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sabato 6 dicembre 2025

Dalla parte degli sfruttatori

 

Deborah Luchetti

Olivier Bonnel
In Italia i subappaltatori dei marchi del lusso "continuano a sfruttare la miseria umana"
Le Monde, 6 dicembre 2025

Per il governo, che ha fatto della difesa del "Made in Italy" una delle sue priorità, la vicenda è a dir poco imbarazzante. Grandi marchi del lusso italiano come Gucci, Versace, Dolce & Gabbana e Ferragamo sono sotto esame da parte dei tribunali per aver collaborato con subappaltatori che non rispettano la dignità di alcuni dei loro dipendenti. Giovedì 4 dicembre, la Procura di Milano ha annunciato l'estensione di un'indagine, aperta nel 2024, a 13 importanti case di moda, tra cui marchi francesi come Yves Saint Laurent e Givenchy, a cui è stato ordinato di presentare valutazioni delle loro catene di fornitura.

Sono state le ispezioni dei Carabinieri nelle fabbriche di abbigliamento di cinque fornitori ad allertare le autorità. Nella zona di Firenze, sede di numerosi laboratori che riforniscono importanti case di moda, lavoratori cinesi, pakistani e senegalesi lavorano a ritmi estenuanti per salari miseri.

«Si tratta di lavoratrici senza contratto, senza diritti, che lavorano dieci o dodici ore al giorno, con orari massacranti, anche il sabato e la domenica », spiega Deborah Luchetti, coordinatrice della campagna “Vestiti Puliti” in Italia. Secondo i sindacati, i salari non superano i 2,5 o 3 euro l’ora. «Alcune lavorano in officine fatiscenti e pericolose, che spesso sono anche il luogo dove mangiano e dormono, a volte sotto sorveglianza perché vittime di ricatti», continua la Luchetti.  .

Lo scandalo mette in luce uno dei problemi del diritto del lavoro italiano: il sistema del caporalato, solitamente associato ai braccianti agricoli del Sud Italia. Questo sistema di reclutamento di manodopera per grandi aziende attraverso intermediari spesso privi di scrupoli in materia di condizioni di lavoro, consente spesso assunzioni senza contratto.

"Il sistema di sfruttamento  non può diventare la norma nel settore della moda, dove i subappaltatori continuano a sfruttare la miseria umana", spiega Alessandro Picchioni, presidente della federazione dei lavoratori tessili presso la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) di Firenze, il più grande sindacato italiano. A fine novembre, il leader sindacale ha organizzato un flash mob davanti alle boutique di lusso del capoluogo toscano, a cui hanno partecipato decine di lavoratori del settore, per denunciare la precarietà delle loro condizioni di lavoro.

"Scudo di punizione"

Questo scandalo, che ha scosso il settore del lusso, si sta svolgendo parallelamente a una battaglia legislativa in Parlamento: la maggioranza di destra e di estrema destra sta proponendo una modifica al codice del lavoro, in particolare alla Legge 231 sulla responsabilità d'impresa. Secondo la legge attuale, i marchi possono essere ritenuti penalmente responsabili per i reati commessi dai loro subappaltatori. Tuttavia, il disegno di legge attualmente in discussione mira, secondo i suoi critici, a limitare la responsabilità sociale delle aziende appaltatrici.

Ciò renderebbe più difficile per i lavoratori o i sindacati intraprendere azioni legali contro queste aziende in caso di subappalto illegale o sfruttamento del lavoro sommerso. I sindacati denunciano questo come uno "scudo legale" dietro il quale i grandi gruppi della moda potrebbero ora nascondersi.

Il Ministro dell'Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha difeso i marchi italiani, sostenendo che "la loro reputazione è sotto attacco " . Federmoda, la federazione italiana dei datori di lavoro che rappresenta il settore, non ha nascosto la sua preoccupazione per l'impatto sull'immagine dei grandi marchi, a poche settimane da Natale. Ma i sindacati non si tirano indietro. "L'industria della moda vive un incredibile stato di schizofrenia " , hanno denunciato i tre principali sindacati del settore in una dichiarazione congiunta. " Da un lato, c'è l'eccellenza del Made in Italy, dall'altro, la ricerca del massimo profitto attraverso la minimizzazione dei costi, lo sfruttamento dei lavoratori e la violazione dei loro diritti".

