giovedì 23 ottobre 2014

Un amore al tempo del Gulag

Anna Achmatova


IN SOGNO

Nero e duro distacco

che io sopporto al pari di te.

Perche' piangi? Dammi meglio la mano,

prometti di ritornare in sogno.

Noi siamo come due monti...

non ci incontreremo piu' a questo mondo.

Se solo, quando giunge mezzanotte,

mi mandassi un saluto con le stelle.

 

1946



Orlando Figes
Qualcosa di più dell'amore
Neri Pozza, Venezia 2012
titolo originale Just send me word. A True story of Love and Survival in the Gulag 

È il 1935 quando Lev incontra Svetlana per la prima volta nel cortile dell'università di Mosca. Snella, con folti capelli castani, gli zigomi sporgenti e occhi azzurri dallo sguardo intelligente e malinconico, Svetlana è una delle poche donne che nel settembre del 1935 si è guadagnata assieme a Lev e a trenta altri uomini l'ammissione alla facoltà, la migliore per la fisica di tutta l'Unione Sovietica. Durante i primi anni di università, Lev la chiama Sveta, va a sedersi accanto a lei alle lezioni, a mangiare con lei in mensa, a incontrarla al club studentesco, ad aspettarla alla fine delle lezioni. Poi la riaccompagna a casa, dove legge con lei la Achmatova e Blok, i suoi poeti preferiti. Impossibile per Sveta non innamorarsi di quel ragazzo dal volto cortese e gentile, con dolci occhi azzurri e la bocca carnosa, come quella di una ragazza. Impossibile anche non essere orgogliosa di lui, quando nel 1940 Lev diventa assistente del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. La Storia, tuttavia, con i suoi tragici eventi è in agguato. Nel 1941 l'esercito tedesco attacca la Russia, cogliendo completamente di sorpresa le forze sovietiche. Arruolatosi volontario, Lev va incontro a un'odissea in cui tutta la sua vita sembra tragicamente naufragare. Opera basata su una storia vera ricostruita attraverso le lettere rinvenute da Figes negli archivi del KGB, "Qualcosa di più dell'amore" è il racconto di un amore vero, che ha saputo resistere al tempo, all'ingiustizia e alla crudeltà della Storia. 
Aldo Agosti, Un amore oltre il Gulag, "Passato e Presente", n. 92, 
maggio-agosto 2014, pp. 145-156.

A Love Story beyond the Gulag. In 1946, after five years as a prisoner of war -first as a Soviet Union in Nazi concentration camps, then as a deportee (falsely accused of treason) in Russia's Arctic Gulag - 29-years-old Lev Miščenko unexpectedly received a letter from Sveta, the sweetheart he had hardly dared hope was still alive. Amazingly, over the next eight years the lovers managed to exchange more than 1200 letters, and even to smuggle Sveta herself into the camp for secret meetings. Their recently discovered correspondence is the onlyknown real-time record of lifein Stalin's Gulag, unmediated and almost uncensored. In Just send me word the historian Orlando Figes took on the task of deciphering and editing it, discovering an impressive record not only of daily "routine" inside a Soviet labour camp, but also (through Sveta's letters) a rare sense of Moscow everyday life in the hardest times of post-war Soviet reconstruction.

mercoledì 22 ottobre 2014

Sartre, il rifiuto del Nobel

 
 
Marco Albeltaro
Sartre, il Nobel non è cosa da intellettuali
Il 22 ottobre di 50 anni fa lo scandaloso gesto del filosofo francese engagé che rifiutava il premio più ambito: voleva mantenersi libero da qualsiasi legame con il potere

La Stampa, 22 ottobre 2014

Il Premio Nobel per la letteratura è il sogno di ogni scrittore. Rappresenta la certezza di passare alla storia, il lasciapassare per l’Olimpo delle lettere. Eppure c’è chi l’ha rifiutato, il 22 ottobre 1964. Si tratta di Jean-Paul Sartre.
Lo scrittore e filosofo francese padre dell’esistenzialismo nel ‘64 è all’apice della notorietà. Ha pubblicato alcuni dei suoi libri più importanti - La nausea, Il muro, L’età della ragione - ma soprattutto ha assunto un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico: ha sostenuto la rivoluzione cubana (romperà poi con Castro nel 1971), ha simpatizzato per Mao, ha dato il suo appoggio al Partito comunista francese (da cui si distaccherà nel drammatico ’56), ha criticato il colonialismo in Algeria, insomma è un intellettuale che si butta nella mischia, che affonda le mani nel conflitto, che non teme di farsi dei nemici e che gode del dissenso. Sartre è l’intellettuale cosmopolita per eccellenza: viaggia moltissimo, sposa cause apparentemente lontane e diventa l’emblema di quella tipologia tipicamente francese che è l’intellettuale engagé.
Sartre dice no all’Accademia di Svezia che lo vuole premiare, rifiuta l’onorificenza e la consistente somma di denaro, così come aveva rifiutato, anni prima, la Legione d’Onore, l’Académie e il Collège de France. Non si tratta però soltanto del rifiuto di un premio. Sartre non vuole essere «istituzionalizzato», non vuole subire, lui intellettuale critico verso il potere, una sorta di «normalizzazione». Per Sartre lo scrittore deve essere libero da qualsiasi legame con un potere che fagocita. È per questo che, nella lettera con cui motiva il suo gesto, afferma che «lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli».
Non si tratta soltanto di un gesto coerente, del resto Sartre aveva già chiesto, alcune settimane prima, all’Accademia svedese di non essere inserito nella lista dei candidati al Nobel. Il rifiuto del premio non è un gesto per chiamarsi fuori, per rinunciare alla dimensione pubblica dello scrittore ma, al contrario, è proprio la rivendicazione di un ruolo pubblico altro, che nulla ha a che fare con una cultura istituzionalizzata e che, proprio per questo, rivendica un’autonomia. Sartre - come ha scritto Bernard-Henri Lévy, un intellettuale che ha un po’ scimmiottato il suo «stile» schierandosi però a favore di battaglie che avrebbero fatto inorridire il filosofo esistenzialista - voleva «far saltare in aria la società», un’espressione efficace per rappresentare la radicalità di un approccio politico che è, prima di tutto, una posizione culturale. L’intransigenza, che Gobetti aveva indicato come elemento fondativo della condizione di intellettuale, viene richiamata infatti in uno degli articoli scritti in morte di Sartre e che lo paragona, proprio per questo atteggiamento, a Rousseau: «un’intransigenza innata» che non gli ha mai permesso di accettare il minimo «compromesso con il potere stabilito».
Zygmunt Bauman ha parlato della «decadenza» della figura dell’intellettuale. E ne ha descritto il passaggio «da legislatore a interprete», ossia, si potrebbe dire, da costruttore di idee (e di modi di pensare) a funzionario che traduce concetti vecchi in linguaggi nuovi*. Ecco, Sartre è stato uno degli ultimi intellettuali «legislatori», e lo è potuto essere proprio perché ha rifiutato le coordinate culturali, politiche e linguistiche imposte dalle istituzioni.
Questo discorso non può non portare alla mente un altro intellettuale «legislatore» che, in una condizione di solitudine, di «esilio» perenne, nell’ultimo quarto del Novecento ha avuto un’influenza paragonabile a quella di Sartre. Si tratta di Edward Said, il grande studioso di letteratura comparata che ha messo la propria voce al servizio di numerose cause. Sempre nel posto sbagliato è il titolo della sua autobiografia ma, come ha scritto Tony Judt, non era Said a sentirsi in imbarazzo per questa sua condizione di «senza patria». Erano piuttosto gli altri, i suoi interlocutori ma soprattutto i bersagli della sue polemiche, a doversi sentire a disagio davanti alla sua continua ricerca della verità. Scomodo per gli avversari ma ancor più scomodo per i compagni di battaglie - si pensi alle dure critiche mosse alle politiche di Israele ma allo stesso tempo alle sue aspre prese di posizione nei confronti dei dirigenti palestinesi - Said ha recuperato il meglio della tradizione dell’intellettuale engagé «alla Sartre».
Il rigore, innanzitutto, la ricerca del vero, la battaglia contro la menzogna sono soltanto tre dei valori che accomunano Sartre a Said. E che danno un senso, dopo cinquant’anni, al ricordo dello scandaloso gesto di uno scrittore che disse no al premio dei premi.


