Iconografia. Una mostra a Piacenza e un libro di Antonio Iommelli
riportano l’attenzione su queste figure mitiche, codificate dagli
antichi e sempre presenti nella storia dell’arte. Profetesse,
veggenti, pronte a cambiare significato
Marina Mojana Il Sole 24ore, 19 aprile 2026
C’è stato un tempo in cui in un antro della montagna, tra le
colonne di un tempio in rovina, o nelle volte affrescate di una
chiesa, la pietra sussurrava: era il respiro di una Sibilla. Per
secoli queste profetesse, dai capelli sciolti, la pelle raggrinzita e
lo sguardo perso nel futuro, sono state una voce da interrogare oltre
il tempo, ma anche sentinelle di un confine invisibile tra l’umano
e il divino da rispettare; figure enigmatiche e al contempo così
magnetiche da costringere l’arte a catturarle per l’eternità.
Ce lo ricorda Antonio Iommelli, direttore scientifico dei Musei
Civici di Piacenza, in un’originale pubblicazione (Nomos editore,
pagg. 96, € 19,90) uscita a corollario della mostra Sibille.
Voci oltre il tempo, oltre la pietra, in corso a Piacenza nella
Cappella Ducale di Palazzo Farnese. Qui fino al 3 maggio è ospitata
la sublime Sibilla Cumana (1617) del Domenichino,
proveniente dalla Galleria Borghese di Roma, posta in un inedito
dialogo con le sibille scolpite da Christian Zucconi, piacentino
classe 1978.
Censite dallo storico Marco Terenzio Varrone (che ne elencava dieci)
e poi codificate dal domenicano Filippo Barbieri (che sotto papa
Sisto IV della Rovere portò il loro numero a dodici) le Sibille
diventano un tema iconografico molto presente in pittura e scultura a
partire dal ciclo di affreschi della basilica benedettina di
Sant’Angelo in Formis (XI secolo).
Tra Rinascimento e Barocco, poi, si assiste alla loro apoteosi
artistica; il mondo pagano scompariva quasi del tutto per cedere il
passo a quello cristiano e le Sibille indicarono il Cristo ai
gentili, come i profeti dell’Antico Testamento avevano
preannunciato il Messia al popolo d’Israele. Non a caso i loro nomi
compaiono spesso affiancati: Persica con Osea; Libica e Delfica con
Geremia; Cimmeria con Gioele; Eritrea con Ezechiele; Samia con
Davide; Cumana con Daniele; Ellespontica con Giona; Frigia con
Malachia; Europea con Zaccaria; Tiburtina con Michea; Agrippa con
Isaia.
Pensiamo alle Sibille di Michelangelo nella Cappella Sistina (1511
ca), di Raffaello nella basilica di Santa Maria della Pace a Roma
(1514), di Lorenzo Lotto nella basilica della Santa Casa di Loreto
(1552), sono gigantesse di muscolo e di pensiero e rappresentano la
vetta di un percorso iniziato millenni prima nei boschi della Grecia
o sulle rive del Mediterraneo.
Il testo di Iommelli traccia un limpido excursus storico, ma non
ambisce a stabilire quale fu la prima Sibilla documentata, non
individua l’autore più antico che ne abbia trasmesso il ricordo e
neppure offre un catalogo esaustivo delle molte ipotesi sulla nascita
di ciascuna profetessa. Tuttavia è uno strumento agile, dal ricco
apparato iconografico e dalla chiara esposizione in grado di
accompagnare il lettore nella complessa storia di queste
straordinarie figure femminili, che hanno attraversato i secoli
modificandosi, adattandosi e rivelando un significato sempre nuovo.
Da oscure veggenti pagane a profetesse del verbo incarnato. Nel
passaggio dalla cultura greco-romana a quella cristiana, ad esempio,
fu la sibilla Tiburtina a prevalere sulle altre. A lei, infatti,
venne attribuito il vaticinio della nascita di Cristo rivolto
all’imperatore Ottaviano Augusto, che fece depositare i libri
sibillini in una teca nel tempio dedicato ad Apollo (divinità che le
possedeva durante l’oracolo) sul Palatino, dove rimasero fino al
363 d.C., data dell’ultima consultazione conosciuta.