Al di là del dibattito parlamentare, le associazioni auspicano una presa di coscienza pubblica sulle pratiche dell'industria della moda. "È giusto che una scarpa venduta a 500 euro sia realizzata da operai che guadagnano 3 euro l'ora, lavorando sei giorni alla settimana in magazzini fatiscenti e pericolosi?", chiede la signora Luchetti  di "Vestiti Puliti", in una petizione da lei lanciata insieme a una quarantina di associazioni, chiedendo il ritiro del disegno di legge attualmente in discussione alla Camera dei Deputati.


lunedì 24 febbraio 2025

Alienazione e sentimento in Calvino


Ermanno Olmi, Il posto (1961)

La condizione sociale dei personaggi nell'opera narrativa di Italo Calvino merita un esame più attento. Colpisce la scarsa presenza degli operai. Marcovaldo è un impiegato e un operaio al tempo stesso, una figura intermedia, essendo di fatto magazziniere. Non ci sono operai nella trilogia dei Nostri antenatiMedardo di Terralba, Cosimo Piovasco di Rondò e Agilulfo vivono in epoche lontane, in un mondo che non è stato ancora toccato dalla Rivoluzione industriale. Agilulfo, il cavaliere inesistente, è addirittura uno tra i paladini che si trovano alla corte di Carlomagno. Medardo di Terralba, il visconte dimezzato, aveva per compagno un medico inglese che aveva esercitato la sua professione sulle navi  del capitano Cook; questo permette di collocare la vicenda narrata intorno agli anni 1770. Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante, è già in movimento al tempo di Voltaire e dell'Enciclopedia, ma fa in tempo a conoscere la Rivoluzione e l'Impero, parla con Napoleone in persona, incrocia il principe Andrej di Guerra e pace e da ultimo sperimenta l'avvio della Restaurazione. Se poi andiamo a vedere i racconti inclusi in Ultimo viene il corvo troviamo personaggi in genere molto pittoreschi, tutti collocabili in una posizione sociale lontana dall'universo del capitale e del lavoro salariato in una fabbrica o manifattura che sia. Ci sono un giardiniere, dei ragazzi ancora adolescenti, due bambini, due o tre coltivatori diretti, dei lavoranti, dei contadini poveri, un pastore, dei proprietari terrieri un po' agiati, un apicultore, degli studenti, diversi partigiani, dei trasportatori dotati di un animale - bue in un caso, mulo nell'altro -, degli animali tra i quali un gatto, dei trafficanti in dollari, delle prostitute, il cavalier servente di una vedova, un fante, un giudice, un poliziotto, un finanziere, un giornalista, un deputato, un generale, un contrabbandiere e un pescivendolo (più esattamente uno che vende frutti di mare).

La novità si produce nel 1957, quando a Torino si forma un gruppo di artisti decisi a introdurre un nuovo repertorio nel campo della musica leggera. Non più le canzoni stucchevoli presentate al Festival di Sanremo ma dei pezzi ispirati a tematiche di rilievo sul piano civile, sociale o politico: i cantacronache. Per loro Calvino nel maggio 1958 scrisse in particolare un testo sulla vita di due sposi la cui vita affettiva e sessuale era devastata dalla necessità di rispettare i turni di lavoro in fabbrica. Niente più amore, cuore e fiore disposti alla fine di ogni verso per fare rima, ma una pesante routine in un quadro fatto di nebbia e sguardi tristi. Concessioni al sentimento: un bacio in fretta e il tepore del letto. Canzone triste si intitolava il brano, fu musicato da Sergio Liberovici e portato in scena dalla moglie di lui, Margherita Galante Garrone, detta Margot.  

Erano sposi. Lei s'alzava all'alba
prendeva il tram, correva al suo lavoro.
Lui aveva il turno che finisce all'alba
entrava in letto e lei n'era già fuori.

Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.

Dopo il lavoro lei faceva spesa
- buio era già - le scale risaliva.
Lui in cucina con la stufa accesa,
fanno da cena e poi già lui partiva.

Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.

Mattina e sera i tram degli operai
portano gente dagli sguardi tetri;
fissar la nebbia non si stancan mai
cercando invano il sol, fuori dai vetri.

Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.

