martedì 21 luglio 2026

Quando la feccia si scatena

 Massimiliano Panarari
Vannacci supera il limite della decenza
La Stampa, 21 luglio 2026

Quando viene superato il limite, se il limite non c’è? Fuor di metafora (e di quesito filosofico), l’esempio più immediato proviene, ancora una volta, da Roberto Vannacci, il quale ha rilanciato ieri sui suoi canali social un video realizzato con l’Ai che varca l’ennesima frontiera della decenza nello scontro politico. Ambientazione in un anfiteatro romano, musica e scenografia da Gladiatore, il trionfante condottiero (novello Cesare? dittatore pro tempore? imperatore prossimo venturo? chissà...) “Robertus Vannaccius” – proprio così negli hashtag di accompagnamento – siede nella “tribuna d’onore” del Colosseo accanto a Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e all’augusta consorte di origine dacia Camelia Mihailescu, che fa il dito medio ai prigionieri giù nell’arena, mentre i leoni scalpitano per divorarli. Guai ai vinti, dunque: i malcapitati Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, legati a coppie, ai quali Vannaccius non riserva alcuna clemenza e indirizza il pollice verso, che parecchi dei suoi giovani seguaci scambieranno per il dislike di Facebook (d’altronde, nella propaganda digitale tutto si tiene).Sze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

Il miles gloriosus (e furioso) decreta, insomma, la loro condanna a morte, assecondato dalle urla del pubblico, tramite la falce e il martello che «loro non hanno mai usato» (essendo i politici di sinistra per natura degli “scioperati”). Ed ecco arrivare, arruolato per eseguire questa “sentenza” ultimativa, un gladiatore dalle fattezze di Giuseppe Barboni, il giustiziere di San Benedetto del Tronto. Il video made in Grok – non prodotto formalmente dallo staff di Futuro nazionale – è (auto)citazionista e come molti di quelli fatti con l’intelligenza artificiale pure un po’ confusionario. Ma, soprattutto, è di cattivissimo gusto e inaccettabile e, quindi, come si ripete in queste ore, l’ex generale ha oltrepassato l’ennesima soglia. Giustissimo. Ma non verissimo. Nel senso che la vannacciana «strategia della feccia» - termine da lui utilizzato insieme a quello di «figli di nessuno», nell’assemblea costituente del suo partito - non riconosce alcun limite, puntando sempre e solo a colpire al di sotto della cintola e a “épater les bourgeois”. Altrimenti che comunicazione politica (della) sporca (dozzina) sarebbe? La propaganda serrata di quest’ultima versione dell’imprenditore politico sicuritario e della paura mira innanzitutto a far parlare di sé, e a creare hype, apparendo “coerente” con slogan antisistema sempre più radicali, massimalisti e sovversivi. È l’overdose populista, un’addiction sempre crescente, e una rincorsa estremista nella campagna elettorale permanente che non ha fine, ma finisce per essere legittimata proprio dalla maggioranza di governo lanciata al suo inseguimento. Come insegnano le inesorabili leggi del marketing politico, chi detta l’agenda, ovvero l’originale, prevale sempre sulle copie: e oggi Meloni e Salvini stanno proprio normalizzando le parole d’ordine di Fn, a partire dal “format della remigrazione”. Quello che era impensabile – fino a pochi anni or sono – viene sdoganato all’insegna di una profezia che si autoavvera. La politica vannacciana è geneticamente “fuori legge”, a partire dal lessico che dall’occhieggiare al ventennio si è fatto direttamente (para)fascista, dai “badogliani” alla Decima mas, dal “me ne frego” agli “attributi”, senza dimenticare la retorica nazionalista novecentesca (da Piave a Caporetto). Semplicemente, stando fermo sul suo (non più così) criptofascismo, l’ex parà mena le danze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

In ogni caso a muoversi, e moltissimo, è la sua comunicazione (diretta o dei proxy), come mostra il “feccioso” video gladiatorio. Un trionfo imperiale di trash, che rientra nella categoria della “slopaganda”, la propaganda Ai slop (ossia la “sbobba artificiale”), che mescola estetica iperrealista (o surreale) e contenuti acchiappaclic di infima qualità. Ampiamente usata da Trump, a cui l’ex generale si ispira in tutto e per tutto anche nello spostare l’asticella del consentito e dell’intollerabile ogni volta più in là. Come da esemplare «strategia della feccia», giustappunto.

Non odio, ma giustizia

Luca Bortolotti
"Verità e dignità, no all'odio", l'appello della nipote di Fakir. Scontri alla manifestazione

la Repubblica Bologna, 21 luglio 2026 

BOLOGNA –«Non siamo qui a chiedere odio o vendetta, ma verità, giustizia, rispetto, umanità e dignità». Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, l’uomo morto domenica a Bologna durante un intervento di polizia, lo dice con la voce rotta dal dolore e le lacrime agli occhi, abbracciata dai parenti e da una piazza con cinquemila persone arrivate a portare solidarietà alla sua famiglia. Lo dice mentre scrosciano gli applausi a sottolineare quel concetto: «Non vogliamo odio ma giustizia».

Un’ora dopo si verificheranno però anche scontri tra il cordone di polizia davanti alla prefettura e manifestanti appena terminato il corteo: fumogeni e idranti da una parte, bombe carta dall’altra. Ma in piazza Nettuno, prima, nel presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, in prima fila accanto al presidente della Regione Michele de Pascale, era stato il momento del raccoglimento e del dolore della famiglia di Fakir. E la nipote Yossra a prendersi il carico di leggere la lettera in cui ha raccolto quel cordoglio. «Abderrahim non era un caso di cronaca, non era un numero. Era una persona. Era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia e chi lo amava profondamente lo sa, e me lo hanno portato via. Un uomo che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità». E risposte, chieste in piazza dalla famiglia e dalla comunità marocchina di Bologna, ma anche dal sinidaco Lepore.

