venerdì 17 luglio 2026

Torino eccentrica

Massimo Rostagno
Quale identità per la Torino di domani?

Gazzetta Torino, 16 luglio 2026

È difficile rendere il senso di differenza che Torino ispirava e ispira agli abitanti del resto d’Italia”: con queste parole del 1977 Giulio Bollati introduceva le sue riflessioni sul carattere torinese e piemontese in relazione al resto dell’Italia. Ed è un punto di partenza quasi obbligato per ogni ragionamento strategico riguardante la Torino dei prossimi decenni. La diversità, dunque. La differenza. La presenza di qualcosa di ineffabile e non riconducibile al resto della penisola.

Anche altri grandi torinesi non di nascita ma di adozione come Nerio Nesi amavano sottolineare questo carattere: ‘Torino è Torino’, ripeteva davanti ad un pubblico di milanesi o di romani. tornando a richiamare anche in anni recentissimi l’eccentricità della nostra metropoli, la sua irriducibilità a definizioni precise.

Eppure, l’identità torinese, pur dietro la propria misteriosa ineffabilità, ha racchiuso elementi ben concreti e riconoscibili.

Il senso della gerarchia, anzitutto. Il carattere torinese è stato forgiato dalla gerarchia. La struttura civile dominante nei secoli è stata sempre fortemente gerarchizzata, con un sotto e un sopra ben riconoscibili, un alto e un basso pubblici e trasparenti. Dapprima fu la struttura militare del castrum, poi quella burocratica del nascente stato unitario e sabaudo. Infine, la gerarchia del sistema produttivo industriale. Esercito, burocrazia e industria sono stati elementi chiave nel plasmare l’identità della città nei secoli passati. Proprio a questo aspetto un viaggiatore francese del Settecento riconduceva la naturale ritrosia, la quasi pervicace riservatezza dei suoi abitanti: ciascuno teme di uscire dal livello gerarchico che gli è stato socialmente assegnato. Chi sta sotto teme di dire qualcosa di fuori posto. Chi sta sopra di concedere con un eccesso di facondia una non dovuta confidenza. Il senso del rapporto disciplinato tra inferiore e superiore faceva il resto.

In secondo luogo, ben collegato a questo, la razionalità. Torino è una città razionale e il ruolo che ha svolto nella storia è dominato dal senso della pragmatica concretezza che ne deriva. Lo svolgimento dell’azione burocratica prima e industriale poi è avvenuto sotto quel segno, nella totale diffidenza per le derive periferiche, per le improvvisazioni e le estemporanee accensioni creative. La stessa ben nota struttura ortogonale delle sue vie – che così tanto era piaciuta a Friedrich Nietzsche, innamorato della nostra città – rimanda un’ immagine plastica dello spirito cartesiano torinese.

Negli anni di Adriano Olivetti, a fronte degli esperimenti industrial-sociali eporediesi, si era creata una sorta di dicotomia tra Torino e Ivrea, vale a dire tra la Fiat e l’Olivetti. A Ivrea si tentavano strade nuove, ispirate dal pensiero della olivettiana Comunità: dal dignitoso rapporto salariale tra dirigenti e operai che non doveva eccedere le sei volte (e già sembrava molto. Oggi un top manager guadagna centinaia di volte in più) alla grande fioritura di iniziative sociali e culturali per far crescere i lavoratori come esseri umani e persone. Tra queste alcune incredibili se viste con gli occhi di oggi: la lettura della Critica della ragion pura di Kant commentata e spiegata agli operai. Insomma: vi era lì la ricerca creativa di un nuovo rapporto tra capitale e lavoro, tra impresa e lavoratori. Come guardava a tutto questo il mondo FIAT? Con uno scetticismo intriso di ironia. Quelli di Ivrea erano chiamati “gli artisti” e dietro questa beffarda definizione vi era tutto il peso della razionalità industriale torinese: l’impresa non si fa così. Non c’è spazio per fughe in avanti creative, estrose perché l’impresa è disciplina, razionalità, gerarchia. Poi è finita come è finita.

Al tempo stesso la razionalità torinese era così accentuata, così ostentata da secernere il proprio contrario: il mistero, l’irrazionale, il magico. Una faccia nascosta rispetto alla superficie visibile. Quasi un ritratto di Dorian Gray, che smentisce nell’ombra l’immagine pubblica deformandola, ma che non è meno significativa per il carattere della città.

Infine, il terzo grande tassello: la modernità. Anche questo celebrato da quintali di letteratura. Torino è una città aperta al moderno, al nuovo. Aperta al cambiamento. Lo è stata nella capacità di dare attuazione al sogno unitario (più o meno esplicitamente voluto dalle élite sabaude). Lo è stata soprattutto nell’aprire al nuovo mondo produttivo nel momento in cui – alla fine del XIX secolo – modernità voleva dire industria. Significava superamento della dimensione bucolico-agricola per approdare a quella dell’economia moderna. Alla fabbrica, con le sue immense implicazioni sociali e politiche.

Gerarchia, razionalità e modernità dunque appaiono tasselli essenziali nella definizione dell’identità torinese. Però tutto questo appartiene al passato. Ad un tempo in cui le identità erano definite, scolpite nel marmo all’interno di un universo di coordinate stabili, Era il mondo della permanenza, della stabilità.

Ma oggi? Nel tempo della fluidità, delle identità liquide e intercambiabili ha ancora senso porsi il problema dell’identità della Torino che vogliamo costruire? Ha senso ragionare sul futuro a partire da questo concetto?

Forse sì, a patto di non smarrire il senso della propria contemporaneità, di non ignorare i connotati largamente inediti del nostro tempo, così sfuggente, così fragorosamente inedito. Questo vale per gli individui, e a maggior ragione vale per le entità collettive, per gli agglomerati di esseri umani chiamati comunque a costruire un destino comune. Ciò che è stato non può ovviamente essere riproposto nei termini che la storia ci ha tramandato. La company town non esiste da decenni e certo non esisterà più. La vocazione manifatturiera che aveva segnato in maniera pressoché univoca la vita e il carattere della città è scomparsa per sempre e non ha alcun senso riproporla negli stessi termini. L’automobile come identità chiave torinese è trapassata.

Tutto questo però può riapparire come frammento, come parte di un quadro più variegato. Il ragionamento basato sull’identità singola deve sfociare in quello costruito sulle vocazioni multiple, sulle identità multiformi. Ragionare sulla Torino del 2040 significa abbandonare l’idea di un’unica identità esclusiva e abbracciare quella di identità plurime.

Già ora per chi abbia voglia di agire e di progettare ci sarebbe molto da fare in questo senso. C’è da dare un nome e una visibilità alle cose. C’è un lavoro di identificazione e valorizzazione di realtà già adesso esistenti, già adesso capaci di esprimere energie, di produrre lavoro e fatturato, di aggregare interessi: dalla filiera dell’arte contemporanea al mondo delle start up tecnologiche, dal turismo a nicchie pregiate di manifattura. Facendo leva sulle eccellenze formative come il Politecnico e assumendo la capacità attrattiva di giovani come orizzonte da perseguire.

Non è certamente questa la sede per costruire un programma politico. Tuttavia, iniziare a definire le coordinate culturali in cui provare a farlo forse può essere di qualche utilità.


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