Il focus del volume si accende, quindi, sulla presenza delle Sibille
dipinte nel territorio piacentino e in particolare nell’ambiente
artistico emiliano tra metà Cinquecento e primo Seicento, quando
grandi artisti come Pordenone, Camillo Procaccini, Ludovico Carracci,
Guido Reni, Domenichino e Guercino, continuando a reinterpretarne la
figura, diedero vita a immagini femminili giovani, lussuosamente
abbigliate, moderne dame di corte sempre più distanti dalle antiche
profetesse. Proprio Piacenza divenne testimone di questa metamorfosi;
sulle volte della basilica di Santa Maria in Campagna affrescate dal
Pordenone (1555) o nella cupola della cattedrale di Santa Maria
Assunta decorata dal Guercino (1626-1627), le Sibille divennero
portatrici del sapere universale.
Donne capaci di impadronirsi della scena e di diventare figure
autonome - accomunate soltanto dal copricapo a turbante - uscirono
dai luoghi di culto per entrare nelle collezioni private di principi,
nobili e mercanti, apprezzate al pari di apostoli e filosofi per il
loro messaggio di pace e di speranza.
carlo levi, lucano tra i lucani
La storia in mostra
Le foto di Domenico Notarangelo a Roma documentano l’ultimo viaggio di Levi in Basilicata a un mese dalla morte, il funerale e alcuni momenti del «Cristo» girato da Rosi: volti che parlano sullo sfondo dei Sassi Eliana Di Caro Il Sole 24 ore, 30 marzo 2026
Nel dicembre 1974, un mese prima di morire, Carlo Levi è in Basilicata. Partecipa alle “Giornate della Cultura Sovietica in Italia” e fa varie tappe nella terra in cui era stato confinato quarant’anni prima, alla quale era rimasto profondamente legato. Presenta a Matera le litografie a corredo di un’edizione speciale del Cristo, poi si mette in cammino per salutare gli amici sparsi nei Comuni lucani. Nulla lascia presagire l’imminenza della fine.
Anche per questo colpiscono le fotografie di Domenico (Mimì) Notarangelo, testimonianza di un doppio congedo di Levi: dalla vita (rientrato a Roma, si ammalerà senza riprendersi) e dal luogo nel quale verrà seppellito. Il funerale stesso si fa itinerante, celebrato in tre tappe che segnano anche tre appartenenze: a Roma, a Eboli, ad Aliano. Nella mostra Il popolo lucano di Carlo Levi, allestita a Roma all’omonima Fondazione sino al 18 aprile, si ritrova il pittore, scrittore e politico ritratto già nel ’68 in un comizio della città dei Sassi, dove si era candidato al Senato come indipendente di sinistra. Lo vediamo poi a Grassano, il paese cui era stato destinato al confino prima ancora di Aliano, rivolto alla platea della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie): volti assorti e malinconici, esclusivamente maschili, che dicono tutto di sacrifici, fatica, privazioni. Quindi accanto all’onorevole Pasquale Franco e in un intenso primo piano ad Aliano, dove poco più tardi un manifesto trasmetterà il cordoglio della Regione Basilicata per l’improvvisa scomparsa. Le immagini dei funerali affollati mostrano la sindaca del paesino dei calanchi Maria Santomassimo (tra le prime donne dell’Italia meridionale a ricoprire questo ruolo) che regge il braccio della sorella maggiore dello scrittore, la stessa che era andata a trovarlo durante il confino: in quel momento, Luisa Levi è una di loro, una lucana tra i lucani proprio come si era sentito il fratello. Che qui, non a caso, pensava di comprare casa, a suggello di un rapporto che si era strutturato e voleva radicarsi sempre più.