Certo, per qualcuno dei presenti la definizione non è giusta e urla: «Lo hanno ammazzato, non è morto». Come ripetono gli striscioni esposti sul fondo di piazza Nettuno. C’è scritto: «Assassinio di Stato». Così i cori: «Assassini, assassini», che ripartono ogni volta che dal palco il discorso di YosSra Fakir s’interrompe, rotto dalla commozione. Ma lei chiede di essere ascoltata, risponde agli amici che vogliono intervenire che non è quello il momento.

«La vostra presenza dimostra che non siamo soli, continueremo a chiedere di far luce, chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, tutelare una vita, soprattutto di chi è vulnerabile: se verranno accertate responsabilità serviranno provvedimenti, chi non ha fatto il proprio dovere non può continuare a ricoprire un ruolo che richiede fiducia, equilibrio e rispetto per la vita umana».

Il dolore della famiglia monopolizza la piazza. Il presidio del resto era iniziato da un malore per la sorella di Fakir, Khadija, accasciatasi sul palco. Aiutata prima da alcuni medici presenti tra il pubblico, poi soccorsa dall’ambulanza. Tra i bolognesi arrivati in piazza, il filosofo Stefano Bonaga dice: «Avrei voluto stare zitto con occhi disperati dopo quel video, non ce l’ho con la polizia ma con quei due che hanno ammazzato una persona». Si fa vedere anche l’attore Alessandro Bergonzoni: «Se è stato seguito un protocollo, il protocollo è da bocciare».

Finiti gli interventi in piazza Nettuno, è partito un corteo eterogeneo composto dalla comunità marocchina bolognese, sindacati, centri sociali, studenti. Sin dal primo passaggio di fronte alla prefettura, un gruppo di manifestanti ha cercato il confronto col cordone di polizia. Sono stati momenti concitati. Tanti altri invitavano alla calma. Finché i più facinorosi tra gli attivisti, al grido di «assassini» e «via lo scudo penale», non sono entrati a contatto con i poliziotti: la situazione è degenerata.

Intorno alle 20.45 gli agenti sono stati costretti a intervenire con idranti e fumogeni per allontanare i manifestanti da piazza Roosevelt, ma gli scontri sono proseguiti per ore. Durissimo l’avvocato Fabio Anselmo, che da ieri difende i Fakir: «Questi scontri sono un attacco alla famiglia della vittima, un comportamento criminale amico di chi vuole negare verità e giustizia». Solo quando scende il buio, nel centro di Bologna torna la quiete.

La circolare del ministero

Vincenzo R. Spagnolo
Le nuove "linee guida" della polizia e quel grido di Fakir rimasto inascoltato

Avvenire, 21 marzo 2026

Sarà la magistratura a stabilire se i due poliziotti al centro degli accertamenti sul decesso del 42enne marocchino Abderrahim Fakir abbiano interpretato correttamente i protocolli di intervento o no. Stando alle prime verifiche della Procura di Bologna, quando avevano chiesto aiuto al 118, gli agenti intervenuti in via Svevo avrebbero segnalato un uomo con una crisi psichiatrica. Sul tipo di approccio previsto, dal maggio scorso, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha elaborato un documento di 18 pagine con «linee guida» - che Avvenire ha visionato - per contenere le «persone non collaborative». Un insieme di indicazioni che - secondo quanto annota in una lettera di accompagnamento del testo inviato ai sindacati di polizia la viceprefetto Maria De Bartolomeis, direttrice dell’Ufficio per le relazioni sindacali della Polizia presso il Dipartimento di Pubblica sicurezza - «hanno lo scopo di fornire al personale, specie a quello impegnato nei servizi di controllo del territorio, un supporto per affrontare in modo consapevole l’approccio alle persone non collaborative e i rischi che possono derivare, a tutela della propria e altrui incolumità». Cosa viene suggerito in quel testo? Vediamolo.

