Roberto Barzanti
Machiavelli, Guicciardini e quel groviglio fiorentino: un saggio di Ciliberto
il manifesto, 12 aprile 2026
Nell’avvertenza premessa al suo saggio Il cerchio delle umane cose (Laterza «Sagittari», pp. XII-165, € 18,00) Michele Ciliberto formula con nettezza la domanda da cui muove: «come sia stato possibile, e quando, il passaggio in Italia dalla libertà alla servitù, dalla ‘civiltà’ alla decadenza, alla ‘barbarie’, in un processo che inizia alla fine del Quattrocento e che è durato a lungo». Fino a che punto si può tout court scrivere di Italia? Quale spazio occupava in Europa? Di quale «libertà», cioè di quanta indipendenza, godeva? L’incisività con cui il problema è enunciato deriva dalla passione che spinge l’autore a una serrata analisi sul come e sul quando il decadimento cominciò. La centralità di Firenze quale epicentro di una tormentata aspirazione è sicura. Il nucleo dell’arco temporale in cui si addensarono e si spensero ardite speranze animosamente discusse va dal 1494 al 1527: poco più di un trentennio, del quale si mettono a fuoco i travagli, i mutamenti, le cadute.
Il percorso è scandito in quattro parti, non seguendo una lineare cronologia, ma intrecciando idee e fatti in una dialettica rappresentazione di rispondenze e contrasti. Per Ciliberto, uno dei massimi conoscitori delle vicende e dei protagonisti del Rinascimento, questo testo è quasi la conclusione (provvisoria) di una messe di studi che indagano il passato facendolo rivivere nel presente. Indubbio è nelle concezioni accreditate dell’Umanesimo e/o del Rinascimento il ruolo fondativo di eccelse personalità quali Machiavelli, Guicciardini e Savonarola, per limitarsi alle vette, ma sarebbe difettoso tentar di comprendere le ragioni delle sconfitte senza riferirsi alle medolla e soffermandosi alle cortecce per usare la distinzione guicciardiniana, tralasciando di sviscerare la «verità effettuale» delle cose e privilegiando la loro immaginazione. Si tradirebbe l’ammonimento di Machiavelli. Con la morte del Magnifico (aprile 1492) vien meno l’accorta pratica di una «tirannide repubblicana», che sarà acutamente descritta da Guicciardini nelle Considerazioni sui Discorsi di Machiavelli.
Sarebbe stato da stolti proibire a un popolo abituato a una sfrenata e faziosa libertà feste e balli come ai dotti biblioteche e agi di corte. Alla forza era opportuno si accompagnasse una controllata dolcezza di vita, almeno per chi nella scala sociale abitava i piani più decorosi. Ma la mancanza di una difesa armata sostenuta dal popolo rivelò la sua fatale debolezza alla discesa di Carlo VIII, in grado di prendere l’Italia col gesso, secondo la lapidaria sintesi del «Machia». Lorenzo non aveva perseguito l’obiettivo di creare una salda forza militare cittadina perché temeva che potesse diventare un contropotere avverso alla sua sovrana leadership. A contrastare il caos che derivò dalla fine di una difficile egemonia irruppe – si direbbe oggi – un «papa straniero». Dopo il biennio di Piero il Fatuo è instaurata una Repubblica che durerà fino al 1512. Ne fu protagonista, negli anni della «grande mutazione», il domenicano ferrarese Girolamo Savonarola che nella predicazione dai toni apocalittici additava un futuro in cui si fondevano invettive profetico-religiose e canoni del reggimento civile tra l’infuriare di polemiche tra Arrabbiati e Palleschi, Bigi e Piagnoni. Il tipo di riforma da lui esaltato non riguardava solo Firenze ed era in grado di far maturare posizioni aperte a una vasta partecipazione popolare, attenuando quindi o sradicando il dominio di malviste oligarchie, quelle della Chiesa cattolica in primis. Dapprima osannato fu poi odiato e condannato al rogo con l’accusa di usare metodi dispotici da tiranno vecchio stampo. Fatto è che si assiste a un paradosso.
Proprio quando si rafforzava e si stava espandendo lo splendore di una cultura che sarebbe stata alla base della modernità, inizia la decadenza della penisola.
Questo deficit di concretezza politica è la causa più rovinosa dell’inizio di un declino che avrebbe segnato in profondità la crisi della sognata Italia. Da questa divaricazione tra creatività speculativa e divisiva faziosità prende forma un’Europa che nel groviglio fiorentino ha una tragica esemplarità. Fu un’Europa doppia. Emanuele Severino, giusto in una conferenza tenuta all’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di palazzo Strozzi, indicò in questa doppiezza i tratti tipici dell’Europa, per un verso centro propulsore dei più nobili concetti della modernità, quali la tollerante libertas philosophandi, per l’altro dilaniata da sanguinose guerre e da una ferocia distruttiva fino all’abissale inferno di Auschwitz.