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(*) Detto così, l'interprete è un ripetitore rispetto al legislatore che è un innovatore. Nella visione di Bauman, bisogna dire, il passaggio dall'uno all'altro tipo di intellettuale implica  un mutamento di epoca. Si passa dalla modernità al postmoderno. L'interprete di fatto si muove in un tempo nel quale non c'è più posto per il legislatore. La Verità ha lasciato il posto a verità plurime in competizione tra loro. "La postmodernità, un tempo di incertezze, ... si caratterizza per la percezione del fallimento delle promesse di ragione e scienza e per una sempre maggiore autosufficienza del potere politico. La prospettiva ottimistica e universalistica propria della modernità viene ... abbandonata, e gli intellettuali sono gradualmente espropriati della loro “funzione collettiva di generare e promuovere i valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato ai suoi sudditi” (p. 145), perdendo la loro funzione legislatrice e trovandosi declassati al ruolo secondario di ‘interpreti’. Il passaggio dalla modernità alla postmodernità, dall’età delle certezze a quella delle incertezze e della provvisorietà, è significativamente descritto nelle opere più recenti di Bauman come passaggio dallo ‘stato solido’ allo ‘stato liquido’ della società. Se infatti la modernità aspira all’universalità e all’irrefutabilità dei valori e delle conoscenze scientifiche, la postmodernità segna il tramonto di simili pretese, mostrando come non si possa pervenire ad alcunché di definitivo e stabile. In luogo dell’unica Verità perseguita dall’uomo moderno, l’uomo postmoderno si trova di fronte a “versioni pluralistiche della verità”, ciascuna della quali ha una propria ragione e un proprio diritto a essere" (Lisa Vagnozzi, su Bauman, La decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, Torino 2007   http://www.treccani.it/scuola/itinerari/un_libro/rec_233.html). Così sono andate le cose e non è pensabile che un Sartre redivivo riuscirebbe di colpo a mutare il quadro. Nella competizione tra gli interpreti, c'è uno spazio per idee di cambiamento e di riforma, lo stesso Bauman in definitiva è un interprete più che un legislatore.  

martedì 21 ottobre 2014

La convergenza sul nuovo Italicum

Roberto D'Alimonte
La svolta bipartitica del patto del Nazareno
Il Sole 24ore, 21 ottobre 2014