La «proporzionalità» nei mezzi di coazione e il rischio di eccesso colposo
Il testo, articolato in tre parti (riferimenti normativi; profili operativi; istruzioni operative), parte da una premessa: non esistendo definizioni normative per la categoria «persone non collaborative», l’espressione si riferisce a soggetti non facilmente gestibili, che manifestino in modo evidente e violento un’opposizione o un rifiuto all’osservanza di regole e ordini». Si fa riferimento al quadro legislativo, a partire dagli articoli 51, 52 e 53 del Codice penale (in cui si esclude la punibilità se l’agente ha agito adempiendo a un dovere o eseguendo un ordine legittimo e si introduce il concetto di proporzionalità fra offesa e difesa, il che impone di graduare l’uso dei mezzi di coazione fisica e delle armi in dotazione) e si menzionano le tipologie di «eccesso colposo».
«Se il soggetto mostra segni di malessere, allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari».
Nel secondo blocco del testo si esaminano le modalità d’intervento: dalla gestione del soggetto che non collabora; all’uso degli strumenti in dotazione; fino alla «tutela sanitaria» di un soggetto fragile, che potrebbe essere «in uno stato di alterazione psico-fisica» causato anche da abuso di stupefacenti o alcolici. Fra le indicazioni, spicca in neretto quella di privilegiare, «laddove possibile, un approccio iniziale» basato sulla «comunicazione empatica» (sul modello dei cosiddetti “negoziatori”), con domande del tipo «Ha bisogno di un medico?» e di «evitare atteggiamenti provocatori e polemici». Qualora l’approccio non dovesse riuscire, l’operatore può usare i mezzi in dotazione, ma con proporzionalità e gradualità, cercando di tutelare anche l’incolumità dello stesso «autore della minaccia», in osservanza del canone fissato dalla Cassazione sul cosiddetto «agente modello», con pronunce miliari come quella del 2012 sul caso di Federico Aldrovandi (che suggeriscono di immobilizzare la persona «con l’uso della minor violenza possibile» per evitare il rischio di conseguenze lesive «o addirittura letali»). Quali mezzi di coercizione fisica vanno usati e come? Ci sono indicazioni sull’impiego delle armi da fuoco, dello spray al peperoncino, dello sfollagente e dei taser elettrici (in uso dal 2022 non senza problemi, ma che nel caso di Bologna non sono stati impiegati). Le «manette di sicurezza» sono ritenute obbligatorie se c’è rischio di fuga o il fermato sia pericoloso, altrimenti sono vietate. E ci sono regole pure per le fasce in velcro (in dotazione dal 2018) che prevedono che la persona venga «stesa a terra senza fare pressione sugli organi interni». Nel testo si menziona la possibilità di ottenere l'ausilio di sanitari e limitare il controllo fisico del soggetto al momento dell'arresto, per breve durata e soltanto in funzione del rapido ammanettamento. Ma il «contenimento fisico dovrà essere limitato al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile. Inoltre per contenere un soggetto in alterazione psichiatrica, si valuterà di richiedere un Tso con l'intervento della polizia locale».  La circolare precisa che l'intervento coercitivo presenta dei rischi, che tuttavia possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative. Ad esempio,  «non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace per i rischi al sistema cardiaco e respiratorio: il fermato, una volta messo in sicurezza, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale nell'attesa dei sanitari». Soprattutto, a pagina 11 si prevede che «qualora il soggetto mostri segni di malessere, la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia in condizione di respirare regolarmente, richiedendo l’intervento di personale sanitario». Mentre Fakir invocava ripetutamente «aiuto»,  come mostra il video girato da un cittadino e trasmesso da tv e siti web, quelle indicazioni elencate con meticolosità nelle recentissime «linee guida» vennero seguite o disattese da chi operava?

I dubbi del sindacato: testo «lacunoso», occorrono integrazioni sul disagio mentale

Nella lettera ai sindacati, la viceprefetto De Bartolomeis chiedeva di far pervenire eventuali osservazioni sulle linee guida entro il 19 maggio. Una delle sigle, il Silp-Cgil, ha risposto 6 giorni prima, mostrando «rammarico» per l’approccio solo «giuridico/operativo» del testo, ritenuto «completamente lacunoso» rispetto «a informazioni atte al riconoscimento e alla distinzione delle condizioni di salute mentale, dei comportamenti guidati da crisi ad alto rischio». Il sindacato riteneva essenziali «competenze che aiutino a riconoscere i disturbi e i sintomi riferiti al disagio mentale quali fattori di rischio che possono contribuire all’escalation o al danno auto-diretto». E chiedeva di implementare il documento, anche in collaborazione con gli psicologi della stessa Polizia. Una implementazione che finora non c’è stata, fanno sapere fonti sindacali, che adesso - anche alla luce dei fatti di Bologna - sollecitano l’attenzione dei vertici del Dipartimento.

La prassi che uccide

Alessandro Fulloni e Daniela Corneo
L’arrivo della volante e i soccorritori fermi fino all’ok dei poliziotti Quegli ultimi 38 minuti
Corriere della Sera, 21 luglio 2026

Chi abita nel palazzo a cinque piani tra i civici 2 e 8 di via Italo Svevo sostiene che Abderrahim Fakir si vedesse spesso da quelle parti. All’incirca con una stessa «liturgia»: appariva a metà mattinata, sostava all’ombra di un maestoso cedro proprio davanti al caseggiato, parlottava con qualcuno. Poi spariva. Domenica mattina (prima che il 42enne marocchino morisse mentre due poliziotti lo stavano bloccando a terra nel tentativo di «fascettargli» mani e piedi) la scena è stata più o meno la stessa. Minuto per minuto, ecco la ricostruzione dei fatti.

La prima ad accorgersi della comparsa di Fakir è una signora pakistana, Parveen Akhrar, 73 anni, che vive con il marito al primo piano. Dalle sue finestre, oltre a via Svevo, si vede anche l’incrocio con via Panzini, piuttosto trafficata e dove transitano i bus che in venti minuti dal cuore del popolare quartiere bolognese del Pilastro raggiungono la Stazione Centrale. Siamo attorno alle 9 e 30 e la «messa a fuoco» di questa descrizione è davvero nitida: il nordafricano era sulle scale che da un piccolo giardino pubblico — quello al cui centro troneggia l’albero — portano al cortile in cui poi troverà la morte.«urlava “aiuto chiamate un’ambulanza, la polizia”» racconta la donna. Lui si siede sulle scale poi si sdraia sull’asfalto. Tutto questo entro le 10.

Parveen sostiene pure di aver visto — l’orario è quello tra le 10 e 30 e le 11 — un’auto delle forze dell’ordine. (Tornerà ad affacciarsi più volte e, molto dopo, noterà che Abderrahim è sempre a terra, ma 20 o 30 metri più in là. E nel vedere quelle sagome lontane, penserà che gli agenti stiano rianimando il marocchino. Che invece sta morendo. O forse ha già esalato l’ultimo respiro). Ma facciamo un passo indietro, ripercorrendo istante per istante sulla base degli orari forniti da fonti ufficiali e di altre testimonianze raccolte in via Svevo. Le telefonate ai centralini d’emergenza si moltiplicano entro mezzogiorno anche perché alcuni — tra cui un pakistano, Ahmed Nasser — vedono Abderrahim dare delle testate contro le cler dei garage. Poi c’è l’allarme al 112 — a riportare la conversazione è il Tg1 — venuto da un uomo che alle 12 parla di «una persona arrivata di corsa dietro le autorimesse, sta urlando e scalciando tutti i basculanti, grida aiuto e che lo vogliono uccidere».

