mercoledì 1 luglio 2026

Trump e i guadagni in criptovalute

Dara Kerr e agenzie
Secondo i documenti depositati, Trump ha guadagnato più di un miliardo di dollari dalle attività legate alle criptovalute nel 2025

The Guardian, 1 luglio 2026

Secondo un documento federale pubblicato martedì, Donald Trump ha guadagnato più di un miliardo di dollari lo scorso anno dalle sue attività nel settore delle criptovalute, incrementando notevolmente il suo reddito annuo.

Nel suo secondo mandato, il presidente e la sua famiglia hanno investito massicciamente in valute digitali e in varie attività legate alle criptovalute, con Trump che all'inizio del 2025 ha annunciato di voler fare degli Stati Uniti la "capitale mondiale delle criptovalute". I guadagni di Trump derivanti dalle criptovalute si aggiungono ai profitti derivanti da accordi extragiudiziali, investimenti immobiliari e diritti d'autore.

Molte delle iniziative del presidente nel settore delle criptovalute erano semplici startup quando ha prestato giuramento, ma ora hanno superato in termini di fatturato gran parte del suo vasto patrimonio immobiliare, accumulato in decenni. Questa crescita è stata alimentata da investitori miliardari e dalla decisione di Trump di bloccare un giro di vite federale sul settore.

Secondo il rapporto annuale obbligatorio da presentare all'ufficio per l'etica governativa per il 2025, Trump ha ricavato più di 500 milioni di dollari dalla vendita di nuovi prodotti crittografici, tra cui i "token di governance", da parte della sua società di punta World Liberty Financial. Il rapporto ha inoltre rivelato che un'altra attività nel settore delle criptovalute, la CIC Digital LLC, ha incassato oltre 600 milioni di dollari dalla vendita di monete commemorative "meme" con l'immagine di Trump, lanciate pochi giorni prima del suo insediamento.

"Né il Presidente né la sua famiglia si sono mai trovati, né si troveranno mai, in situazioni di conflitto di interessi", ha dichiarato Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca. "Il Presidente Trump ha reso con orgoglio gli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute attraverso decreti esecutivi, sostenendo leggi come il GENIUS Act e adottando altre politiche di buon senso per promuovere l'innovazione e le opportunità economiche per tutti gli americani".

Kelly ha aggiunto che "tutte le azioni del presidente Trump e della sua amministrazione sono intraprese nel migliore interesse del popolo americano, e qualsiasi cosiddetto 'giornalista' che sostenga il contrario non fa altro che riproporre la stessa, trita e ritrita narrativa falsa che i democratici e i media tradizionali diffondono da un decennio".

Le iniziative di Trump nel settore delle criptovalute, inclusi i suoi token e le sue monete, hanno subito un crollo di valore dall'inizio delle vendite.

L'anno scorso Trump ha anche guadagnato milioni dalla vendita di Bibbie, scarpe da ginnastica e altri piccoli oggetti con il suo marchio, in un'altra mossa senza precedenti per la presidenza. Solo nella categoria degli orologi con il marchio Trump, il presidente ha guadagnato 4,7 milioni di dollari.

L'ascesa delle criptovalute rispetto al patrimonio immobiliare di Trump è particolarmente degna di nota, considerando che Trump ha incassato decine di milioni di dollari da commissioni e accordi di licenza in una serie di nuove transazioni per hotel, resort e appartamenti all'estero. Molti di questi paesi stavano negoziando con gli Stati Uniti su dazi, aiuti militari e altre questioni importanti.

Un immobile negli Emirati Arabi Uniti ha fruttato 10,4 milioni di dollari. Un altro in Arabia Saudita, in costruzione da parte di un costruttore immobiliare vicino alla famiglia regnante, ha fruttato 9 milioni di dollari alla società del presidente. Infine, un immobile a Bucarest, in Romania, e un altro in Qatar hanno fruttato a Trump 5 milioni di dollari ciascuno.

Il rapporto di trasparenza ha inoltre dettagliato che il presidente ha guadagnato più di 86 milioni di dollari da cinque distinti accordi extragiudiziali con società di media e social media, tra cui ABC, CBS, YouTube, Meta e X (precedentemente Twitter).