Poco tempo dopo, in novembre, Calvino pubblicò una nuova edizione dei suoi racconti, aggiungendo a quelli già pubblicati in precedenza dei nuovi pezzi e, tra questi, inserì una versione narrativa della vicenda trattata nella canzone. Invece dei versi allineati in uno spazio ristretto alcune pagine dense di  nuovi particolari altrettanto significativi e realistici. Umberto Massola era l'operaio comunista che aveva scritto un resoconto emblematico degli scioperi in tempo di guerra. E Arturo Massolari si chiama il protagonista del racconto. La moglie è nota solo con il nome di Elide. Il risveglio di lei al mattino è descritto con minuzia. Perfino i rumori sono codificati e si ripetono uguali da una volta all'altra. C'è l'imbarazzo di lei nel mostrarsi spettinata e ancora impastata di sonno. Le cose vanno meglio quando lui fa in tempo a svegliare Elide portandole il caffè. Un abbraccio suggella l'incontro. Il cappotto umido di nebbia evocato nella canzone diventa un giaccone impermeabile che funziona da rilevatore del tempo atmosferico. Qualche parola su ciò che era successo nelle ore precedenti, la prossimità dei corpi in bagno, lei che si veste, lui che la guarda con un certo imbarazzo, arriva il momento del bacio e lei è già proiettata fuori. Lui la segue con l'udito e con il pensiero. Poi Arturo si mette a letto e, quando si alza cerca di sbrigare, e sbriga malamente, qualche faccenda domestica. La cena viene consumata a spese di una tenerezza che non riesce a trovare il suo spazio. Alla fine con perfetta simmetria rispetto al mattino è Elide a ritrovarsi da sola nel letto e a cercare una traccia del calore lasciato dal suo sposo. Il fascino del racconto sta tutto nella finezza con cui viene analizzato e descritto l'intreccio tra il sentimento e l'invadenza delle abitudini meccaniche. 

L’avventura di due sposi

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei.  Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione,  in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette,  cioè  alle  volte  un  po’  prima  alle  volte  un  po’  dopo  che  suonasse  la  sveglia  della  moglie, Elide.    Spesso  i  due  rumori:  il  suono  della  sveglia  e  il  passo  di  lui  che  entrava  si  sovrapponevano  nella mente  di  Elide,  raggiungendola in  fondo al  sonno, il  sonno  compatto  della  mattina  presto  che  lei  cercava  di  spremere  ancora  per  qualche  secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli  appariva così,  in  cucina,  dove  Arturo  stava  tirando  fuori  i  recipienti  vuoti  dalla  borsa  che  si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull'acquaio. Aveva  già  acceso  il  fornello  e  aveva  messo  su  il  caffè.  Appena  lui  la  guardava,  a  Elide  veniva  da  passarsi  una mano  sui  capelli,  da  spalancare  a  forza  gli  occhi,  come se ogni volta si vergognasse un po' di questa prima immagine  che il marito aveva di lei  entrando  in  casa,  sempre  così  in  disordine,  con  la  faccia  mezz’addormentata.  Quando  due  hanno  dormito  insieme  è  un’altra  cosa,  ci  si  ritrova  al  mattino  a  riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.    Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè,  un minuto prima che la sveglia suonasse; allora  tutto era più naturale, la  smorfia  per  uscire  dal  sonno  prendeva  una  specie  di  dolcezza  pigra,  le  braccia  che  s’alzavano  per  stirarsi,  nude,  finivano  per  cingere  il  collo  di  lui.  S’abbracciavano.  Arturo  aveva  indosso  il  giaccone  impermeabile;  a  sentirselo  vicino  lei  capiva  il  tempo  che  faceva:  se  pioveva  o  faceva  nebbia  o  c’era  neve,  a  secondo  di  com’era  umido  e  freddo.  Ma  gli  diceva  lo  stesso:  –  Che  tempo  fa?  –  e  lui  attaccava  il  suo  solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli  erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo  di  fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul  lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.    A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un  po’  rabbrividendo, e  si lavava,  nello  stanzino  da  bagno. Dietro  veniva lui,  più  con  calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e  l’unto dell’officina. Così stando  tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi,  un po’ intirizziti, ogni  tanto dandosi delle spinte,  togliendosi di mano il sapone, il  dentifricio, e  continuando a  dire le  cose  che avevano  da  dirsi,  veniva il momento  della confidenza, e alle  volte, magari aiutandosi a  vicenda a strofinarsi la schiena,  s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una  sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po' impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e  già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo  restava  solo.  Seguiva il  rumore dei  tacchi di Elide giù  per  i  gradini,  e quando non  la  sentiva  più  continuava  a seguirla  col  pensiero,  quel  trotterellare veloce per il  cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene,   invece: stridere,  fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona  che  saliva. “Ecco,  l’ha preso”,  pensava,  e vedeva  sua  moglie  aggrappata  in  mezzo alla folla d’operai e  operaie  sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti i giorni. Spegneva la cicca,  chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in  letto.    Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo,  era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte,  per  bene,  ma  dopo  allungava  una  gamba  in  là,  dov’era  rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla  parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di  lei,  e  affondava  il  viso  nel  suo  guanciale,  nel  suo  profumo,  e  s’addormentava.    Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva  acceso  la  stufa,  messo  qualcosa  a  cuocere.  Certi  lavori  li  faceva  lui,  in  quelle  ore  prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da  lavare.  Elide  poi  trovava  tutto  malfatto,  ma  lui  a  dir  la  verità  non  ci  metteva  nessun  impegno  in  più:  quello  che  lui  faceva  era  solo  una  specie  di  rituale  per  aspettare lei,  quasi  un  venirle incontro  pur  restando  tra le  pareti  di  casa, mentre  fuori  s’accendevano  le  luci  e  lei  passava  per  le  botteghe  in  mezzo  a  quell’animazione  fuori  tempo dei quartieri dove ci sono  tante donne che  fanno la  spesa alla sera.    Alla  fine  sentiva  il  passo  per  la  scala,  tutto  diverso  da  quello  della  mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e  carica della  spesa.  Arturo  usciva  sul  pianerottolo,  le  prendeva  di  mano  la  sporta,  entravano  parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto,  intanto  che lui levava la  roba  dalla  sporta.  Poi:  –  Su,  diamoci  un  addrizzo, – lei  diceva,  e  s’alzava,  si  toglieva  il  cappotto,  si  metteva  in  veste  da  casa.  Cominciavano  a  preparare  da mangiare:  cena  per  tutt’e  due,  poi  la merenda  che  si  portava lui in  fabbrica  per  l’intervallo  dell’una  di  notte,  la  colazione  che  doveva  portarsi  in  fabbrica  lei  l’indomani,  e  quella  da  lasciare  pronta  per  quando  lui  l’indomani  si  sarebbe svegliato.    Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa  doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far  tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la  testa già ad altro.  In quei momenti lì,  alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei  lo  avrebbe  voluto  più  attento  a  quello  che  faceva,  che  ci  mettesse  più  impegno,  oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione.  Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era  tornata, stava già con la  testa  fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare. Apparecchiata  tavola,  messa  tutta  la  roba  pronta  a  portata  di  mano  per  non doversi più alzare,  allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d'avere così poco  tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla  voglia che avevano di star lì a tenersi per mano.    Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere  se  ogni  cosa  era  in  ordine.  S’abbracciavano.  Arturo  sembrava  che  solo  allora capisse  com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici  e scendeva attento le scale.    Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il  marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto,  spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata,  strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui,  ma  ogni  volta  s’accorgeva  che  dove  dormiva  lei  era  più  caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.  