La «volante» del commissariato Bolognina è sul posto alle 12 e 15 e due minuti dopo, alle 12 e 17, parte (per un «codice verde», dunque non grave) anche la «Bologna 65», ambulanza che arriva alle 12 e 30. Nel frattempo la tensione sale, in quel cortile dove in tanti si affacciano dalle finestre per riprendere quel che succede. Fakir si scaglia contro i due agenti, cerca di colpirli persino a morsi. A questo punto, per renderlo inoffensivo, i poliziotti utilizzano lo spray urticante e lo immobilizzano in posizione prona. Nel video che inquadra gli ultimi cinque minuti di vita dell’uomo i quattro volontari della Croce rossa restano immobili. Il punto è che «la prassi è questa», spiegano fonti qualificate e la stessa Croce rossa: i sanitari possono intervenire solo quando dalle forze dell’ordine arriva il via libera. Giunto però troppo tardi in via Svevo. Dove, a quel punto, i volontari, che in assenza di un medico non possono somministrare farmaci, iniziano la manovre di rianimazione.

Alle 12 e 36 gli stessi volontari contattano la centrale operativa del 118 per un consulto medico e chiedono l’invio dell’automedica che parte dall’ospedale Maggiore alle 12 e 42. Impossibile, ovviamente, stabilire come sarebbe andata se sul posto fosse intervenuto subito un mezzo con un medico a bordo. Secondo Mario Balzanelli, presidente della Società italiana sistema 118» «per garantire una gestione sicura e clinicamente adeguata del paziente in stato di agitazione psicomotoria è fondamentale l’intervento di un equipaggio medico-infermieristico qualificato» che si possa coordinare in tempo reale con le forze dell’ordine. Somministrare farmaci calmanti a pazienti di questo tipo, dove urgente, è possibile avvalendosi dello «stato di necessità» riconosciuto dall’articolo 54 del codice penale, quindi bypassando la ben più articolata pratica del Tso. Per Fakir, classificato con un codice verde, è stato mandato un mezzo più «leggero» di volontari che, fatto il triage sul posto, hanno allertato i medici del 118.

Ma questo, appunto, è ciò che prevede la prassi. Ieri la Ausl di Bologna ha fatto sapere che «l’invio dei mezzi sul luogo dell’evento è avvenuto nel rispetto dei tempi e in modo conforme alle procedure vigenti, sulla base delle informazioni disponibili al momento delle richieste di soccorso pervenute al 118». L’azienda sanitaria ha attivato l’analisi dell’evento tramite audit.

Ma torniamo, infine, in via Svevo e a quegli istanti drammatici. Il cortile del caseggiato si sta affollando di inquilini scesi dalle loro abitazioni. Il dottore giunto con l’automedica si avvicina al corpo di Abderrahim. Gli prende il polso, usa lo stetoscopio elettronico. Alle 12 e 53 viene constatato il decesso.

lunedì 20 luglio 2026

Requiem per una monaca

 

«Requiem per una monaca», sintassi labirintica, un’ineccepibile punteggiatura, immancabili flussi di coscienza e una frase memorabile...

