martedì 21 aprile 2026

Carlo Levi lucano


carlo levi, lucano tra i lucani
La storia in mostra
Le foto di Domenico Notarangelo a Roma documentano l’ultimo viaggio di Levi in Basilicata a un mese dalla morte, il funerale e alcuni momenti del «Cristo» girato da Rosi: volti che parlano sullo sfondo dei Sassi
Eliana Di Caro
Il Sole 24 ore, 30 marzo 2026

Nel dicembre 1974, un mese prima di morire, Carlo Levi è in Basilicata. Partecipa alle “Giornate della Cultura Sovietica in Italia” e fa varie tappe nella terra in cui era stato confinato quarant’anni prima, alla quale era rimasto profondamente legato. Presenta a Matera le litografie a corredo di un’edizione speciale del Cristo, poi si mette in cammino per salutare gli amici sparsi nei Comuni lucani. Nulla lascia presagire l’imminenza della fine. Anche per questo colpiscono le fotografie di Domenico (Mimì) Notarangelo, testimonianza di un doppio congedo di Levi: dalla vita (rientrato a Roma, si ammalerà senza riprendersi) e dal luogo nel quale verrà seppellito. Il funerale stesso si fa itinerante, celebrato in tre tappe che segnano anche tre appartenenze: a Roma, a Eboli, ad Aliano. Nella mostra Il popolo lucano di Carlo Levi, allestita a Roma all’omonima Fondazione sino al 18 aprile, si ritrova il pittore, scrittore e politico ritratto già nel ’68 in un comizio della città dei Sassi, dove si era candidato al Senato come indipendente di sinistra. Lo vediamo poi a Grassano, il paese cui era stato destinato al confino prima ancora di Aliano, rivolto alla platea della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie): volti assorti e malinconici, esclusivamente maschili, che dicono tutto di sacrifici, fatica, privazioni. Quindi accanto all’onorevole Pasquale Franco e in un intenso primo piano ad Aliano, dove poco più tardi un manifesto trasmetterà il cordoglio della Regione Basilicata per l’improvvisa scomparsa. Le immagini dei funerali affollati mostrano la sindaca del paesino dei calanchi Maria Santomassimo (tra le prime donne dell’Italia meridionale a ricoprire questo ruolo) che regge il braccio della sorella maggiore dello scrittore, la stessa che era andata a trovarlo durante il confino: in quel momento, Luisa Levi è una di loro, una lucana tra i lucani proprio come si era sentito il fratello. Che qui, non a caso, pensava di comprare casa, a suggello di un rapporto che si era strutturato e voleva radicarsi sempre più. Pochi anni più tardi, nel 1978, Levi sarà interpretato da Gian Maria Volonté nel Cristo si è fermato a Eboli di Franco Rosi che porta sullo schermo la denuncia di miseria e arretratezza fissata nel capolavoro del ’45. Anche qui, nel set a cielo aperto dei Sassi e non solo, l’obiettivo di Notarangelo (consulente del regista) ferma espressioni, intercetta stati d’animo, coglie intimi modi di essere in un bianco e nero dalla forza straordinaria. Dove il nero degli abiti e dei copricapi delle donne non appare luttuoso e mesto ma s’inserisce con semplicità nella quotidianità del tempo, accanto ai volti altrettanto rugosi degli uomini. Mimì Notarangelo, originario di Sammichele di Bari, conosceva Carlo Levi dall’inizio degli anni 60. Giornalista dell’Unità, era il segretario provinciale del Pci di Matera, sua città d’adozione. Figlio di un contadino, lo sguardo di chi viaggia con la macchina fotografica appesa al collo, aveva costruito un rapporto con Levi, con cui condivideva la passione civica e il riscatto del Sud e del mondo contadino. Non a caso il Pci gli chiede di organizzare ad Aliano i funerali dello scrittore, di cui già aveva curato la mostra d’arte allestita a Matera nel ’67. Un legame cresciuto e consolidato nel tempo, come dimostra il dono di una maternità di Levi, dedicatagli “con amicizia”. Attraverso questa piccola ma significativa mostra, si entra in punta di piedi in quella realtà filtrata dagli occhi e nutrita dell’esperienza di figure così diverse eppure così vicine. Lo si fa nello spazio minuscolo e spartano della Fondazione (a un passo da Porta Pia), in piena sintonia con l’essenzialità de Il popolo di Levi, accanto al cavalletto e a una cassettiera del Maestro (oltre che alla produzione editoriale legata alle mostre organizzate nel tempo e al lavoro di ricerca). Un ente che va avanti con il lavoro volontario di chi lo gestisce con amore e competenza. Certo, stupisce che in questi anni nessuna istituzione, né pubblica né privata, abbia colto l’opportunità di mettere a disposizione un luogo più ampio, adatto a ospitare in modo permanente almeno una parte delle ottocento opere pittoriche del torinese. Oggi, al netto dei nuclei esposti a Matera, Aliano e Alassio, il resto è in deposito: invisibile. Per un protagonista della cultura del Novecento avrebbe dovuto esserci l’imbarazzo della scelta. 

Il popolo lucano di Carlo Levi. Memoria e fotografia di Domenico Notarangelo Fondazione Levi, Roma, fino al 18 aprile

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