martedì 21 aprile 2026

La sibilla

 

ascoltare ancora i respiri della sibilla

Iconografia. Una mostra a Piacenza e un libro di Antonio Iommelli riportano l’attenzione su queste figure mitiche, codificate dagli antichi e sempre presenti nella storia dell’arte. Profetesse, veggenti, pronte a cambiare significato

Marina Mojana
Il Sole 24ore, 19 aprile 2026

 C’è stato un tempo in cui in un antro della montagna, tra le colonne di un tempio in rovina, o nelle volte affrescate di una chiesa, la pietra sussurrava: era il respiro di una Sibilla. Per secoli queste profetesse, dai capelli sciolti, la pelle raggrinzita e lo sguardo perso nel futuro, sono state una voce da interrogare oltre il tempo, ma anche sentinelle di un confine invisibile tra l’umano e il divino da rispettare; figure enigmatiche e al contempo così magnetiche da costringere l’arte a catturarle per l’eternità.

Ce lo ricorda Antonio Iommelli, direttore scientifico dei Musei Civici di Piacenza, in un’originale pubblicazione (Nomos editore, pagg. 96, € 19,90) uscita a corollario della mostra Sibille. Voci oltre il tempo, oltre la pietra, in corso a Piacenza nella Cappella Ducale di Palazzo Farnese. Qui fino al 3 maggio è ospitata la sublime Sibilla Cumana (1617) del Domenichino, proveniente dalla Galleria Borghese di Roma, posta in un inedito dialogo con le sibille scolpite da Christian Zucconi, piacentino classe 1978.

Censite dallo storico Marco Terenzio Varrone (che ne elencava dieci) e poi codificate dal domenicano Filippo Barbieri (che sotto papa Sisto IV della Rovere portò il loro numero a dodici) le Sibille diventano un tema iconografico molto presente in pittura e scultura a partire dal ciclo di affreschi della basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis (XI secolo).

Tra Rinascimento e Barocco, poi, si assiste alla loro apoteosi artistica; il mondo pagano scompariva quasi del tutto per cedere il passo a quello cristiano e le Sibille indicarono il Cristo ai gentili, come i profeti dell’Antico Testamento avevano preannunciato il Messia al popolo d’Israele. Non a caso i loro nomi compaiono spesso affiancati: Persica con Osea; Libica e Delfica con Geremia; Cimmeria con Gioele; Eritrea con Ezechiele; Samia con Davide; Cumana con Daniele; Ellespontica con Giona; Frigia con Malachia; Europea con Zaccaria; Tiburtina con Michea; Agrippa con Isaia.

Pensiamo alle Sibille di Michelangelo nella Cappella Sistina (1511 ca), di Raffaello nella basilica di Santa Maria della Pace a Roma (1514), di Lorenzo Lotto nella basilica della Santa Casa di Loreto (1552), sono gigantesse di muscolo e di pensiero e rappresentano la vetta di un percorso iniziato millenni prima nei boschi della Grecia o sulle rive del Mediterraneo.

Il testo di Iommelli traccia un limpido excursus storico, ma non ambisce a stabilire quale fu la prima Sibilla documentata, non individua l’autore più antico che ne abbia trasmesso il ricordo e neppure offre un catalogo esaustivo delle molte ipotesi sulla nascita di ciascuna profetessa. Tuttavia è uno strumento agile, dal ricco apparato iconografico e dalla chiara esposizione in grado di accompagnare il lettore nella complessa storia di queste straordinarie figure femminili, che hanno attraversato i secoli modificandosi, adattandosi e rivelando un significato sempre nuovo.

Da oscure veggenti pagane a profetesse del verbo incarnato. Nel passaggio dalla cultura greco-romana a quella cristiana, ad esempio, fu la sibilla Tiburtina a prevalere sulle altre. A lei, infatti, venne attribuito il vaticinio della nascita di Cristo rivolto all’imperatore Ottaviano Augusto, che fece depositare i libri sibillini in una teca nel tempio dedicato ad Apollo (divinità che le possedeva durante l’oracolo) sul Palatino, dove rimasero fino al 363 d.C., data dell’ultima consultazione conosciuta.

Il focus del volume si accende, quindi, sulla presenza delle Sibille dipinte nel territorio piacentino e in particolare nell’ambiente artistico emiliano tra metà Cinquecento e primo Seicento, quando grandi artisti come Pordenone, Camillo Procaccini, Ludovico Carracci, Guido Reni, Domenichino e Guercino, continuando a reinterpretarne la figura, diedero vita a immagini femminili giovani, lussuosamente abbigliate, moderne dame di corte sempre più distanti dalle antiche profetesse. Proprio Piacenza divenne testimone di questa metamorfosi; sulle volte della basilica di Santa Maria in Campagna affrescate dal Pordenone (1555) o nella cupola della cattedrale di Santa Maria Assunta decorata dal Guercino (1626-1627), le Sibille divennero portatrici del sapere universale.

Donne capaci di impadronirsi della scena e di diventare figure autonome - accomunate soltanto dal copricapo a turbante - uscirono dai luoghi di culto per entrare nelle collezioni private di principi, nobili e mercanti, apprezzate al pari di apostoli e filosofi per il loro messaggio di pace e di speranza.



Sibilla frigia

Sibilla delfica

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