Il pulmino dello Strega

Matteo Marchesini
Cultura e letteratura. Piccola storia ignobile

Il Foglio, 1 luglio 2026

Ogni intellettuale o artista moderno in grado di riflettere sul suo lavoro sa che l’organizzazione della cultura è il contrario della cultura. Il lavoro, quindi, diventa una guerriglia per strappare spazi di visibilità senza perdere gli spazi di indipendenza. Quando molte diverse forze organizzative si contendono il potere, la guerriglia è più facile. Quando invece restano pochi grandi trust, la tentazione di arrendervisi schizza in alto con tutte le sue giustificazioni sofistiche. Allora parecchi intellettuali e artisti deformano a priori le loro opere per stare almeno un po’sotto i riflettori. Presto le energie usate per autorappresentarsi pubblicamente surclassano i motivi che dovrebbero determinare l’autorappresentazione. Se poi l’ambito in cui ci si esprime sta scivolando ai margini della cultura generale, il processo accelera. E’ quel che da mezzo secolo succede alla letteratura. E dagli anni Ottanta, con la fine delle speranze rivoluzionarie, tanti scrittori e funzionari editoriali che ne erano stati contagiati si sono ritrovati soli davanti al mercato. Chi non ha voluto rischiare l’invisibilità si è disfatto della zavorra critico-teorica, e dopo avere stroncato in gioventù Grass o Nabokov ha esaltato Benni o Baricco. Intanto una narrativa “standard” ha cominciato a essere identificata con la letteratura tout court. I termini criticoteorici (engagement, avanguardia) si sono trasformati in pure etichette pubblicitarie, e le poetiche in brand di collane. Per farsi notare dal mondo fuori, nei territori periferici si esibiscono insegne turistiche: nel caso, articoli che non dicono nulla dei testi ma fissano un’immagine di comodo dei contesti. Chi lo fa con più spregiudicatezza e con più soldi, conquista il centro del “campo letterario”. Dalla narrativa giovanilistica degli anni ’80-’90 si è passati ai polpettoni scolastico-pop del dopo 11 settembre, e di qui a un’autofiction non più impietosa ma risarcitoria, la cui messa in scena di patologie e traumi ottiene subito una partecipe ricezione da welfare. Minimalismo, massimalismo, poetese romanzesco: le insegne cambiano veloci. Così i cannibali, vedendo il loro pop goffo invecchiare come un Commodore 64, hanno provato a ri-liricizzarsi; e lo stesso ha fatto la collana che li ospitava. Altre falene del romanzo si sono buttate su un pittoresco da Pro Loco, misto a storie di donne e Resistenza; e qualcuno parassita figure famose romanzandone la biografia. Nel frattempo un’editoria in affanno ha iniziato a imbarcare gli influencer, mentre i critici venivano rimpiazzati da editor che si dànno l’aria di ct della nazionale, che amministrano “botteghe” di narrazione, e che ogni tanto inneggiano a enormi Romanzimostri, in apparenza anti-standard ma in realtà destinati, col loro tonitruante estetismo, a fare l’opposizione di sua maestà alla produzione media. Un po’ ovunque, la griffe che segnala “qui qualità” è una lingua improbabile, divisa tra retorica hard-splatter e leziosità dannunziane dosate con un tatto da elefanti. Ma le vendite restano modeste, la rivoluzione mediatica accumula le sue rovine. Allora certi autori-imprenditori, che di solito sono anche dirigenti editoriali e direttori di festival, capiscono che le librerie e gli spazi di presentazione offrono vetrine ormai indispensabili. Consolidano così una filiera di venditori-intellettuali, con negozi simili a stilosi Barber Shop, che nei fatti sono dipendenti dalle ultime opinioni Verdurin. In questa filiera, i figli del ceto medio riflessivo cercano ciò che i padri trovavano nei partiti. Le nuove commissioni politiche, divenute venticelli di pettegolezzi, scomunicano chi urta i dogmi del giorno (manifesti woke, passaporti antifascisti). La storia clericale italiana si dimostra più forte della cronaca letteraria. Ed ecco che si arriva al pulmino dello Strega.