Pochi anni più tardi, nel 1978, Levi sarà interpretato da Gian Maria Volonté nel Cristo si è fermato a Eboli di Franco Rosi che porta sullo schermo la denuncia di miseria e arretratezza fissata nel capolavoro del ’45. Anche qui, nel set a cielo aperto dei Sassi e non solo, l’obiettivo di Notarangelo (consulente del regista) ferma espressioni, intercetta stati d’animo, coglie intimi modi di essere in un bianco e nero dalla forza straordinaria. Dove il nero degli abiti e dei copricapi delle donne non appare luttuoso e mesto ma s’inserisce con semplicità nella quotidianità del tempo, accanto ai volti altrettanto rugosi degli uomini.
Mimì Notarangelo, originario di Sammichele di Bari, conosceva Carlo Levi dall’inizio degli anni 60. Giornalista dell’Unità, era il segretario provinciale del Pci di Matera, sua città d’adozione. Figlio di un contadino, lo sguardo di chi viaggia con la macchina fotografica appesa al collo, aveva costruito un rapporto con Levi, con cui condivideva la passione civica e il riscatto del Sud e del mondo contadino. Non a caso il Pci gli chiede di organizzare ad Aliano i funerali dello scrittore, di cui già aveva curato la mostra d’arte allestita a Matera nel ’67. Un legame cresciuto e consolidato nel tempo, come dimostra il dono di una maternità di Levi, dedicatagli “con amicizia”. Attraverso questa piccola ma significativa mostra, si entra in punta di piedi in quella realtà filtrata dagli occhi e nutrita dell’esperienza di figure così diverse eppure così vicine. Lo si fa nello spazio minuscolo e spartano della Fondazione (a un passo da Porta Pia), in piena sintonia con l’essenzialità de Il popolo di Levi, accanto al cavalletto e a una cassettiera del Maestro (oltre che alla produzione editoriale legata alle mostre organizzate nel tempo e al lavoro di ricerca). Un ente che va avanti con il lavoro volontario di chi lo gestisce con amore e competenza.
Certo, stupisce che in questi anni nessuna istituzione, né pubblica né privata, abbia colto l’opportunità di mettere a disposizione un luogo più ampio, adatto a ospitare in modo permanente almeno una parte delle ottocento opere pittoriche del torinese. Oggi, al netto dei nuclei esposti a Matera, Aliano e Alassio, il resto è in deposito: invisibile. Per un protagonista della cultura del Novecento avrebbe dovuto esserci l’imbarazzo della scelta.
Il popolo lucano di Carlo Levi. Memoria e fotografia
di Domenico Notarangelo
Fondazione Levi, Roma,
fino al 18 aprile
Andrea Monda Papa Francesco Matteo Ricci e l'inquietudine per l'infinito L'Ossevatore Romano, 14 marzo 2019
«La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito». Così Romano Guardini, maestro di tanti grandi spiriti del ’900 tra cui anche l’attuale Pontefice. E Papa Francesco è un uomo malinconico, proprio nel senso intuito da Guardini.
La malinconia è il tema a cui oggi dedichiamo uno dei nostri focus nelle pagine culturali ed in particolare essa emerge nel bell’articolo di don Gianni Criveller sulla figura di Matteo Ricci, il gesuita missionario in Cina alla fine del Cinquecento. Il profilo tracciato di Matteo Ricci si può applicare a quello di Jorge Mario Bergoglio e rimanere stupiti dalle somiglianze. Il Papa stesso ha riconosciuto una prima affinità, nell’intervista sulla Cina del 28 gennaio 2016 alla rivista Limes: «Io ho studiato la vita di Matteo Ricci e ho visto che quest’uomo provava quello che provavo io: ammirazione. Ho capito come è stato in grado di dialogare con questa grande cultura dotata di antichissima saggezza. È stato capace di “incontrarla”». E poi senz’altro in comune hanno la radice gesuitica, che si esprime in diversi modi, ad esempio nota Criveller parlando di Ricci che: «La composizione di luogo, insegnata dal fondatore Ignazio, è la pratica di entrare, grazie alla fruizione di immagini, in uno spazio immaginativo che conduce alla contemplazione. Le immagini creano mondi nuovi e conducono la persona fuori da sé, rendendo possibile un incontro con gli altri e con l’Altro».
