è svanita. Di colpo: è stato quasi doloroso diventar così duro, tutto rutilante. Nel tempo stesso la durata della musica si dilatava, si gonfiava come una tromba d’aria. Colmava la sala con la sua trasparenza metallica, schiacciando contro i muri il nostro tempo miserabile. Io sono dentro la musica. Negli specchi roteano globi di fuoco; anelli di fumo li circondano velando e svelando il duro sorriso della luce. Il mio bicchiere di birra s'è rimpicciolito, si accoscia sulla tavola: ha un aspetto denso, indispensabile. Voglio prenderlo e soppesarlo, stendo la mano... Mio Dio! E' questo, soprattutto, che è cambiato, sono i miei gesti.

sabato 29 aprile 2017

Via col vento, inizio e fine del romanzo



Margaret Mitchell, Via col vento (1936) 

Rossella O' Hara non era una bellezza; ma raramente gli uomini se ne accorgevano quando, come i gemelli Tarleton, subivano il suo fascino. Nel suo volto si fondevano in modo troppo evidente i lineamenti delicati della madre - un'aristocratica della Costa, oriunda francese - con quelli rudi del padre, un florido irlandese. Ma era un viso che, col suo mento aguzzo e le mascelle quadrate, non passava inosservato. Gli occhi verde chiaro, senza sfumature nocciola, ombreggiati da ciglia nere e folte, avevano gli angoli volti leggermente all'insù. Le sopracciglia nere e folte piegavano anch'esse verso l'alto, tracciando una strana linea obliqua sulla sua candida pelle di magnolia - quella pelle così apprezzata dalle donne del Mezzogiorno, che la riparano con infinita cura dai raggi ardenti del sole della Georgia mediante cuffie, veli e mezzi guanti.  
...
Con lo spirito del suo popolo che non riconosce la sconfitta anche quando se la trova di fronte, rialzò il mento. Avrebbe riconquistato Rhett. Sapeva di poterlo fare. Non era mai esistito un uomo che ella non potesse avere, se lo voleva. "Penserò a tutto questo domani, a Tara. Sarò più forte, allora. Domani penserò al modo di riconquistarlo. Dopo tutto, domani è un altro giorno."


°°°

Scarlett O’Hara was not beautiful, but men seldom realized it when caught by her charm as the Tarleton twins were. In her face were too sharply blended the delicate features of her mother, a Coast aristocrat of French descent, and the heavy ones of her florid Irish father. But it was an arresting face, pointed of chin, square of jaw. Her eyes were pale green without a touch of hazel, starred with bristly black lashes and slightly tilted at the ends. Above them, her thick black brows slanted upward, cutting a startling oblique line in her magnolia-white skin — that skin so prized by Southern women and so carefully guarded with bonnets, veils and mittens against hot Georgia suns.
... 
With the spirit of her people who would not know defeat, even when it stared them in the face, she raised her chin. She could get Rhett back. She knew she could. There had never been a man she couldn’t get, once she set her mind upon him.
“I’ll think of it all tomorrow, at Tara. I can stand it then. Tomorrow, I’ll think of some way to get him back. After all, tomorrow is another day.”

