giovedì 22 gennaio 2026

La fermezza paga

Stefano Stefanini
Dal negoziato capestro al ramoscello d'ulivo: Trump e la diplomazia parallela
La Stampa, 22 gennaio 2026

Accordo raggiunto sulla Groenlandia – e sull’intero Artico; annullamento dei dazi Usa annunciati su otto Paesi europei. Un enorme respiro di sollievo a Nuuk, Copenaghen, Bruxelles, in tutte le capitali europee – e probabilmente anche a Washington. Certo a Wall Street, immediatamente risalita. Chiunque ritenga Davos inutile dovrà ricredersi. Ha fatto cambiare idea a Donald Trump. Non ci erano riusciti gli incontri alla Casa Bianca fra Ministri degli Esteri Groenlandia-Danimarca-Usa, con partecipazione del Vice Presidente JD Vance, non le telefonate dei giorni scorsi di vari leader, non il coro, europeo, canadese, con rara unità a difesa della sovranità danese e dell’autodeterminazione groenlandese, non l’aperta contrarietà all’annessione dell’opinione pubblica americana, inclusa una grossa fetta Maga, e le resistenze in Congresso, dichiarate in campo democratico, sotterranee nei ranghi repubblicani.

O ci sono riusciti tutti insieme? Con la complicità dei mercati che negli ultimi tre giorni avevano chiarissimamente votato contro l’annessione? Non per sostenere la Groenlandia o per la Danimarca ma per timore della guerra dei dazi fra Stati Uniti ed Europa che si stava già accendendo. Fatto sta che nel giro di poche ore Donald Trump ha praticamente capovolto quanto aveva appena detto in circa novanta minuti di discorso, nonché ripetuto alla noia negli ultimi giorni prima di lasciare Washington: che la “proprietà” della Groenlandia era essenziale alla sicurezza degli Stati Uniti per cui il “la dobbiamo avere” sulla scaletta dell’Air Force One in decollo da Washington.

Nel discorso, pur senza toni troppo aggressivi nei confronti dei leader europei, aveva addirittura rincarato la dose: difendere la Groenlandia è indispensabile per la sicurezza mondiale; «solo gli Usa possono difendere» l’isola; per difenderla dobbiamo possederla. A questo si aggiungeva un non tanto velato messaggio, stile Don Vito (Corleone), ai danesi e agli europei: «se ci dite di sì lo apprezzeremo, se ci dite di no ce ne ricorderemo», che li metteva di fronte all’alternativa di dire di sì all’annessione della Groenlandia, e perdere la faccia, e dire di no – per loro stessa dignità - e perdere la solidarietà atlantica, non solo alleanza militare, che li ha accompagnati per ottant’anni. A scanso di equivoci, Trump aveva sottolineato che il “chi se ne ricorderà” è la massima potenza militare ed economica mondiale, mercato che arricchisce il resto del mondo, garante della difesa dell’Europa e delle sorti dell’Ucraina. Concedendo sì che gli Usa non avrebbero usato la forza per prendersi il “pezzo di ghiaccio” – aggiungendo che sarebbe difficile, avete visto cos’abbiamo fatto, e “perfettamente eseguito”, a Caracas non avremmo certo difficoltà a Nuuk. Ma col “ce ne ricorderemo” il Presidente americano aveva messo tutto il resto sul piatto della bilancia: difesa, commercio, Ucraina. Il messaggio agli europei era lapidario: se volete tenere l’America a bordo bisogna cedergli la Groenlandia.