È l’immaginazione il punto di incontro tra questi due figli di Ignazio divisi da quattro secoli di distanza, è da lì che scaturisce il medesimo carattere malinconico: «I malinconici sono spiriti geniali» nota Criveller «che percepiscono l’oscurità e la fugacità della condizione umana, e immaginano un mondo diverso. Inventano immagini visuali e poetiche per rappresentare un mondo altro. È la malinconia che Ricci scrive essere buona, anzi che avrebbe scrupolo a non avere. È la malinconia moderna».
Secondo Criveller Matteo Ricci è un uomo molto vicino alla sensibilità moderna, un “chierico” che riconosce apertamente il suo “essere molto carnale”, un altro aspetto che lo avvicina al gesuita Pontefice. Questa malinconia moderna, buona, è la stessa malinconia di Papa Francesco, che è sospinto dall’animo malinconico al tenace esercizio della speranza. Ci sono dunque due forme di malinconia, tra le quali è necessario fare discernimento; la malinconia buona è quella immaginativa e non depressiva, che porterebbe all’indolenza.
Infine poi c’è proprio la malinconia del missionario e questo vale ovviamente per Ricci ma anche per Bergoglio che fa della missione il cuore della vita della Chiesa; lui che è stato chiamato “alla fine del mondo”, conosce l’inquieta condizione del vivere costantemente sul crinale di una frontiera, alla periferia del mondo. E qui tornano perfettamente le parole di Guardini che ha dedicato un intero saggio al “Ritratto della malinconia”: «Ci sono quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. Non stanno mai decisamente o di qua o di là. […] Il significato dell’uomo sta nell’essere un confine vivente. L’unico atteggiamento adeguato alla realtà, quello più autenticamente umano, è influenzato dal confine». Forse è questo aspetto di “confine vivente” a dire una profonda verità dell’uomo che da sei anni guida il popolo dei cattolici, un aspetto che ancora sfugge a noi uomini dell’Europa, del “centro”, non abituati a un Papa malinconico. Anche per questo pensiamo che sia solo “eccentrico”.
Ilaria Zaffino È morto Desmond Morris. il grande etologo che raccontò l'uomo come una scimmia nuda la Repubblica, 21 aprile 2026
Con la sua “scimmia nuda” si è fatto conoscere in tutto il mondo, conquistando più generazioni.Desmond Morris,il grande etologo britannico, che si è imposto all’attenzione del pubblico e della comunità scientifica con i primi studi del comportamento umano da un punto di vista strettamente zoologico, è morto domenica in Irlanda, dove viveva dal 2018. Aveva98 anni.
A dare l’annuncio della scomparsa il figlio Jason, che ha dichiarato: «Quella di mio padre è stata una vita dedicata all’esplorazione, alla curiosità e alla creatività. Zoologo, osservatore dell’uomo, autore e artista, ha continuato a scrivere e dipingere fino alla sua morte. Era un grande uomo e un padre e nonno ancora migliore».
Definendo l’uomo una «scimmia evoluta» piuttosto che un «angelo decaduto», Desmond Morris fece infuriare i cristiani negli anni Sessanta suscitando scandalo. Ma la sua Scimmia nuda, uscito nel 1967 e tradotto in 28 lingue (in italiano apparso da Bompiani), gli ha regalato fama e notorietà in tutto il mondo. Un bestseller da 20 milioni di copie che è diventato un’icona pop, conosciuto anche da chi non lo leggerà mai e rilanciato a 50 anni di distanza dal tormentone sanremese di Francesco Gabbani. Che nel 2017 nella canzone Occidentali’s Karma ha citato esplicitamente la teoria della scimmia nuda – Morris considerava gli esseri umani una specie che condivide con 192 altre specie di scimmie e primati una discendenza comune, comportamenti, rituali e strutture familiari - per ironizzare sui comportamenti umani moderni. Morris stesso aveva elogiato la canzone, paragonando la raffinatezza del testo a quella di autori come Bob Dylan o John Lennon.
Non solo. Esattamente un anno fa aveva riscritto il suo bestseller, divenuto un classico, in una versione per giovani lettori, intitolata La scimmietta nuda e pubblicata in Italia da Bompiani, raccontandoci in un’intervista uscita sulle pagine di Robinson come il suo capolavoro fosse nato per caso, «da uno scherzo durante una festa».