mercoledì 26 aprile 2017

Lombroso a Jasnaja Poljana




Emiliano Vincenzo Toppi, Lombroso e Tolstoj, la prova del nuoto

Un segno della diffusione del nuoto tra gli uomini di lettere e di scienza può essere considerato il curioso episodio che coinvolse lo psichiatra italiano Cesare Lombroso e il grande scrittore russo Lev Tolstoj. I due si incontrarono infatti nell’agosto del 1897 presso la tenuta di Jasnaja Poljana, residenza e rifugio dello scrittore, posta nel governatorato di Tula (a circa duecento chilometri da Mosca). In quei giorni Lombroso si trovava a Mosca per il dodicesimo congresso internazionale di Medicina e venne ospitato, su invito personale dello zar Nicola II, presso un lussuoso appartamento al Cremlino. Le teorie lombrosiane, in estrema sintesi, ruotano attorno ad un nucleo fondamentale di idee secondo le quali i criminali sono contrassegnati da aspetti naturali, biologici, che li rendono tali. Le idee del medico italiano oggi ci appaiono assurde, ma del resto l’epistemologia novecentesca ci insegna che la scienza prosegue per tentativi ed errori.
Trovandosi a così poca distanza dalla residenza di quello che egli riteneva essere (ed in questo non era solo) il più grande scrittore vivente, un vero e proprio genio, Lombroso decise di fare visita a Tolstoj. Poteva quindi cominciare una sorta di esplorazione scientifico-naturalistica grazie alla quale lo psichiatra veronese sperava di trovare conferma (o quella che egli avrebbe ritenuto un’ulteriore conferma) alla sua teoria del rapporto tra genio e follia. Secondo lui genio e follia erano due aspetti della stessa realtà psicobiologica: una realtà malata, alterata, distorta e disturbata. Vigeva quindi una sorta di legge di compensazione, che portava alcuni malati, folli (ai quali la natura non aveva concesso le caratteristiche che avevano invece gli altri) ad avere delle qualità geniali. Non era quindi qualcosa di totalmente positivo essere considerati geni dall’eccentrico e vivace positivista italiano e questo lo aveva capito benissimo lo stesso Tolstoj, che era abbonato a riviste provenienti da mezzo mondo, leggeva di tutto ed era quindi certamente a conoscenza (sia pure in modo generico) delle teorie di Lombroso. Lo scrittore russo accolse cortesemente la richiesta dello scienziato italiano ed accettò quindi di incontrarlo e di ospitarlo presso la sua tenuta di Jasnaja Poljana.
Proprio durante la sua prima giornata di permanenza in quel luogo incantevole, Lombroso venne invitato dallo scrittore a tuffarsi nel laghetto della Voronka. I due nuotarono insieme per un quarto d’ora, poi l’italiano cominciò ad annaspare. Tolstoj proseguiva invece fresco come una rosa, contento di poter dimostrare che il proprio non era certamente un organismo degenerato, come invece le teorie lombrosiane avrebbero portato a pensare. Ad un certo punto, Lombroso rischiò di affogare e Tolstoj lo salvò afferrandolo per i capelli, per poi letteralmente gettarlo nella piscina che si trovava lì vicino. Alla fine della nuotata, lo psichiatra espresse al suo ospite tutto il suo stupore nel vederlo così prestante e questi allora lo sollevò e lo prese in braccio, come se si trattasse di un cagnolino.
Nei giorni successivi Lombroso continuò a spiegare le proprie teorie allo scrittore russo, ma i due non si trovarono d’accordo praticamente su nulla. Complessivamente, lo psichiatra italiano ebbe la sensazione che Tolstoj fosse una persona molto buona.
Nel romanzo Resurrezione, dove il protagonista Nechljudov si interroga in modo assai profondo sul tema della pena, il grande scrittore russo espresse attraverso i personaggi tutta la sua avversione verso le teorie criminologiche lombrosiane.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Oltre ai saggi di Lombroso ed ai romanzi di Tolstoj, che non riporto per ragioni di spazio, ho avuto modo di consultare i seguenti testi. In essi, il lettore potrà trovare altri riferimenti.

S. Alfonsi, Nuoto, Giunti, Firenze 2008, pp. 95.
R. Catenacci, “Il genio e la follia. Quando Lombroso analizzò Tolstoj” (intervista a Paolo Mazzarello), la Provincia pavese, 10 febbraio 2015. Disponibile anche on line: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2015/02/10/news/il-genio-e-la-follia-quando-lombroso-analizzo-tolstoj-1.10841416
P. Mazzarello, Il genio e la follia. La strana visita di Lombroso a Tolstoj, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 123 (I edizione: Bibliopolis, Napoli 1998).

domenica 23 aprile 2017

Voltaire, Candido e il senatore




Voltaire, Candido, capitolo XXV

Candido incarica Cacambo di recuperare Cunegonda, ma è derubato dei suoi beni. Parte dunque per Venezia con Martino, un filosofo manicheo pessimista e dalla vita assai sfortunata, che rappresenta l’antitesi di Pangloss. I due risalgono in gondola il Brenta e giungono al palazzo del senatore Pococurante. Qui il gioco si fa complicato, Pococurante, da perfezionista incallito qual è, esprime a volte in modo spregiudicato opinioni condivise dallo stesso Voltaire. L'immagine di un uomo mai soddisfatto si converte alla fine in un apologo sulla felicità che fugge e non si lascia afferrare.