A Davos, dunque, Donald Trump era arrivato chiedendo di acquistare la Groenlandia. Di “negoziare” certo ma “l’acquisto” non altro. Aveva scartato l’idea che possa essere difesa dalla Nato. Almeno, se pensava già che fosse possibile non l’aveva minimamente accennato. All’Alleanza Atlantica chiedeva solo di assecondare il passaggio di proprietà ai fini della messa in sicurezza dell’isola. Quasi che l’Alleanza Atlantica sia un’entità terza rispetto agli Stati Uniti che dal 1949 ne sono il maggiore azionista – l’atto fondante si chiamerà per qualche motivo “Trattato di Washington”, dove il testo originario è depositato. Il Presidente americano continuava invece a parlare della Nato come di una palla al piede che, anzi, «ha trattato male gli Stati Uniti». Appena tre ore dopo queste parole, frammento di quella che è stata una lunga digressione, molto su economia e politica interna, vedi Minnesota, licenziamento di Jerome Powell dalla Fed, in cui ha non ha fatto altro che ripetere quanto detto ventiquattrore prima alla Casa Bianca per l’anniversario del primo anno di presidenza, Donald Trump incontra il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, al quale aveva già fatto un cenno di simpatia durante il discorso, e annuncia che: a) è stato raggiunto un accordo quadro sulla Groenlandia; b) che l’accordo soddisfa tutte le esigenze americane; c) che le tariffe annunciate contro sabato scorso gli otto Paesi europei rei di aver inviato pattuglie ad un’esercitazione danese nell’isola sono revocate. Non sappiamo ancora quali siano gli estremi dell’accordo. Come sempre con Trump, molti dettagli rimarranno da definire, ma di una cosa si può essere sicuri: Rutte, ex-Primo Ministro olandese, non ha certo messo sul piatto della bilancia la sovranità danese sull’isola. E si sarà consultato con Copenaghen. Di conseguenza, chi apparentemente fa una grossa rinuncia a quanto chiedeva – l’annessione della Groenlandia – è Donald Trump. O era il “deal” a cui puntava alzando continuamente la posta? Non lo sapremo mai. Che poi sia comunque in grado di presentare il risultato come una vittoria, come certo farà, è un altro discorso.

Difficile trarre conclusioni dalla vicenda se non la conferma dell’assoluta imprevedibilità delle mosse del Presidente americano. A caldo, tuttavia, si possono fare tre considerazioni. Primo, la Nato ha ancora una certa utilità marginale per gli Stati Uniti, compresa per un’amministrazione poco “atlantica” come l’attuale. Secondo, dietro le quinte, la diplomazia parallela funziona ancora perché persino con Donald al comando un accordo non si tira fuori dal cappello, va abbozzato per canali che evidentemente hanno funzionato. Terzo, la fermezza paga: la coesione europea e canadese – magistrale ieri il discorso, pur non gradito a Trump, del Primo Ministro Mark Carney – è stato un fattore determinante della conversione a U americana. Fermezza e compostezza nei toni. Questa la lezione da trarne per i leader Ue che si riuniscono stasera a Bruxelles in Consiglio europeo di emergenza. Se si riuniscono: l’emergenza erano i dazi e i dazi non ci sono più. Rinviamo ad un’altra emergenza. Non ne mancheranno. Una serata di riposo non fa male a nessuno. E bene al pianeta.

Carney indica la strada

Paolo Viganò
Carney, la via canadese per resistere a Washington
il manifesto, 22 gennaio 2026

Ieri sul palco del World Economic Forum Donald Trump si è rivolto direttamente al primo ministro canadese Mark Carney con le consuete minacce: «Il Canada ha ricevuto molti omaggi dagli Stati uniti. Dovrebbero esserci grati ma non lo sono. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo Mark, la prossima volta che farai le tue considerazioni».

Il riferimento è ovviamente al memorabile discorso tenuto martedì dal premier canadese, il quale ha parlato della fine dell’ordine mondiale e del definitivo smantellamento dell’«utile finzione» del diritto internazionale in favore di una nuova «realtà brutale». «Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione» ha detto Carney, prospettando un atteggiamento sia etico che pragmatico da parte delle «potenze medie» e guadagnandosi così la standing ovation del pubblico di Davos.

FINO AD ORA Carney aveva mantenuto dei rapporti cordiali con l’amministrazione Usa, nonostante le minacce di pesanti dazi e di annessioni da parte di Trump, che martedì su Truth ha postato una nuova foto di una cartina del Nord America dove il Canada è rappresentato come uno stato a stelle e strisce. Tuttavia, come fa notare il New York Times, al momento le trattative tra i due Paesi sarebbero congelate, e non era previsto nessun incontro fra i due nonostante si trovassero entrambi a Davos ieri.

Nel frattempo, il discorso di Carney – particolarmente significativo perché pronunciato dopo i recenti accordi commerciali con il governo cinese, oltre che dopo l’annuncio di ingenti finanziamenti militari per fortificare il confine meridionale – ha avuto ampia eco su tutti i principali mezzi di informazione americani. Fox News, principale sostenitore dei Maga fra i media mainstream, ha sottolineato come il presidente abbia giustamente rimproverato Carney, alludendo alla supposta volontà di Trump, accennata ieri a Davos, di coinvolgere il Canada nella costruzione del Golden Dome – il sistema missilistico di difesa che dovrebbe proteggere l’intero Nord America.