L'Unità storia e memoria

Giampiero Rossi
L'Unità storia e memoria. L'avventura di un giornale

Corriere della Sera, 30 giugno 2026

«L’Unità» non era soltanto un giornale. Per quasi un secolo è stata anche un gesto quotidiano, per molti un rito. Una copia sotto il braccio o nella tasca («… e alcuni audaci in tasca “l’Unità”…» cantava Francesco Guccini), affissa nelle sezioni e nei luoghi di lavoro. Prima ancora che il veicolo di una linea politica, era il connettore di una comunità. Ed era anche un partito nel partito, a sua volta comunità. All’ombra della testata fondata da Antonio Gramsci, dunque, ci sono storie da raccontare, vicende ed episodi che, dal 1924, hanno accompagnato il corso della grande storia d’italia, al di qua e al di là delle mura della redazione.

Una parte di questa narrazione è contenuta nelle pagine di Quando c’era l’Unità, il libro scritto da una nutrita rappresentanza di ex giornalisti del quotidiano e pensato proprio in occasione del centenario dalla fondazione. Il libro (edito da Strisciarossa) è diviso in quattro sezioni: la sinistra, la politica e la società, il mondo, il giornale. Cioè tutti gli ingredienti di quella «summa di un’utopia» che, come scrive Luca Bottura nella prefazione, è stata «l’Unità». Non è la storia del giornale, non è un saggio politico, ma piuttosto un racconto corale, un mosaico di voci e firme che attingono alle memorie delle diverse stagioni che hanno attraversato. Dalla frana di Agrigento del gennaio 1966 alle violenze al G8 di Genova del luglio 2001. Passando per tanti capitoli fondamentali della nostra storia recente: il sequestro di Aldo Moro, i funerali di Berlinguer, la caduta del Muro di Berlino, il tentato colpo di Stato contro Gorbaciov… E poi episodi meno noti (ma illuminanti o esilaranti) della vita politica e della cultura, rivissuti dagli stessi giornalisti, testimoni in prima persona.

Non si può prescindere dal capitolo in cui Giorgio Frasca Polara, storica firma delle cronache parlamentari, ricorda l’agguato e la strage di via Fani. È il 16 marzo 1978, verso le 9 del mattino il giornalista è a Montecitorio, dove incrocia Enrico Berlinguer con «il solito pacco di giornali stretto sotto il braccio sinistro» e gli chiede come mai si trovi così presto alla Camera: «Devo vedere Natta, fu la secca risposta». Subito dopo, Frasca Polara esce per godersi qualche minuto di sole ed ecco cosa succede: «All’angolo del portone la radio di una moto della polizia sta gracchiando. Odo poche, affannose parole: “…Sì, confermo… sembra che il presidente Moro sia stato rapito… gli uomini della scorta sono stati uccisi, tranne forse uno…”. Non verifico, non aspetto conferme. Correndo urto un paio di commessi, e rischio di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che portavano allora dall’androne alla sala stampa. Non c’è ancora nessuno. Afferro il primo telefono sottomano e chiamo sulla linea interna Alessandro Natta prevedendo che fosse già a quattr’occhi con Berlinguer. Gli do l’allarme: Moro rapito, trucidata la scorta. Ma Natta, assolutamente incredulo e preso alla sprovvista, rifiuta persino l’idea di quel che è accaduto: “Vai a quel paese!”, reagisce sbattendo il telefono. Richiamo ripetendo la notizia: stavolta mi becco una raffica di ben più grevi parolacce. Alla mia terza chiamata non ripeto ma sono io a perdere la pazienza: “Attento Natta, non sto scherzando!”. Sento un bisbiglio di Natta che riferisce a Berlinguer: “Frasca grida che Moro è stato rapito, che c’è stata una strage”».

Altrettanto impresse nella memoria collettiva di quella comunità sono le giornate (e le nottate) che hanno preceduto e seguito la morte di Enrico Berlinguer, l’amato segretario del Pci. «Il 13 giugno del 1984, davanti al ritratto di Enrico Berlinguer appeso al grande palco di piazza San Giovanni, davanti a quello sguardo dolce e intenso e alla bara accarezzata da Sandro Pertini, una grande storia finì per sempre: il Pci, in fondo, morì quel giorno — scrive Pietro Spataro —, in un tripudio di bandiere rosse listate a lutto, tra le lacrime dei compagni addossati dietro le transenne che lasciavano spazio al corteo, in una selva di mesti pugni chiusi. A quel funerale parteciparono “tutti”, come titolò il giorno dopo “l’unità”. Nessuno in quel momento era consapevole che una stagione si stava chiudendo — conclude —. E nemmeno quante volte negli anni ci sarebbero mancati, non solo a noi de “l’unità”, le intuizioni e i pensieri lunghi di Berlinguer».

