Qualcosa si è spostato nell’ultimo 25 aprile. Le discussioni in tv, sui social sono state occupate dalle polemiche intorno agli episodi (gli spari a porta San Paolo, la brigata ebraica, le bandiere ucraine…); ma le piazze e le strade e i bar e i parchi sono stati occupati per tutto il giorno fino a notte da una fiumana di persone che di quei dissidi non ha sentito alle volte nemmeno l’eco, e che ha invece mostrato che qualcosa è profondamente, viene da dire irreversibilmente, mutato.

Non si tratta di slogan, parole dai palchi, numero di persone, anche se le persone questo 25 aprile appunto erano letteralmente milioni, ragazze e ragazzi soprattutto, che hanno invaso le strade di tutte le città italiane con una disinvoltura che aveva qualcosa di nuovo. È l’evidenza che un certo discorso, quello che la destra aveva costruito negli ultimi trent'anni intorno alla festa della Liberazione, si sia rivelato per quello che era: un discorso debole e perdente, minoritario e già scaduto.
Si pensava che con l’invecchiamento e la morte della memoria viva dei partigiani, l’antifascismo fosse un orizzonte ideale più difficile da mantenere solido e rimemorare. La crisi dell’antifascismo è un libro di Sergio Luzzatto del 2004, che per più di un decennio è stato una diagnosi clinica accurata. Ma oggi, per fortuna possiamo dire, invece comincia a essere un testo invecchiato male.

Il nazionalismo ha perso


Dalla fine degli anni Novanta in poi, dal momento in cui una destra che aveva nella sua genetica il nostalgismo post-fascista è entrata stabilmente nel gioco parlamentare e poi nel governo, si era lavorato sistematicamente a uno svuotamento simbolico del 25 aprile per sostituirlo con altre date e altre memorie del calendario civile, 17 marzo 2 giugno 4 novembre 10 febbraio…, commemorazioni di vari nazionalismi più o meno repubblicani, patriottici, civili, ovviamente spesso fascismi mascherati.
Il progetto era abbastanza chiaro: trasformare l’antifascismo da valore fondativo della Repubblica a ideologia parziale, addebitarla ai vecchi comunisti ormai fuori dalla storia dei nuovi ordini mondiali, agli intellettuali di sinistra in vena di reducismo, alle zecche innamorate ancora di un immaginario settoriale e residuale. Negli ultimi anni, con il governo attuale, la pressione si era fatta più esplicita: silenzi istituzionali, assenze calcolate, il tentativo di costruire un’identità nazionale che saltasse a piè pari la cesura del 1945, come se la Repubblica potesse raccontarsi senza nominare da cosa era nata.
La strategia più invalsa è stata quella delle false equivalenze, i morti di tutte le parti, la pacificazione nazionale, i ragazzi di Salò che in fondo credevano anche loro in qualcosa. Le cose che stancamente ha ripetuto Ignazio La Russa qualche giorno fa, ormai non credibili neanche da lui.

Ebbene, lo possiamo dire, quel progetto non ha funzionato. Il 25 aprile di quest’anno lo ha dimostrato in modo abbastanza inequivocabile: abbiamo una festa molto amata e popolare e in futuro sarà sempre più così, mentre qualunque nazionalismo riscuote sempre meno consensi. Annoia quello di Salvini e Valditara dal palco dei patrioti due settimane fa a Milano, è ridicolo quello di Vannacci, respingente quello armato di Crosetto, noioso quello rivendicativo di Meloni.
Perché non si tratta più di un conflitto delle ideologie. Ma di una competizione di sentimenti. L’antifascismo diventa sempre più erotico per le nuove generazioni, il nazionalismo sempre meno.

Un senso condiviso


Chi c’era nelle piazze non può che riconoscerlo: non è un rigurgito nostalgico della sinistra storica né a una manifestazione di protesta contingente contro questo o quel governo, non si tratta di antifascismo istituzionale, di ceto medio riflessivo, di un mondo progressista o di movimento, di centri sociali o di Pd o di Anpi. C’è qualcosa di più strutturale: la riaffermazione di un orizzonte condiviso, di un antifascismo repubblicano che è tornato a essere senso comune.
Del resto il Cln era un fronte, non un partito. Dentro la Resistenza convivevano comunisti, cattolici, socialisti, liberali, azionisti: visioni del mondo profondamente diverse, che si sarebbero contrapposte con durezza e anche con violenza subito dopo la fine della guerra, se non già durante.