Sulla riforma elettorale c'è una grossa novità. Per ora sulla carta. Nella versione dell'Italicum approvata alla Camera il premio di maggioranza può andare sia a un partito singolo che a una coalizione di partiti. Era così anche nel sistema elettorale bocciato dalla Consulta. Erano i partiti a scegliere se presentarsi da soli o in compagnia. Ma sembra che Renzi e Berlusconi abbiano cambiato idea. Secondo quanto il premier ha detto nella direzione del Pd di ieri il nuovo progetto dovrebbe cancellare la possibilità che i partiti concorrano in coalizione nella gara per conquistare il premio. Devono andare da soli. Berlusconi lo aveva già detto qualche settimana fa, ma sembrava una dichiarazione estemporanea. Adesso che lo ha detto anche Renzi siamo davanti a un fatto nuovo di grande rilievo.
Nell'attuale versione dell'Italicum il premio alla coalizione è inserito in un sistema di regole, fortemente voluto da Verdini, che lo rendono funzionale al progetto di ricompattare il centrodestra intorno a una coalizione dei moderati a guida Forza Italia. Il meccanismo chiave è quello della soglia con lo sconto. Attualmente chi decide di presentarsi alle elezioni da solo deve avere l'8% dei voti per ottenere seggi. Se invece si entra in coalizione allora la soglia si abbassa al 4,5%. Con questo meccanismo il Ncd di Alfano, Fdi della Meloni e la Lega di Salvini sono "costretti" a fare l'accordo con Berlusconi per non rischiare di restare fuori dalla Camera. E così Berlusconi torna ad essere il federatore del centrodestra italiano come ai bei tempi.
Oggi questo "schema verdiniano" sembra superato. Pare che Renzi e Berlusconi vogliano puntare dritti verso il bipartitismo. Non basta più il bipolarismo. Non una coalizione deve vincere le elezioni ma un partito. Va da sé che un sistema del genere semplifica non solo il quadro politico ma anche l'ingegneria elettorale. Se il premio va al partito e non alla coalizione tutti i problemi legati al conteggio dei voti di liste coalizzate, ma sotto la soglia, o alla presentazione di liste fasulle, ma buone per raccattare qualche voto in più, sono superati. Tutto è più semplice e più comprensibile. Ma resta qualche dubbio.
Perché Berlusconi si è convinto a rinunciare allo "schema verdiniano"? Senza avere informazioni dirette è difficile rispondere. La vera ragione potrebbe essere la Lega. Il partito di Salvini non è più quello di Bossi, con cui il Cavaliere andava d'amore e d'accordo. La Lega non è più il partito della padania ma sta diventando il partito della destra nazionale. Una destra dura che assomiglia sempre di più al Fronte nazionale di Marine Le Pen. Con una destra del genere anche Berlusconi non può fare accordi. E allora forse meglio puntare a fare il partito unico dei moderati invece della coalizione dei moderati.
Resta da capire perché i partiti minori dovrebbero appoggiare un disegno del genere. Soprattutto quelli del centrodestra. Certo, se il premio va solo al partito e quindi sparisce lo sconto, il buon senso dice che la soglia dell'8% sarà abbassata. Immaginiamo che venga portata al 4%. A quel punto Ncd e Fdi, ma anche Sel, avrebbero in teoria una scelta: entrare nel partito unico (di centrodestra e di centrosinistra) o presentarsi da soli. La seconda opzione presenta il vantaggio che se nessuno dei maggiori partiti vince il premio al primo turno e si va al ballottaggio i loro voti possono diventare determinanti. Ma in primo luogo dovrebbe essere modificato l'Italicum che al momento non prevede apparentamenti. E poi non è detto che questo evento si verifichi. Potrebbe invece verificarsi un evento ancora più deleterio per loro: potrebbero non superare la soglia e restare fuori dalla Camera. Ergo sparire. Si capisce che per Alfano e soci tornare sotto le ali del Cavaliere è cosa indigesta, ma sparire forse lo è ancora di più.
Ora capita che il Ncd sia un alleato di Renzi al governo. Per essere più precisi il premier non ha al Senato la maggioranza senza i voti del Ncd. L'Italicum in versione bipartitica può essere approvato anche senza i voti di Alfano ma poi Alfano che fa? Continua a stare al governo con il Pd come se nulla fosse? E se non succede Renzi il governo con chi lo fa? Oppure punta al voto con l'attuale sistema elettorale proporzionale, quello disegnato dalla Consulta? L'incertezza sotto il cielo è ancora tanta.

lunedì 20 ottobre 2014

Simenon e la politica sporca

 
Per i conoscitori di Simenon, Maigret chez le ministre (1954), riserva delle piacevoli sorprese. Intanto, come il titolo lascia prevedere, è una incursione del commissario e del romanziere stesso sul terreno della politica. E poi Maigret, pur risolvendo il caso, non ottiene una vittoria completa. Il personaggio che con ogni evidenza reca sulle sue spalle le responsabilità più pesanti per i malefici intervenuti nel corso della vicenda non può essere arrestato, mancando le prove irrefutabili della sua colpevolezza. Le sorprese non sono finite. Simenon mostra di conoscere un saggio di Robert de Jouvenel, La repubblica dei compari. Lo tira fuori in un dialogo tra il ministro e Maigret. E' il ministro che parla:

Vi ricorderete del famoso titolo La Repubblica dei Compari. Ci si incontra ogni giorno. Ci si stringe la mano come vecchi amici. Dopo qualche settimana di sessioni, ci si dà tutti del tu e ci si scambiano piccoli favori.
Ogni giorno si stringe un maggior numero di mani e, se queste non sono molto pulite, si scuotono le spalle con indulgenza."Bah! Non è un cattivo diavolo" si dice. Oppure: "E' costretto a farlo per i suoi elettori".
Mi capite? Ho dichiarato che se ciascuno di noi si rifiutasse una volta per tutte di stringere le mani sporche, l'atmosfera politica verrebbe immediatamente purificata.

Mani pulite, mani sporche. Stringere le mani. Ecco, nel romanzo queste metafore hanno la loro importanza. Il ministro non stringe la mano di Mascoulin, il deputato trafficone e ricattatore che è l'anima nera della vicenda. E neppure Maigret a un certo punto lo fa:

Questi [Mascoulin] in piedi gli tendeva la mano. Come un lampo, il commissario si ricordò di Point [il ministro] e della sua storia delle mani sporche.
Senza riflettere sul pro e sul contro, prese la tazzina del caffè, che era vuota, e se la portò alle labbra, ignorando così la mano che gli veniva offerta.

Non basta. Auguste Point nel libro è una figura positiva. Viene dalla provincia, da La Roche-sur-Yon in Vandea (il posto dove fu sepolto Pétain, ma questo Simenon non lo dice). E' vandeano come Clémenceau. Ed è restato un uomo semplice. Durante la guerra è stato arrestato e poi detenuto in prigione per aver nascosto degli agenti inglesi e dei prigionieri fuggiti dai campi di concentramento tedeschi. Con il ritorno della pace, è rimasto nell'ombra, sono stati i suoi concittadini a chiedergli di presentarsi alle elezioni.
Un ultimo punto. Chiaramente Maigret si identifica un po' con Auguste. La stessa scelta del nome per il ministro da parte del romanziere ha qualcosa di affettuoso. Auguste non era tanto frequente neppure nelle vecchie generazioni. Si chiamava così Renoir. E' anche spesso un nome da clown. La prima descrizione di Auguste Point nel romanzo è questa:

La cosa più curiosa era che l'uomo di fronte a lui, con l'aria di aspettare la sua diagnosi, gli somigliava, se non come un fratello, almeno come un cugino. Non solo fisicamente. Una rapida occhiata ai ritratti di famiglia diceva al commissario che lui e Point avevano press'a poco le stesse origini. Tutti e due erano nati in campagna, da un ceppo contadino già evoluto. Probabilmente i genitori del ministro avevano avuto, fin dalla sua nascita, l'ambizione di farne, come i genitori di Maigret, un medico o un avvocato.
... D'altezza e di corporatura [Point] era all'incirca come il commissario, ma più quadrato, più duro, si sarebbe detto più contadino

C'è l'identificazione e c'è il distacco. Non si può chiedere troppo all'ispido Maigret e al non meno ruvido Simenon. Però quel che è detto va pur sempre nel senso di una certa somiglianza tra i due. Nel romanzo ci sono altri personaggi che completano il quadro. La signora Point "avrebbe potuto essere una qualsiasi piccolo-borghese di età matura, una di quelle che si incontrano per strada a fare la spesa". Invece la segretaria del ministro, la signorina Blanche Lamotte, quarantaduenne, "aveva un viso comune, senza attrattive, ma sotto l'abito nero, semplicissimo rischiarato al collo solo da un un piccolo pizzo bianco, Maigret fu sorpreso di scoprire un corpo giovane, ancora formoso". Sempre il dettaglio rivelatore che spinge alla riflessione. Non dare nulla per scontato. Questa sembra essere ancora una volta la lezione del buon vecchio Simenon.