Particolare spazio al discorso di Carney è stato dedicato dai mass media progressisti. La Cnn ha definito le parole del premier «una rotta per il futuro del Canada», aggiungendo che Ottawa starebbe valutando di inviare un contingente in Groenlandia come gesto simbolico di vicinanza al Paese.

DALLE COLONNE del Washington Post, lo storico Matthew Specter ha notato come il discorso di Carney «strappi il cerotto da un ordine liberale ormai logoro, ma con uno spirito stoico, non celebrativo». The Atlantic si è concentrato sulle reazioni di Trump, definendo il discorso del presidente Usa una «classica minaccia da mafioso», e lo ha criticato per gli attacchi contro il premier canadese. «Il discorso di Carney è significativo non solo per lo status del Canada come principale partner commerciale degli Stati uniti» osserva invece The New Republic «ma anche per il suo background nel mondo della finanza prima di entrare in politica».

Con il discorso di ieri Carney ha in un certo modo mostrato una via canadese come risposta alle politiche della Casa bianca degli ultimi mesi, ritagliandosi una posizione di rilievo tra gli oppositori di Trump. Una mossa giunta inaspettatata, anche considerando il background del premier canadese. Economista formatosi tra Harvard e Oxford, Carney è stato prima governatore della Bank of Canada tra il 2008 e il 2013, e in seguito della Bank of England tra il 2013 e il 2020 – peraltro, il primo cittadino non inglese a ricoprire questo ruolo. Definito spesso come un centrista e un liberale «blue grit» – ovvero aderente a quella corrente del progressismo canadese considerata più tradizionalista – ha vinto le scorse elezioni sebbene fosse dato per sfavorito.

NONOSTANTE di formazione si direbbe forse più un tecnico che un politico, nel discorso di martedì ha posto fortemente l’accento sui valori morali da perseguire, oltre che sulla pragmatica, facendo riferimento a un «realismo basato sui valori». «Siamo guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali» ha affermato «sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni unite, il rispetto dei diritti umani».

TACO, Trump fa sempre marcia indietro

“Taco” è diventato in pochi giorni il nuovo tormentone di Wall Street. L'acronimo, che significa letteralmente Trump always chickens out – Trump fa sempre marcia indietro – è stato coniato lo scorso 2 maggio dal columnist del Financial Times Robert Armstrong, al punto che mercoledì scorso è arrivato fino alla sala stampa della Casa Bianca, provocando la reazione stizzita del presidente. Durante una conferenza stampa, una giornalista ha chiesto al presidente un commento sul fatto che alcuni analisti definiscono la sua strategia tariffaria “Taco trade”. Trump ha liquidato la domanda definendola “disgustosa” e sostenendo che le sue decisioni non costituiscono affatto un arretramento, bensì una tattica negoziale. Quella che nel linguaggio di Wall Street viene descritta come una mossa da “chicken out” – espressione inglese usata per indicare chi si ritira all’ultimo momento – sarebbe, secondo il presidente, parte di una strategia ben precisa: lanciare minacce aggressive per poi offrire concessioni ponderate, in una forma di negoziazione commerciale a suo dire sofisticata.

Taco, anatomia di una strategia

Il termine “Taco” ha preso piede proprio perché descrive con sorprendente accuratezza un comportamento ricorrente dell’amministrazione Trump. Secondo un’analisi di Nbc News, sono almeno dieci i casi in cui il presidente ha annunciato dazi severi per poi fare retromarcia, dando forma a un pattern così prevedibile da generare strategie di investimento specifiche. Il caso più recente riguarda l'Unione europeaTrump aveva minacciato venerdì scorso una tariffa del 50% sui beni continentali, salvo poi posticipare la misura al 9 luglio dopo una conversazione telefonica con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

La dinamica si ripete con variazioni sul tema ma con una costanza impressionante: annuncio di tariffe punitive, volatilità immediata sui mercati, e successivo ripensamento presidenziale nel giro di ore o giorni. Nel caso del Canada e del Messico, Trump aveva imposto il 25% di tariffe per combattere il traffico di fentanyl, solo per sospenderle un giorno prima dell'entrata in vigore. Lo stesso schema si è poi manifestato anche con la Cina, dove le tariffe erano state portate al 145% per poi essere ridotte al 10% (per un periodo di negoziazione di 90 giorni): in quel caso il presidente aveva giustificato l'escalation come necessaria per riequilibrare la bilancia commerciale.