Nato a Purton, nel Wiltshire, il 24 gennaio 1928, dopo la laurea in zoologia all’Università di Birmingham, nel 1954 Morris ha conseguito il dottorato alla Oxford University. Ha proseguito per due anni la carriera di ricercatore universitario, per poi entrare alla Società Zoologica di Londra, diventando capo della Zoological Society Tv and Film Unit. Nel 1959 è stato assunto come conservatore dei mammiferi allo zoo di Londra, ruolo che ha mantenuto fino al 1967, quando è stato nominato direttore dell’Institute of Contemporary Arts di Londra.
In quegli anni, come presentatore della trasmissione Zoo Time, Morris è stato uno dei volti più familiari della tv inglese, incantando in ogni puntata milioni di telespettatori e portando nelle loro case incredibili avventure e belve feroci. Nel 1967 il successo mondiale del libro La scimmia nuda (The Naked Ape, il titolo originale) gli ha consentito di trasferirsi a Malta e dedicarsi alla pittura, sua altra grandissima passione.
Dopo avere studiato a lungo le scimmie, con La scimmia nuda, libro sconvolgente e al tempo stesso rigorosamente scientifico, Morris si è messo a studiare l’uomo. Ma lo ha studiato in quanto scimmia e cioè come l’unico, tra le centonovantatré specie di scimmie, a essere sprovvisto di peli. Nudo, appunto. «Per quanto cerchi di ignorare l’eredità del passato, l’uomo rimane essenzialmente una scimmia in crisi, che segue nella vita sessuale e sociale i modelli di comportamento fissati dai suoi antenati scimmioni cacciatori», sosteneva.
Dopo gli anni trascorsi a Malta, le ricerche sul comportamento umano lo hanno riportato a Oxford, dove ha continuato a scrivere libri, girare documentari per la televisione e a dipingere.
Come artista, Morris ha contribuito al movimento surrealista britannico. La sua prima mostra personale risale al 1948. Nel 1957 curò una mostra di dipinti e disegni fatti da scimpanzé all'Istituto di Arte Contemporanea di Londra; tra questi ve ne erano alcuni di un giovane scimpanzé chiamato Congo.
Morris è autore di oltre sessanta libri, molti dei quali tradotti in italiano. Tra questi ricordiamo: La mia vita con gli animali (Mondadori, 1980); Questi splendidi animali. Vita, comportamenti, relazioni con l’ambiente (Mondadori, 1990); Noi e gli animali: come convivere (Mondadori, 1992); Il mondo degli animali (Mondadori, 1993); L’animale uomo (Mondadori, 1994); L’occhio nudo: giro del mondo alla scoperta dell’uomo (Mondadori, 2001); L’animale donna. La complessità della forma femminile (Mondadori, 2005); Pianeta scimmia (DeAgostini, 2009); La scimmia artistica (Rizzoli, 2014); Un cervo in metropolitana" (Mondadori, 2017); Le vite dei surrealisti (Johan & Levi 2018).
Necrologio di Desmond Morris The Guardian 21 aprile 2026
Desmond Morris, zoologo, scrittore e conduttore televisivo, scomparso all'età di 98 anni, nel corso di 60 anni ha firmato oltre 50 libri e ha presentato centinaia di ore di programmi televisivi, a partire dal programma settimanale per bambini Zoo Time di Granada Television, trasmesso dal 1956 da uno studio televisivo residenziale allestito all'interno dello zoo di Londra.
Si affermò inoltre come un'autorità in materia di mammiferi, divenne un osservatore enciclopedico del comportamento umano e portò avanti una carriera artistica distinta e di grande rilievo.
Era senza dubbio l'unico candidato che avrebbe potuto passare con credibilità dalla carica di curatore dei mammiferi allo zoo di Londra alla direzione dell'Institute of Contemporary Arts (ICA) di Pall Mall. La sua carriera di impresario delle arti moderne, tuttavia, fu interrotta dallo straordinario successo del suo libro, La scimmia nuda (1967), che divenne uno dei titoli più venduti al mondo, e si trasferì per alcuni anni a Malta.