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Maigret chez le ministre

Un sanatorium de l'Etat vient de s'effondrer, causant la mort de 128 enfants. Lors de l'étude du projet de construction, un éminent spécialiste de l'Ecole Nationale des Ponts et Chaussées, le professeur Calame, avait prévu la catastrophe, mais on avait négligé son avis. De nombreux politiciens compromis dans l'affaire ont tout intérêt à faire disparaître le rapport de cet expert. Le ministre, Auguste Point, a tenu entre ses mains pendant quelques heures ce rapport, mais on le lui a dérobé. Il ne peut faire de déclaration au public, qui l'accuserait d'avoir détruit le document pour se sauver et sauver ses collègues. C'est pourquoi, désespéré, il demande au commissaire Maigret de retrouver le rapport ou tout au moins le voleur. Bientôt, les journalistes connaissent l'existence du rapport Calame, son importance et sa disparition. Point voit sa réputation anéantie. A ce moment, il est clair que celui qui a volé le document et informé la presse cherche à ruiner la carrière politique du ministre en se servant du rapport comme d'un moyen de chantage contre toutes les personnes mêlées à la construction du sanatorium. Le député Mascoulin pourrait être cet homme, car c'est un politicien sans scrupules et avide de pouvoir. Il a été le premier à poser des questions claires et bien informées à propos du rapport Calame et on apprend qu'il est entré en relation avec Piquemal, l'homme des Ponts et Chaussées qui avait remis le rapport à Point. Grâce à différents témoignages, Maigret retrouve le voleur, un certain Eugène Benoît qui avoue le vol, mais refuse de dénoncer son patron. Maigret connaît la vérité, mais ne pourra la prouver : Mascoulin possède un photostat du rapport Calame et a détruit l'original. Il ne pourra être inculpé, car en raison de sa puissance, aucun de ses «collaborateurs» ne le dénoncera : il tiendra donc toujours à sa merci ceux qui ont accepté la construction du sanatorium. Le commissaire a néanmoins retrouvé le voleur et sauvé la réputation de Point.

http://www.toutsimenon.com/oeuvre/tout-simenon/fiche-livre/17-Maigret-chez-le-ministre_3944

Si veda inoltre Robert de Jouvenel, La Repubblica dei compari, a cura di Emanuele Bruzzone, Il segnalibro, Torino 1995, XLIX - 168 pp.
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
La Repubblica dei compari / Robert de Jouvenel ; a cura di Emanuele Bruzzone. - Torino : Il segnalibro, 1995. - XLIX, 168 - See more at: http://www.librinlinea.it/titolo/la-repubblica-dei-compari-bruzzone-eman/UFI0204659#sthash.d4HkLgk3.dpuf
 

venerdì 17 ottobre 2014

Voltaire, Emilie e le altre




Maria Antonietta Macciocchi 


Voltaire il femminista
L'amore più grande fu per la marchesa Emilie du Châtelet. Che però, dopo 16 anni, lo lasciò
Corriere della Sera, 15 febbraio 1995
L'ortografia dei nomi propri è stata corretta rispetto all'originale