La strategia Taco, però, non è stata applicata soltanto nei confronti di singoli paesi, ma ha riguardato anche settori industriali specifici come l'automotive e l'elettronica. Ad esempio, Trump aveva annunciato tariffe del 25% sugli iPhone a meno che Apple non spostasse la produzione negli Stati Uniti, salvo poi vedere i suoi consiglieri economici ridimensionare la portata della misura. Del resto, anche il settore dei giocattoli è finito nel mirino presidenziale, con Trump che aveva minacciato tariffe del 100% su Mattel, per poi suggerire che gli Stati Uniti fossero più interessati a riportare in patria produzioni ad alto valore aggiunto piuttosto che beni di consumo di massa.

Tribunali e mercati

Proprio mentre l'acronimo Taco guadagnava popolarità sui mercati, è arrivata una battuta d'arresto giudiziaria che ha complicato ulteriormente il quadro delle politiche tariffarie trumpiane. La Corte commerciale internazionale degli Stati Uniti ha stabilito mercoledì che Trump avrebbe superato i suoi poteri costituzionali nell'imporre tariffe generalizzate, stabilendo che l'International Emergency economic powers act del 1977 non conferisce al presidente un'autorità illimitata in materia di dazi. I tre giudici – nominati rispettivamente da Obama, Reagan e dallo stesso Trump – hanno emesso un'ingiunzione permanente che blocca l'implementazione delle tariffe più ampie, incluse quelle del "Liberation Day" annunciate il 2 aprile.

https://en.wikipedia.org/wiki/Trump_Always_Chickens_Out

La retromarcia. Una Guantanamo per la Groenlandia

Vivian Motzfeld e Lars Løkke Rasmussen

Giuseppe Sarcina
Così il segretario Nato (con Merz e Starmer) ha convinto Donald

Corriere della Sera, 22 gennaio 2026

NUUK (GROENLANDIA) Mark Rutte ha iniziato a muoversi subito dopo il fallimentare incontro, il 14 gennaio a Washington, tra il vicepresidente Usa JD Vance e i ministri degli Esteri della Danimarca, Lars Løkke Rasmussen, e della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Il segretario dell’alleanza Atlantica ha condotto un largo giro di consultazioni, coinvolgendo non solo i danesi e gli alleati europei, ma anche l’ambasciatore Matthew Whitaker, il rappresentante americano alla Nato.
Rasmussen e Motzfeldt avevano offerto a Vance la disponibilità della Groenlandia a ospitare tutte le basi militari ritenute necessarie. Vance, però, aveva rilanciato: noi vogliamo diventare proprietari dell’isola. Controproposta: in Groenlandia, per legge, la terra non è in vendita; possiamo concedervi una concessione pluriennale. È l’ipotesi che Donald Trump ieri ha bocciato dal palco di Davos. Il 19 gennaio, Rutte riceve a Bruxelles la ministra della Groenlandia Motzfeldt, accompagnata stavolta dal ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen. I tre mettono a punto uno schema più ampio, un accordo che preveda l’intervento dei Paesi disponibili a rafforzare la sicurezza militare in Groenlandia e dintorni. Congedati i due, Rutte chiama Trump. Gli prospetta non tanto una formula finale, quanto una cornice: tutti gli alleati accetterebbero la leadership americana nell’area. E aggiunge, solleticando l’interesse del presidente, che i partner sono pronti a spendere di più nell’artico, comprando mezzi militari dagli Stati Uniti. Nel corso della conversazione, Rutte cita proprio l’esempio della Danimarca, già affezionata cliente dell’americana Lockheed Martin per gli F-35. Trump si limita a una risposta interlocutoria. Non sono chiaramente gli unici contatti con la Casa Bianca. Si mobilitano anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer.
Il 20 gennaio Rutte riferisce il senso di questa operazione agli ambasciatori dei 32 Paesi membri, riuniti nel Consiglio Atlantico a Bruxelles. Il segretario propone di proseguire il confronto all’interno del «gruppo di lavoro» tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia: unico esito del vertice con Vance. Suggerimento accolto dai danesi e da altri componenti di spicco del consiglio, come i britannici. Ma, soprattutto, l’impostazione di Rutte ottiene il via libera dell’americano Whitaker. Naturalmente serviva il sigillo di Trump. Nel bilaterale di ieri, Rutte avrà dispiegato tutta la sua arte adulatoria di cui ha già dato diverse prove. «Abbiamo un accordo quadro», ha detto il presidente americano. Ora vedremo i dettagli, scivolosi come sempre. Resta centrale la questione della proprietà del territorio. Qualcuno suggerisce il modello Guantanamo, la base navale concessa con un prestito perpetuo nel 1903 dal governo di Cuba agli Stati Uniti.