Mario Andreose
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Subito dopo il trionfo del Nobel nel 1949, Nobel propiziato anche dal clamoroso successo internazionale, inedito se non sorprendente, di Santuario, 1931, Faulkner sente il bisogno di scriverne il seguito. Due precedenti capolavori assoluti, come L’urlo e il furore Mentre morivo, non erano riusciti a metterlo in competizione commerciale con i rivali Hemingway e Fitzgerald. Ora può condurre una vita molto più agiata, con frequenti viaggi in Europa, in particolare in Francia e in Italia, dove, come capiterà a Woody Allen, è molto più popolare che in patria. Gallimard, il suo primo editore, e anche Mondadori, lo accolgono come la punta di diamante del loro catalogo di letteratura contemporanea. I suoi biografi ci hanno riferito che, in questa circostanza, Bill, ultracinquantenne, dispone della scorta, a turno, di un drappello di giovani donne, perfino coetanee della figlia Jill, che l’aveva accompagnato alla cerimonia del Nobel. Certo non era un mistero, perché all’epoca era frequente, se non ossessivo, l’uso epistolare (anche) tra amanti, e non a un prudenziale fermo posta, se già esisteva, così che Estelle, la stanziale casalinga moglie di Bill poteva disporre, attraverso le lettere che piovevano in casa, di un aggiornamento in tempo reale, senza che questo potesse provocare sconquassi di sorta, perché in terra sudista ci vuole ben altro per minare un matrimonio. Estelle, anoressica solo d’aspetto, è stata il più grande amore di Faulkner, che, ritenuto non all’altezza dalla famiglia di lei in un primo approccio, seppe aspettare il suo divorzio da un precedente matrimonio con la nascita di due figlie, per poterla finalmente impalmare. È probabile che, a partire dal momento del Nobel, il sodalizio familiare non venisse intaccato dallo svanire della passione amorosa, come saldo rimaneva il legame alcoolico, nei limiti estremi in cui la maggior parte dei protagonisti della Lost Generation seppero incorrere. Capitava alla figlia Jill di tornare a casa e di trovarli stesi per terra o nel loro letto apparentemente privi di sensi e insozzati dei loro escrementi (Estelle, poi, rimasta vedova, fu una delle prime persone a beneficiare del trattamento della benemerita istituzione Alcolisti Anonimi di fresca fondazione). Difficile immaginare il nostro autore, solo qualche giorno dopo, tutto azzimato e fotogenico, nell’aristocratica Saint Moritz, in stretta conversazione con una diciannovenne studentessa della Sorbona, Jean Stein, famiglia alto borghese ebraica americana, colta e molto bella. La reincontreremo. Mi appare così coerente anche l’interesse letterario dell’autore per il personaggio di Temple Drake, la teenager borghese dallo sguardo magnetico, che in Santuario era finita, per imprevedibili circostanze, in un bordello, nelle mani di un gangster impotente e depravato, prostituta coatta ma soddisfatta, falsa testimone di un omicidio che provoca il linciaggio di un innocente per salvare il colpevole, suo proprio aguzzino, accecato dalla gelosia per l’intesa tra Temple e l’amante di turno. In Requiem per una monaca, otto anni dopo la vicenda di Santuario, Temple ha contratto il matrimonio riparatore con Gowan Stevens, il ragazzo che in Santuario, dopo averla invitata in una gita in auto, si era ubriacato fino a sbattere contro un albero e lasciarla vagare da sola tanto da cadere nelle mani di Popeye. Hanno due bambini, una bimba di sei mesi e un maschietto appena un po’ più grande. Un paio di settimane vissute nel bordello hanno lasciato in Temple un segno indelebile, al punto di assumere Nancy Mannigoe, un’ex drogata e prostituta, come baby-sitter dei bambini. Una persona con cui poter parlare di un mondo di interesse comune. È Nancy la “monaca” del titolo, perché “nun”, nell’inglese dell’età elisabettiana, poteva essere sinonimo di prostituta. Il requiem, come vedremo, si riferisce a un tentativo patetico di Temple di sottrarre Nancy almeno al patibolo per l’uccisione della bimba di cui si sente corresponsabile. Anche perché l’atto di Nancy sembrava volto a impedire che Temple abbandonasse la famiglia per andarsene con il fratello del suo amante ucciso da Popeye. La vicenda legata a Nancy, espressa in forma teatrale, ha ispirato una pièce ad Albert Camus, Requiem pour une nonne, di grande successo e tuttora rappresentata in varie lingue. La parte in prosa invece, senza nesso con quella teatrale, racconta della nascita, meglio, dell’invenzione della mitica contea di Yoknapatawpha, e della sua capitale Jefferson, teatro della maggior parte della narrativa faulkneriana, attraverso i primi impianti edificati, della prigione, del tribunale e del palazzo del governo; nella copertina della prima edizione americana era raffigurata una serratura in ferro di venti chilogrammi, che però non aveva impedito una prima evasione in massa dei prigionieri. La lettura di questa parte privilegia i faulkneriani doc che non arretrano di fronte a periodi di una pagina, o giù di lì. Con una sintassi che sfiora il labirinto, un’ineccepibile punteggiatura virtuosistica, incisi, interconnessioni delle frasi, andirivieni temporali, interiezioni, immancabili flussi di coscienza.

Requiem per una monaca è il quinto titolo di Faulkner di quelli che, con Elisabetta Sgarbi, siamo riusciti a portare alla Nave di Teseo, dopo Bandiere nella polvere, il prequel de L’urlo e il furoreI saccheggiatoriUna favolaGambetto di cavallo. Un titolo per me particolarmente significativo, poiché la mia adolescenziale infatuazione faulkneriana è avvenuta grazie a Santuario. Oltretutto assente da parecchi anni dal mercato e riproposto ora nella nuova traduzione di Carlo Prosperi.

Nel leggere la nuova traduzione di Requiem per una monaca mi sono imbattuto in una frase, «Il passato non è mai morto. Non è neppure passato», che mi ha ispirato, al punto di metterla, per riconoscenza, in esergo, alla mia recente opera narrativa: Un’educazione veneziana. Ho saputo poi che non ero certo il primo a essere rimasto attratto da questa frase. Woody Allen, nel suo magnifico Midnight in Paris (2011), la mette in bocca, un po’ parafrasata, al suo protagonista, reduce dalle notturne escursioni oniriche, che gli consentono di incontrare gli eroi prediletti dell’Età del Jazz, Zelda e F. Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrude Stein, Faulkner…

Roggero, la linea morbida

Al momento solo la Lega (e Vannacci) si battono per la cancellazione della condanna inflitta al gioielliere Mario Roggero per il duplice omicidio commesso a danno di due rapinatori in fuga. La stessa famiglia del carcerato sta evitando di schierarsi decisamente sul terreno politico. Sembra più propensa a seguire la via delle attenuazioni richieste in base alla sottolineatura del caso individuale. Forza Italia si sfila, ritiene lo sparatore colpevole, pur invocando maggiore indulgenza nei suoi confronti. La stessa Giorgia Meloni tiene il piede in due staffe, appoggia la domanda di grazia, ma non invoca il mutamento della legge. Una volta esaurita l'onda dell'entusiasmo per il gesto del furioso giustiziere, quello che resta è il calcolo della strategia migliore da seguire nell'interesse del duplice omicida, se lo scopo fosse quello di ottenere prima un trattamento speciale e poi una riduzione della pena. 