... Le eroine di Voltaire si delineano su due distinti universi, quello delle opere e quello dell' esistenza e della corrispondenza, ma ogni universo interviene a modellare l'altro, mescolando vizi e virtù. Nel romanzo e nelle tragedie le donne hanno avventure grottesche e deliranti, subiscono violenze e vandalismi, ma si battono, spesso eroiche, senza cedere, e con ardore prediligono la giustizia e la ragione. Sono sultane, principesse, schiave, meretrici o regine. Appartengono a razze diverse o lande lontane. Stanno negli harem e nelle corti del sultano, o sui campi di battaglia. Eppure sono legate tra loro da un solo filo, quello dell'avventura umana o della sventura, come per Cunegonda, l'amata di Candide, o come Zaire, la schiava del Sultano di Gerusalemme. Nell'esistenza di Voltaire emergono creature dall'intelligenza solare, dallo scilinguagnolo brillante, dalla cultura che non conosce confini tra le lettere e le scienze, con salotti parigini dove la sapienza è densa quanto in Sorbona. Voltaire pensava che la cultura ornasse di una dimensione più alta e anche più sensuale la bellezza femminile. "Le donne sono capaci di tutto ciò che noi facciamo - scriveva - e la sola differenza tra loro e noi è che loro sono più amabili". Certo, non le venerava tutte. E incrociò gli amori alle battute ironiche contro dame possenti, delle quali talora ricercava i favori e talora si beffava. Come la favorita di Luigi XV, la marchesa di Pompadour. Vedendola un giorno mangiare una quaglia, improvvisò questo beffardo epigramma: "E una quaglia grassottella e, detto tra noi, mi sembra un po' quaglietta. Ma lo dico piano piano, bella Pompadouretta". Quanto a Caterina, imperatrice di Russia alla cui corte fu ricevuto con onori, la rispettò per la cultura, ma non esitò a trattarla da civetta quando l'imperatrice accolse con analoghi favori Federico Grimm. Strapazzò persino il mito della Francia, Jeanne d' Arc, in una commedia salace dove, più che la santità, l'oggetto della satira è la bigotteria o la fobia sessuale della pulzella. "Il più grande dei suoi rari lavori fu di conservare intatto per un anno il pulzellaggio". Voltaire ironizza sull'idea di Jeanne che la Francia sarebbe stata vinta se lei avesse perduto il suo "gioiello", protetto anche dall'angelo custode saint Denis. E così irride a un certo punto: "Lei portava sotto la sua gonnella, tutto il destino di Francia e d'Inghilterra". All' origine del riso di Voltaire, scrive Bertrand Poirot-Delpech, c' è un atteggiamento del pensiero, agli antipodi del "bello spirito" perché esso non esiste che attraverso la lotta... Voltaire sa che il ridicolo uccide a lungo andare... La sua ironia ci insegna a non farci ingannare. (Cito dalla prefazione del libro Il riso di Voltaire, con testi riuniti e presentati nel 1994 dalle ottime Editions du Félin, a Parigi). Nel 1732 si era innamorato di Gabrielle Emilie le Tonnelier de Bréteuil, nota ai posteri come la marchesa du Châtelet, moglie di un marchese comandante delle truppe reali che stava piu' sui campi di battaglia che vicino alla colta consorte. Voltaire l'assale dicendo che "lei ha un cuore capace di amicizia al di sopra delle meschinerie delle donne e delle calunnie di uomini e donne". In Emilie, si ricongiungono genio e fascino. La marchesa rappresenta per Voltaire un ideale filosofico valido per tutte, dove "è lo spirito che dona grazia a una donna". Non che Voltaire non avesse conosciuto l' amore prima di Emilie. Tra il 1713 e il 1748 aveva avuto
almeno otto amanti, tra cui l'attrice piu' fascinosa del tempo, Adriana Lecouvreur. Allorché ella morì (1730), i sacerdoti rifiutarono all' attrice la sepoltura in chiesa perche' aveva calcato le scene, Voltaire insorse con odio contro i preti: "Privano di sepoltura colei che in Grecia avrebbe avuto in suo onore degli altari". Con Emilie la passione fu totale ("Io non ho vissuto che da quando la tua anima mi ha penetrato della sua divina fiamma"). Andarono a vivere "insieme" nel paradiso di Cirey, nel 1734, e l' amore durò sedici anni. Anche se la marchesa non era un modello di fedeltà. Prima di incontrare il filosofo aveva avuto avventurose passioni, tra cui quella con il duca di Richelieu, amico del poeta. L' adorata Emilie era un pozzo di scienza, come in quei luminosi tempi chiedevano alle donne. Sapiente in matematica, chimica, fisica, filosofia, esegesi biblica. Aveva tradotto dal latino i Principi matematici della filosofia di Newton. Voltaire si proclamò "il primo degli Emiliani". Quando diede alle stampe Alzire, vi premise un'epistola dedicatoria titolata "L'Emiliade". Dove leggiamo: "Occorre che il vostro esempio incoraggi le persone del vostro sesso, nel credere che ci si rende piu' nobili perfezionando la ragione, e che niente piu' che lo spirito fa brillare la bellezza in una donna". Tuttavia, pur godendo con lei "di una felicita' celestiale", il suo occhio beffardo non le risparmiava qualche frecciata: "Il suo merito e' al di sopra della sua eta' e del suo sesso e del nostro - scriveva a de Sade - (ma) confesso che è tirannica: per farle la corte occorre parlarle di metafisica quando si vorrebbe parlare d' amore". Ma l'ammirazione era cosi' assoluta che nel 1743 scriveva a D'Argental: "Mi raccomando Mada(me) du Châtelet e La morte di Cesare (una tragedia di Voltaire): sono due grandi uomini". Cesare uguale alla marchesa? Ma in fondo quello di Voltaire è un concetto anticipatore di tanti dibattiti sull' eguaglianza uomo donna che perdurano ancora. Non c' è mascolinita' nel genio di una donna, ma una sua identita' specifica, e talora cosi' elevata da poterla issare alla stessa altezza dei massimi protagonisti della storia. La passione si interruppe un giorno, quando la signora di Châtelet si gettò nelle braccia dello scrittore Jean-François Saint-Lambert, più giovane di lei di dieci anni, da cui desiderava un figlio. La scienziata voleva diventare madre a tutti i costi. Ma proprio mettendo al mondo il figlio di Saint Lambert, una bambina, Emilie morì di parto, a 43 anni, il 10 settembre 1749. Voltaire diventò folle di rabbia. Come aveva potuto preferire la maternità alla scienza? Diede sfogo al dolore descrivendo, sarcastico, la morte dell'amata in una lettera alla baronessa de Launay: "Lei stava scribacchiando su Newton alla scrivania, secondo la sua lodevole abitudine, dopo le due di mezzanotte, allorché si disse: ma io sento qualcosa... Questo qualcosa era una bambina che venne al mondo più facilmente che non un problema d'algebra". Voltaire trascorse poi il resto della sua vita convivendo con madame Denis, sua nipote, fino al ritorno trionfale a Parigi nel 1778, cui seguì la morte. Quasi sempre lontano dalla Francia (dove, a 25 anni, gli avevano fatto assaggiare i ceppi della Bastiglia) visse, dopo l' esilio in Inghilterra, a Ferney, in territorio svizzero, dove alla fine della vita aveva creato delle scuole per giovani donne. Ne scrisse in Sophronie o l' educazione delle giovani. Voltaire detestava l'oscurantismo, il fanatismo, e stigmatizzava soprattutto nella religione musulmana il massimo dell' intolleranza. In Maometto, una delle dodici tragedie di Voltaire, dedicata agli orrori della febbre religiosa dei musulmani, è una donna, Palmira la schiava, che rappresenta la virtù, la tolleranza, simbolo dello spirito e della vera religiosità. Palmira adora Maometto il profeta, ma è innamorata in verità dello schiavo Séide. Il vegliardo Zopie si oppone al profeta cercando di liberare la schiava. Maometto ordina allora di uccidere il vecchio e Palmira stessa incita al crimine il proprio amante perché Maometto le consenta di sposarsi. Ma allorche' il vecchio è ferito, egli rivela al giovane di essere suo padre. A quel punto i due innamorati si ribellano a Maometto che li ha spinti al crimine. E quando il profeta cerca di riconquistare Palmira promettendole un magnifico avvenire, lei lo spedisce all'inferno: "Mostro, i cui furori e perfidi complotti hanno fatto di due cuori innocenti due parricidi". Séide muore avvelenato. Palmira si pugnala, eroica: "Mi inorgoglisco uccidendomi perché un dio più giusto riservi un avvenire ai cuori innocenti". Come ha scritto Giovanni Macchia [...], la tragedia fu ritirata dalla scena per gli interventi dall' alto a cui Voltaire dovette soggiacere. Dopo alcuni mutamenti fu riammessa sul palcoscenico, ma è scomparsa di nuovo e, proprio in questo anno delle celebrazioni voltairiane, a Parigi, si è proibito di rappresentarla: "Ancora oggi è pericoloso toccare Maometto", conclude Macchia. Nell' immenso arcobaleno di donne nell' opera di Voltaire vi è anche un'italiana, Eleonora Fonseca Pimentel, di cui egli ammirava il talento di poetessa e le dedicò, ormai vecchio, una poesia adorabile che comincia così : "Bell'usignolo della bella Italia". L' ho scoperta mentre lavoravo al mio libro, Cara Eleonora, grazie all' indicazione offertami dal grande storico Alfredo [Franco, in realtà] Venturi, ora scomparso. E la metto qui come un suggello a quanto ho detto.
  