"La scimmia nuda: uno studio zoologico sull'animale umano" era una riflessione sulle pressioni evolutive che hanno plasmato l'unica delle 193 specie viventi di scimmie o primati a essere priva di peli.
La scimmia nuda è stato un bestseller internazionale
Si stima che abbia venduto 18 milioni di copie e sia stato inserito nel famigerato indice dei libri proibiti della Chiesa cattolica. Lo stesso indice comprendeva anche Balzac, Stendhal, Voltaire e Zola, quindi Morris accettò volentieri il divieto come un complimento.
Il suo non fu il primo libro di successo di quel decennio a trattare la società umana come plasmata dall'evoluzione, ma Morris affrontò, con entusiasmo ma con il decoro di uno zoologo, le intime sfaccettature dell'essere umano come "il primate più sexy vivente", includendo complesse considerazioni sull'eccitazione, la copulazione e "l'innamoramento, l'imprinting sessuale su un partner, l'evoluzione di un legame di coppia".
Il suo primate senza pelo, sosteneva, era un carnivoro sociale, diviso tra l'istinto di cacciatore-raccoglitore e la cultura. "È la natura biologica dell'animale che ha plasmato la struttura sociale della civiltà, e non viceversa."
La maggior parte delle tesi divulgative scientifiche, prima o poi, vengono ribaltate o superate, e alcuni testi oggi appaiono ovvi, altri controversi e altri ancora semplicemente assurdi. Ma nel 1967 Morris colse nel segno, interpretando alla perfezione lo spirito febbrile dell'epoca e creando un modello letterario che le generazioni successive di divulgatori scientifici avrebbero potuto solo sperare di eguagliare.
Il suo primo libro, del 1958, fu uno studio sullo spinarello a dieci spine; il suo ultimo fu 101 Surrealists (2024), una delle numerose rassegne di artisti surrealisti. La sua carriera di pittore era iniziata molto prima: la sua prima mostra londinese – in una galleria condivisa con il maestro surrealista Joan Miró – risale al 1950. Nel 2019 ha tenuto una mostra personale alla Farleys House & Gallery di Chiddingly, nell'East Sussex, un tempo dimora del critico Sir Roland Penrose e del fotografo Lee Miller .
Per tutta la vita, ha considerato gli esseri viventi come opere d'arte e i dipinti come una forma di biologia. "Ho cercato di creare un mondo privato in cui i miei organismi inventati si evolvevano e si sviluppavano come una flora e una fauna personali frutto della mia immaginazione", scrisse in Animal Days, un'autobiografia pubblicata nel 1979. "In qualche modo obbedivano alle leggi biologiche, crescevano e si trasformavano come se fossero reali."
Tuttavia, già nel 1979 si era affermato come autore e presentatore di avvincenti programmi televisivi sul comportamento animale e umano, affiancando alla sua produzione di intrattenimento di successo una serie di libri e articoli scientifici.
Da adolescente a Swindon, la sua città natale, imparò a ballare il jitterbug da una ragazza del posto che in seguito sarebbe diventata famosa come l'attrice Diana Dors (Diana Fluck); durante il suo periodo di servizio militare obbligatorio nell'Education Corps, conobbe brevemente il celebre poeta gallese Dylan Thomas.
Desmond Morris mentre dipinge nel suo studio, 1960. Fotografia: Desmond Morris/Flatpack festival
Strinse amicizia, o quantomeno un buon rapporto, con i grandi della scienza biologica come Peter Medawar , Niko Tinbergen , JBS Haldane e Konrad Lorenz; conobbe lo scultore Henry Moore e il pittore Francis Bacon; mentre era allo zoo, adagiò un pitone su Miró; fu sostenuto dallo scrittore Anthony Burgess; fu contattato dall'attore Marlon Brando e dal regista Stanley Kubrick. Per le sue prime trasmissioni televisive di Zoo Time su ITV, fu diretto da William Gaskill , che sarebbe poi diventato una figura di spicco del teatro britannico al Royal Court di Chelsea.
