Venezia
Luca Scarlini
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026
La geometria della grazia è l’ossessione di molti artisti: ossia la possibilità di individuare la regola che genera bellezza nei rapporti di costruzione dell’immagine. Un sogno e talvolta una ossessione, che torna in numerosi snodi del Novecento, in specie in relazione con l’immagine riprodotta e seriale. Questo è il titolo scelto da Anne Morin e da Denis Curti per una ampia, e originale retrospettiva di Horst P. Horst alle Stanze della Fotografia, all’Isola di San Giorgio a Venezia, in una coproduzione tra Marsilio Arte e Fondazione Cini.
Il percorso di immagini celebri o mai viste (molte davvero assai rare), spesso copiate e imitate, parte dalla pratica continua del disegno, dello schizzo. L’esposizione inizia, infatti, con una serie di disegni, ritratti e autoritratto, tra anni 30 e 40, che svelano da subito assonanze con il mondo della produzione neoromantica (da Berard, a Berman, a Tchelitchev) che in questi ultimi anni viene recuperata. Da Ertè, star delle riviste francesi e americane dagli anni 10, viene la trasformazione delle modelle in lettere dell’alfabeto, che porta a icone celebri. Il paradigma notoriamente passa dal confronto con l’architettura.
Nella sua giovinezza sono fondamentali gli incontri con amici che frequentavano il Bauhaus e gli studi seguenti con Walter Gropius alla Kunstgewerbeschule, incentrata sul design di oggetti. Nel 1929 si propone come assistente volontario a Le Corbusier, che lo accetta. A Parigi incontra George Hoyningen-Huene (da poco celebrato con una mostra a Palazzo Reale, catalogo edito da Moebius), capo fotografo di «Vogue France», con cui si legò nella vita e nell’opera. Da quel momento nasce la leggenda di immagini basate su una riflessione estetica profonda, che sempre si fondano su un lavoro grafico precedente, catalogato con grande precisione in agendine, segnate da una grafia minuta e precisissima, ricavate da contenitori per rullini.
Nella sua giovinezza sono fondamentali gli incontri con amici che frequentavano il Bauhaus e gli studi seguenti con Walter Gropius alla Kunstgewerbeschule, incentrata sul design di oggetti. Nel 1929 si propone come assistente volontario a Le Corbusier, che lo accetta. A Parigi incontra George Hoyningen-Huene (da poco celebrato con una mostra a Palazzo Reale, catalogo edito da Moebius), capo fotografo di «Vogue France», con cui si legò nella vita e nell’opera. Da quel momento nasce la leggenda di immagini basate su una riflessione estetica profonda, che sempre si fondano su un lavoro grafico precedente, catalogato con grande precisione in agendine, segnate da una grafia minuta e precisissima, ricavate da contenitori per rullini.
Nell’esposizione gli scatti si possono anche verificare nella trasformazione nelle celebrate copertine di «Vogue», che si trovano dentro un mobile a cassetti. Tra le immagini compare Diane Vreeland, maestra della stampa di moda, grande estimatrice del maestro tedesco. Clamoroso è l’arredo della sua stanza, rosso acceso, come l’abito, nell’idea di una gamma cromatica unica, ipersatura. Le immagini fashion mettono in scena mani, piedi, cappelli, abiti, accessori, che diventano oggetti di una geometria di rappresentazione rigorosissima eppure sempre aperta a suggerire tensioni narrative.
Gli abiti sono protagonisti di una trama fittissima di allusioni: memorabili gli incontri con i capi di Elsa Schiaparelli, di Balenciaga, Lanvin, Mainbocher. Genet (al secolo Janet Flanner) acutissima cronista da Parigi per la stampa statunitense, segnalava questa doppia via già nella recensione alla prima mostra personale a Parigi nel 1932. Colpisce l’uguale capacità di utilizzare il bianco e nero, rigorosissimo, con assoluta maestria nel determinare un sontuoso teatro delle ombre, come anche di lavorare su esplosioni di colore.