Gian Domenico Caiazza
Non sparate sullo Stato di diritto

Il Foglio, 20 luglio 2026

Vedere “Odissea”, lo strepitoso film di Nolan, nei giorni della vicenda Roggero, aiuta a schiarirsi le idee. Ci ricorda, innanzitutto, che la vendetta è un sentimento umano formidabile, un impulso naturale e inestinguibile, perché nasce, per definizione, dall’aver subito un torto. Inutile alzare il ditino e fare lezioni di moralità: sono entrati nel mio negozio, mi hanno picchiato la moglie, terrorizzato la figlia, puntato una pistola in testa, portato via il frutto del mio lavoro. Nella Grecia di Omero, la vendetta privata era un obbligo d’onore (timè), il rifiuto di farlo un marchio di infamia. Ulisse che fa orrenda strage dei Proci perché costoro gli hanno invaso la casa, insidiato la moglie, umiliato il figlio, è l’eroe di tutti noi. Poi arriverà Eschilo, nel Quinto secolo avanti Cristo, a incaricarsi di spiegare all’umanità che la vendetta, come diranno poi giganti come Seneca e Platone, è “la malattia dell’anima”. Oreste si sente in dovere di uccidere sua madre Clitennestra

perché costei insieme all’amante gli aveva ucciso il padre Agamennone. Occorre porre fine a una spirale di morte e di violenza senza soluzione, e perciò Atena istituisce il Tribunale dell’areopago, stabilendo che da quel momento la giustizia non sarà più privata, ma sarà amministrata da un giudice. La nostra civiltà, sissignori la civiltà occidentale, nasce allora, nel Quinto secolo avanti Cristo, anche se la strage dei Proci continua a entusiasmarci, e vogliamo vederla e rivederla e rivederla ancora. Dunque non mi stupisce affatto che questa bestia informe, acefala e senza identità che sui social rovescia quotidianamente gli umori gastrici di tutte le più invereconde pulsioni di giustizia sommaria, di frustrazione e di sete di vendetta sociale che ribollono nelle viscere della “opinione pubblica”, tifi per il gioielliere pistolero. Ci sta. La tragedia non è questa, la tragedia è la politica che gli corre dietro, che blandisce e ammicca alla bestia nella illusione di conquistarne il consenso, ignorando peraltro che quella bestia è semplicemente insaziabile. Puoi darle in pasto tutte le controriforme più immaginifiche, vorrà sempre altro. Forse non le basterà neppure il varo di un articolo unico: “Non è punibile chi abbia commesso un qualsivoglia reato per reagire a qualsivoglia torto subito”.
E così Salvini, che nel 2019 aveva annunciato trionfante urbi et orbi la epocale riforma della legittima difesa, oggi dice che quella sua stessa riforma non basta più, bisogna dare ancora più spazio a chi subisce un torto, bisogna garantire impunità al galantuomo che vendica un torto. E facendo cosa, di grazia? Lo scandalo al quale si grida in questi giorni infuocati quale sarebbe, allora? Vi è chiaro o no che il Tribunale dell’areopago, preso atto della impossibilità di applicare l’esimente del diritto di difesa al Roggero, per la accecante evidenza della assenza di ogni minaccia in atto alla vita e alla incolumità propria e dei propri cari al momento degli omicidi, gli ha inflitto la pena minima prevista dalle norme di legge? Perché è questo ciò che è accaduto. La presidente Meloni, più accorta di Salvini, lascia perdere la legittima difesa e parla di “pena sproporzionata”. Mi chiedo come sia possibile che nessuno le abbia sussurrato all’orecchio che il reato di omicidio volontario semplice è punito dalla legge con pena “non inferiore ad anni 21”. Qui gli omicidi volontari sono due, più un tentato omicidio. Possibile che si continui, anche da parte chi ha la responsabilità istituzionale di guidare il paese, e con essa il dovere di spiegare ai cittadini la forza e le ragioni della legge proprio quando è più difficile che esse vengano comprese, a lamentare la presunta, mancata considerazione da parte dei giudici dello stato d’animo del Roggero sconvolto dalla ingiuria subita, quando basta leggere la sentenza per comprendere che i giudici invece lo hanno fatto al massimo delle possibilità consentite, concedendo sia le attenuanti generiche (prima diminuzione di un terzo della pena) che l’attenuante della provocazione, cioè dell’aver agito in modo incontrollato a causa dello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui (secondo abbattimento di un terzo della pena)? La pena sarebbe dunque sproporzionata rispetto a cosa, presidente Meloni? 14 anni e 6 mesi per due omicidi e un terzo per fortuna solo tentato, è la pena minima irrogabile, è una pena mite e – aggiungo – giustamente e sacrosantamente mite. Poteva avere di meno, Roggero? Sissignore, avrebbe potuto vedere diminuita ulteriormente di un terzo la pena, se avesse scelto di procedere con rito abbreviato (l’omicidio semplice non è ostativo). Non lo ha fatto e avrà avuto le sue ottime ragioni, che magari vorrà raccontarci se crede, ma se Roggero non ha avuto una pena ancora più mite ( a quel punto inferiore ai 10 anni) è stato per una sua scelta processuale; quel che è certo è che i giudici hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano fare. Quale norma si vorrebbe cambiare, in questa corsa frenetica a chi la spara più grossa per ingraziarsi “la Bestia” social: diminuire la pena minima per l’omicidio? Prevederne pene diverse se l’omicida è ultra settantenne? Mi chiedo allora come sia possibile alimentare, con tale irresponsabile insistenza, le pulsioni peggiori del paese, dell’animo umano, delle nostre viscere. Si discuta semmai – ve ne è tutto il tempo – del tema risarcitorio. Qui sì, è giusto attendersi dal giudice civile una doverosa considerazione del fatto che i richiedenti il risarcimento hanno concorso in modo decisivo, con azione violenta e illecita, all’innesco della catena causale che ha condotto all’omicidio. Pensare addirittura di eliminare il diritto al risarcimento dei danni, come previsto dall’ennesimo decreto sicurezza, pare a me uno sproposito destinato a sopravvivere il tempo di qualche mese alla mannaia della Corte costituzionale; attendersi invece dal giudice una liquidazione dei danni severamente contenuta pare a me conforme ai più elementari sentimenti di giustizia. Perciò è giusto sentirsi ed essere vicini alla famiglia Roggero, così come è giusto dire a gran voce che i giudici (soprattutto del secondo grado) hanno tenuto in considerazione la tragedia vissuta e interpretata da quest’uomo con la massima considerazione che la legge consentisse loro. Per il resto, Ulisse, il nostro eroe, che fa strage dei maledetti Proci, continuiamo ad amarlo senza riserve e senza freni, ma preferiamo vederlo solo al cinema.