E poi i grandi scontri politici e gli scioperi destinati a rimanere nella storia, fino alle non meno storiche scorribande satiriche di «Tango» e «Cuore». Memorie mescolate a emozioni che restituiscono la natura profonda di quel giornale: non soltanto un luogo di produzione di notizie, ma uno spazio umano. E questo libro corale restituisce «un album di famiglia che non è sparito col giornale — come scrive Bottura —. È una storia che fa ridere e commuovere, che ricorda la passione e la fatica, che ci parla di un’italia in cui si cercava il punto di sintesi». E forse, proprio per questo, «qualcosa di irripetibile».

Gli ultimi anni di Totò

Giacomo Giossi
Genio, malinconia e cecità. Gli ultimi anni di un Totò
Domani, 29 giugno 2026

Cosa resta di Totò dopo la sua morte? All’incirca tutto. Restano tutti i suoi film così male accolti dalla critica quando era in vita, restano le sue mosse, restano le sue smorfie e così anche le sue battute fulminee e fatte di no sense e allusioni. Come Charlie Chaplin, come Stanlio e Ollio, Totò ha dalla sua la forza di una maschera inesauribile. Una figura che vive con la sua insista forza comica al di là del contesto in cui si trova a prendere forma, che sia un musicarello, una trasmissione televisiva o il Teatro di rivista degli esordi.

La maschera di Totò permea da subito l’immaginario degli italiani e lì resta potente e indelebile nello scorrere dei decenni. Dai cinema di seconda visione fino alla programmazione estiva o notturna della televisione generalista, fino anche alle piattaforme digitali che oggi ne ripropongono la filmografia e gli spezzoni ad uso e consumo dei social.

Totò icona e meme è però morto con la convinzione di una vita votata allo spreco, convinto che tutti quei film sarebbero stati presto dimenticati dopo la sua morte. Francesco Piccolo con Cosa sono le nuvole (Einaudi) va così a indagare gli ultimi anni del grande interprete napoletano spesi tra malinconie profonde e una cecità che ne ha segnato e limitato in parte la carriera di attore. Una disabilità di cui pochi erano a conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori.

Le due identità


Piccolo accompagna il lettore nelle ore notturne di Totò, o meglio del Principe Antonio De Curtis che come lui stesso sosteneva si faceva mantenere da quel povero comico che in cambio non aveva nemmeno alcuna ospitalità in casa. Totò non era solo uno pseudonimo, ma un’altra radicale e distinta identità. Là dove stava il Principe non poteva infatti stare il comico. Tanto che là dove Antonio De Curtis aveva bisogno di essere accompagnato per poter vedere, Totò invece – una volta messo al centro del set – ritrovava tutti i riferimenti di un mondo a cui apparteneva totalmente, ritornava infatti come magicamente a vedere: saltando e brindando, ballando e giocando.

La notte è il momento in cui Totò con il suo fidato autista Carlo Cafiero gira per Roma, probabilmente a bordo di una delle sue Cadillac, magari proprio della Fleetwood 60 Special, la cui presenza al Rione Sanità annunciava senza ombra di dubbio il suo arrivo nel suo vecchio quartiere, proprio in mezzo ai suoi passati concittadini con cui era sempre estremamente generoso. Il Principe aveva un regime di vita costoso e raffinato, cosa che lo obbligava a inseguire – anche oltre la stretta necessità – ogni lavoro possibile. Veniva infatti sempre tentato da produttori che non vedevano l’ora di sfruttarne la fama e il successo. Come molti di coloro che l’hanno sofferta, Antonio De Curtis temeva più di ogni altra cosa la povertà e così accettava ogni lavoro anche quando si trattava di film raffazzonati a cui poi inevitabilmente doveva riscrivere insieme alle sue spalle comiche la sceneggiatura improvvisando e correggendo.