Il duello tra Machiavelli e Guicciardini è tra le sezioni più vivaci del libro. Machiavelli era considerato dall’aristocratico Guicciardini un «estravagante», un impulsivo sostenitore di un’impresa eroica destinata a fallire: quando, nel 1538, si mise a stendere l’unica sua opera destinata al pubblico, non da lui intitolata Storia d’Italia, centellinò in apertura un incipit ispirato a un impianto umanistico tutto ricavato dalla vita: «Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, (…) tutte quelle calamità con le quali i miseri mortali, ora per l’ira giusta di Dio ora dall’empietà e dalla scelleratezza degli altri uomini, essere vessati». Guicciardini non credeva nell’unità politica di un anomalo territorio in cui tenacemente coesistevano elementi specifici. L’Italia sarebbe rintracciabile nella diaspora degli italiani in esilio. «È un fatto singolare – conclude Ciliberto –, e per certi versi paradossale, ma la storia è imprevedibile: da un paese politicamente servo si dipanano – spostandosi in Europa ad opera di ribelli, eretici, perseguitati – fili che vengono da lontano e contribuiscono a costruire alcune delle principali libertà nelle quali è consistita per secoli l’identità europea». Le perduranti divisioni e discordie «sono l’opposto di quello di cui ha bisogno uno Stato ben ordinato, se vuole avere un solido assetto all’interno e un ruolo nella politica internazionale». Lezione che risuona terribilmente contemporanea. Ma l’allievo dell’iperstoricista Eugenio Garin non abbozza grossolane analogie con la «grande mutazione» odierna, né si vede come i capricci indomabili della Fortuna avrebbero potuto offrire occasioni da afferrare per conferire all’Italia un peso determinante in un lacerato contesto globale.
Guicciardini nei Ricordi (C 138) tirò in ballo un proverbio di Seneca: «Né e pazi né e savii non possono finalmente resistere a quello che ha a essere: però io non lessi mai cosa che mi paressi meglio decta che quella che dixe colui: ‘Ducunt volentes fata, nolentes trahunt’». Il destino guida coloro che lo assecondano, travolge quelli che gli si oppongono: amara massima che Oswald Splenger citò nel suo Il tramonto dell’Occidente.
In coincidenza con l’uscita del saggio recensito sopra, che si collega a molti fondamentali contributi su una transizione fra epoche rovistate con acribia filologica e innovativo ardimento, è annunciata la presentazione di un’impresa editoriale in quattro volumi: L’età nuova. Umanesimo e Rinascimento (Edizioni della Normale in unione con l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, pp. 3938, € 280,00). Frutto di un lavoro quadriennale svolto sotto la guida scientifica di Michele Ciliberto, l’opera, comprendente 250 saggi elaborati da 148 studiosi, si è avvalsa del sostegno della Regione Toscana. Su di essa varrà la pena tornare nei prossimi mesi, dopo una disamina non superficiale di un materiale che costituirà uno snodo cruciale nella rigogliosa bibliografia su temi tanto dibattuti.
Intanto si può sottolineare, sulla traccia introduttiva, che essa non ha una classica struttura per «voci» da enciclopedia. I vari autori offrono saggi su questioni aperte o con profili biografici, obbedendo a una partizione che fa intravedere un’architettura non scontata. A partire dalla distinzione tra Umanesimo e Rinascimento, nonché dagli interrogativi sulla loro reciproca autonomia o sulla feconda continuità. Fa quindi il punto sullo status quaestionis, a iniziare dalla coscienza della «rinascita» avvertita dai cancellieri della Repubblica fiorentina. Subito dopo un gruppo di saggi spazia da Jules Michelet a Giovanni Gentile e alle trasfigurazioni che il concetto di Rinascimento ha traversato nel Novecento. Significativo è che i confini si slarghino fino a evidenziare la trasmissione dell’umanesimo europeo in Cina.
Nel secondo volume ci si sofferma su ritratti e modelli con monografie di personalità che vanno da Francesco Petrarca a Vittoria Colonna e comprendono scritture apocalittiche e profetiche quali premonizioni della Riforma. Sono valorizzati gli aspetti della cultura figurativa, della musica e delle scienze. Nel terzo volume si passa, ad esempio, ai nuovi strumenti pedagogici e ai nuovi generi che insorgono. Ovviamente non è trascurata la dialettica tra storia e storiografia. Infine, nel quarto volume si dà spazio alla migrazione intellettuale degli italiani in Europa, da Bernardino Ochino ai Sozzini.
L’itinerario europeo giunge fino a Montaigne e a Shakespeare.
«Si tratta di un’opera in movimento – chiarisce Ciliberto –, con l’ambizione di guardare a quell’epoca con occhi nuovi, da prospettive critiche differenti secondo un approccio che esclude in linea di principio antichi modelli critici e concetti storiografici su cui si è ampiamente insistito». Si è spesso parlato del tramonto o addirittura della dissoluzione del concetto di Rinascimento ma, come la Fenice, esso è via via risorto:«È morto e rinato molte volte per la forza e l’importanza dei valori civili di cui esso si è sostanziato, coincidenti – nel modello illuministico e moderno – con quelli propri di un’umanità libera, autonoma, responsabile, estranea a ogni forma di servitù, di qualunque specie essa sia».

Nessun commento:
Posta un commento