"Quante opere di teatro vedo là!" disse Candido, "in italiano, in spagnolo, e in francese."
"Sì", disse il senatore. "saranno tremila, ma non tre dozzine di buone. Quelle raccolte poi di sermoni, che tutti insieme non valgono una pagina di Seneca, e tutti quei gran volumi di teologia, credetelo, non li apro mai: non io né altri."
Martino vide degli scaffali carichi di libri inglesi.
"Credo", disse, "che un repubblicano dovrebbe per lo più di vertirsi con queste opere scritte così liberamente."
"Sì, rispose Pococurante, è bello scrivere ciò che si pensa, ed è questo un privilegio dell’uomo: in tutta la nostra Italia non si scrive solo quel che non si pensa. Coloro che abitano la patria di Cesare e degli Antonini non osano avere un’idea senza il permesso di un domenicano. Sarei contento della libertà che ispira gl’ingegni inglesi, se la passione e lo spirito di parte non corrompessero totalmente ciò che quella preziosa libertà ha di stimabile."
Candido scorgendo un Milton gli chiese se non considerasse quell’autore un grand’uomo.
"Chi?" disse Pococurante, "quel barbaro che fa un lungo commento del primo capitolo della Genesi in dieci libri di versi duri? Questo grossolano imitatore dei greci, che deturpa la creazione, e che mentre Mosè rappresenta l’Eterno che produce il mondo attraverso la parola, fa prendere al Messia un gran compasso, in un armadio del cielo, per tracciare la sua opera? Io, precisamente io,  dovrei forse stimare colui che ha guastato l’inferno e il diavolo del Tasso: che traveste Lucifero da rospo o da  pigmeo: che gli fa ribattere cento volte i medesimi discorsi; che lo fa disputare sulla teologia; che imitando seriamente l’invenzione comica dell’armi da fuoco dell’Ariosto, fa sparare il cannone nel cielo dai diavoli? Né io, né alcun altro in Italia ha potuto trarre piacere da tutte queste tristi stravaganze. Le Nozze del Peccato e della Morte, e le vipere partorite dal peccato, non fanno vomitare ogni uomo che ha il gusto un po' delicato, e la sua lunga descrizione di un ospedale va bene solo per un becchino. Questo poema oscuro, bizzarro e disgustoso fu schernito fin dalla nascita, ed io lo tratto oggi come fu trattato in sua patria dai contemporanei; del resto, dico ciò che penso, e mi preoccupo assai poco di vedere se gli altri la pensano come me."
Candido era afflitto da questi discorsi; lui che rispettava Omero, e un po' amava Milton.
"Ahimè", disse sottovoce a Martino, "temo proprio che quest'uomo nutra un sovrano disprezzo per i nostri poeti tedeschi."
"Non sarebbe un gran male", disse Martino.
"Oh che uomo superiore! diceva ancora Candido fra i denti. E che genio, questo Pococurante! Niente può piacergli."
Dopo aver passato così in rassegna tutti i libri, scesero in giardino; Candido ne lodava ogni bellezza. "Non conosco nulla che sia di un tale cattivo gusto", disse il padrone: "abbiamo qui solo quisquilie, ma subito domani ne faccio piantare uno di un disegno più fine.
Dopo che i due visitatori si furono congedati da sua eccellenza, Candido chiese a Martino:
"Ecco, ne converrete con me, il più felice di tutti gli uomini: è al di sopra di tutto ciò che possiede."
"E non vedete", rispose Martino, "che di tutto ciò che possiede è disgustato? Platone disse, molto tempo fa, che gli stomaci migliori non sono quelli che rigettano tutti gli alimenti."
"Ma", disse Candido, criticare tutto non è un piacere? Trovare dei difetti, dove gli altri uomini credono di vedere delle bellezze?"
"Satrbbe come dire" replicò Martino, "che può essere un gusto non provare gusto?"
"Oh bella!", disse Candido, "Allora soltanto sarò un uomo felice: quando potrò vedere la mia cara Cunegonda."
"E' sempre bene sperare", disse Martino. 

