Marco Mondini Il 25 aprile e il cane di Pavlov Fb
"Non possiamo organizzare il seminario il 25 aprile" dico al collega tedesco che insiste per ficcare in quella settimana la riunione del progetto di ricerca "è festa!". "Festa di cosa?" mi risponde cortese, passando inopinatamente al suo italiano stentato che sembra sempre uscito dai Due colonnelli di Totò. "Ma della Liberazione!" "Liberazione da chi?" "Da voi".
Il collega smette di sorridere e propone di slittare a maggio.
Mi è successo tanti anni fa, in epoca politicamente più felice. Ma già all' epoca erano chiari i sintomi di quella messa in scena che trasforma ogni anno il 25 aprile in un teatrino dei burattini. Con un copione stantio. Qualche politico o militante di un partito di destra, o estrema destra o populista alla qualunque (ne abbiamo a iosa, da infelici scelte per le massime cariche istituzionali a ex generali in cerca di visibilità) lancia la sua prevedibile e sempre uguale provocazione. Lo fa sempre, in un momento compreso tra il 23 aprile e questa mattina. Qualcosa del tipo "noi" ci battevamo per l'onore. Noi abbiamo diritto...noi e la pacificazione. E i partigiani però non erano degli stinchi di santo...
Poiché a destra s'ode uno squillo, a sinistra puntuale risponde lo squillo uguale e contrario. L'indignato da copione, la pasionaria più o meno intellettuale, replica a tono.uguale e contrario con parole sempre uguali: il rigurgito del fascismo eccetera eccetera.
Ora, è più o meno.dai tempi di Almirante, e cioè dai primi vagiti della Repubblica, che i figli o nipoti a vario titolo del regime fascista scassano i cabasisi, direbbe Camilleri, con il rancore fuori posto e mai sopito di chi non ci sta a essere la parte perdente della Storia. Agli eredi delle brigate nere e dei bei vecchi tempi andati quando c' era il Tribunale speciale e tutto era in ordine, non sfiora il dubbio che gli sarebbe potuta andare peggio. Come ha scritto, tra gli altri, Tony Judt, è un mezzo miracolo se in tutta Europa, nella primavera '45, le Resistenze armate deposero le armi limitando le ondate di violenza e di vendetta. Considerato che fascisti e collaborazionisti dei tedeschi a vario titolo avevano occupato, ucciso, perseguitato, bruciato, sterminato per anni. E che, per limitarci ai danni di casa nostra, l'unico risultato di chi aveva scelto la strada "dell' onore", per dirle con i ragazzini di Salò, era stato di svendere il paese ai tedeschi, regalandogli inopinatamente Trento e a Trieste e facendosi trattare come sguatteri per due anni, mentre i soldati del Terzo Reich massacravano allegramente altri italiani.
Ad Almirante e ai suoi andò bene. Non solo non finirono tutti contro un muro, ma la Repubblica permise loro di rientrare nella vita politica, fondarsi un partito e rompere le scatole brontolando per ottant'anni. Cercando di quando in quando, Tambroni insegna, di rientrare nella stanza dei bottoni. Sono i mali della democrazia, diceva già Popper.
Non paghi di tanta fortuna, i figliocci delle brigate nere non hanno mai perso comunque occasione di mugugnare ogni sacrosanto 25 aprile, ricorrendo alla più consueta delle loro armi dai tempi gloriosi del duce: la frottola.
"È una festa di sinistra!" "È una festa di comunisti!"
Ma il 25 aprile venne istituito come festa nazionale il 22 aprile 1946, con un decreto luogotenenziale del futuro monarca Umberto II per solennizzare la liberazione dell'Italia. Per ricordare insomma che gli italiani non avevano aspettato armi al piede di essere graziosamente liberati, ma avevano imbracciato il fucile ed erano morti e avevano ucciso per riguadagnarsi, per quello che potevano, la propria dignità dopo un quarto di secolo di schiavitù. La festa precedette la Repubblica. Ne fu, in molti modi, la culla e il laboratorio ideale. A sfilare, come l' anno prima per le vie di Milano liberata, furono generali dell' esercito leali come Cadorna, ufficiali di complemento della Grande guerra come Parri, capi banda partigiani ferocemente anticomunisti, e insieme a loro compagni di lotta da Pertini a Longo con cui si sarebbero metaforicamente scannati nelle aule parlamentari.
E sì, fu fin dall' inizio una festa che generava spaccature, non sorprendentemente in un paese che continuava a vivere l'eredità tossica della guerra civile. Altro regalino al suo popolo di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini. Ma questa è un' altra storia.
Il 25 aprile è nato, e rimane, come una festa di patria, nel senso più profondo del saluto alla terra dei padri tornata libera, o almeno con un futuro da costruire. Da costruire, certo, molto diversamente dal passato, perché la Resistenza fu anche il sogno di un paese nuovo, migliore. Non è una festa di sinistra. Non è una festa bolscevica. È la commemorazione del riscatto. Di tutti gli italiani.
Un giorno, quando questo paese sarà in grado di fare i conti con il proprio passato, lo stanco teatrino dei pupi che va in onda ogni 25 aprile si spegnerà. Il nipotino di Almirante in cerca del quarto d'ora di notorietà la smetterà di rivendicare onori e gloria per i camerati caduti (tradendo il proprio paese) e la vezzosa pasionaria di turno la smetterà di invocare l'unità antifascista come se fossimo nell' estate del '44. E forse faremo un passo avanti, finalmente.

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