mercoledì 21 gennaio 2026

La paura del nuovo Iran

Riccardo Redaelli
In Medio Oriente un Iran libero fa paura a molti

Avvenire, 20 gennaio 2026

La brutalità della repressione attuata dal sistema di potere iraniano contro le proteste popolari e il minacciato – e per ora non attuato – attacco militare punitivo statunitense hanno rilanciato in Occidente la riflessione sulla possibilità di un cambio di regime a Teheran, con la caduta dell’impopolare e indebolita Repubblica islamica. Come spesso accade, tuttavia, noi occidentali tendiamo a interpretare il mondo secondo i nostri criteri e le nostre percezioni, fatto che ci porta spesso a non comprendere le complessità locali. Si è detto, giustamente, che le monarchie arabe del Golfo – per non parlare della Turchia e di altri attori regionali – erano contrarie a un bombardamento statunitense, temendo tanto la rappresaglia missilistica iraniana sui loro Paesi, quanto le conseguenze imprevedibili di tale azione. Perché, a differenza di un Presidente Trump pericolosamente avviluppato nella sua spirale di egolatria e sempre più imprevedibile, le élite regionali hanno presente le molte sfaccettature della crisi del regime di Teheran. Lo stesso Israele – sempre pronto a usare la sua iper-forza militare – è sembrato più prudente di quanto le dichiarazioni del premier Netanyahu facessero immaginare: gli israeliani giustamente ritengono che un bombardamento non porterebbe alla caduta della Repubblica islamica e sanno bene i costi di una nuova ritorsione missilistica iraniana sullo Stato ebraico, tanto più che molte delle riserve dei costosi missili antimissili sono state utilizzate nella guerra del giugno scorso.
Ma sono le dinamiche e i timori lungo la sponda araba del Golfo che vanno meglio compresi. Innanzitutto, vi è una crescente divaricazione fra Emirati Arabi Uniti (EAU) e Arabia Saudita. Oltre alle rivalità storiche regionali, è chiaro che mentre gli EAU sono legatissimi alle loro alleanze con Israele e gli Stati Uniti, non avendo un’opinione pubblica a cui rendere conto, Riad deve fare i conti con l’irritazione della propria popolazione dinanzi ai massacri di civili palestinesi compiuti dal governo Netanyahu in questi ultimi due anni. L’irrazionale, erratica politica di Trump rende poi la casa reale saudita incerta sul reale sostegno Usa. Da qui la scelta di una politica di sicurezza più autonoma, evidenziata dall’accordo di difesa strategica del settembre scorso con il Pakistan (l’unico stato nucleare islamico), che potrebbe allargarsi ora alla Turchia. Sarebbe un salto di livello – non solo militare – per questo nuovo asse di sicurezza, che in qualche modo incapsulerebbe l’Iran e, allo stesso tempo, rende meno desiderabile un cambio di regime in quel Paese.
E questo non solo per i timori di instabilità, come si pensa in Occidente: le cose sono sempre più sfaccettate nei deserti del Medio Oriente. Se fa paura un Iran instabile e disgregato, neppure piace l’idea che in quel Paese possa nascere un sistema liberale che dia pari dignità a tutte le componenti politiche, etniche e religiose. Perché un Iran democratico che rispetta e offra autonomia ai curdi o agli arabi sunniti, metterebbe in difficoltà tanto Ankara, che non ha mai risolto veramente la questione curda, quanto Riad, che ha al suo interno una forte minoranza sciita, marginalizzata e discriminata. Infine, oltre poi a porre il problema della libertà politica in questi Paesi, un “nuovo Iran” sarebbe un enorme catalizzatore degli investimenti internazionali, a scapito della scommessa saudita di attrarre risorse per sostenere il costoso piano di modernizzazione “Vision 2030”. E i timori di un cambio di flussi finanziari si avvertono anche dentro gli EAU: se per Abu Dhabi – che è il centro politico – il tema non è particolarmente significativo, per Dubai lo è: questo emirato prospera anche grazie ai miliardi di dollari iraniani che lì sono stati spostati e operano spesso in modo opaco. La caduta del sistema di potere teocratico renderebbe inutili le triangolazioni sulla piazza di Dubai, con un danno finanziario notevole. Ecco quindi che una Repubblica islamica azzoppata, indebolita, incapace di minacciare i vicini come in passato e, allo stesso tempo, isolata a livello politico e finanziario, sembra preferibile sia a un nuovo buco nero geopolitico che produrrebbe caos e instabilità ma, ancor più, a un Iran fiorito quale sistema liberale, guidato da una società civile matura come quella iraniana, che attrarrebbe investimenti e sarebbe un esempio “pericoloso” per gli altri Paesi della regione, che con le libertà politiche e il rispetto delle minoranze hanno da sempre rapporti complicati.