giovedì 6 febbraio 2025

Il tempo della lotta


Adriano Sofri

Andrea Papaleo è morto oggi nel suo piccolo paese in Calabria, che ha un nome lungo e discorsivo, Sant'Andrea Apostolo dello Jonio. Come altri più noti paesi vicini, da Riace a Badolato, ha una bella e lunga spiaggia con la montagna a ridosso. Quando, pochi anni fa, ha deciso di lasciare Torino e tornarci, Andrea pensava soprattutto al mare. In tutto questo tempo non ha mai smesso di invitarci ad andare a trovare lui e il suo mare, e ora è tardi. Era fra gli operai della Fiat coi quali ho tenuto, in gran parte per merito suo, rapporti più frequenti. Di parole poche e decisive com'era, aveva avuto cura di una rete di rapporti le cui maglie si allargavano col tempo, e a volte si strappavano. Nello scorso luglio, era stato lui ad avvisare della morte di un altro ammirevole militante operaio, Andrea Pupillo, anche lui tornato da Torino alla sua Calatafimi.

Papaleo era stato protagonista della stagione che trasformò Torino, nel '68 e soprattutto nella primavera e nell'autunno del '69, da capitale dell'auto a capitale della lotta operaia. Il suo posto erano le Carrozzerie di Mirafiori, la Verniciatura, le leggendarie Porte 1 e 2, e i suoi compagni erano giovani meridionali fieri, lucidi e coraggiosi come lui, e alcuni pochi veterani piemontesi, eredi di una storia di resistenza al fascismo prima e poi alla repressione gialla che aveva fatto della fabbrica una caserma, a lui carissimi, come Luciano Parlanti o Franco Platania. Non era mai successo che i luoghi severamente vietati agli estranei e guardati a vista da polizie pubbliche e private venissero aperti alla solidarietà fraterna e felice di lavoratori lavoratrici, studentesse e studenti, e tante altre persone che non mancarono l'occasione di riconoscere se stesse e riconoscersi le une nelle altre. Dieci anni dopo, la Fiat riuscì a vendicarsi di quella sfida, prima colpendo loro, le avanguardie, quelli che si erano fatti un nome buono da denunciare e calunniare, poi le migliaia.
Vieni a godere del mare d'inverno, diceva. Poco fa mi ha raccontato della sua malattia, dell'ospedale di Soverato, del proposito, suo e dei suoi, di venire forse a curarsi in Toscana. A distanza di giorni già faticava a parlare. Tre settimane fa era morto Franco Piperno. Anche lui, che di professione e vocazione era un fisico, era tornato da molto tempo in Calabria, e si era procurato una lunga parte della vita impegnata e generosa quanto era stata quella degli anni giovani. Non erano durati tanto gli anni giovani, la Lotta Continua di Andrea, il Potere Operaio di Franco. Non è solo in ricordo di quegli anni che ci siamo voluti bene da vivi, e che vogliamo tanto bene a quelle e quelli che per i capricci della sorte ci precedono.