venerdì 21 aprile 2017

Mein Kampf in italiano



Angelo Bolaffi, Il "Mein Kampf" in italiano, un'edizione anti-fake news, la Repubblica, 19 aprile 2017

ADOLF Hitler continua a tormentare la coscienza europea. Anzi col passare dei decenni aumentano anziché diminuire gli interrogativi attorno a quello che appare sempre più un enigma storico, nonostante studi e ricerche sulla sua figura e sul movimento da lui guidato riempiano intere biblioteche. Proprio come aveva profeticamente intuito Salvator Dalí intitolando un suo quadro del 1939 "El enigma de Hitler". Il capo politico - vera e propria incarnazione del "male assoluto" - che nel giro di pochissimi anni fu capace di trascinare nella barbarie la Germania provocando la più traumatica frattura di civiltà dell'epoca moderna, sulla cui luciferina pericolosità i suoi contemporanei presero un abbaglio catastrofico commettendo un tragico errore di sottovalutazione, ci costringe sempre di nuovo a decifrare cause e dinamiche di un fenomeno politico evidentemente impossibile da storicizzare. Di più. Le inquietanti dinamiche dell'odierna crisi epocale che sta sconvolgendo i paradigmi culturali e geopolitici dell'Occidente impongono un supplemento d'indagine non solo sulle modalità storico-politiche che consentirono la presa del potere ma soprattutto un'analisi critica dei lemmi del messaggio grazie al quale Hitler riuscì a "convertire" una nazione al suo programma di odio e di violenza.

Occorre esaminare, dunque, le parole di quella Lingua Tertii Imperii - questo il titolo della magistrale indagine condotta da Victor Klemperer (Giuntina, 2008) - grazie alla quale Hitler e il regime nazista riuscirono, con l'obiettivo politico di manipolare le masse, ad asservire il pensiero stesso e la cultura di un intero popolo. A cominciare da Martin Heidegger. "Spero molto che tu faccia i conti in modo approfondito con il libro di Hitler", questa la calda esortazione rivolta dal filosofo al fratello Fritz in una lettera del 1931: "Che questo individuo abbia e abbia avuto uno straordinario e sicuro istinto politico quando tutti noi avevamo ancora la testa annebbiata, questo non lo può negare nessun individuo ragionevole (...) Non si tratta più di politica partitica ma della salvezza o del tramonto dell'Europa e della cultura occidentale".

Per questo va salutato come un importante avvenimento politico-culturale la pubblicazione in italiano di una edizione finalmente critica del Mein Kampf (Adolf Hitler: La mia battaglia , Free Ebrei edizioni, da domani acquistabile online sulle principali piattaforme in formato digitale e cartaceo) curata da Vincenzo Pinto, studioso del sionismo e dell'antisemitismo. Free Ebrei è un'associazione nata nella primavera del 2012 come sito d'informazione, per promuovere lo studio e la comprensione dell'identità ebraica: La mia battaglia inaugura la loro collana editoriale "Documenti". A questo volume, introdotto da un saggio dello storico britannico Richard Overy, farà seguito un secondo nel quale autori italiani e stranieri approfondiranno i principali problemi del Mein Kampf e lo stesso curatore ripercorrerà criticamente la vicenda delle precedenti traduzioni italiane (alcune ancora presenti nelle librerie online, mentre lo scorso anno il testo è stato distribuito in edicola, tra le polemiche, dal quotidiano Il Giornale ).