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Emilie dans les mémoires de son valet: un épisode
Sébastien Longchamp
Cependant quelques jours après, au moment où elle était dans son bain, elle sonna ; je m’empressai d’accourir dans sa chambre, ma sœur, occupée ailleurs, ne s’y trouvait point alors. Madame du Châtelet me dit de prendre une bouilloire qui était devant le feu, et de lui verser de l’eau dans son bain, parce qu’il se refroidissait.
En m’approchant, je vis qu’elle était nue, et qu’on n’avait point mis d’essence dans le bain, car l’eau en était parfaitement claire et limpide.
Madame écartait les jambes, afin que je versasse plus commodément et sans lui faire mal l’eau bouillante que j’apportais. En commençant cette besogne, ma vue tomba sur ce que je ne cherchais pas à voir ; honteux et détournant la tête autant qu’il m’était possible, ma main vacillait et versait l’eau au hasard : Prenez donc garde, me dit-elle brusquement, d’une voix forte, vous allez me brûler. Force me fut d’avoir l’œil à mon ouvrage, et de l’y tenir, malgré moi, plus longtemps que je ne voulais. Je n’étais pas encore familiarisé avec une telle aisance de la part des maîtresses que je servais.

https://machiave.blogspot.com/2026/03/la-ragazza-con-il-compasso-doro.html

giovedì 16 ottobre 2014

Gerusalemme liberata, incipit



Torquato Tasso

Canto l'arme pietose e 'l capitano
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,
molto soffrì nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il ciel gli diè favore, e sotto ai santi
segni ridusse i suoi compagni erranti


Benedetto Landriscina 

“Canto l’arme pietose e ‘l capitano/ che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.” riprende il primo verso dell’Eneide: “L’armi canto e’l valor del grand’eroe che/ pria da Troia, per destino, ai liti/ d’Italia e di Lavinio errando venne”. Ma prima di Tasso, Ariosto aveva già ripreso i versi virgiliani: “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,/ le cortesie, l’audaci imprese io canto/ che...”. E’ evidente la somiglianza dei termini e della struttura. In confronto con Virgilio Tasso riprende “l’arme ...e ‘l capitano” e “canto” (in Virgilio “Arma virumque cano”). In rapporto con Ariosto Tasso “copia” “l’arme ...canto”. Ma ci sono delle differenze. Virgilio esordisce con “l’armi” e dicendo di voler cantare l’armi e il valore dei grandi eroi. Ariosto esegue una enumerazione dei temi ( il tema delle armi che appartiene il ciclo di Carlo Magno e il tema dell’amore proprio del ciclo di re Artù) lasciando il verbo canto alla fine del secondo verso. Questo evidenzia come la materia trattata sia più importante della sua attività di poeta declamatore. Tasso invece esordisce proprio con il verbo “canto” e ciò presuppone la maggiore importanza del cantare. La materia appare quasi in secondo piano, l’accento diventa più importante dell’oggetto.
L’azione viene accostata alla dimensione soggettiva, morale e psicologica della sofferenza nel momento in cui egli pone in posizione rilevata (inizio verso) scrive: “molto egli oprò co ‘l senno e con la mano”- “molto soffrì nel glorioso acquisto;”. A questa antitesi se ne aggiunge un’altra: “Inferno” “ciel”. Tasso introduce i temi della Liberata ma allo stesso tempo ne dilata il campo: la sfera umana spazia nell’ultraterreno con numerose implicazioni religiose e l’introduzione del “meraviglioso cristiano” che tanta parte avrà nell’opera.
L’opera rivela così delle antitesi e soprattutto lo scontro tra codici diversi in tre ambiti distinti. La Liberata tende a configurarsi come un processo di riduzione dal vario all’uno, dal discorde al corale, dalla dispersione alla concentrazione che si svolge su 3 distinti livelli: la condanna eterna degli angeli ribelli alla legge divina, la sconfitta degli infedeli da parte dei crociati, la riconduzione sotto i santi segni dei compagni erranti sotto l’imperio di Goffredo. Ma allo stesso tempo si stabiliscono altri contrasti: il Ciel contro l’Inferno, le armi pietose contro il popolo misto, il capitano contro i compagni erranti.
Alla fine della prima ottava Tasso dice: “e sotto i santi segni ridusse i suoi compagni erranti”. Il tema dell’errare è un tema ariostesco e ancor prima virgiliano. L’errare che per Virgilio (“e quanto errò, quanto sofferse”) era un semplice vagare, per Tasso esso diventa un termine dalla valenza doppia: non solo vagare ma anche nel senso di commettere errori, di deviare dalla morale. Dunque si uniscono il motivo del vagare fisico dell’allontanarsi dal proprio compito e anche errare morale, una colpa. Erranti era stato riferito ai cavalieri della tradizione precedente: essi andavano in cerca di nuove avventure. 

http://www.webalice.it/benedettolandriscina/Commento_proemio_Gerusalemme_Liberata.htm 

 Si veda F. Fortini, Dialoghi col Tasso, Bollati Boringhieri, Torino 1999
"Impia arma" è in Aen. VI, 612-13 e XII, 31... Ma si può dire che anche l'ossimoro tassesco ha un'auctoritas altrettanto solenne cui fare riferimento: Livio [IX libro, cap. I, 10]... la citazione di Livio nel Principe di Machiavelli diventa:
perché quella guerra è giusta che l'è necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in altro che in elle. ("L'arme pietose", pp. 25-31).