venerdì 25 ottobre 2024

Paolo Griseri

 






E' morto improvvisamente a 67 anni, stroncato da un infarto, Paolo Griseri, dagli anni Ottanta uno dei massimi esperti del mondo Fiat, oggi Stellantis, ma anche punto di riferimento della Torino degli operai. 

Lascia la moglie Stefania e il figlio Gabriele.

Firma storica del giornalismo italiano, ha iniziato la sua lunga carriera di giornalista con il Manifesto, poi come inviato di Repubblica e della Stampa, di cui è stato anche vicedirettore.

Ha seguito Sergio Marchionne dal 2004 alla scomparsa nel 2018. Con la Stampa collaborava ancora e, negli ultimi mesi, aveva raccontato la storia della Fiat, in un lungo viaggio a puntate fino alla nascita di Stellantis. Ha scritto molti libri dedicati al mondo dell'auto e alla politica: con Massimo Novelli e Marco Travaglio "Il processo", mentre con Sergio Chiamparino ha pubblicato per Einaudi "La sfida. Oltre il Pd per tornare a vincere. Anche al Nord". Nel 2012, sempre per Einaudi, ha pubblicato "La Fiat di Marchionne. Da Torino a Detroit".

Paolo Griseri non era solo un giornalista, era una persona di grande competenza e sensibilità. Aveva il fiuto della notizia e sapeva raccontarla. Era un punto di riferimento per tutti i colleghi, per chi aveva lavorato con lui e per i giovani perché aveva un bagaglio enorme di conoscenze, sapeva mille aneddoti su ogni argomento e ascoltarlo era davvero un piacere. Era andato in pensione da un anno, ma non se n'era accorto nessuno perché non si era mai fermato. Aveva sempre un pezzo da scrivere, da finire, una storia da raccontare. La sua voce si sentiva sulla Stampa, in televisione, nei dibattiti che moderava a Torino e in tutta Italia. Uno dei suoi ultimi reportage per la Stampa - il racconto del rider che consegnava le pizze nell'alluvione di Bologna - riassume tutte le sue principali qualità: la sua capacità di dare voce ai più fragili, di cogliere le sfumature e di scrivere in modo fluido e insieme profondo. (ANSA)


Andrea Malaguti

Paologriseri, tuttattaccato, lo volevamo a La Stampa già vent’anni fa. Lo volevano tutti, a dire il vero. Banalmente perché scriveva da dio. E, soprattutto, sapeva. Profondo, chiaro, sincero, diretto, rapido, curioso. Capiva le cose e vedeva le persone. Com’è fatto un giornalista? Come Paologriseri, che, con le radici a Mirafiori, aveva un debole per i più deboli. La politica, la cultura, la società, la città, la sua Torino - certo – ma soprattutto l’economia e le storie. Per questo, dopo essere finalmente riusciti a portarlo in squadra gli avevamo affidato la rubrica settimanale del Bosco dei saggi”.

martedì 23 ottobre 2018

Aris Accornero sulla cogestione


 
 
Aris Accornero, Perché non ce l’hanno fatta? Riflettendo sugli operai come classe, Quaderni di sociologia, 17/1998