Democrazia alla prova

Filippo Barbera
C'è poco da difendere, la democrazia va ricostruita

il manifesto, 21 gennaio 2026

Sentiamo ripetere da anni, con toni sempre più allarmati, che la democrazia è in crisi. I sintomi non mancano e, anzi, sono così numerosi che la crisi è ormai simile a una sindrome cronica. Astensionismo crescente, polarizzazione estrema, erosione dei diritti, normalizzazione di pratiche autoritarie, disuguaglianze enormi. Del resto, alle diagnosi basate sulla «crisi» seguono inevitabilmente ricette imperniate sul «ci vuole più democrazia», partecipazione e valori. Ma poi non accade nulla e, anzi, la sindrome si aggrava.

Gli assunti e l’impianto generale del convegno pubblico Democrazia alla prova che si terrà dal 23 al 25 gennaio a Palazzo ducale di Genova, promosso dal Forum Disuguaglianze e Diversità con Fondazione Palazzo Ducale e curato da Fabrizio Barca e Luca Borzani, seguono una strada diversa. Non si parlerà di crisi della democrazia, assumendo piuttosto che questa sia in perenne cambiamento e adattamento. Di conseguenza, non si invocherà un ritorno a qualcosa di perduto ma si cercherà di mettere a fuoco cosa non funziona nell’adattamento in corso.

Oltre ai contenuti e all’impostazione generale, l’appuntamento si riconosce per un cifra originale anche nel formato e negli interventi che, accanto a ospiti noti come Nadia Urbinati, Lucio Caracciolo, Evgeny Morozov e Vincent Bevins, ha previsto voci e testimonianze di giovani donne e giovani uomini coinvolti in esperimenti collettivi e in organizzazioni che attuano democrazia quotidiana e radicata nei luoghi di vita e di lavoro.

Così, le ipotesi di soluzioni che emergeranno avranno la possibilità di affrancarsi dal quadro, rassicurante ma asfittico, degli ideali astratti da difendere, dei «valori perduti da restaurare» e della partecipazione che non c’è più. Una mossa del cavallo decisiva e coraggiosa, dal momento che nulla ci suggerisce che quella democrazia sia ancora recuperabile solo attraverso con uno sforzo di volontà indirizzato a ottenere più democrazia.

La crisi sempre invocata non è solo un declino istituzionale, una perdita di fiducia tra cittadini e rappresentanti politici o un rapporto capitale-lavoro che si sviluppa nell’alveo di una crescita e di un conflitto non più regolati. La democrazia si è adattata a una trasformazione strutturale del capitalismo, in cui la politica, anziché correggere le asimmetrie del mercato e garantire l’eguaglianza, finisce per incorporarle e riprodurle con una curvatura autoritaria. Lo vediamo bene oggi, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Germania al Regno Unito. Ed è precisamente questo intreccio che rende anacronistici tanto gli appelli morali alla «partecipazione», quanto le nostalgie per il ritorno ai partiti di massa del Novecento o l’appello fideistico alla crescita economica che tutto risolve.

Il Novecento non tornerà più perché la modernizzazione capitalistica, la concentrazione del potere nelle mani di oligopoli tecno-finanziari e la trasformazione dei partiti in macchine elettorali senza radicamento sociale hanno eroso la fisiologia della democrazia liberale.

Continuare a invocare «più democrazia» senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l’uso delle gambe.

Cosa serva davvero per una nuova fisiologia della democrazia, in realtà, nessuno lo sa. E chi proclama di saperlo mente o s’inganna, scambiando l’eleganza o la purezza delle soluzioni con l’astrazione concreta necessaria per attuarle. Le soluzioni sulla carta non mancano, ma rimangono modelli che funzionano in fase pre-clinica e non applicata al problema da risolvere. E il «cosa» senza il «come» fa poca strada.