Si caricava di ogni lavoro fino allo sfinimento e a causa dell’eccessivo carico di lavoro aveva così perso la vista. La notte però restava il momento in cui poteva riandare con la mente agli anni passati, all’amicizia con Eduardo De Filippo di cui invidiava la capacità di aver dato valore al proprio talento. Cercava l’odore del mare anche se il più delle volte la stanchezza gli impediva di far spingere Cafiero fino al mare di Napoli e allora si accontentava di quello di Ostia e del litorale laziale.

Francesco Piccolo ritrae un uomo profondamente attraversato da malinconie e rimpianti, ma anche vitalissimo, conscio del proprio talento seppure non riconosciuto, ma considerato solo come un comico di quart’ordine. Totò avverte che il tempo sta per scadere, la salute è sempre più traballante e anche l’ipotesi di una collaborazione con Federico Fellini sfuma nell’imbarazzo reciproco: nella timidezza mondana del napoletano e nella ritrosia un po’ provinciale e un po’ mefistofelica del riminese. Totò resterà sempre un cruccio per Federico Fellini, un desiderio inesaudito che finirà in quel gran calderone delle cose non fatte che è Il viaggio di Mastorna, condensato dei sogni non realizzati del grande regista.

Così a chiamare Totò ci pensa Pier Paolo Pasolini e lo fa con la schiettezza e l’ingenuità del poeta e anche di chi delle dinamiche cinematografiche ignora sotterfugi e pratiche. Basta una telefonata e un incontro per sciogliere ogni perplessità tra i due, al punto che sul set nasce una vera e profonda amicizia. Totò si mette totalmente a disposizione di Pasolini, lasciandosi guidare e in parte spogliare delle movenze del suo personaggio. Pasolini vuole la maschera dell’attore, la vuole mostrare in tutta la sua incredibile capacità evocativa. Quel naso e quel mento storto nati da un pugno ricevuto improvvidamente durante un allenamento di pugilato quando era un ragazzino, una faccia deformata perché soldi per chiamare dottori non ce ne stavano. Un frutto (doloroso) della povertà che diventa l’elemento caratterizzante di un successo assoluto.

Dentro la tradizione 


Totò resta una figura unica nel panorama cinematografico italiano, un corpo che arriva direttamente dal Teatro di Rivista e dalla Commedia dell’Arte, intriso della tradizione teatrale italiana e napoletana e proprio per questo capace al pari di Eduardo di un’universalità imprevedibile. Così come il teatro di De Filippo vive di centinaia di repliche ogni anno nel mondo, fino in Giappone, così il cinema di Totò non perde mai smalto e ancor meno spettatori generazione dopo generazione.

Certo la cornice a cui sono costretti Totò e la sua arte è spesso fortemente limitante, se solo chi ne fu testimone parla di improvvisazioni tagliate per motivi tecnici, ma che in realtà proseguivano oltre il doppio della durata di quello che poi è rimasto visibile al cinema. Riscoperto tardi, oltre che da Pasolini con cui collaborerà a Uccellacci e uccellini – per cui ottiene (finalmente) una Menzione speciale per l’interpretazione al Festival di Cannes – e all’episodio Cosa sono le nuvole? del film a episodi Capriccio all’italiana, Totò otterrà due piccole ma decisive parti ne I soliti ignoti di Mario Monicelli – l’esperto di casseforti Dante Cruciani  – e ne L’oro di San Gennaro di Dino Risi in cui la sua scena verrà rifatta almeno dieci volte a causa delle risa di Nino Manfredi, colto di sorpresa ogni volta da una nuova variazione comica di Totò. La cecità lo obbligava a parti secondarie, ma capaci come quando era protagonista di dare il senso all’intero film.

Totò si spegne dopo l’ennesimo attacco di cuore il 15 aprile del 1967, tre furono i funerali a salutarlo, uno a Roma e due a Napoli, l’ultimo al Rione Sanità. Migliaia di persone seguirono il feretro testimoniando un affetto ancestrale e assoluto. Il racconto di Francesco Piccolo ha il merito di restituire quel delicato equilibrio dentro al quale la malinconia avvertita del pianto finisce per scoppiare in riso regalando un ricordo di Totò illuminante e non privo di affetto e naturale coinvolgimento.