Questa riflessione non può concludersi senza un cenno alla prospettiva di assimilazione degli operai all’imprenditore attraverso forme di comproprietà e di corresponsabilità che mettessero ambedue le classi in condizioni di dirigere insieme l’azienda e, per questa strada, di gestire insieme la comunità o la società. Qualcosa è stato attuato, e la forma forse più nota è il sistema tedesco della co-determinazione (Mitbestimmung), introdotta per legge nell’industria siderurgica tedesca del secondo dopoguerra proprio per bilanciare un potere di classe che aveva fomentato il bellicismo. Un’altra forma, più diffusa ma con minore impatto, è stata in vari paesi la distribuzione di azioni gratuite da parte di grandi impreseconcession agreement che aveva salvato l’azienda).
. Questa partnership fondata su un titolo di proprietà ha manifestato un limite già presente fin dall’Ottocento: la dimensione esclusivamente aziendale; né le leggi hanno premiato una rappresentanza «di classe» del lavoro nel capitale anche dove i lavoratori hanno scambiato le proprie spettanze con azioni della compagnia, come nel caso della United Airlines e dell’Alitalia in crisi. Poche imprese sono del resto disposte a far entrare i sindacalisti nei consigli di amministrazione, mentre i sindacati cercano di scansare rischi e responsabilità accettando soltanto di entrare in organi di sorveglianza. (Clamoroso fu il caso Crysler: il leader della Uaw uscì traumatizzato e il sindacato deluso dall’organo dov’era stato portato dal
Quel che va rilevato è l’inconsistenza degli approcci ispirati anni addietro a un progresso tecnologico che pareva alle soglie della fatidica automazione, e alle conseguenti aspettative sull’operaio-tecnico, la cui «frazione più avanzata» S. Mallet credette di vedere in azione alla Caltex dove i sindacalisti studiavano i bilanci come «azionisti coscienziosi», e alla Thomson-Houston, dove la nuova classe operaia gli appariva «idonea alla gestione» perché uno degli interpellati gli aveva detto: «Io me ne frego delle storie di paga, qui è la tecnica che mi interessa». Sta di fatto che in tutti questi anni una domanda di cogestione non è salita dal mondo del lavoro, nonostante le dotazioni culturali offerte agli operai da intellettuali e politici che credevano nella prospettiva integrazionista. Anche se questa è tornata da poco in auge, in termini teorici con la «economia della partecipazione» e con la «fine della società dei salariati», e in termini pratici con i fondi di investimento dei lavoratori (qui in Italia tramite la previdenza integrativa con fondi attinti dal trattamento di fine rapporto), non pare che gli operai ne siano finora usciti con il profilo di una ruling class, nemmeno in termini di gestione tecnico-produttiva, neppure con la Mitbestimmung nelle imprese tedesche, e tanto meno con la collaborazione aziendale nelle giapponesi, dove il clima è di deferenza più che di parità. Può essere che il quadro di partecipazione e di commitment contestuale al superamento del modello taylor-fordiano schiuda qualche spiraglio: se son rose fioriranno. Ma per adesso, il bilancio resta quello tratteggiato più sopra.

sabato 29 ottobre 2016

La presunta morte di Cipputi



Articolo suggestivo, non saprei dire quanto veridico. Certe affermazioni paiono vere e non lo sono, infatti. Si è proprio estinto il proletariato industriale? Socialmente occupa meno spazio, non si colloca più al centro della scena, ma scomparso non è neppure da noi, figuriamoci poi in Cina o in Bangladesh. E anche con meno operai di fabbrica in giro, il lavoro resta tuttora un tema importante. Quello che è soprattutto mutato è il clima. Caduto il messianismo, rimane una visione disincantata che porta interrogarsi sul futuro della condizione umana nell'orbe terracqueo. Non sembra un tema tanto marginale, anche se in tempi postmoderni molti possono senza danno guardare altrove.  (Giovanni Carpinelli)



Diego Gabutti, La letteratura di fabbrica è invecchiata di colpo, Italia oggi, 29 giugno 2013