Possiamo lanciare un sasso nello stagno e sostenere che se si vuole ricostruire il Novecento e la politica di massa occorre passare attraverso un nuovo Ottocento, anche se in una condizione diversa (perché il ‘900 c’è già stato). Le grandi infrastrutture democratiche del Novecento non sono nate dal nulla, come Venere che emerge adulta e completamente formata dalle acque, ma da decenni pregressi di costruzione molecolare, conflitti, sperimentazioni, costruzioni istituzionali e lotte sociali.

Con una differenza cruciale: oggi non possiamo permetterci quella sequenza e quella pazienza. Agiamo certamente in una situazione diversa da quella ottocentesca e, nel contempo, non ci è concesso il lusso del tempo per attendere l’arrivo di un nuovo secolo breve.

La democrazia non si difende invocandola. Si ricostruisce praticandola con urgenza in forme nuove, radicali e adatte al presente.

Il convegno di Palazzo ducale ha il merito di porre la domanda. Speriamo che serva anche a trasformarla in un nuovo cantiere politico.

Claudio Magris, una intervista



Paolo Di Paolo
Claudio Magris: "Europa, sei diventata una selva oscura"
la Repubblica, 21 gennaio 2026

Resiste ancora, all’ingresso di casa, una decorazione natalizia. Si accorge che la osservo, si illumina. Mi dice che il presepe si diverte ancora a farlo lui. Riesumando quello, un po’ malmesso, di quando era bambino. C’è l’impronta dello zio Nello, «il mago della mia infanzia». Lui ci mette del suo: «La statuina di un cane boxer, che non c’entra granché con Betlemme, per esempio. O i re Magi, che diventano sei o sette. Perché limitarsi a tre? La mia ansia di totalità...». La conversazione con Claudio Magris procede così, per lampi, illuminazioni improvvise. C’è sempre un fondo di leggera, temperata ironia. E di autoironia.

Sul tavolino basso del salotto, le copie fresche di stampa di una nuova traduzione spagnola, e quelle dell’ultimo volume, Dura un attimo il giorno (Garzanti): la raccolta – a cura di Maddalena Longo, che lavora con lui da una vita – degli articoli pubblicati negli ultimi anni. In quelle pagine, sotto il titolo rubato al suo antico maestro friulano Biagio Marin («dura un atimo el dì / ma xe eterno l’incanto») si mescolano passioni letterarie, racconti di memoria e di amicizia, intuizioni sul presente.

Resiste ancora, all’ingresso di casa, una decorazione natalizia. Si accorge che la osservo, si illumina. Mi dice che il presepe si diverte ancora a farlo lui. Riesumando quello, un po’ malmesso, di quando era bambino. C’è l’impronta dello zio Nello, «il mago della mia infanzia». Lui ci mette del suo: «La statuina di un cane boxer, che non c’entra granché con Betlemme, per esempio. O i re Magi, che diventano sei o sette. Perché limitarsi a tre? La mia ansia di totalità...». La conversazione con Claudio Magris procede così, per lampi, illuminazioni improvvise. C’è sempre un fondo di leggera, temperata ironia. E di autoironia.

Sul tavolino basso del salotto, le copie fresche di stampa di una nuova traduzione spagnola, e quelle dell’ultimo volume, Dura un attimo il giorno (Garzanti): la raccolta – a cura di Maddalena Longo, che lavora con lui da una vita – degli articoli pubblicati negli ultimi anni. In quelle pagine, sotto il titolo rubato al suo antico maestro friulano Biagio Marin («dura un atimo el dì / ma xe eterno l’incanto») si mescolano passioni letterarie, racconti di memoria e di amicizia, intuizioni sul presente.

Lei ha dedicato la vita alla letteratura, ma tende a non assolutizzarla, per ricordare che c’è qualcosa di più importante. Che cosa?

«I rapporti con gli altri, le relazioni. L’unico culto che ho è quello dell’amicizia. Molte pagine del libro sono dedicate a persone a cui ho voluto – anzi: voglio – bene, e che se ne sono andate. Ma tuttora almeno tre o quattro telefonate al giorno le faccio a gente che conosco da decenni. Gli amici di Trieste e di Torino, le mie due città».

A dire il vero, appena si nomina Magris, inevitabilmente viene fuori Trieste. “Lo scrittore triestino”. Le pesa?

«Non mi dispiace. Ciascuno si porta dietro qualche etichetta, può diventare un cliché, o perfino una caricatura, ma dobbiamo accettarlo. A ogni modo, chi mi ha definito un torinese di Trieste non sbagliava».

D’altra parte il suo folgorante esordio saggistico nel 1963, con “Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna”, lo deve all’Einaudi.