E Spagna fu

La rete di Ferran Torres

Torres piega l'Argentina al 106', Spagna campione del mondo

La squadra di De la Fuente domina e abbatte ai supplementari l'Argentina grazie al sinistro vincente dell'attaccante del Barça. Albiceleste in 10 ai supplementari per l'espulsione di Enzo Fernandez

dal nostro inviato Fabio Licari
La Gazzetta dello Sport, 20 luglio 2026

19 luglio 2026 (modifica il 20 luglio 2026 | 07:22) - EAST RUTHERFORD (STATI UNITI)

anticalcio

Una finale mai vista e, diversamente dall’indimenticabile Argentina-Francia del 2022, questo è tutto tranne che un complimento. La finale che non è mai stata giocata è un titolo che ci starebbe bene per descrivere l’inesistenza degli argentini che, da subito, applicano la loro strategia mondiale al quadrato. Dal blocco basso al non gioco. Rinunciando a superare la metà campo e sperando che, prima o poi, la trama spagnola si sarebbe allargata. Non è mai successo. Quindi soltanto aspettare, distruggere, rilanciare nel vento, provocare, senza un’idea di manovra. Con tutti dietro il pallone, scompaiono le linee di passaggio per Messi, l’unico con il quale svoltare. Alvarez ha i soliti compiti da mezzala sinistra aggiunta, Montiel a destra bloccato, Tagliafico preoccupato da Yamal, e il centrocampo della Selección una specie di seconda linea Maginot. Sarebbe bella l’immagine cinematografica di “stallo alla messicana” ma non realistica: qui c’era uno con le mani davanti al volto per proteggersi e l’altro che sparava mentre la pistola faceva clic. 

pochi pericoli

Perché è vero che l’Argentina aveva eletto la strada dell’anticalcio, ma la Spagna non riusciva mai a trasformare l’eleganza in una manovra veramente pericolosa. Di più: nel primo tempo, appena due tiri della Roja. La Spagna aveva costretto la Francia a perdere le coordinate, ma sapeva che con l’Argentina sarebbe stato diverso: i sudamericani a fare barricate, i campioni d’Europa a tessere una manovra necessariamente spezzata. Il copione era scritto. Sono mancati i fuoriclasse. Messi lasciato solo, senza forza né voglia di accorciare le distanze, Yamal più vivace, ma mai versione Europeo. Olmo solita chiave tattica con le sue sponde spalle alla porta, ma traffico da agosto inoltrato su entrambe le corsie. Il vero fuoriclasse della Spagna è la squadra. 

svolta nella ripresa

Qualcosa si smuove nella ripresa con il primo cambio di Scaloni, dentro Paredes per Nico Gonzalez, trasformando il 4-4-2 più sfacciato in un 4-1-3-2, con l’ex Juve e Roma davanti alla difesa. Scelta di protezione? Fino a un certo punto. Perdendo le fasce a centrocampo, i due difensori esterni dovevano alzarsi e nasceva la profondità per Yamal e soci. Le sostituzioni hanno sicuramente dato una scossa. Fuori per infortunio i due centrali di Scaloni, Lisandro e Romero, difensivi tutti gli altri subentri. Scelta chiarissima ma quasi incomprensibile, il ct (fin qui) del buon senso non ha neanche dato una chance a Lautaro, abdicando al tridente risolutore. Molto più coerente De la Fuente che non ha mai sacrificato alla ragione di stato una filosofia vincente. 

espulsione e gol

L’Argentina ha completato la sua opera con l’espulsione sacrosanta di Enzo Fernandez, gran giocatore ma della serie “colpisco quello che si muove, se è il pallone meglio”, solo che Cubarsì ha ossa e muscoli. Quindi gli ex campioni giocano i supplementari in dieci e, comprensibilmente, accentuano la loro dimensione nichilista. Solo che ora si respira. Williams, Pedri e Ferran danno la botta di aria fresca che mancava, premiando le scelte di De la Fuente. Tutte le riserve spagnole sarebbero titolari da noi, povere stelle che stanno a guardare dal 2014. Assist di Williams di testa e Ferran arriva implacabile. Di parate Martinez ne aveva fatte fin troppe. Triste, solitaria e mai in final l’Argentina, meno bella del solito ma campione del mondo, dei due mondi, la Spagna, che solleva la coppa tra le lacrime di Messi e uno stadio di fischi a Infantino e Trump.




domenica 19 luglio 2026

L'arbitro, le statistiche e i presagi


Natalie Tan e Calvin Burton
Spagna contro Argentina nella finale dei Mondiali: l'arbitro, le statistiche e i presagi
The Guardian, 19 luglio 2026

Chi è l'arbitro?


Slavko Vincic è diventato il primo arbitro sloveno a dirigere una finale di Coppa del Mondo. Ha diretto la finale di Champions League del 2024 a Wembley (vinta dal Real Madrid contro il Borussia Dortmund per 2-0) e la semifinale degli Europei del 2024, vinta dalla Spagna per 2-1 contro la Francia. La prima partita di Coppa del Mondo per il 46enne è stata la sconfitta dell'Argentina contro l'Arabia Saudita nel 2022. In quel torneo, Vincic ha espulso Piero Hincapié dell'Ecuador per essersi coperto la bocca al 95° minuto della partita contro il Messico. La sua media di cartellini gialli è di 2,33 a partita.