In una delle due prefazioni a Fabbrica di carta. I libri che raccontano l'Italia industriale, Laterza 2013, pp. 346, 20,00 euro, un libro a cura di Giuseppe Lupo e Giorgio Bigatti, il primo storico della letteratura alla Cattolica, il secondo storico dell'economia alla Bocconi, Giuseppe Lupo cita, ragionando «per paradossi», i «versi d'Inferno XXI, 11-15, che descrivono “l'arzanà de' veneziani”, il grande cantiere dove gli operai spalmano pece sulle carene delle navi, ravvolgono funi, modellano remi e chiglie con le pialle» come la più remota testimonianza della «letteratura industriale o letteratura di fabbrica».
Chi fa suo legno novo e chi ristoppa / le coste a quel che più vïaggi fece; / chi ribatte da proda e chi da poppa; / altri fa remi e altri volge sarte; / chi terzeruolo e artimon rintoppa.
Con letteratura industriale s'intendono la narrativa e (più raramente) la poesia che si sono occupate della produzione, dell'organizzazione del lavoro di fabbrica e della condizione operaia. È una letteratura per lo più di denuncia: lo sfruttamento, gl'incidenti sul lavoro, la repressione poliziesca, il lavoro minorile. All'origine ci sono Charles Dickens ed Émile Zola, persino un po' Jules Verne con le sue Indie nere (una sottospecie di Germinale, il capolavoro di Zola su un grande sciopero dei minatori organizzato dai socialisti della Prima Internazionale). Prima ancora, originario, c'è il grandissimo reportage di Friedrich Engels, futuro socio al cinquanta per cento di Karl Marx nell'impresa del socialismo scientifico, sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra. Che non è un romanzo ma non è neppure un'inchiesta sociologica. Con largo anticipo su Tom Wolfe e Truman Capote, che con La baby aerodinamica kolor caramella e A sangue freddo fondarono il genere, La situazione della classe operaia in Inghilterra è new journalism: per metà letteratura, per metà racconto storico in presa diretta, grande eloquenza, retorica a badilate.
Da noi, dopo i Tre operai di Carlo Bernari che nel 1934 racconta una storia epica e commossa di lotte sindacali e proletarie che si svolge all'inizio del secolo, c'è stata una grande fioritura della letteratura d'ispirazione marxista, mai troppo devota agli ideali un po' monumentalistici del realismo socialista sovietico ma non di meno fortemente ideologizzata, tra l'accigliato e il predicatorio. Alcune storie operaie, tra quelle che Bigatti e Lupo ricordano nel loro libro con qualche pagina ben scelta, si sollevano sopra la routine evangelizzatrice: Una nuvola d'ira di Giovanni Arpino, La vita agra di Luciano Bianciardi, alcuni titoli (non tutti) di Vasco Pratolini, La nuvola di smog d'Italo Calvino, le storie di Vigevano di Lucio Mastronardi su su fino ai romanzi operai d'Antonio Pennacchi, forse un po' sopravvalutati. Oltre alla letteratura di fabbrica d'ispirazione marxleninista — il cui punto più alto (a mio giudizio, e posso sbagliare) è stato Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, che nel 1971 (scontate i birignao tecnici, tipo l'assenza di punteggiatura e altre uggiose licenze sperimentaliste) riuscì a coniugare Emilio Salgari con l'autunno caldo in un romanzo insieme realistico e scanzonato — ci fu anche la letteratura industriale d'ispirazione «olivettiana», da Adriano Olivetti, magnate delle macchine da scrivere e guru ante litteram dell'antipolitica e della democrazia diretta. Mentre gli scrittori devoti alla vulgata marxista vogliono abbattere il capitalismo, e il proletariato industriale è la leva con la quale si propongono d'annientarlo, come già Engels nel suo libro sul proletariato inglese, gli autori d'obbedienza olivettiana, più moderati ma non più teneri con «lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo», vogliono invece soltanto «superare» il capitalismo (cosa voglia dire, non si sa).
Di questa letteratura particolare, salvo qualche titolo qua e là, che si può ancora leggere con profitto ma anche con fatica, non rimane granchè. C'è da dubitare che Italo Calvino sarà ricordato, in futuro, per Una nuvola di smog invece che per I nostri antenati. Legata com'era a una Weltanschauung, all'epoca dominante ma oggi tramontata con l'estinzione del proletariato industriale, la letteratura di fabbrica è invecchiata di colpo e non spiega più niente, quando la sua ambizione — la stessa dell'arte sacra — era spiegare tutto.


venerdì 15 marzo 2013

Perché Grillo ha vinto

Carmine Fotia,
il Manifesto, 14 marzo 2013

«Ho detto a quel signore che il vero nemico del partito è un nemico interno, molto più insidioso di quelli all'esterno...la paura di esistere...Siete degli zombie e non lo sapete...», Giovanni Ernani, protagonista del film di Roberto Andò, "Viva La Libertà".