«Che in sostanza pubblicò la mia tesi di laurea, discussa appunto all’università di Torino. Una tesi obiettivamente eccentrica: tanto che nemmeno il relatore – un maestro per me fondamentale, Leonello Vincenti – aveva ben capito, finché non la lesse, che cosa avessi in mente di scrivere. Quando seppe che me la pubblicava Einaudi, fece un solo commento: “Ragazzo, spazzola!”. Come a dire: non montarti la testa».

La dedica di questo libro è “ai miei genitori”. Fatta a quasi ottantasette anni, nella sua semplicità, commuove.

«Ho dedicato a Marisa Madieri, mia moglie, e ai miei figli molti dei miei libri. Talvolta anche agli amici. In questo caso, mi pareva giusto saldare il mio debito con mio padre e con mia madre. Lei in particolare, che era una maestra, mi ha generosamente aiutato negli anni, battendo a macchina non so più quanti dei miei articoli».

Ancora oggi lei scrive a mano.

«Non mi vanto di non avere mai imparato a usare il computer. Una forma di disinteresse e di pigrizia, direi, che ha costretto e costringe chi lavora con me a decifrare una grafia oggettivamente non facile e a trascrivere tutto».

È arrivato relativamente tardi alla narrativa, al romanzo. Perché?

«Anche nei panni di studioso, non ho mai troppo amato la scrittura accademica. Qualche detrattore del mio primo libro diceva: si legge come un romanzo. Non voleva essere un complimento, ma a me non dispiaceva. Sicuramente ha pesato un certo imbarazzo, quasi un senso di vergogna nell’azzardare il gesto del narratore. Nel libro ricordo l’ironica diffidenza con cui Benedetto Croce, in una nota di diario, raccontava che gli aveva fatto visita lo “scrittore di romanzi” Alberto Moravia».

Di un libro fortunato come “Danubio”, che ora compie quarant’anni, è difficile indicare il genere.

«Parlerei di scrittura mista, impura. Giornalistica, saggistica, narrativa, lirica, a seconda delle esigenze della pagina. Il racconto di viaggio, più di altre forme, espone alle contraddizioni, ai colori diversi delle cose, della realtà. Mi manca l’intensità di quei vagabondaggi mitteleuropei, ma in generale l’avventura dell’ignoto. E sa cosa mi dispiace? Che comincio a dimenticare. Nomi, dettagli... Ma forse esiste anche un diritto all’oblio, alla dimenticanza».

La sua Mitteleuropa, oggi, come le appare?

«Giusto oggi pensavo con dispiacere che da troppo tempo manco da Vienna. Comunque, guardo a quel mondo da lontano, con una curiosità che inevitabilmente si è indebolita e che, glielo confesso, mi fa sfogliare con minor interesse l’ultimo romanzo di uno scrittore austriaco o tedesco di oggi. Con la riunificazione delle due Germanie quell’universo si è sfaldato: sembra un paradosso o forse no, ma sono emerse lacerazioni profonde, si sono rialzati e si rialzano muri, in barba a un’idea di humanitas sovranazionale. L’Unione europea è divisa, non è una vera unione. Se lo fosse, sarebbe la nostra salvezza».

Le turbolenze geopolitiche la rendono ancora più fragile?

«La rendono vulnerabile, una foresta selvaggia e un po’ ipocrita. Ma è un discorso che vale per l’intero Occidente, che si autocontagia di malattie mortali e si vergogna dei suoi valori più alti».

Nel suo romanzo “Non luogo a procedere” c’è un “Museo totale della guerra per l’avvento della pace e la disattivazione della Storia”. Armi e reperti bellici di ogni sorta, monito per “tutti i vivi che impediscono la pace perché per vivere hanno bisogno della guerra”. Un’utopia disperata?

«Vivo una tremenda delusione. La guerra è tornata centrale, i traumi del Ventesimo secolo sembrano rimossi. Aumentano i massacri su larga scala e non c’è alcuna sicurezza – oggi come ieri e come domani – che prevalga l’umanità».

Un’ultima cosa, più leggera. Lei lo sa che lei è l’unico italiano su cui i bookmaker scommettono per il Nobel di letteratura?

«In questi anni, la voce è circolata e naturalmente mi lusinga. È anche capitato che, in attesa dell’eventuale annuncio, i giornalisti venissero a fare la guardia qui sotto casa. Ma ai generosi scommettitori direi che farebbero bene, ormai, a puntare su altri cavalli».