La tensione era costitutiva di quell’esperienza, non un difetto da nascondere. E certo, come nel Cln di allora ci sono le tensioni, anche se paragonare i provocatori di oggi agli intransigenti di allora è quasi blasfemo, ma il dato incontestabile è quello di una maggioranza larga, trasversale, che include persone che alle elezioni votano in modo anche diversissimo tra loro, che spesso sostengono cause diverse o contrapposte, soprattutto in politica estera. Non era così anche per De Gasperi e Togliatti? O per Sartre e Camus?

L’ondata femminista


Tutto questo esiste ma non è la cosa fondamentale. La cosa fondamentale è che il 25 aprile, dopo anni di stanca e freddezza, è una festa sentita. E questa novità ha soprattutto una ragione: la presenza fortissima, nelle piazze come nel discorso pubblico che le ha preparate, di una sensibilità che viene dall’ondata femminista che ormai è centrale nelle piazze della politica, un movimento che ha davvero ridisegnato i confini di ciò che è politicamente visibile e di valore.

Mentre i postfascisti cercavano di inventare tradizioni, regalando giorni di gloria ai vari Gabriele D’Annunzio, ai Salvo D’Acquisto, alle Norme Cossetto, senza davvero quasi nessun risultato di rilievo, c’è stata un’enorme riscoperta delle figure delle donne protagoniste dell’antifascismo e della costruzione della Repubblica. Partigiane, madri costituenti, intellettuali che hanno attraversato il fascismo scrivendo, facendo politica, resistendo, testimoniando. Figure che la memoria pubblica aveva in gran parte rimosso o marginalizzato, relegate in un ruolo di comparsa rispetto ai protagonisti maschili della Resistenza.
Negli ultimi anni è uscita una serie infinita di libri che hanno cominciato a colmare questo vuoto. Studi storici, biografie, ricerche d’archivio che hanno restituito volti e nomi a donne che avevano combattuto, scritto, pensato contro il fascismo. Donne che erano state al centro della vita intellettuale e politica del loro tempo e che la storia ufficiale aveva quasi cancellato. Carla Capponi o Irma Bandiera o Teresa Mattei, o pensiamo a Natalia Ginzburg, per dire, non più considerata solo una grande scrittrice, ma una testimone e analista di quella stagione. Riscoprirla come intellettuale politica, come voce morale di una generazione, cambia il modo in cui leggiamo quella storia.
E questo lavoro di riscoperta ha avuto un effetto preciso sulle piazze del 25 aprile: ha reso quella storia più vicina, più abitabile per le ragazze e i ragazzi che ci sono venuti. Non la storia degli eroi (figure astratte, statue, nomi sulle targhe delle vie), ma la storia di persone in carne e ossa, con le loro contraddizioni, che avevano scelto però da che parte stare. Una storia che per questo si può ripensare: per abitarla e non solo commemorarla.

La felicità della piazza


E poi c’è una questione più sottile, che ha a che fare con il modo in cui riflettiamo intorno all’identità nazionale. La destra italiana, in questi anni, ha lavorato molto sull’idea di un’italianità compatta, orgogliosa di sé, che si definisce per tradizione, sangue, continuità culturale. Un’identità che non ha bisogno di fare i conti con le sue pagine più buie (il colonialismo, il fascismo, le leggi razziali…) perché quelle pagine vengono presentate come parentesi, eccezioni, errori che non toccano il nucleo essenziale di ciò che siamo. È un’identità difensiva, in fondo, costruita sull’esclusione di ciò che disturba, sulla rimozione delle responsabilità, sulla mitizzazione di un prima e di un primato che non sono mai esistiti.
L’antifascismo repubblicano oggi ha una proposta migliore perché più sincera per una generazione che si confronta con il tema dell’essere italiani: un’identità fondata non sulla continuità ma sulla rottura, non sull’orgoglio ma sul giudizio e sul dubbio, non sull'appartenenza ma sulla scelta. La Repubblica non nasce da quello che si è, ma da quello che si decide di diventare dopo aver visto e affrontato la violenza. È un’identità che richiede consapevolezza, ed è esattamente per questo che è molto più solida dell’altra.
Il progetto egemonico della destra nazionalista non ha funzionato ed è la vera sconfitta meloniana. Quel progetto aveva un difetto strutturale: chiedeva alle persone di accettare una versione della storia di comodo.
Anche se non è finito il governo Meloni, sta finendo la sua adesione sentimentale. Domani riprenderà tutto: i tagli alla scuola, i decreti sull’ordine pubblico, la retorica securitaria, le piccole grandi violenze quotidiane del presente. Ma la felicità di stare in piazza non la si cancella.