Raffaele Simone
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GIULIO LEPSCHY, OBIIT
Se n'è andato Giulio C. Lepschy, linguista insigne, maestro di tanti di noi, persona di immensa cultura e di straordinaria amabilità.
Pubblico qui sotto la versione manoscritta del pezzo che ho scritto per "Avvenire". E' uscita oggi, ma, per motivi di spazio, il giornale ha tagliato diversi qualificativi che volevano rendere il testo più espressivo e caloroso. Qui si ritrovano tutti.
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ADDIO A GIULIO LEPSCHY
Se n’è andato il 9 febbraio Giulio C. Lepschy, uno dei più importanti linguisti italiani ed europei. Nato a Venezia novantaquattro anni fa, laureato alla Scuola Normale di Pisa e specializzatosi in varie sedi europee, sin dagli anni Sessanta viveva e insegnava in Inghilterra. La sua importanza non era dovuta solo alla sua bravura e alla sua invidiabile cultura linguistica (e in altri campi), ma anche al fatto che è stato uno degli uomini che introdussero nel nostro Paese la linguistica moderna. Nel 1968 fu infatti (insieme a Luigi Rosiello e Tullio de Mauro) uno dei vincitori del primo concorso di “Linguistica generale” lanciato in Italia, segno significativo dello sforzo che in quegli anni la nostra università faceva per mettersi al passo coi Paesi più avanzati per alcune discipline allora di avanguardia. Benché vincitore, Lepschy preferì restare in Inghilterra, dove aveva sposato Anna Laura Momigliano, figlia del grande storico dell’antichità Arnaldo Momigliano, e dove sarebbe rimasto fino alla fine, pur esercitando da lontano un magistero indiscusso.
Uomo schivo e riservato, Lepschy era noto per la finissima amabilità con cui metteva a disposizione degli altri la sua eccezionale dottrina. Non posso dimenticare che, quando alla fine degli anni Sessanta, giovane studioso a lui ignoto, gli mandai in omaggio un mio piccolo lavoro, mi rispose con una fitta lettera di commenti e postille, correzioni e suggerimenti. A lui dobbiamo un libro ammirevole, La linguistica strutturale, uscito nel 1966 e seguito da innumerevoli ristampe. Era la prima panoramica, limpida e accuratissima, dei vari indirizzi dello strutturalismo linguistico, che per trent’anni costituì il paradigma dominante non solo in linguistica, ma nelle scienze umane in generale (si pensi all’Antropologia strutturale di Claude Lévi-Strauss, 1958). Dopo numerosi volumi dedicati all’analisi dell’italiano da un punto di vista moderno (La lingua italiana oggi con Anna Laura Lepschy, Bompiani 1977, Saggi di linguistica italiana, il Mulino 1978, fino al più recente Parole, parole, parole e altri saggi di linguistica, il Mulino 2008) e ai cambiamenti di paradigma in linguistica (Mutamenti di prospettiva nella linguistica, il Mulino 1981), Lepschy ideò e diresse una grande Storia della linguistica di più autori, in tre volumi (il Mulino, 1990-1991), per la quale mi fece l’onore di invitarmi a scrivere un capitolo sul Sei- e il Settecento. Pur nella diversità delle voci, quest’opera è una sintesi ancora insuperata dell’evoluzione della disciplina, della quale ricostruisce le diverse tradizioni fino a quelle antiche e orientali.
Oltre che autore di opere importanti, Lepschy ha anche, sia pure a distanza, instancabilmente favorito la conoscenza in Italia di testi classici della linguistica, proponendo, traducendo e introducendo pazientemente opere da noi poco note o del tutto ignote. Un testo capitale, per la linguistica come per la semiotica e la filosofia del linguaggio, come I fondamenti della teoria del linguaggio del danese Louis Hjelmslev, da lui tradotto (Einaudi 1987), ha una sua importante introduzione. Tra gli altri gran libri che dobbiamo alle sue proposte menziono alcuni classici usciti negli anni Trenta e da noi rimasti praticamente ignoti, come i Fondamenti di fonologia di Nikolaj Trubeckoj (Einaudi 1971) e Il linguaggio di Edward Sapir (Einaudi 1969). Né si può ignorare la sua passione, da linguista e da amico, per il suo grande conterraneo Luigi Meneghello (anche lui espatriato nel Regno Unito), di cui curò personalmente la raccolta delle Opere scelte in un grosso Meridiano, con una sua luminosa introduzione.

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