Mantenne un'amicizia che durò tutta la vita con il suo rivale ideale, David Attenborough , che all'epoca presentava Zoo Quest per la BBC. Morris ebbe una carriera sia come studioso che come intrattenitore, e si dedicò con piacere a entrambi i ruoli.
«A dire il vero», scrisse, «è una lotta che non ho mai risolto del tutto: il mio lato più istrionico e quello accademico continuano a scontrarsi, prima l'uno, poi l'altro, prendendo il sopravvento». E per tutta la vita scrisse incessantemente. Nel 1967, al suo arrivo all'ICA per dirigere l'ateneo, mantenne una promessa a lungo rimandata fatta a un editore e in quattro settimane scrisse di getto il testo de La scimmia nuda.
Desmond Morris nel 1966. Fotografia: Jane Bown/The Observer
Morris nacque nel villaggio di Purton, alla periferia di Swindon, figlio unico del capitano Harry Morris, veterano della prima guerra mondiale, morto quando il figlio aveva 14 anni , e di Dorothy (nata Hunt). Fin dalla più tenera età, Desmond sviluppò una passione per gli animali, la campagna, i libri e l'illustrazione.
Ha studiato alla Dauntsey's School di West Lavington, nel Wiltshire, e durante quel periodo ha scritto il suo primo articolo per il Natural History Magazine, basato sulle sue osservazioni sui rospi, ricevendo 5 scellini, che ha speso immediatamente in libri: "Una reazione che devo confessare è persistita per tutta la mia carriera di scrittore. Con 'La scimmia nuda' mi ci sono voluti diversi anni prima di riuscire a spendere tutti i miei guadagni, ma con 'Rospo nella tana' ho raggiunto il mio obiettivo in un solo glorioso pomeriggio."
Studiò biologia all'Università di Birmingham sotto la guida di Medawar e decise di dover conseguire una buona laurea per avere la possibilità di trasferirsi a Oxford per un dottorato di ricerca, dove Ramona Baulch, la donna che avrebbe sposato nel 1952, avrebbe studiato storia.
Si unì a Tinbergen, uno dei fondatori dell'etologia, ovvero lo studio del comportamento degli animali, che aveva già trasformato le sue ambizioni con una sola lezione. "Nessuna conversione religiosa avrebbe potuto essere più drammatica", ricordò Morris. La sua tesi di dottorato del 1962 si intitolava "L'omosessualità nello spinarello a dieci spine".
Nel 1956, entrò a far parte di Granada Television per dirigere la sezione cinematografica dello zoo di Londra a Regent's Park e per lanciare Zoo Time, una serie di incontri sempre imprevedibili e a volte disastrosi con diversi animali.
Il suo primo programma prevedeva che maneggiasse un cucciolo d'orso russo donatogli dal premier sovietico Nikita Kruscev alla principessa Anna. Questa "piccola palla di furia che si contorceva" gli azzannò l'avambraccio, e lui raccontò che il capo guardiano aveva sentito la regina dire: "Che uomo sciocco, a dare un animale domestico del genere a una bambina". Due milioni di telespettatori rimasero affascinati, e Zoo Time arrivò a contare 500 puntate settimanali di mezz'ora in 11 anni.
Ma mentre Morris si sacrificava sullo schermo per la sua arte, si dedicava anche alla ricerca, diventando curatore dei mammiferi dello zoo dal 1959 al 1967. "C'era solo una cosa che mi spingeva avanti: una curiosità insaziabile. Semplicemente, volevo sapere tutto quello che c'era da sapere su ogni mammifero del mondo."
Morris, secondo da sinistra, con i suoi colleghi esperti di animali e conduttori televisivi. Da sinistra: Johnny Morris, David Attenborough e Sir Peter Scott. Foto: PA
Scoprì quindi che nessuno sapeva con esattezza quante specie esistessero. Nel 1965, sei anni dopo essere diventato curatore, pubblicò "I mammiferi: una guida alle specie viventi", in cui stabiliva che – in quel momento – 4.237 specie di vertebrati a sangue caldo e produttori di latte popolavano il pianeta, tra salti, appostamenti e nuoto.