Slavko Vincic parla con Piero Hincapié dell'Ecuador nella partita contro il Messico. Fotografia: Fernando Llano/AP

Vantaggio della Spagna?


Nelle ultime 14 finali dei Mondiali e degli Europei, sia maschili che femminili, tredici sono state vinte dalla squadra che ha disputato prima la semifinale. Nell'altra occasione, le semifinali si sono giocate lo stesso giorno. La Spagna maschile ha dato il via a questa serie, battendo l'Italia per 4-0 nella finale di Euro 2012. Anche l'Argentina ha beneficiato di un giorno di riposo in più rispetto ai tre della Francia, in vista della finale del 2022. Questa volta è la Spagna ad aver avuto un giorno di riposo extra.

Stare lontano


Da 36 anni nessun presidente argentino assiste a una partita della nazionale ai Mondiali e l'attuale, Javier Milei, non farà eccezione. Ha seguito tutte e sette le partite dalla sua residenza presidenziale, dichiarando a una stazione radio di Buenos Aires che "non c'è alcuna possibilità" che si rechi nel New Jersey. La superstizione risale al 1990, quando Carlos Menem visitò la nazionale argentina prima della clamorosa sconfitta all'esordio contro il Camerun. Da allora, si crede che la presenza del presidente a una partita dei Mondiali porti sfortuna alla squadra. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha in programma di assistere alla partita, così come il re Felipe VI.

La storia ci chiama


Una vittoria dell'Argentina la renderebbe la terza nazione a vincere due Mondiali consecutivi e la prima di questo secolo. L'Italia vinse nel 1934 e nel 1938 e il Brasile nel 1958 e nel 1962. Se la Spagna trionfasse, diventerebbe la quarta squadra maschile a detenere contemporaneamente gli Europei e la Coppa del Mondo, dopo la Germania Ovest (1972, 1974), la Francia (1998, 2000) e la Spagna, che fu la prima squadra maschile nella storia a vincere tre titoli importanti di fila (Europei 2008, Mondiali 2010, Europei 2012).

Attacco contro difesa?


L'Argentina ha segnato il maggior numero di gol (19) con un certo margine, seguita dalla Spagna al quarto posto con 14. Tuttavia, la Spagna ha subito il minor numero di gol (1), mentre l'Argentina ne ha subiti sette.

Anelli per i vincitori


Se quattro tempi e uno spettacolo  nell'intervallo non fossero stati sufficienti, ai vincitori verranno consegnati gli anelli. La consegna degli anelli è una pratica comune negli Stati Uniti sin dalle World Series del 1922. C'è da guadagnare, con 30 anelli disponibili per i campioni del mondo e altri 1.996 in vendita al pubblico. Il design presenta una mini coppa del mondo su un lato, mentre l'altro "rifletterà l'identità della squadra vincitrice", come rivelato sul sito web della FIFA. Ai giocatori e agli allenatori della squadra vincitrice verranno consegnati anelli provvisori per consentire la personalizzazione degli anelli su misura, che verranno consegnati in un secondo momento.

Finale annullato

Le due squadre avrebbero dovuto affrontarsi quest'anno nella Finalissima in Qatar, con l'Argentina che sperava di difendere il trofeo conquistato contro l'Italia nel 2022. Tuttavia, la partita è stata annullata a causa della guerra in Medio Oriente e la UEFA ha dichiarato: "Dopo lunghe discussioni tra la UEFA e le autorità organizzatrici in Qatar, possiamo annunciare che, a causa dell'attuale situazione politica nella regione, la Finalissima non potrà essere disputata come previsto in Qatar il 27 marzo". Le due squadre non sono riuscite a trovare un accordo su un'alternativa e la partita è stata annullata.

Chi ha bisogno di esperienza come allenatore di club?

La finale vedrà contesa una sfida tra due allenatori senza alcuna esperienza nella massima divisione a livello di club. Luis de la Fuente, esonerato dopo 11 partite con l'Alavés, squadra di terza divisione, allena le nazionali giovanili spagnole dal 2013. Lionel Scaloni, invece, ha allenato quasi esclusivamente la nazionale maggiore argentina, a parte sei partite alla guida dell'Under 20. Avendo già vinto insieme Europei, Copa América e Mondiali, i due hanno dimostrato che l'esperienza nei club di élite non è un requisito indispensabile per allenare una nazionale.

Minuti in campo

A parte il giorno di riposo extra, la Spagna potrebbe comunque essere più fresca, avendo disputato tutte le partite nei 90 minuti regolamentari. L'Argentina ha giocato due volte i tempi supplementari, totalizzando 794 minuti contro i 717 della Spagna. I sudamericani si sono trovati in una situazione simile in Qatar, dove hanno giocato 30 minuti supplementari nei quarti di finale. Una squadra composta in gran parte da giocatori più anziani di quattro anni avrà abbastanza energie a disposizione?

Rara partita all'aperto per la Spagna


Sebbene non si prevedano temperature eccessivamente elevate, il Servizio Meteorologico Nazionale ha emesso un'allerta per la qualità dell'aria a causa del fumo degli incendi boschivi proveniente dal Canada. L'Ufficio per la Gestione delle Emergenze di New York ha dichiarato che giovedì i livelli di qualità dell'aria in città avevano raggiunto livelli "molto insalubri", ma le condizioni sono migliorate significativamente. La Spagna è stata relativamente protetta da tali fattori ambientali durante il suo percorso, avendo giocato una delle sette partite in uno stadio completamente all'aperto. L'Argentina ha giocato all'aperto tre volte, di cui due con temperature che hanno raggiunto i 32°C.

storia della Coppa del Mondo

Le due squadre si sono affrontate una sola volta nel torneo, con la vittoria dell'Argentina per 2-1 nel 1966. Luis Artime segnò entrambe le reti per i sudamericani.