A Machiavelli non accenna Franco Tommasi nel suo commento alla Gerusalemme Liberata, BUR 2009, p. 53.




mercoledì 15 ottobre 2014

Henry Miller, la fantasmagoria letteraria e il resto



Aldo Grasso

Henry Miller non fu mai rispettabile
Corriere della Sera, 15 ottobre 2014


Quando Lawrence Durrell chiede ad un membro della giuria del premio Nobel se Stoccolma abbia mai preso in considerazione la candidatura di Henry Miller (1891-1980), questi risponde: «Stiamo aspettando che diventi rispettabile». Cosa impossibile per Henry, un uomo così lontano dall’idea di «rispettabilità» di allora. Bastava seguire la cronaca della sua vita, anche se sinteticamente.
Ma ecco che, adesso, una nuova biografia, Henry Miller di Arthur Hoyle (Odoya, pagine 370) — la quarta, a distanza di vent’anni dalla precedente — ne indaga la parabola umana e letteraria, con un metodo investigativo (tipo giornalismo d’inchiesta) che tiene conto delle molte rivelazioni contenute nelle lettere inedite dello scrittore, nei brani sconosciuti dei diari di Anaïs Nin e nelle interviste ad amici e conoscenti dello scrittore americano, soprattutto in quella con la terza moglie, Lepska Warren. Forse in nessuno scrittore esiste un’osmosi così profonda fra vita ed arte.
C’è di più: per la sua indagine, Hoyle costeggia Freud e — anche se questo metodo ne appesantisce un po’ la lettura — dà un’immagine dettagliata, autentica, della vicenda (ricchissima di contraddizioni) di uno dei più interessanti autori del XX secolo, che aveva scelto come punto di riferimento Walt Whitman, morto l’anno successivo alla sua nascita.
Henry Miller nasce a New York, nel quartiere di Manhattan, da due immigrati tedeschi. Carattere insofferente delle regole e ossessionato dal sesso, a 19 anni va via in giro per gli States con una divorziata di 37 anni. Si mantiene con lavori saltuari. Rientrato a New York, si sposa, ha la prima figlia e inizia a scrivere. Nel 1923 conosce la ballerina June Mansfield, divorzia e si risposa. June lavora nei locali notturni, dove concede, a pagamento, le sue grazie a ricchi clienti. Ciò le permette di mantenere Henry e di fargli pubblicare il primo libro di prose (Mezzetinte) a proprie spese.
Dal 1928 al 1929, i due vanno a Parigi. Poi Miller ci ritorna, da solo, nel 1930. Collabora all’edizione francese del «Chicago Tribune» ed abita a Villa Seurat, in casa dell’amico inglese Michael Fraenkel, dove entra in contatto con scrittori ed artisti (egli stesso si dedica al disegno). Fra questi, Anaïs Nin, di 12 anni più giovane, nata a Neuilly-sur-Seine, poi trasferitasi in Usa. Figlia di un pianista e di una cantante cubani, Anaïs aveva sposato, a New York, il bancario e cineasta Hugh Parker Guiler e, dopo una serie di vicissitudini, era rientrata in Francia.
L’incontro con Miller e la relazione che segue sconvolgono la vita di entrambi, come ricorda la donna nei suoi Diari . Nel 1931 Miller comincia la scrittura di Tropico del cancro (che esce nel 1934 da Obelisk Press). Quando l’editore Jack Khatane legge il manoscritto, portatogli da William Bradley, agente letterario degli scrittori americani che vivono a Parigi (fra cui Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald), scrive a Miller: «Ho molto atteso che un libro come il suo mi cadesse tra le mani. È turpe, stimolante e c’è quello che ha scritto lei: il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto. Al suo confronto, l’ Ulisse di Joyce sa di limonata». Il linguaggio rude attrae Anaïs e influenza non solo la sua scrittura, ma anche il suo modo di vivere, la sua sessualità. «La sua prima opera edita — nota Hoyle nella biografia — stabilì la sua voce e il suo stile distintivi, marchiandolo all’instante come scrittore fuorilegge».
Vietato in Gran Bretagna e negli Usa, il libro uscirà a New York solo nel 1961. Ed è proprio su questo binario che vanno le ricerche di Arthur Hoyle. Per vedere sino a che punto l’America è diventata, per Miller, un «incubo ad aria condizionata».