Mentre si trovava allo zoo, Morris incoraggiò uno scimpanzé di nome Congo a dipingere e persino a esporre all'ICA; Pablo Picasso in seguito acquistò uno dei quadri della scimmia. Fu anche un pioniere di quella che divenne nota come diplomazia dei panda: durante gli anni più ostili della guerra fredda, visitò l'Unione Sovietica con il panda londinese Chi-Chi , per persuaderlo – senza successo – ad accoppiarsi con An-An di Mosca.
Continuò a dipingere: nel corso della sua vita allestì più di 50 mostre personali di dipinti in Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti. "Mi considero ancora un artista serio, ma molto minore, e sono un artista minore perché ho fatto troppe altre cose", disse a un intervistatore del Guardian nel 2007.
Nel 1968, un anno dopo la pubblicazione di "La scimmia nuda", lasciò l'ICA (International College of Art). A quei tempi, gli autori di grande successo spesso si trasferivano in climi più miti con regimi fiscali ancora più permissivi. Morris, trasferitosi con Ramona, il figlio Jason e una Rolls-Royce, acquistò un motoscafo di nove metri e una splendida villa a Malta . La rigida censura dell'isola faceva sì che nessun cittadino potesse legalmente leggere il libro che gli aveva garantito un posto al sole.
Malta era ormai un rifugio per numerosi scrittori di successo, tra cui Burgess, il quale fu talmente irritato dalla censura cattolica nei confronti del suo amico che, contro il parere di Morris, provocò un putiferio pubblico. Fu costretto a partire e Morris accettò un incarico di ricerca al Wolfson College di Oxford.
La fama e la fortuna cambiarono il modo di vivere di Morris, ma non la sua determinazione. Nei successivi 30 anni, lui e Ramona fecero 281 viaggi in 76 paesi. "Ho sviluppato – e possiedo ancora – un'insaziabile voglia di osservare ogni aspetto dell'attività umana", avrebbe scritto in un'altra autobiografia, The Naked Eye (2000), e in quei 30 anni compose almeno 16 libri sulla specie umana, tra cui The Human Zoo (1969), Manwatching (1977) e The Soccer Tribe (1981), osservando il comportamento di giocatori e tifosi.
È andato in barca a vela con Attenborough ("Non riesco a ricordare un incontro tra noi che non sia stato accompagnato da risate prolungate e incontrollabili") e ha parlato del male e di altre cose con Brando ("Entrambi amiamo il gelato e ci godiamo troppo il cibo, ed entrambi suonavamo la batteria da adolescenti").
Oltre a tornare a Oxford nel 1973, riprese anche a lavorare in televisione, continuando a realizzare programmi commerciali e per la BBC su esseri umani, animali e arte per il resto del secolo e oltre.
Ha scritto libri su corpi, sesso, bisonti, leopardi, comportamenti intimi, design delle barche maltesi, amuleti, l'arte dell'antica Cipro, gatti, cani, cavalli, neonati e persino Natale, e ha studiato, tra le altre cose, la gestualità umana ("Se ci fosse un premio Nobel per la gestualità, lo vincerebbe un napoletano") e la criminalità organizzata di Los Angeles ("Sono immerso nelle qualità estetiche della giungla dei graffiti, paragonandola al sopravvalutato Jackson Pollock").
Ramona, che aveva collaborato con lui come coautrice ad alcuni dei suoi libri, è morta nel 2018. Morris ha quindi venduto la loro casa a Oxford e si è trasferito in Irlanda, per stare vicino al figlio Jason.
Prima del matrimonio, Ramona aveva recitato in un cortometraggio surrealista, Time Flower, realizzato da Morris nel 1950 quando era studentessa a Birmingham; l'anno scorso è stato proiettato per la prima volta in 75 anni al festival cinematografico Flatpack dell'università.
Gli sopravvive il figlio Jason.
Desmond John Morris, zoologo, artista, scrittore e conduttore radiofonico, nato il 24 gennaio 1928; morto il 19 aprile 2026.