Alberto Negri
Comanda Bibi, e Washington deve adattarsi
il manifesto, 9 aprile 2026
Ancora una volta Netanyahu ha dimostrato chi comanda tra lui e Trump. Escluso dalle trattative di Islamabad, ha annunciato che la guerra in Libano va avanti nonostante Hezbollah abbia dichiarato di partecipare all’accordo raggiunto in Pakistan con il sostegno non tanto segreto dell’alleato cinese. In poche parole dimostra che lui, quando vuole, può far saltare l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Iran e Usa e tenere in scacco il mondo.
Del
resto la dottrina Netanyahu la conosciamo bene: è quella della
guerra permanente, un po’ per salvare se stesso dai processi e un
po’ per tenere in stato di emergenza un intero Paese e tutta la
regione.
Con queste premesse o Trump chiede a Netanyahu di
aderire oppure già le presunte trattative tra Vance e Ghalibaf
partono male ancora prima di cominciare.
Se
cominceranno, perché l’Iran ha minacciato di riprendere le
operazioni militari dopo i gravissimi raid israeliani su Beirut con
decine e decine di morti: una fonte diplomatica iraniana ieri
affermava che a Teheran si sono diffuse due tipi di sensazioni. Una è
che Trump non tenga sotto controllo Netanyahu, l’altra che il
premier abbia in realtà ottenuto via libera in Libano dagli stessi
comandi militari di Washington.
La terza sensazione, sempre più
diffusa nelle cancellerie, è la ormai cronica instabilità di Trump
che non può certo stupire Nassir Ghaemi, psichiatra della Harvard
medical school di Boston che ha editato di recente un libro assai
utile, Una straordinaria follia, storie di disturbi mentali dietro a
grandi leader (Apogeo edizioni).
Che la fiducia in Trump sia prossima allo zero lo avevano già verificato tutti, non solo gli iraniani. La guerra è partita il 28 febbraio quando si era già convenuto un incontro diplomatico tra le parti. Qual è oggi la credibilità di Trump? Assai scarsa fuori e anche in patria. Il rifiuto di Netanyahu di fermare la guerra libanese fa apparire la tregua con la repubblica islamica non come una decisione di Washington ma una sorta di concessione di Tel Aviv al suo grande alleato, ormai in estrema difficoltà per l’aumento dei prezzi dell’energia e per una guerra iniziata senza sapere come finirla.
Forse una piega non del tutto inattesa visto come è iniziata la guerra «decisa da Netanyahu e dalla lobby sionista negli Stati Uniti», come ha scritto nella sua recente lettera di dimissioni Joe Kent da capo dell’agenzia anti-terrorismo. Impantanato nello Stretto di Hormuz, il presidente americano sembrava essere riuscito a evitare due scenari per lui disastrosi, quello di un passo indietro senza aver ottenuto nulla e quello di una escalation militare senza una strategia reale.
Trump cercava una via d’uscita e potrebbe averla trovata ma resta il fatto che non ha ottenuto i successi sperati e soprattutto ora il «comandante» Netanyahu lo tiene appeso a un filo.
Del resto è Trump che ha scelto di affossare la Nato (o almeno così dice ripetutamente) perché ha sostituito l’alleanza atlantica e gli europei «infigardi» con il progetto di Grande Israele di cui fa parte anche il Libano, oltre alla Palestina, pezzi di Siria, di Iraq e di Egitto, un piano demenziale propagandato non solo dagli estremisti al governo a Tel Aviv ma anche dall’ambasciatore Usa Gerusalemme Mike Huckabee.
Del resto i genitori del genero Kushner, uno dei capi della sua diplomazia, avevano riservato per anni un camera permanente a Nethanyau e lo stesso Kushner è socio del principe saudita Bin Salman, un altro dei fautori della guerra all’Iran, che gli ha prestato due miliardi di dollari da investire nella società israeliana Phoenix.
Questo è solo un pezzo, ma importante, della compagnia di giro dei sionisti estremisti che circonda Trump.
La sua strategia si è basata su scommesse avventate e influenzate dalla visione israeliana, che gli è stata «venduta» da Netanyahu. La prima che il regime iraniano avrebbe capitolato, la seconda che gli Usa avrebbero controllato Hormuz, mettendo sotto pressione anche la Cina, la terza che la popolazione iraniana si sarebbe sollevata (ricordate gli appelli di Netanyahu prima e di Trump poi?).
Niente di tutto questo è accaduto. Vatti a fidare dei «liberatori» a colpi di bombe per distruggere un intero Paese e persino una «civiltà», come pretendeva il presidente americano.
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