Guido Almansi
Henry Miller, sesso di carta
la Repubblica, 31 dicembre 1991



Quest’anno cade il centenario della nascita di Henry Miller ma l’ avvenimento non ha avuto eco qui in Italia dove pure, venti o trent’ anni fa, l’ interesse per la sua opera era molto vivo. Certo, gli ultimi anni non sono stati molto favorevoli alla sua reputazione. La paura dell’ Aids non ha spento l’ impulso sessuale ma ha almeno soffocato lo spirito di esuberanza, di eccesso, di indiscriminato entusiasmo per le attività sessuali di cui Miller è stato il campione (la frase più tipica dello scrittore è “the fugitive piece of tail”, l’ effimero passaggio di un sesso femminile che deve essere colto al volo). Inoltre la pubblicazione dello stupidissimo Opus Pistorum ha certamente danneggiato la sua fama di scrittore: io sono di quelli che ritengono l’ opera un apocrifo, ma anche se fosse stato scritto da lui non vorrebbe dire niente perché quelle pagine non sono significative. La fama di Miller deve basarsi su libri ben più forti e rappresentativi.
Nei paesi di lingua inglese il 1991 ha visto la pubblicazione di almeno due grosse biografie: Robert Ferguson,
Henry Miller, A Life (Hutchinson, sterline 18.99) e Mary V. Dearborn, The Happiest Man Alive. A biography of Henry Miller (Harper Collins, sterline 18.50). Già dal titolo (che riprende quello di una precedente biografia dello scrittore, Always Merry and Bright, diciamo “Sempre allegro e in gamba”, di Jay Martin) si può capire la fatuità della ricostruzione della Dearborn; ma Ferguson, che è andato a controllare, ovunque possibile, tutti i dati biografici deformati dalla mitomania dello scrittore e ha consultato montagne di documenti, è abbastanza interessante circa le contraddizioni fra la verità fattuale e la verità fittiva. Quasi tutto quello che si supponeva circa l’ uomo Henry Miller come Don Giovanni irresistibile, grande scopatore, consumatore insaziabile di donne, seduttore di prostitute che “gliela davano” gratis, esploratore spericolato delle più acrobatiche varianti sessuali, bohèmien anarchico che spargeva terrore intorno a sé con l’ arroganza e la brutalità della sua violenza iconoclastica e della sua satiriasi, è falso. La realtà è molto più ordinaria, anche se le pagine migliori della sua opera non vengono minimamente scalfite da queste rivelazioni del biografo.
Miller era un ragazzotto borghese, un po’ timido, un po’ impacciato, che arrossiva quando si trovava fuori dalla sua cerchia di amici, con una lunga storia di ambizioni fallite, di velleità e di insuccessi dietro di sé. A trentasei anni andava ancora a mangiare dai genitori la domenica, e a volte ritornava a vivere con loro quando mancavano i fondi. La sua
bohème era fasulla perché, quando a Parigi o in uno dei suoi viaggi i soldi finivano, bastava un telegramma alla mammina o al paparino, e questi spedivano un assegno. Miller ebbe varie mogli, è vero, e le abbandonò una dopo l’ altra (con o senza prole) in modo cinico; ma la storia dei suoi successi erotici extraconiugali pare fosse molto modesta. Lui stesso riconosce: “Io nuoto in un oceano di sesso ma le escursioni reali sono molto rare” (in una lettera a Anaïs Nin). Era ossessionato dalla paura delle malattie veneree, e allo stesso tempo ha sempre avuto una passione travolgente per gli amori mercenari; ma anche queste scappatelle erano molto caute e non frequenti. Waldo Bald, il giornalista americano che è stato il modello per Van Norden, il personaggio “cuntstruck” (ossessionato dal sesso femminile; peccato che in italiano manchiamo di una parola così specifica e così utile) in Tropico del Cancro, dichiarò in un’intervista molti anni dopo che tutte quelle vanterie sessuali erano pura invenzione: lui le raccontava a Miller solo per prendere in giro questo borghesuccio che aveva appena scoperto a Parigi il mondo del sesso con la stessa ingenuità con cui Colombo aveva scoperto l’America. Miller si è sempre vantato di una potenza sessuale sovrumana, da stallone supremamente dotato; basta pensare all’episodio iniziale di Tropico del Cancro, con le promesse fatte a Tania di un congresso sessuale degno di Giove Olimpico. Cito il brano nella felice traduzione di Luciano Bianciardi:
C’ è l’osso, nei miei venti centimetri di cazzo. Ti stiro tutte le grinze della fica, Tania, gonfia di seme. Ti rimando a casa, dal tuo Sylvester, col mal di pancia e l’ utero rovesciato. Il tuo Sylvester! Sì, lui sa accendere il fuoco, ma io so infiammare una fica. Ti sparo in corpo frecce roventi, Tania, ti faccio le ovaie incandescenti.
Accidenti, viene da dire. Nella realtà, invece, tutto quello che sappiamo è che qualche volta riusciva a venire due volte di fila. “Perché non vieni un’altra volta?”, pare chiedesse Anaïs Nin al marito Hugh Guiler, e nel suo diario aggiunge “come fa Henry”. Beh, non è abbastanza per acquistare una reputazione da toro da monta, se l’exploit non è sostenuto da un’esuberanza mitomaniaca che si traduce in grande e ornata scrittura barocca. A mio avviso, il documento più importante della biografia immaginaria che Miller ha aureolato intorno alla sua persona è il suo libro su Rimbaud, Il tempo degli assassini (pubblicato in Italia da Sugarco nella traduzione di Giacomo De Benedetti). In un articolo su Repubblica del 1986 avevo già suggerito l’importanza di questo studio per capire la deformazione psicopatologica di Henry Miller, e le recenti biografie sembrano confermare la mia intuizione. Miller non amava la poesia; aveva lasciato un corso universitario perché gli imponevano di leggere il poeta rinascimentale inglese Spenser; era insensibile alla musica del verso. Pure si entusiasmò per Rimbaud l’uomo pur ignorando quasi totalmente Rimbaud il poeta. Il punto chiave è la coincidenza tra la data di morte di Rimbaud (10 novembre 1891) e la data di nascita di Miller (26 dicembre 1891, trattenuto nell’utero materno un giorno di troppo, mancando così la coincidenza decisiva); un caso di metempsicosi? D’altra parte Rimbaud stesso è stato visto dai suoi fedeli come “le Divin Enfant”, come il Salvatore, come Gesù Cristo redivivo, come Dio (si veda Le mythe de Rimbaud di Etiemble). Le metempsicosi potrebbero essere due, non una. L’ anima di Rimbaud si è trasferita nel corpo di Henry Miller, ma Rimbaud stesso aveva ricevuto una visita da un personaggio alieno (ricordiamo la sua frase, “Je est un autre”); niente meno che Gesù Cristo. Miller è uno dei tanti folli che hanno creduto che Rimbaud fosse Gesù Cristo reincarnato, o almeno il fratello gemello del Salvatore. Poche citazioni dal Tempo degli assassini basteranno. “Secondo me, non c’ è contrasto tra la sua visione del mondo e della vita eterna, e quella dei grandi innovatori religiosi”. “Nell’ apparizione di Rimbaud su questa terra non c’ è qualcosa di altrettanto miracoloso del risvegliarsi di Gotamo, o di Cristo che accetta la Croce, o dell’ incredibile missione liberatrice di Giovanna d’ Arco?”. “Quanto ebbi ragione di rinviare la scoperta di Rimbaud! Se sul suo apparire e sulle sue manifestazioni in terra, io traggo conclusioni del tutto diverse da altri poeti, col medesimo spirito i santi trassero conclusioni straordinarie sull’ avvento di Cristo”. “A me pare che egli stesse preparando il suo Calvario”. La conclusione, nella mente alterata del biografo (che è anche autobiografo) è ovvia. A un certo punto l’ anima di Gesù Cristo è emigrata nel delicato corpo del miracoloso ragazzo francese, e poi alla sua morte si è trasferita un’ altra volta nel corpo robusto del ragazzo di Brooklyn. Rimbaud è stato solo un intermediario. Questa interpretazione, come una poesia di Rimbaud, deve essere presa “littéralement et dans tous les sens”. Ma non ignoriamo il senso letterale di questa doppia metempsicosi, come viene confermato da numerosi passi di Tropico del Capricorno: “Tutto quello che mi succedeva era troppo tardi per significare qualcosa. Fu così anche la mia nascita. Fissato per Natale, venni al mondo con mezz’ ora di ritardo”. “Per levare la mia vita individuale una frazione di centimetro sopra questo mare di morte, devo aver fede più grande di Cristo, saggezza più profonda del più grande veggente”. “La mia casa non è di questo mondo, né dell’ altro”. “Se mi toccasse la sorte d’ essere Iddio la rifiuterei”. “Tutti i miei calvari sono stati crocifissioni in rosa”. Sembra che tutta la storia della lutulenta produzione letteraria di Henry Miller sia marcata da questa analogia costante fra il narratore e una figura divina che il narratore rappresenta o incarna. Rimbaud è un possibile trait d’ union tra la divinità e il narratore come erede spirituale di questa divinità. “Le dérèglement de tous les sens” di Rimbaud diventa il gigantismo erotico di Henry Miller, o le piroette delle sue acrobazie sessuali.