Come si ricorderà lo scorso anno, a cura dell'Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera, era apparsa una edizione storico-critica del Mein Kampf (diventata poi bestseller): una scelta editoriale, quella degli storici tedeschi che ha sollevato nell'opinione pubblica, e non solo in Germania, un dibattito molto acceso, nel quale le valutazioni positive hanno ampiamente prevalso. Anche se non sono mancate autorevoli voci di dissenso come quella del britannico Jeremy Adler, studioso della letteratura della Shoah. Questa edizione italiana, che tiene ovviamente conto di quella tedesca, è la prima che appare in un paese dell'Europa occidentale (in Francia è prevista una edizione per l'anno prossimo presso l'editore Fayard, mentre in Inghilterra verrà pubblicata una traduzione integrale dell'edizione tedesca), ed è accompagnata da un imponente apparato storico-critico pensato non solo per una cerchia ristretta di specialisti, ma anche a scopi didattici. Infatti il lettore avrà a disposizione non solo una minuziosa cronologia della vita di Hitler fino al 1926, anno in cui apparve il secondo volume de La mia battaglia , ma anche un notevole glossario e un completo indice dei nomi. Inoltre ognuno dei 27 capitoli in cui è suddiviso il Mein Kampf viene introdotto da una sinossi contenente genesi, riassunto, analisi, parole chiave, bibliografia e un approfondimento in due sezioni: analisi retorica e analisi storico-culturale.

A parere del curatore Vincenzo Pinto, la cultura italiana "non ha ritenuto l'opera degna di rilevanza, finendo per mitizzare un testo molto disprezzato e sottovalutato", commettendo lo stesso errore compiuto dalla Germania di Weimar che lo fece oggetto di feroci stroncature: un libro "noioso, confuso, scritto male e fumoso" lo definì un recensore, mentre un altro parlò di "un guazzabuglio di frasi costruite male oppure sbagliate dal punto di vista grammaticale, che non ha alcun valore intellettuale". Contro tale superficiale e autolesionistico atteggiamento di colpevole incomprensione, La mia battaglia intende guardare in faccia l'incarnazione del "male" scoprendo che non è né metafisico né folle ma terribilmente "umano, troppo umano".

Niente esoterismo, niente magia, dunque. Hitler ha usato l'ebreo per creare il suo movimento populista facendo dell'ebreo il "nemico" della civiltà occidentale. Per riuscire a "scardinare in profondità il meccanismo retorico che alimenta il messaggio hitleriano", come spiega Pinto, esso va vivisezionato. Hitler e come lui anche altri politici populisti non possono essere "compresi attraverso una logica deduttiva o induttiva, semmai serve quella abduttiva", "nel senso indicato filosoficamente da Charles S. Peirce, elaborato storicamente da Carlo Ginzburg e semanticamente da Umberto Eco". Scopriremo così che l'antisemitismo di Hitler non è un semplice assioma del nazionalsocialismo, né il prodotto (più o meno distorto) di singoli episodi della vita reale. È invece "la deduzione "a ritroso" del medico detective che analizza i "presagi": i sintomi di decadenza fisica e morale lo portano a "scoprire" una "malattia" più profonda che va "giustificata" sul campo. Qui sta la grande forza del mito nazionalsocialista nelle democrazie di massa, ma anche la sua intrinseca debolezza: è l'espressione di un sentimento atavico (il bisogno di un capro espiatorio) che può essere risvegliato, ma che può anche essere messo a tacere dalle armi dei "semplici" fatti".

Nel saggio intitolato La tecnica dei nostri miti politici - l'ultimo scritto prima di morire nel 1945, nel suo esilio americano - Ernst Cassirer sostiene che nel periodo tra le due guerre mondiali sarebbe avvenuto non solo un mutamento radicale nelle forme della vita politica e sociale ma anche una completa trasformazione nelle forme del pensiero politico giacché "il tratto forse di maggior rilievo, ed è insieme il più allarmante, nell'evoluzione della nostra vita politica è il sorgere improvviso di un nuovo potere: il potere del
pensiero mitico". Una diagnosi stilata dal grande pensatore tedesco per decifrare l'enigma Hitler e più in genere il fenomeno del totalitarismo, e che suona terribilmente attuale in un mondo in cui l'agire politico è dominato da un nuovo potere: quello delle fake news.