Tra gli aspetti meno frequentati spiccano le rappresentazioni naturalistiche (nella ampia parte che ha come titolo Patterns from Nature), in cui fiori e minerali diventano occasione di raffinatissime visioni architettoniche. Su «Vogue» comparivano già negli anni 40 scatti bellissimi di crisantemi e cactus, che senz’altro ha tenuto presente Robert Mapplethorpe per il suo repertorio di sensualissime orchidee.
Una delle sei sezioni della mostra, Classico e neoclassico, individua i riferimenti di un mondo espressivo, con profili pompeiani che rivaleggiano con le volute all’interno di una cipolla. Magnifiche sono le fotografie coloratissime nella casa romana di Cy Twombly, che Valentino scelse come set per la rappresentazione della sua celebre collezione White white.
La mostra si conclude con una rappresentanza nutrita dei celeberrimi ritratti di Horst, celeberrimi o poco visti. Fra i tanti si incidono nella memoria un giovane Luchino Visconti, rappresentato su uno sfondo di nuvole, Marlene Dietrich, Yves Saint Laurent appoggiato al Mondrian che aveva ispirato un suo celebre vestito, Gianni Versace, meditativo, una meravigliosa Coco Chanel reclinata, Truman Capote davanti a un serpente, la straordinaria Edith Sitwell, moderna poetessa metafisica, con clamorosi anelli bizantini. Altrettanti momenti di una indagine nella fisionomia e nell’anima umane, alla ricerca dell’architettura della grazia, nelle sue infinite metamorfosi.
Gli abiti sono protagonisti di una trama fittissima di allusioni: memorabili gli incontri con i capi di Elsa Schiaparelli, di Balenciaga, Lanvin, Mainbocher. Genet (al secolo Janet Flanner) acutissima cronista da Parigi per la stampa statunitense, segnalava questa doppia via già nella recensione alla prima mostra personale a Parigi nel 1932. Colpisce l’uguale capacità di utilizzare il bianco e nero, rigorosissimo, con assoluta maestria nel determinare un sontuoso teatro delle ombre, come anche di lavorare su esplosioni di colore.
Tra gli aspetti meno frequentati spiccano le rappresentazioni naturalistiche (nella ampia parte che ha come titolo Patterns from Nature), in cui fiori e minerali diventano occasione di raffinatissime visioni architettoniche. Su «Vogue» comparivano già negli anni 40 scatti bellissimi di crisantemi e cactus, che senz’altro ha tenuto presente Robert Mapplethorpe per il suo repertorio di sensualissime orchidee.
Una delle sei sezioni della mostra, Classico e neoclassico, individua i riferimenti di un mondo espressivo, con profili pompeiani che rivaleggiano con le volute all’interno di una cipolla. Magnifiche sono le fotografie coloratissime nella casa romana di Cy Twombly, che Valentino scelse come set per la rappresentazione della sua celebre collezione White white.
La mostra si conclude con una rappresentanza nutrita dei celeberrimi ritratti di Horst, celeberrimi o poco visti. Fra i tanti si incidono nella memoria un giovane Luchino Visconti, rappresentato su uno sfondo di nuvole, Marlene Dietrich, Yves Saint Laurent appoggiato al Mondrian che aveva ispirato un suo celebre vestito, Gianni Versace, meditativo, una meravigliosa Coco Chanel reclinata, Truman Capote davanti a un serpente, la straordinaria Edith Sitwell, moderna poetessa metafisica, con clamorosi anelli bizantini. Altrettanti momenti di una indagine nella fisionomia e nell’anima umane, alla ricerca dell’architettura della grazia, nelle sue infinite metamorfosi.
Horst P. Horst.
La geometria della grazia, a cura di Anne Morin
e Denis Curti
Venezia, Isola di San Giorgio Maggiore
Fino al 5 luglio
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