Tra le tante analisi del voto che ho letto in questi giorni, due mi sembrano le più calzanti. Quella di Ilvo Diamanti su la Repubblica e quella di Luca Condò di Ipsos. La prima indaga sulla composizione sociale del voto e ci dice che il 40% degli operai e il 47% dei giovani hanno votato per Grillo, mentre il Pd è più forte tra gli anziani e tra i dipendenti pubblici; della seconda, in questo momento sottolineo due dati: il 30% circa dei voti a Grillo vengono dalla sinistra radicale e il 32% dall'Idv; un pezzo consistente di voto del Pd l'ha abbandonato per riversarsi sul M5S nell'ultima settimana.
Non dico questo per affermare che il Movimento sia la nuova casa della sinistra, ma che, nella composizione trasversale del suo elettorato vi sono milioni di elettori e elettrici del centrosinistra, sospinti su quei lidi dalla doppia crisi che oggi la investe in pieno: crisi di rappresentanza "di classe" e crisi di visione. Avendo smarrito il suo ancoraggio sociale e ogni idea di mutamento radicale dell'esistente, tutta la sinistra, quella "riformista" e quella "radicale", è stata tout court assimilata al ceto politico, alla casta e appare appesa al nulla. È inutile girarci attorno: il voto al Movimento è stato, a sinistra, un voto contro questa classe dirigente, contro questa forma-partito, contro questo modo di fare politica. Il M5S ha fatto dell'indignazione contro la politica il moltiplicatore della rabbia di classe, della rivolta antifiscale, delle lotte contro la devastazione ambientale. Ha raccolto in sostanza anche una forte critica della democrazia rappresentativa, percepita sempre più come il luogo della casta, dei privilegi, degli imbrogli.
La riposta del M5S (consiglio la lettura del libro di Fo, Casaleggio e Grillo), è a metà tra Toni Negri e Scientology, somma elementi di critica radicale alla democrazia rappresentativa che vanno da Rousseau al '68, con suggestioni apocalittiche. Non è dunque da lì che può venire una risposta. Quindi non ci si può stupire se Grillo rifiuti ogni forma di dialogo con chiunque: se lo facesse non sarebbe più il catalizzatore della protesta. Si illuderebbe però chi immaginasse che l'onda della protesta sia già in fase calante e si mettesse nella comoda posizione di attesa, sperando che, alla fine, le nostre razionali argomentazioni prevarranno.
La domanda da cui la sinistra "radicale" deve ripartire è questa: come mai, né la parte che è andata in solitaria, né quella che si è alleata con il Pd, è riuscita a intercettare la più grande critica di massa dopo il '68 al dominio del turbo capitalismo e allo svuotamento della democrazia rappresentativa?
La sconfitta bruciante di Rivoluzione Civile è tutta qua: se per arginare la gigantesca devastazione sociale in atto occorre rovesciare le politiche di austerità, ma ti presenti come il taxi di vecchi partitini ideologici e d'apparato che vogliono tornare in parlamento, il tuo messaggio è svuotato. Per parafrasare Mc Luhan: il mezzo è il messaggio.
Non abbiamo compreso fino in fondo (in questo senso le critiche venute dal mondo di "Cambiare si può" avrebbero dovuto essere prese in più seria considerazione) che la montante rabbia sociale avrebbe preso di mira l'obiettivo più vicino: una politica sorda, cieca e senza voce, di cui siamo stati considerati parte.
Siamo stati avvertiti non come l'embrione di una nuova risposta, ma come l'estrema propaggine di un mondo antico che sventola le sue gloriose ma logore bandiere in un mondo sconosciuto. In campagna elettorale ho ritrovato la generosità, l'onestà, la lealtà di tantissimi militanti, il cui linguaggio però era mille miglia distante da quello dei milioni di cittadini che magari avevano incontrato nelle lotte. Non basta partecipare ai movimenti se ciò non muta il modo stesso di essere delle forme politiche organizzate.
Ma la questione non riguarda soltanto la sinistra radicale e neppure soltanto la sinistra nel suo insieme. Ciò che rende convulsa e così densa di pericoli, ma anche di opportunità, la crisi italiana è che in essa confluiscono crisi sociale, crisi morale, crisi delle istituzioni. I partiti, tutti i partiti, sono zombie, perché nessuno di essi ha capito che il primo passo per venire incontro alla rabbiosa domanda di cambiamento del paese era azzerare se stessi, i propri gruppi dirigenti, il proprio potere per rilegittimarsi dentro la società. Nel Pd l'aveva capito Renzi, che sembra ancora l'unico dotato di una certa capacità reattiva nel Pd, ma che potrà competere solo se capirà il segnale complessivo del voto e la sua carica di rabbia anche contro le logiche devastanti dell'austerità. La rottamazione deve investire non solo i vecchi dirigenti, ma anche le vecchie idee. Un mutamento radicale della forma partito non può che accompagnarsi a una rimessa in discussione dei paradigmi liberisti che producono diseguaglianze crescenti e a un inveramento della democrazia attraverso nuove forme di partecipazione dei cittadini.
[...] Ripensare la democrazia, nelle sue istituzioni rappresentative, così come nei suoi corpi intermedi, è l'unico modo serio per rispondere allo tsunami. Proposte concrete: abolizione del finanziamento pubblico e ricorso a forme di finanziamento tipo l'otto per mille; attuazione dell'articolo 49 della costituzione sulla democrazia nei partiti; forme di partecipazione democratica (referendum, consultazioni on line, strutturazione della democrazia dal basso a cominciare dai comuni); legge sulla rappresentanza sindacale.
In queste elezioni è stata sconfitta tanto una logica iperminoritaria, quanto una immotivata arroganza maggioritaria. Una decisa inversione di rotta può avvenire solo in un campo largo del cambiamento, che si strutturi in forme democratiche di partecipazione, anche perché la radicalità di cui abbiamo bisogno oggi non è affatto ideologica, dal momento che gli elettori ci hanno dimostrato di essere molto più radicali dei partiti e dei partitini.